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26
dic

Il rito della bruciatura del pallone

La Basilica di Santo Stefano di Sesto San Giovanni ha festeggiato anche quest’anno, il 26 dicembre, il suo Santo Patrono.

E, come di consueto, alla Messa delle 11,30 si è svolto il simpatico rito della bruciatura del pallone, atto simbolico che richiama il martirio del Diacono Stefano.

Una tradizione che ha radici antiche.

Si tratta di una cerimonia semplice e suggestiva al tempo stesso, ove la palla di fuoco “sospesa” a mezz’aria brucia fino ad esaurirsi completamente, fra lo stupore dei presenti.

Folta la partecipazione all’evento da parte dei fedeli ma anche di tante altre persone, giovani e meno giovani che non intendono perdersi lo “spettacolo”, percepito forse soltanto come rito propiziatorio per un (positivo) nuovo anno.

Ma la palla di fuoco che brucia vuole invece rappresentare il “faro” della cristianità e della “santità” in onore del primo martire cristiano.

Dagli Atti degli Apostoli:

Nel 33 o 34 ca. gli ebrei ellenistici vedendo il gran numero di convertiti sobillarono il popolo e accusarono Stefano di blasfemie e bestemmie contro Mosè e contro Dio. Gli anziani e gli scribi lo catturarono, lo portarono davanti al sinedrio e utilizzando falsi testimoni fu accusato: “Costui non cessa di proferire parole contro questo luogo sacro e contro la legge. Lo abbiamo udito dichiarare che Gesù il Nazareno, distruggerà questo luogo e cambierà le usanze che Mosè ci ha tramandato”. Stefano incalzato dalle domande del sommo sacerdote rispose con un lungo discorso, il più lungo degli Atti degli Apostoli in cui ripercorse la Sacra Scrittura dove si testimoniava che il Signore aveva preparato per mezzo dei patriarchi e profeti, l’avvento del Giusto, ma gli Ebrei avevano risposto sempre con durezza di cuore. Poi, rivolgendosi ai sacerdoti del sinedrio concluse: “O gente testarda e pagana nel cuore e negli orecchi, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; come i vostri padri, così anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete divenuti traditori e uccisori; voi che avete ricevuto la Legge per mano degli angeli e non l’avete osservata”. Infine Stefano alzando gli occhi al cielo disse: “Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo, che sta alla destra di Dio”. L’odio e il rancore dei presenti raggiunse l’apice, trascinarono Stefano fuori dal sinedrio e cