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2
feb

San Placido Martire anche in San Maurizio al Monastero Maggiore di Milano

Un affresco raffigurante San Placido Martire, il Santo Patrono di Poggio Imperiale, è presente anche a Milano.

Particolare della lunetta della Cappella

 

In una delle cappelle laterali, dette “Cappelle con paesaggi”, dislocate lungo i muri perimetrali della Chiesa claustrale (o Aule delle Monache) in San Maurizio al Monastero Maggiore – la stupenda Chiesa ubicata nel centralissimo Corso Magenta di Milano – ho avuto modo di ammirare, tra l’altro, anche degli affreschi riportanti l’effige di San Placido Martire, il Santo Patrono di Poggio Imperiale.

Sulla parte sinistra della lunetta della Cappella è presente San Mauro con San Placido inginocchiato e su quella destra San Benedetto.

L’affresco viene attribuito ad un “pittore lombardo” del II decennio del XVI secolo.

 

Veduta della Cappella

Placido fu, con Mauro, il più docile discepolo del grande San Benedetto, il quale li ebbe entrambi cari come figli.  Dei due, Placido era forse il più giovane: poco più che un fanciullo, quando venne posto sotto la paterna guida dell’Abate San Benedetto. Per questo, San Placido viene considerato quale Patrono dei novizi, cioè dei giovani che si preparano alla professione religiosa nei monasteri benedettini. A Placido, oltre che a Mauro, è attribuito un celebre episodio miracoloso narrato da San Gregorio Magno nei suoi Dialoghi. Mentre Benedetto era nella sua cella, un giorno, il giovane Placido si recò ad attingere acqua nel lago. Perse l’equilibrio e cadde nella corrente, che subito lo trascinò lontano dalla riva. L’Abate, nella cella, conobbe per rivelazione l’accaduto. Chiamò Mauro e gli disse di correre in soccorso del confratello. Ricevuta la benedizione, Mauro si affrettò ad obbedire: valicò la riva, e seguitò a correre sull’acqua, fino a raggiungere Placido. Afferratolo, lo riportò a riva, e soltanto giungendo sulla terra asciutta, voltosi indietro, si accorse di aver camminato sull’acqua, come San Pietro sul lago di Tiberiade. L’episodio ebbe un seguito ancor più commovente, perché San Benedetto attribuì il prodigio al merito dell’obbedienza di Mauro, mentre il discepolo lo attribuiva ai meriti dell’Abate. Il giudizio venne rimesso a Placido, il quale disse: ” Quando venivo tratto dall’acqua, vedevo sopra il mio capo il mantello dell’Abate, e mi pareva che fosse egli a riportarmi a riva “. In questo episodio narrato da San Gregorio è contenuto tutto ciò che sappiamo sul conto di Placido. Anch’egli, come Mauro, è circonfuso e quasi confuso nella luce di San Benedetto. La sua santità fa quasi parte della aureola del Patriarca, della cui Regola fu l’interprete più pronto.

Ma, per maggiori approfondimenti, si rimanda alla lettura dell’interessante libro “San Placido Martire – Patrono di Poggio Imperiale”, scritto dal nostro concittadino Prof. Alfonso Chiaromonte, Edizioni del Poggio, 2008.

Su questo stesso sito/blog www.paginedipoggio.com / Come la penso io!, sono stati inoltre pubblicati anche i seguenti articoli riguardanti San Placido Martire:

«Un’atmosfera d’altri tempi! » (di Lorenzo Bove del 13/10/2008, in Eventi);

«A proposito di San Placido Martire» (di Lorenzo Bove del 14/10/2008, in Storia);

«San Placido Martire anche nel Santuario di Vicoforte nel cuneese» (di Lorenzo Bove del 13/07/2009, in Storia).

Qualche informazione sulla Chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore di Milano

Raro e prezioso esempio di chiesa conventuale, forse fondato dalla regina Teodolinda (sec. VII), la Chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore è il testimone unitario più organico della pittura milanese del Cinquecento.

 

 

Affreschi Aula pubblica o Aula dei fedeli

E’ stata edificata al centro di uno dei più antichi e prestigiosi monasteri di Milano affidato alla congregazione benedettina femminile.

Inserito tra i resti di alcuni edifici romani e documentato a partire dall’età carolingia, è stato reinserito dentro la cinta muraria della ristrutturazione di questa fatta da Ansperto a fine del IX secolo.

La posa della prima pietra della chiesa odierna risale al 1503. Il rifacimento ha modificato sostanzialmente la collocazione urbanistica del complesso monastico.

L’edificio è composto di tre parti: una cripta (ora inglobata nel percorso di visita del Museo Archeologico, collocato in una porzione dell’antico monastero), una grande aula inclusa nello spazio di clausura delle monache e una più piccola destinata ai fedeli.

La chiesa si presenta a pianta rettangolare ed è ripartita secondo lo schema seguente.

a. Ingresso da corso Magenta

b. Chiesa pubblica o Aula dei fedeli, lungo i cui muri perimetrali si susseguono ben 8 Cappelle

c. Presbiterio o altare dell’Aula

d. Presbiterio claustrale, sormontato dal pontile di collegamento del loggiato

e. Chiesa claustrale o Aula delle monache, lungo i cui muri perimetrali si susseguono ben 12 Cappelle

f. Ingresso dal Monastero

Fin dall’inizio l’edificio si presentava come un “involucro sontuoso” e riportava tutte le novità della cultura più avanzata del tempo, secondo la moda dei pittori del Centro Italia influenzati dalle decorazioni della Domus Aurea neroniana.

La presenza pittorica più importante in San Maurizio sono gli affreschi di Bernardino Luini. I caratteri stilistici mostrano il pittore profondamente radicato nella cultura milanese nell’etichetta neogotica dalle tinte lunari di Bergognone, nel realismo corposo e luministico di Foppa e nel classicismo archeologico di Bramantino. Ma il pittore è attento alle correnti neoantiche del Centro Italia, con le loro aspirazioni alla narrazione energetica, e poi al racconto piano e spiegato e uniformemente luminoso del classicismo raffaellesco oltre naturalmente, al confronto con Leonardo presente a Milano prima del 1499 e poi ancora dal 1509 al 1513.

Il recupero dei cicli pittorici, opera di Bernardino Luini, del coro della chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore sono stati eseguiti grazie all’intervento della Banca Popolare di Milano, presente nella vita culturale e sociale milanese, mentre l’apertura della Chiesa è resa possibile grazie ai volontari del Touring Club Italiano.

 

Foto di Lorenzo Bove

24
gen

La fondazione di Poggio Imperiale

Riporto, per gentile concessione dell’autrice, un interessante articolo a firma della Prof. Antonietta Zangardi, pubblicato su  www.Capitanata.it  del 3 gennaio 2011, nel quale vengono approfondite alcune questioni attinenti alla effettiva data di fondazione di Poggio Imperiale.

 

I DUECENTOCINQUANTADUE ANNI DELLA FONDAZIONE DI POGGIO IMPERIALE

Tutti gli scritti hanno la importante finalità di non permettere all’incuria del tempo che cancelli storia, tradizioni, usi, costumi e lingua di una piccola comunità come Poggio Imperiale, giovane paese alle porte del Gargano. Poggio Imperiale, paese del grano e del vento, piccolo centro agricolo, uno dei più giovani paesi della Provincia di Foggia, fu fondato dal Principe Placido Imperiale di Genova, residente a Sant’Angelo dei Lombardi. La data di fondazione è stata sempre fatta coincidere con quella del Patto che il Principe stipulò con un gruppo di Albanesi il 18 gennaio 1761, perché abitassero la nascente villa. Sono trascorsi circa diciotto anni dalla presentazione del primo libro di Giovanni Saitto, Poggio Imperiale, Cento anni della sua storia, dalle origini all’unità d’Italia, uno scritto che coglieva il monito del nostro grande concittadino, Alfonso De Palma, il quale invitava i giovani ad approfondire le ricerche per completare le sue Noterelle paesane. Era presente come coordinatore, nella presentazione del libro, il carissimo e compianto parroco don Giovanni Giuliani, (per tutti don Nannino), che parlò di documenti di prima mano. I documenti presenti in quel libro erano frutto di ricerche negli archivi di Stato ed il commento che ne fu fatto fu veramente nuovo e singolare. Furono ritrovati, quindi, nuovi documenti che misero in discussione quella data di fondazione, documenti a dimostrazione che la Storia è una scienza sempre aperta a nuovi sviluppi. Lo storico Franco Cardini, docente di Storia Medievale all’Università di Firenze, parlando del suo libro “Le radici perdute dell’Europa, da Carlo V ai conflitti mondiali”, affermava, tra l’altro, che la Storia non potrà mai chiudere bottega, in quanto il lavoro dello storico è come quello del medico e del detective, se vi sono nuove scoperte bisogna prenderne atto, adeguarsi, rivedere le proprie posizioni; se si scopre un nuovo documento, si scompigliano le certezze acquisite e si mette in moto un meccanismo sempre nuovo e rinnovato di studi ed approfondimenti. I documenti vanno studiati e fatti parlare e quando qualche studioso ha trovato un documento nuovo, bisogna, con umiltà rivedere le proprie conoscenze alla luce dell’ultima scoperta. La ricerca storica, infatti non esaurisce mai il suo compito. Quando ci sembra di conoscere tutto di un avvenimento o di un personaggio, quando l’immagine di un’epoca ci appare completa, ecco che nuove informazioni, prima sconosciute, o documenti prima ignoti, ci costringono a modificare le nostre opinioni e a precisare o arricchire le nostre conoscenze. Uno storico per ricostruire gli avvenimenti deve sempre possedere documenti ai quali riferirsi. la ricerca storica deve partire da essi – i documenti sono utili per conoscere e ricostruire gli eventi, – con i documenti “si fa storia” – essi “vanno fatti parlare”. Con questo scritto faremo parlare i nuovi documenti ed evitare che si festeggino degli anniversari fittizi. Nella toponomastica di Poggio Imperiale vi è la via “18 gennaio 1761” riferita alla data del Patto che il Principe don Placido Imperiale, fece con un gruppo di Albanesi perché popolassero quella che lui chiamava “villa”, nome riferito ad un agglomerato di case rurali. Molti fecero risalire a questa data la fondazione del nostro paese, ma così non è. Ed ecco tutti i documenti che lo provano. – Il primo documento datato 9 marzo 1751 (in chiesa leggiamo 1755), un “Verbale di subasta della città e feudo di Lesina aggiudicazione a favore dell’Ill.mo Principe di S.Angelo D.Placido Imperiale” Il Principe don Placido Imperiale, dopo aver acquistato il vicino “stato” di San Paolo, detto di Civitate, di proprietà dei duchi di Guastalla, ritenne opportuno acquistare il feudo di Lesina, per dare uno sbocco al mare delle sue proprietà. Si aggiudicò il feudo vincendo un’asta e l’11 marzo 1751 gli venne dato il possesso della città di Lesina e del suo lago. Ebbe il Regale Assenso il 3 aprile 1753 da Carlo III di Borbone. La fonte di quanto esposto è nell’Archivio di Stato di Napoli. Poggio Imperiale non era ancora sorta. Passiamo al secondo documento, che data esattamente la fondazione di Poggio Imperiale ed è quello relativo alla prima visita pastorale del vescovo Mons. Foschi nell’anno 1761, nel quale troviamo la data della fondazione, (prima del maggio del 1759, perché in questa data il principe, secondo la relazione della visita pastorale, “ ad esempio de’ fondatori dell’antiche città, v’invitò chiunque volesse venirci ad abitare, promettendogli abitazione franca per tre anni…”). In questo documento vi è anche un’ampia descrizione degli usi e dei costumi della comunità albanese che viveva nel Casale. Mons. Foschi scrive la relazione della sua visita pastorale, dichiarando esplicitamente. “…Abbiamo stimato per futura memoria brevemente accennare l’origine e la costruzione del paese e della chiesa e la venuta qui delle famiglie italiane et Albanesi; accadendo sovente che le notizie in alcuni tempi trascurate, siano poi in altri tempi avidamente ricercate” Ed in questo non si sbagliava! Oggi noi ricerchiamo avidamente le notizie di quel passato cercando di trasmetterle ai posteri. In riferimento alla chiesa, voglio che parli il documento, che cito testualmente: “…perché sul principio non vi era chiesa, andavano a sentirsi la messa chi in Lesina, e chi in Apricena, la quale poi fu benanche edificata, e colla Licenza dell’Arcivescovil Curia di Benevento fu benedetta nel mese di marzo dell’anno 1760.” Non so spiegarmi perché nel tabellone posto nella chiesa parrocchiale di San Placido Martire leggiamo 1764. – Terzo e quarto documento che vogliamo far parlare, sempre a proposito dell’anno di fondazione di Poggio Imperiale, sono quelli relativi ai moti del 1799, ritrovati dal prof. Clemente di San Severo, nell’Archivio di stato di Lucera. A tale notaio s’era rivolto un gruppo di “villici” per proclamare fedeltà al re di Napoli. Al prof. Clemente interessava la partecipazione ai moti di San Severo del 1799 di dodici persone della villa di Poggio Imperiale ben armate ed uno di essi fu ammazzato. Noi facciamo parlare il documento datato 7 luglio 1799, dopo l’elenco dei villici presenti dal notaio, leggiamo: “…di questa villa di Poggio Imperiale…li quali aderiscono avanti di noi, qualmente da moltissimi anni si trovano ad abitare in detta villa, la quale ha circa quarant’uno anni…che oggi compone circa seicento anime”. Ecco che la data ritorna, quarantuno anni prima, siamo nel 1799, vien fuori circa il 1758 (o prima del maggio del 1759, riferita nel documento di mons.Foschi). – Arriviamo al quinto documento, ritrovato dal dott. Michele Zangardi nell’Archivio di Stato di Napoli e che siamo riusciti ad averne copia prima di Natale del 2007, il cosiddetto documento di Antonio Scarella, maestro di Casa Imperiale a Napoli, accusato di furto e truffa ai danni del principe Imperiale. Questo documento dell’Archivio di Stato di Napoli, riporta per intero il processo intentato a Scarella con le relative testimonianze. Il Principe don Placido Imperiale dopo l’acquisto del feudo, come leggiamo nel documento di mons. Foschi, ne visitò le terre e scelse un’amena e boscosa collina, dalla parte di mezzogiorno, chiamata volgarmente Coppa di Montorio, distante circa due miglia da Lesina e quattro da Apricena e decise di costruirvi un casale. La Pasqua del 1759 il principe volle trascorrerla nel suo nuovo feudo di San Paolo anche per recarsi in visita a Lesina e da lì nel casale, per rendersi conto dei lavori, che stavano per essere ultimati. Antonio Scarella, maestro di casa Imperiale a Napoli, mancava, perché era scappato con il denaro ottenuto per le spese del viaggio. Il fuggitivo fu acciuffato per ordine del Principe, processato a Lesina lo stesso giorno e condannato per truffa e furto ai danni del Principe. La notte del 25 aprile, lo Scarella scappò anche dalla prigione in cui era stato rinchiuso, e non fu più ripreso, facendola franca. Perché è importante questo documento? Perché i lavori del casale, cioè di Poggio Imperiale, terminarono dopo pochi giorni. Tutto il carteggio della causa del Maestro Imperiale, Antonio Scarella è costituito da 87 pagine, viene disegnato persino il pugnale che servì allo Scarella per la sua fuga. Tutti questi documenti sono noti da circa diciotto anni ed è giusto ricordarli per evitare che i nostri giovani si convincessero di date ormai superate. Non si farebbe male andare a rivedere e rileggere il libro: Poggio Imperiale, Cento anni della sua storia… di Giovanni Saitto. Ho sempre seguito con particolare interesse tutte le ricerche effettuate dagli storici locali, in quanto il loro lavoro è unico e preziosissimo. A tal proposito voglio ricordare anche gli altri scrittori: il dott. Alfonso Chiaromonte per il Dizionario della lingua terranovese e per altri interessantissimi lavori, e il dott. Lorenzo Bove, per i detti e i proverbi in dialetto. Tutti questi scritti hanno la importante finalità di non permettere all’incuria del tempo che cancelli storia, tradizioni, usi, costumi e lingua di una piccola comunità come Poggio Imperiale, giovane paese alle porte del Gargano. Concludiamo ribadendo che la data di fondazione di Poggio Imperiale è prima del maggio del 1759.  

21
gen

“Museo del Novecento” all’Arengario di Milano

E’ stato inaugurato il 6 dicembre scorso nel cuore di Milano, in Piazza Duomo, il Museo del Novecento.

Il Palazzo dell’Arengario (1), sede del Museo, dopo anni di restauri e ristrutturazioni risulta ora completamente rinnovato ed accoglie il visitatore con una scala elicoidale di forte impatto che apre alla visione suggestiva del famoso “Quarto Stato” di Pelizza da Volpedo; un’opera straordinaria.

Il progetto, che ha richiesto modifiche sostanziali all’interno dell’immobile esistente, in linea con le opere da esporre, è del “Gruppo Rota” con gli Architetti Italo Rota e Fabio Fornasari coadiuvati da Emmanuele Auxilia, Paolo Montanari e Alessandro Pedretti.

Un percorso avveniristico tra passerelle sospese e sale a forma di capsule spaziali con tanta luce naturale – grazie alle ampie vetrate dell’Arengario – e un’ambientazione che ricorda per certi aspetti il “MoMa” (Museum of Modern Art ) di New York (2); certamente su livelli di ampiezza e spazialità diversi, ma lo spirito che pervade il visitatore è pressoché analogo.

Spettacolare e sorprendente il “Salone della Torre” dedicato a Lucio Fontana che recupera due diversi progetti ambientali dell’artista: la “Struttura al Neon”, visibile anche dall’esterno, realizzato nel 1951 presso la Triennale di Milano e “Il Soffitto” (3) del 1956 proveniente dall’Hotel del Golfo di Procchio dell’Isola d’Elba.

Interessanti e didattiche sono le scelte tematiche dell’allestimento museale e la suddivisione in stanze dedicate a Giorgio Morandi, Giorgio de Chririco, Piero Manzoni e i corridoi dedicati rispettivamente al Futurismo e alle Nuove Figurazioni.

Un nuovo spazio, dunque, dove apprendere dal vivo l’arte del XX secolo attraverso oltre 400 opere appartenenti alle Civiche Raccolte Artistiche del Comune di Milano.

Il Museo del Novecento si estende su una superficie di 8.200 mq di cui 4.000 dedicati allo spazio espositivo. La rampa a spirale realizzata nello spazio verticale della torre del palazzo consente di raggiungere, dal livello sotterraneo della Metropolitana, la quota della terrazza monumentale affacciata su Piazza del Duomo e Piazzetta Reale (Palazzo Reale). La splendida vista panoramica dall’alto del Duomo di Milano e della sua stupenda Piazza è ragguardevole e conferisce un inaspettato valore aggiunto oltre che restituire pregio e monumentalità all’Arengario, abbandonato da anni. La spirale vetrata, “tubo catodico” della comunicazione del Museo del Novecento, è il fulcro del percorso espositivo, semplice e lineare, che prende l’avvio dal celebre “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo e si dipana per i quattro livelli del corpo edilizio. Prima di entrare nel Futurismo, movimento nato e sviluppatosi proprio nel capoluogo lombardo, il visitatore attraversa un’ampia sezione dedicata alle Avanguardie internazionali della collezione Jucker, acquistata dal Comune di Milano nel 1992 (altre opere di questa collezione sono collocate nelle diverse sezioni del museo). La prima sala del Museo del Novecento, detta “delle Colonne”, è interamente dedicata a Umberto Boccioni, con una collezione unica al mondo che comprende il manifesto pittorico del futurismo “Elasticità (1912)”. Quindi una sezione interamente dedicata al Futurismo con opere di Giacomo Balla, Carlo Carrà, Gino Severini, Ardengo Soffici, Achille Funi, Fortunato Depero, Mario Sironi. La sezione si chiude con “Natura morta con squadra” di Carrà del 1917 che anticipa i cambiamenti di linguaggio del dopoguerra. La sezione dedicata a Boccioni è la prima di otto monografie che vedono protagonisti Giorgio Morandi, Arturo Martini, Giorgio de Chirico, Fausto Melotti, Lucio Fontana, Piero Manzoni, Marino Marini. Segue poi la sezione del Novecento italiano con l’arte degli anni ‘20 e ‘30, con opere di Carlo Carrà, Felice Casorati, Virgilio Guidi, Piero Marussig, Mario Sironi, seguono l’Arte Monumentale e Antinovecento con opere tra gli altri, di Renato Birolli, Aligi Sassu, Massimo Campigli, Scipione e Filippo De Pisis. Chiude la manica lunga del secondo piano una sezione di opere degli anni trenta di Fausto Melotti e di astratti comaschi. A Lucio Fontana è stato dedicato, come si è gia detto, il salone della torre dell’Arengario. Successivamente, al terzo piano, si trova una sala dedicata ad Alberto Burri e alle opere degli anni Cinquanta dei maggiori maestri italiani quali Emilio Vedova, Giuseppe Capogrossi, Gastone Novelli, Osvaldo Licini, Tancredi Parmeggiani, Carla Accardi. La sezione conclusiva, oltre 1200 metri quadri situati nella manica lunga al secondo piano di Palazzo Reale e collegati all’Arengario da una passerella sospesa, è dedicata agli anni Sessanta e termina con senza titolo (Rosa nera) del 1964 di Janis Kounellis. Passata la passerella aerea si incontra una Scultura d’ombra (2010) realizzata ad hoc per il museo da Claudio Parmiggiani. Quindi segue una grande sezione riservata all’Arte Cinetica e Programmata anticipata da Aconà Bicombì di Bruno Munari e seguita da una serie di opere di Enzo Mari, Getulio Alviani, Dadamaino e opere e ambienti degli artisti del Gruppo T: Giovanni Anceschi, Davide Boriani, Gianni Colombo, Gabriele Devecchi e Grazia Varisco. Segue la sala dedicata alle nuove figurazioni dal Realismo esistenziale alla Pop Art con Valerio Adami, Bepi Romagnoni, Franco Angeli, Alik Cavaliere, Enrico Baj, Emilio Tadini e Mimmo Rotella, con “Decisioni al tramonto” (1961) e una selezione di artisti della Pittura Analitica con opere di vari artisti tra cui Rodolfo Aricò, Claudio Verna e Giorgio Griffa. La fine del percorso espositivo è dedicata all’Arte Povera e a Luciano Fabro in omaggio al quale è stato ricreato, per allestire un nucleo di opere degli anni sessanta, l’ambiente “Habitat” ideato per il PAC – Padiglione di Arte Moderna di Milano (4) nel 1980. Presenti in questa sezione Alighiero Boetti, Michelangelo Pistoletto, Pier Paolo Calzolari, Giulio Paolini, Mario Merz, Giuseppe Penone, Jannis Kounellis, Giovanni Anselmo e Gilberto Zorio. A lato la sezione dedicata a Marino Marini. Questa collezione è stata infatti trasferita dalla Galleria d’Arte Moderna di Villa Reale (4) all’Arengario, in coerenza con il patrimonio artistico novecentesco valorizzato nel Museo del Novecento.

Un Museo, dunque, tutto da scoprire …… un appuntamento da non perdere!

Il Museo del Novecento offre anche altri servizi. Approfondimenti e intrattenimento al Bookshop, spazio progettato da Michele De Lucchi, situato al piano terra, accanto alla biglietteria, e gestito dalla casa editrice Mondadori Electa, che si estende su una superficie totale di circa 170 metri quadrati. Al piano interrato, una sala proiezioni e conferenze per convegni, letture e incontri di vario genere. Ed infine un ristorante che si estende su una superficie di oltre 220 metri quadrati, con circa 70 coperti.

(1) L’Arengario, costruito negli anni Trenta su progetto degli Architetti Portaluppi, Muzio, Magistretti e Griffini, decorato in facciata con gli altorilievi di Arturo Martini, è stato individuato come sede di interesse architettonico, significativa e coerente con la destinazione a museo.

(2) Il MoMa (Museum of Modern Art ) di New York si trova a Midtown Manhattan a New York, sulla 53° strada, tra la Quinta e la Sesta Avenue. Ha avuto una straordinaria importanza per lo sviluppo e dell’arte moderna ed è stato spesso considerato il principale museo d’arte moderna del mondo. Considerato da molti la miglior collezione di capolavori di arte moderna del mondo, comprende più di 150.000 opere, oltre a 22.000 film e 4 milioni di fermi immagine. La collezione del museo propone un’incomparabile visione d’insieme dell’arte moderna e contemporanea mondiale, poiché ospita progetti d’architettura e oggetti di design, disegni, dipinti, sculture, fotografie, serigrafie, illustrazioni, film e opere multimediali. La biblioteca e gli archivi raccolgono oltre 300.000 libri e periodici e schede personali di più di 70.000 artisti.Girovagando qua e là per la “Grande Mela” quello che colpisce di più l’attenzione sono i grandi numeri: in nessun posto al mondo sarà mai possibile,ad esempio, trovare una collezione così ampia di opere d’arte moderna e contemporanea esposte nella stessa struttura. Il MoMa rappresenta una tappa d’obbligo per gli appassionati d’arte moderna e contemporanea. Tra le opere presenti, c’è un’intera sala dedicata a Matisse, in cui si possono ammirare le celebri “L’atelier rouge” e “La dance”; oppure lo spazio dedicato alle opere di pittori surrealisti del calibro di Dalì, Mirò, Ernst. Altrettanto famosa la “Notte stellata” di Vincent Van Gogh; le opere espressioniste di Kirchner e “Les demoiselles d’Avignon” di Pablo Picasso. Le opere cubiste riservano il Picasso della “Donna con mandolino” e “Uomo con chitarra e soda” di Georges Braque. Quanto agli artisti italiani, sono presenti i nostrani futuristi di “Dinamismo di un foot-baller” di Umberto Boccioni e svariate opere di Balla, Carrà e Gino Severini. Al terzo piano c’è un settore dedicato alla pop-art, con realizzazioni di Lichtenstein, di Andy Warhol e Oldenburg. Tra le stampe e i libri illustrati troviamo le sperimentazioni tecniche ed esecutive più ardite, tra cui la litografia, l’acquaforte, l’incisione su legno etc. Riguardo al design è possibile osservare gli oggetti più svariati, da quelli di uso domestico come le lampade, i tessuti e gli elettrodomestici a quelli più ricercati quali le ceramiche e perfino i microchip. Per il settore veicoli vi è la possibilità di ammirare l’elicottero di Bell del 1945 e la “Cisitalia 202” (1947) dell’italiano Pininfarina, la “scultura in movimento” secondo la descrizione di Arthur Drexler, definita “una delle otto più belle vetture del nostro tempo”. Innumerevoli anche i modelli e i plastici di opere architettoniche di gusto contemporaneo.

(3) Soffitto di oltre 150 metri quadri realizzato da Lucio Fontana nel 1956 nella sala da pranzo dell’Hotel del Golfo di Procchio all’Isola d’Elba per mezzo di segni, tagli e incisioni operati direttamente sull’intonaco grezzo fresco della volta della sala e riempiti di colori puri. Il Soffitto, uno dei pochissimi ancora conservati tra quelli realizzati dal grande artista, un vero e proprio capolavoro che proietta nell’ambiente e nel rapporto con l’architettura la concezione fondamentale dello “Spazialismo” di Fontana, stava per essere distrutto nel corso di un radicale intervento di ristrutturazione dell’edificio.

(4) Il PAC (Padiglione d’Arte Contemporanea) si trova a Milano in Via Palestro 14 accanto alla Villa Belgioioso Bonaparte (già “Villa Reale” oggi denominata “Villa comunale”) – Museo dell’Ottocento (sede della Galleria d’Arte Moderna).

11
gen

HEREAFTER di Clint Eastwood

E’ presente in questi giorni, anche nelle più importanti sale cinematografiche italiane, l’ultima opera di Clint Eastwood: “Hereafter”.

Il regista californiano colpisce ancora una volta nel segno con un film che spiazza letteralmente lo spettatore, ma ancor di più la critica cinematografica internazionale, cimentandosi a trattare e mettere in scena un argomento scabroso sia per i credenti, sia per quelli che credenti non sono.

Cosa c’è dopo la morte?

“Hereafter”… l’Aldilà.

«“Hereafter” prende atto che la vita è un esperimento con un termine e si articola per questo attraverso prospettive frontali: al di qua e al di là del confine che separa la presenza dall’assenza. E’ questa linea di demarcazione a fare da perno al montaggio alternato delle vite di una donna, di un uomo e di un bambino dentro una geometria di abbagliante chiarezza e spazi urbani pensati per gravare sui loro destini come in un romanzo sociale di Dickens. Destini colpiti duramente e deragliati ineluttabilmente dalla natura (lo tsunami in Indonesia), dalle tensioni sociali (gli attacchi terroristici alle metropolitane londinesi), dalla fatalità (l’incidente stradale), destini che si incontrano per un attimo (o per la vita) in un mutuo scambio di salvezza».(1)

Attraverso tre storie e tre personaggi, il regista parla a suo modo della vita oltre la morte.

Un racconto avvincente, con un inizio terrorizzante, che insinua il dubbio anche nei più scettici.

Negli Stati Uniti d’America, a San Francisco, l’ operaio americano George (Matt Damon, di nuovo con Eastwood dopo «Invictus»), sensitivo (che considera tuttavia la cosa non come un “dono” ricevuto, ma come la disgrazia più atroce che gli potesse essere mai capitata) – è stanco di ascoltare la voce dei morti; in Europa, a Parigi, in Francia, la bella e famosa giornalista televisiva di “France 2”, Marie, fatica a riprendere una vita normale dopo essere miracolosamente scampata allo tsunami indonesiano, in Asia; e a Londra, il piccolo Marcus ha perso per sempre l’altra metà di sé, il fratello gemello Jason, morto in un banale quanto tragico incidente stradale causato da una banda di giovali balordi.

Sopravvissuti, ognuno a suo modo, scherniti, smarriti; fantasmi nel mondo, senza ragioni e, soprattutto, senza risposte.

Tre pezzi mancanti di uno stesso puzzle, tre anime salve sul filo teso del dilemma.

Clint Eastwood lancia la sfida all’irrazionale: guarda alla morte per parlare della vita, tra il dolore della perdita e il bisogno di credere a un «dopo», trovando, infine, socchiusa la porta dell’aldilà; quanto basta per accorgersi che qui siamo solo di passaggio, nella convinzione pacificatrice che un giorno riabbracceremo anche chi ci ha preceduto.

È la storia di tre persone toccate in maniera differente dalla morte, che convergono soltanto nel finale (per opera … del destino ? … o di un grande disegno ?).

Il film comincia con la scena dello tsunami asiatico del 2004; una delle più terrorizzanti con cui si sia mai aperto un film. La morte arriva come un’onda anomala e travolge ogni cosa, valore, esistenza. Trascina anche lo spettatore, dai primi minuti, in una dimensione diversa, rovesciata. È lo stesso rovesciamento che subiscono i tre protagonisti dai destini spezzati. George è un fenomeno paranormale, ricco e famoso, ma la compagnia della morte lo spinge alla disperazione e alla fine preferisce il ritorno a una vita normale, facendo l’ operaio in fabbrica, piuttosto che la penosa fama, nonostante le pressioni di un fratello manager. Marie è una star immersa in una scalata al successo, in procinto di dare alle stampe una scandalosa biografia del presidente Mitterrand, ma dopo la tragedia dello tsunami – che farà vivere a Marie, o quantomeno le farà credere di averla vissuta, una breve esperienza nell’aldilà – la cronaca, la politica, la storia perdono ai suoi occhi ogni interesse. Marcus è un bambino timido e taciturno che volta le spalle a una vita difficile (una madre tossicodipendente). L’unica sua relazione col mondo, il gemello Jason, è persa per sempre e lui la insegue nell’aldilà, anche attraverso un umiliante e grottesco pellegrinaggio fra ciarlatani e sedicenti medium.

Tre continenti diversi (Europa, Asia e America); tre circostanze diverse (natura, tensioni sociali e fatalità); tre personaggi differenti (un uomo, una donna e un bambino); tre storie differenti, con i protagonisti che hanno in comune un’esperienza ravvicinata con la morte.

Lo spettatore deve superare la prima terrificante mezz’ora, una sequela di situazioni molto intense, e abbandonarsi al più felice racconto sulla morte mai concepito sullo schermo.

A ottant’anni, ma ancora nel pieno della giovinezza artistica, Clint Eastwood ha deciso di affrontare la domanda delle domande in maniera diretta e sconvolgente: “Esiste qualcosa oltre la morte?”

“Hereafter” è un film molto intenso che affronta con delicatezza un tema molto difficile. È un racconto sulla morte dal quale si esce paradossalmente allegri, pieni di vita. Del resto, che cosa c’è di più bello di provare a credere per una volta all’ipotesi di una vita oltre la vita? Per giunta, lasciarsi tentare dal soprannaturale grazie a un grande film e non in virtù di una predica. Convertire gli scettici non è naturalmente lo scopo del regista. La missione qui, per così dire, è una missione tipica del laico: far venire dubbi.

In questo caso perfettamente riuscita.

 

 

Note (1) Marzia Gandolfi – MyMovies.it

Alcuni spunti sono tratti da recensioni pubblicate su vari siti internet

La foto pubblicata riporta la locandina del film “Hereafter” di Clint  Eastwood

26
dic

Il rito della bruciatura del pallone

La Basilica di Santo Stefano di Sesto San Giovanni ha festeggiato anche quest’anno, il 26 dicembre, il suo Santo Patrono.

E, come di consueto, alla Messa delle 11,30 si è svolto il simpatico rito della bruciatura del pallone, atto simbolico che richiama il martirio del Diacono Stefano.

Una tradizione che ha radici antiche.

Si tratta di una cerimonia semplice e suggestiva al tempo stesso, ove la palla di fuoco “sospesa” a mezz’aria brucia fino ad esaurirsi completamente, fra lo stupore dei presenti.

Folta la partecipazione all’evento da parte dei fedeli ma anche di tante altre persone, giovani e meno giovani che non intendono perdersi lo “spettacolo”, percepito forse soltanto come rito propiziatorio per un (positivo) nuovo anno.

Ma la palla di fuoco che brucia vuole invece rappresentare il “faro” della cristianità e della “santità” in onore del primo martire cristiano.

Dagli Atti degli Apostoli:

Nel 33 o 34 ca. gli ebrei ellenistici vedendo il gran numero di convertiti sobillarono il popolo e accusarono Stefano di blasfemie e bestemmie contro Mosè e contro Dio. Gli anziani e gli scribi lo catturarono, lo portarono davanti al sinedrio e utilizzando falsi testimoni fu accusato: “Costui non cessa di proferire parole contro questo luogo sacro e contro la legge. Lo abbiamo udito dichiarare che Gesù il Nazareno, distruggerà questo luogo e cambierà le usanze che Mosè ci ha tramandato”. Stefano incalzato dalle domande del sommo sacerdote rispose con un lungo discorso, il più lungo degli Atti degli Apostoli in cui ripercorse la Sacra Scrittura dove si testimoniava che il Signore aveva preparato per mezzo dei patriarchi e profeti, l’avvento del Giusto, ma gli Ebrei avevano risposto sempre con durezza di cuore. Poi, rivolgendosi ai sacerdoti del sinedrio concluse: “O gente testarda e pagana nel cuore e negli orecchi, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; come i vostri padri, così anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete divenuti traditori e uccisori; voi che avete ricevuto la Legge per mano degli angeli e non l’avete osservata”. Infine Stefano alzando gli occhi al cielo disse: “Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo, che sta alla destra di Dio”. L’odio e il rancore dei presenti raggiunse l’apice, trascinarono Stefano fuori dal sinedrio e cominciarono a lapidarlo, all’esecuzione assisteva un giovane di nome Saulo, il futuro Apostolo delle genti, San Paolo. In realtà non fu un’esecuzione, in quanto il sinedrio non aveva il potere di emetterne, ma fu un vero e proprio linciaggio della folla in cui cominciava a crescere il sentimento anticristiano. Poco prima di morire il Diacono ebbe la forza di pregare il Signore, non per sé, ma per i suoi aguzzini. Gli Atti degli Apostoli narrano che alcune pie persone seppellirono il martire, per non lasciarlo preda delle bestie selvagge com’era allora consuetudine, in quei giorni cominciò una serrata repressione anticristiana capitanata proprio da Saulo. Dopo la morte di Stefano, le sue reliquie entrarono nella leggenda. Il 3 Dicembre 415 un sacerdote di nome Luciano ebbe in sogno una visione che indicò il luogo di sepoltura di Santo Stefano, riuscì ad avere il permesso per gli scavi dal Vescovo di Gerusalemme e trovò realmente i resti. La notizia ebbe grande risalto nel mondo Cristiano di recente liberato dalla clandestinità e cominciò la diffusione delle Sue reliquie, fu traslato nella Chiesa di Sion a Gerusalemme il 26 Dicembre 415. La proliferazione delle reliquie testimonia il grande culto tributatogli già allora e anche prima del ritrovamento, si conta che nel V secolo si contavano solo a Roma almeno una trentina di Chiese sorse in suo onore.

 

Foto di repertorio: un momento del rito della bruciatura del pallone nella Basilica di Santo Stefano a Sesto San Giovanni (Milano) del 26 dicembre 2010.

Foto di Lorenzo Bove  

23
dic

Natale 2010

I migliori Auguri

 di Buon Natale

e Felice Anno Nuovo

La foto ritrae uno scorcio di Sesto San Giovanni (Milano) innevata.

In particolare, si tratta dell’antica villa dei Visconti d’Aragona, oggi circondata da palazzi alti in centro città.

(Foto di Lorenzo Bove)

21
dic

Una dama misteriosa a Palazzo Marino

Dal 3 dicembre al 6 gennaio la prestigiosa Sala Alessi di Palazzo Marino ospita a Milano la “Donna allo specchio” di Tiziano.

Si tratta di un’esposizione straordinaria dell’opera di Tiziano Vecellio, proveniente dal Museo del Louvre di Parigi, nota in Francia come “Femme au miroir”.

Palazzo Marino, sede del Comune di Milano, torna ad essere così un luogo d’arte: dopo la “Conversione di Saulo” di Caravaggio nel 2008 (1) e il “San Giovanni il Battista” di Leonardo nel 2009 (2), quest’anno è la volta di Tiziano Vecellio.

La mostra offre a tutti gli appassionati la possibilità di ammirare uno tra i più importanti dipinti del grande maestro veneto, allievo del Giorgione, nato a Pieve di Cadore tra il 1480 e 1490.

L’artista raggiunse la fama da giovane e morì vecchissimo; lavorò per dogi, papi e imperatori ma restò sempre fortemente legato alla “Laguna”: un inguaribile veneziano cercato dai potenti del mondo.

”Donna allo specchio”, una delle opere più seducenti di Tiziano, restituisce attraverso la percezione dell’intimità di un ambiente domestico, l’opportunità di approfondire aspetti anche meno noti della cultura del Rinascimento italiano, esaltando i valori estetici e morali della bellezza femminile del tempo, i codici del comportamento virtuoso delle dame, le loro abitudini, il loro vestiario, la cultura dell’amore cortese che dominava il mondo relazionale della Venezia a cavallo tra il millequattrocento e il millecinquecento.

Il Comune di Milano, rendendo nuovamente accessibile ai cittadini e al pubblico la splendida Sala Alessi di Palazzo Marino, consolida così i legami del Tiziano con la città, dove il pittore dipinse diverse opere tra cui la “Incoronazione di spine” a Santa Maria delle Grazie, che fu teatro del fortunato incontro con Filippo II, figlio dell’imperatore Carlo V. A seguito della loro conoscenza, il pittore produsse diversi quadri mitologici, sacri e ritratti per la corte, raggiungendo il massimo livello di prestigio internazionale per un pittore dell’epoca.

“Donna allo specchio”, l’opera realizzata da Tiziano ancora in età giovanile, intorno al 1515, appartenne ai Gonzaga, poi a Carlo I d’Inghilterra e a Luigi XIV.

Il dipinto raffigura una donna davanti un tavolo da toeletta, su cui è appoggiato un contenitore per unguenti e profumi; la ragazza vi intinge il dito indice della mano sinistra, mentre con il braccio destro si scioglie una ciocca di capelli e la unge con l’olio profumato. Sul fondo della scena si intravede una figura maschile in ombra (verosimilmente il suo acconciatore), che con una mano porge alla fanciulla uno specchio piano, mentre, con l’altra, ne inclina alle sue spalle uno più grande, convesso, con una cornice di legno.

Nello specchio convesso si nota come, con grande maestria, Tiziano abbia potuto raffigurare il riflesso della stanza con la figura della fanciulla di spalle. La caratteristica dello specchio convesso è quella di dare una più ampia visuale deformando però le immagini in corrispondenza dei bordi della cornice. Così Tiziano, in questo dipinto, gareggia con la scultura fornendo su un unico piano bidimensionale due diversi punti di vista, ponendo anche le basi per il virtuosismo ottico ripreso poi dal Parmigianino.

I due personaggi ritratti sono stati variamente identificati: alcuni hanno suggerito che potesse trattarsi di Alfonso d’Este e della sua amante, altri pensano che si tratti di un autoritratto giovanile di Tiziano con la sua amata, altri ancora di un dipinto che esalti la bellezza petrarchesca delle donne veneziane e le loro virtù, altri invece ritengono che si tratti più semplicemente di un ritratto ideale o una personificazione della Pittura.

La mostra del pittore rinascimentale, organizzata da Eni in collaborazione con il Louvre, dove il quadro, fra i piu’ importanti del maestro veneto viene generalmente conservato, è curata da Valeria Merlini e Daniela Storti.

(1) Per approfondimenti sulla mostra del 2008 a Milano della “Conversione di Saulo” di Caravaggio”, visitare questo stesso Sito Internet www.paginedipoggio.com /Blog “Come la penso io”, in Eventi – Dicembre 2008 – titolo: «A Milano “folgorati” dalla “Conversione di Saulo” di Caravaggio».

(2) Per approfondimenti sulla mostra del 2009 a Milano del “San Giovanni il Battista” di Leonardo, visitare questo stesso Sito Internet www.paginedipoggio.com /Blog “Come la penso io”, in Eventi – Dicembre 2009 – titolo: «Il “San Giovanni” di Leonardo torna a Milano dopo 70 anni».

Il presente articolo è pubblicato anche su:

http://www.gazzettaweb.net/it/journal/read/A-Milano-la-Donna-allo-specchio-di-Tiziano.html?id=124

12
dic

La “notte magica” di santa Lucia nella Bergamasca

A Bergamo le letterine si scrivono a santa Lucia che porta i suoi doni ai bambini la notte tra il 12 e il 13 dicembre.

La ricorrenza della festività di santa Lucia è magica e coinvolge tutti, grandi e piccini.

Bergamo – bancarelle festa di santa Lucia 2010

Tanta gente affolla il centro di Bergamo per perdersi tra le bancarelle allestite tra il Sentierone e piazza Matteotti.

Alla fiera sono presenti provenienti in gran parte dalla Bergamasca ma anche da diverse altre province lombarde e non solo.

L’edizione di quest’anno si svolge da sabato 11 a lunedi 13 dicembre e rappresenta un appuntamento importantissimo per tutti i bergamaschi.

Le postazioni commerciali si congederanno dal pubblico lunedi sera, giorno della festività di santa Lucia.

I banchi sono in gran parte dedicati agli articoli di carattere natalizio: abeti, decorazioni, presepi e luminarie, ma non mancano proposte che spaziano dai dolci all’abbigliamento, dai manufatti in legno agli articoli per la casa, diversi sono i punti gastronomici rivolti a chi desidera fare uno spuntino veloce tra un acquisto e l’altro. Molti negozi restano aperti anche nella giornata di domenica, raccogliendo questa opportunità, facoltativa, concessa dal Comune di Bergamo per tutte le domeniche di dicembre.

E così questa antica tradizione che anticipa, per un verso, l’arrivo del “Bambinello” e di “Babbo Natale” in fatto di regali per i più piccoli, è finita nel tempo con il fondersi con le festività natalizie e di fine anno in un caleidoscopio di luci e colori, tra acquisti, regali, alberi di Natale addobbati, presepi e mercatini di Natale ormai presenti anche a Bergamo ed in altri comuni della Bergamasca già da diversi anni.

A Bergamo il culto di santa Lucia risale a molto lontano.

È una delle più belle tradizioni della Bergamasca: nella notte tra il 12 e il 13 dicembre, la Santa si incarica di distribuire doni ai fanciulli.

Un secolo fa A. Tiraboschi (cfr. Manoscritto, Festività Bergamasche) cosi scriveva: “Chi di noi non ricorda con piacere quel tempo in cui alla sera della vigilia del giorno di santa Lucia eravamo condotti dai nostri parenti a vedere quelle due lunghe grandi fila di banchette ricoperte di dolci, di mille maniere, e fra sacchi ricolmi di noci e di castagne affumicate?… Mi reco a passeggiare tra quei banchetti che, coi loro vari paramenti e con i loro tendoni illuminati di sotto producono un bellissimo effetto: mi fermo davanti a quei sacchi di noci e dì castagne, in mezzo ai quali è conficcata una candela, e mi diverto a sentire i vari inviti che dai venditori si indirizzano ai presenti: “I e ché i bei biligòcc de la Alota” (Eccoli qui i saporiti “vecchioni” di Vallalta).

Ancora oggi i bambini si coricano presto la sera della vigilia sognando i doni che loro porterà santa Lucia e si addormentano canterellando:

“Santa Löséa Mama méa / Co’ la borsa del papà / Santa Löséa la rierà” (Santa Lucia mamma mia / con la borsa del papà / santa Lucia verrà).

O,  ancora,  quella meno smaliziata: “Santa Löséa, mama méa met ü regal in da scarpa méa, se la mama no ‘la met, al resta ot ol me scarpet”  (Santa Lucia, mamma mia metti un regalo nella mia scarpa, se la mamma non lo mette, restan vuote le mie scarpette).

Ai bimbi, la leggenda popolare ha colorito di poesia la notte di santa Lucia; la Santa scende con un asinello a distribuire i doni ai bimbi buoni.

Bisogna far trovare sotto la cappa del camino, da cui discende, della paglia per nutrire l’asinello, e poi chiudere presto gli occhi curiosi al sonno, perché la Santa non vuol farsi scorgere.

Alcuni dicono che ai bimbi disubbidienti, ancora svegli per cercare di vederla, santa Lucia getta cenere negli occhi e passa oltre senza lasciare doni.

La notte del 12 dicembre c’era l’usanza di appendere alle finestre, da parte dei bambini, dei mazzetti di carote per ingolosire l’asinello di santa Lucia, ed invogliare la santa a lasciare più doni.

Altro uso antico era quello di mettere fuori dalla finestra uno zoccolo di legno chiuso davanti con dentro un po’ di crusca per l’asinello ed un bicchiere di legno pieno d’acqua per dissetare santa Lucia.

Accanto a tutto ciò veniva posto un lumino acceso per illuminare la finestra per indicare la presenza di bambini.

La mattina, si apriva la finestra e si trovava ben poco: “pastefrolle, caldarroste, carrube, castagne bollite, noci, nocciole, arachidi, cachi, mandarini, fichi secchi e croccanti fatti in casa con nocciole, acqua e zucchero, sandaletti, scarpe”, oppure “maglioni e calze pesanti di lana” necessarie per l’inverno.

I regali per le bambine erano di solito “bambole in legno o in pezza” fatte dalla nonna; i bambini trovavano giocattoli di legno “cavallini, carriole, trenini, fucili”, od anche “biglie e fionde”.

Le letterine dei bambini ai piedi di santa Lucia

Vi è pure la tradizione che il 13 dicembre siano raccolte ai piedi della Santa le letterine scritte dai bambini.

Molti piccoli, con la crisi attuale, forse pensano bene di dare una mano … alla Santa, aggiungendo nella busta, insieme alla letterina, i loro risparmi …  per aiutare i bambini meno fortunati.

 

Foto: Lorenzo Bove

Le informazioni e le notizie sulla tradizione della festività di santa Lucia nella Bergamasca sono state attinte da vari siti Internet.

 

28
nov

Pizza Sette Sfoglie di Cerignola

E’ un dolce natalizio straordinario.

Assaggiare per credere!

La “Pizza Sette Sfoglie di Cerignola” è sicuramente una “bomba calorica” ma, come dicevano gli antichi romani, “semel in anno licet insanire” e quindi, una volta all’anno è lecito permettersi qualche peccato di gola.

Come si è capito, la “Pizza Sette Sfoglie di Cerignola” non è una “pizza”, nel senso tradizionale del termine, ma un dolce tipico, che ha recentemente ottenuto il riconoscimento per l’inserimento nell’elenco dei “Prodotti Agroalimentari Tradizionali Pugliesi”.

Ciò è avvenuto con D.M. del 16 giugno 2010 – Decima revisione dell’elenco nazionale dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali, con cui è stata accolta la richiesta promossa dal GAL – “Piana del Tavoliere Scarl”.

Il “GAL” è il Gruppo di Azione Locale di Cerignola, Orta Nova, Ordona e Stornara.

La pizza a sette sfoglie, che nel territorio può assumere anche la denominazione di “Pizza a sette sfogghie” o “Pizza del giorno di tutti i Santi”, prende il nome dalla sua caratteristica stratificazione in “sette sfoglie”, ognuna delle quali condita con vari ingredienti quali: zucchero, uva passa, mandorle tostate e tritate, olio extravergine d’oliva, mostarda d’uva, cannella, buccia di arancia grattugiata, cannella in polvere, cioccolato fondente a scaglie e liquore, fino ad ottenere la forma di una pizza (dolce) farcita.

La mostarda di uva, indispensabile per la preparazione del dolce, viene approntata in occasione della vendemmia e conservata opportunamente in vasetti di vetro con coperchio a chiusura ermetica.

Anche altri possono essere gli ingredienti utilizzati nelle singole famiglie per la preparazione del dolce, tipo: fichi secchi, mosto cotto, pinoli, noci, canditi, vanillina, cacao, ecc.

Ognuno utilizza le varianti che ritiene più appropriate, in relazione alla proprie tradizioni familiari.

Questo prodotto dolciario tipico del periodo natalizio, in origine legato più alla festa di Ognissanti ed anche dei Morti ( 2 novembre), rappresenta un importante prodotto della tradizione di Cerignola.

Proprio per la sua caratteristica propensione alla conservazione durava fino alle feste di Natale e veniva consumato con gli altri dolci tipici natalizi (mostaccioli, cartellate, mennele atterrate, etc.).

Per il suo contenuto calorico è un dolce che va consumato con parsimonia.

La sua ricetta si è tramandata per molte generazioni e compare già in alcuni testi storici locali dell’autore Luciano Antonellis sin dal 1964.

Tutte queste ragioni, unite alla forte motivazione di alcuni operatori della pasticceria artigianale del territorio (Perrucci, Caterina, Demonte, Ladogana, Dasti ed altri) ed alla preziosa consulenza del Prof. Giulio Cappelletti Docente dell’Università degli Studi di Foggia, Facoltà di Economia, hanno stimolato il GAL “Piana del Tavoliere Scarl” e tutto il territorio della Capitanata a richiedere il riconoscimento del tradizionale dolce locale.

“Con questa iniziativa” dichiara il Prof. Giulio Cappelletti “si è voluto tutelare il prodotto, ma soprattutto la ricetta tradizionale che negli ultimi anni stava perdendo la sua originalità, per questo motivo è stata svolta una ricerca bibliografica su documenti storici”.

“Questo risultato” dichiara il Presidente, Valerio Caira “ha dato un giusto riconoscimento alla Pizza a Sette Sfoglie che racconta la storia e le tradizioni culinarie della Città di Cerignola. Alla luce di questo brillante risultato, ci impegneremo per far riconoscere altri prodotti tipici del territorio del GAL ”Piana del Tavoliere Scarl”.

 

Alcuni spunti sono stati attinti dai siti:

www.capitanata.it

www.pianatavoliere.it

Foto di repertorio tratta da:

www.Wikipedia.org

 

4
nov

Sacro e Profano a Monza

“Sacro e Profano”, dipinti e sculture in mostra a Monza al “Serrone” della Villa Reale.

Dal 2 ottobre 2010 al 9 gennaio 2011 il “Serrone” della Villa Reale ospita la mostra “Sacro e Profano. Temi mitologici e religiosi dalle Raccolte Civiche Monzesi”, una selezione di capolavori delle collezioni civiche monzesi.

La mostra, che raccoglie opere tra pittura e scultura dal XVI al XX secolo, è articolata in due parti, rispettivamente dedicate alla mitologia e ai soggetti sacri, ciascuna organizzata in modo da offrire un approfondimento di temi, momenti e situazioni che li hanno caratterizzati.

Le rappresentazioni mitologiche sono narrate dalle opere di Ambrogio Borghi, Arturo Martini e Pina Sacconaghi; la seconda parte – dedicata all’Antico Testamento, al Vangelo e Storie dei Santi – presenta, tra gli altri, opere del Garofalo, Eugenio Bajoni e Antonio Bucci.

Il tema del sacro incontra dunque quello del profano.

Sculture, quadri, opere d’arte unite dal fatto di appartenere tutte alle collezioni civiche monzesi ed esposte al pubblico nel’ambito di una rassegna denominata “Gemme d’autunno”, finalizzata a valorizzare il patrimonio artistico della città di Monza.

Molte delle opere tornano alla luce per la prima volta dopo 50 anni di oblio, uscendo dai depositi del Comune di Monza, in vista dell’attesa apertura del Museo presso la Casa degli Umiliati.

Il percorso è composto da 86 opere riconducibili ai due ambiti stilistici, il sacro e il profano appunto, che rappresentano il tema dell’evento.

In particolare, se nel profano l’iconografia è quella riconducibile ai miti classici (mitologia), nel sacro essa è riferita ai soggetti religiosi nei seguenti tre ambiti di riferimento: l’Antico Testamento, i Vangeli e le Vite dei Santi.

Dal 9 ottobre l’esposizione “Sacro e Profano” è affiancata anche da una selezione di stampe esposte all’Arengario, denominata “In principio. Storie dal mito e dalla Bibbia nelle stampe dei Musei Civici di Monza”.

Qualcosa…su Monza….

Il Parco di Monza viene spesso menzionato per il suo Autodromo e per le gare di Formula 1 che vi si disputano.

Ma oltre al Parco c’è anche la famosa Villa Reale e i suoi Giardini.

Un monumento che è stato abbandonato per anni subendo occupazioni a vario titolo, spoliazioni e decadimento. Attualmente ospita mostre ed esposizioni.

La Villa Reale di Monza

E’ un grande complesso di stile neoclassico che fu residenza prima dai reali austriaci e poi da quelli italiani. Maria Teresa d’Austria decise la costruzione della “Villa Arciducale” quando stabilì di assegnare al figlio Ferdinando d’Asburgo-Este la carica di Governatore Generale della Lombardia austriaca. La scelta di Monza fu dovuta “alla salubrità dell’aria e all’amenità del paese”, ma esprimeva anche un forte simbolo di legame tra Vienna e Milano, trovandosi il luogo sulla strada per la capitale imperiale. L’incarico della costruzione, conferito nel 1777 all’architetto imperiale Giuseppe Piermarini, fu portato a termine in soli tre anni. Successivamente il giovane arciduca Ferdinando fece apportare aggiunte al complesso, sempre ad opera del Piermarini e usò la Villa come propria residenza di campagna fino all’arrivo delle armate napoleoniche nel 1796. Eugenio di Beauharnais, nel 1805 nominato viceré del nuovo Regno d’Italia, fissò la sua residenza principale nella Villa che quindi in questa occasione assunse il nome di “Villa Reale”. Tra il 1806 e il 1808 per suo volere al complesso della Villa e dei suoi Giardini fu affiancato il Parco, recintato e vasto 750 ettari, destinato a tenuta agricola e riserva di caccia. Dopo la caduta di Napoleone (1815) vi fu il ritorno degli austriaci fino alla seconda guerra di indipendenza (1859) quando la Villa Reale diventò patrimonio di Casa Savoia. La Villa fu specialmente cara al Re Umberto I che amava risiedervi e che la volle trasformata in molti ambienti dagli architetti Achille Majnoni d’Intignano e Luigi Tarantola. Nel 1900 Umberto fu assassinato proprio a Monza da Gaetano Bresci mentre assisteva ad una manifestazione sportiva; in seguito al luttuoso evento il nuovo Re Vittorio Emanuele III non volle più utilizzare la Villa Reale, facendola chiudere. Gran parte degli arredi furono fatti trasferire a Roma a Palazzo del Quirinale.. Nel 1934 con Regio Decreto Vittorio Emanuele III fece dono della Villa ai Comuni di Monza e di Milano. Le vicende dell’immediato dopoguerra della Seconda Guerra Mondiale provocarono occupazioni, ulteriori spoliazioni e decadimento del monumento. Oggi la Villa Reale è amministrata congiuntamente dai comuni di Monza e Milano. Dopo un lungo periodo di degrado. Solo recentemente hanno avuto inizio i lavori di restauro e ristrutturazione.

Il Serrone (Orangerie)

L’edificio destinato alle serre per il servizio dei giardini della Villa, denominato Orangerie nel progetto originale piermariniano e oggi comunemente noto come il Serrone, fu costruito nel 1790. L’ambiente, imponente per le dimensioni, è esposto e riceve la luce da sud da una lunga serie di finestre. In esso, oltre al ricovero invernale delle piante più delicate ed in generale delle piante esotiche, in età asburgica si soleva tenervi anche spettacoli di vario genere per la Corte. Nella seconda metà del XX secolo, proprio davanti al Serrone, è stato impiantato un vasto roseto nel quale annualmente nel mese di maggio viene indetto un concorso floreale. Dopo i restauri intervenuti, l’edificio oggi è destinato a sede di mostre d’arte temporanee.

Monza ha anche un notevole centro storico pedonalizzato e ben strutturato con molti esercizi commerciali e tante bellezze storiche da visitare, come:

L’Arengario

Un imponente complesso architettonico costruito alla fine del Duecento, con i piloni del porticato in granito chiaro, mentre il cotto domina nel palazzo – con bifore chiare – e nella torre campanaria della fine del Trecento di stile romanico – gotico, con cuspide e merlatura ghibellina.

Il Duomo

La chiesa fu completamente ricostruita sull’antica chiesa altomedievale, fatta erigere dalla Regina longobarda Teodolinda, alla fine del sesto secolo. Importante è il tesoro che si è composto nei secoli, a partire dal lascito di Teodolinda e in seguito di altri re e religiosi, che è possibile ammirare nel Museo del Duomo, situato accanto alla chiesa in spazi ipogei, suggestivi e ben allestiti. Interessante la Cappella di Teodolinda e le pitture ivi presenti. La Corona Ferrea suscita davvero meraviglia, per la sua storia interessante, il suo valore come reliquia, ma anche come simbolo del potere civile. La Corona Ferrea o Corona del Ferro è un’antica e preziosa corona che venne usata dall’Alto Medioevo fino al XIX secolo per l’incoronazione dei Re d’Italia. Per lungo tempo, gli imperatori del Sacro Romano Impero ricevettero questa incoronazione.

Il Ponte dei Leoni

Un interessante ponte sul fiume Lambro in centro città.

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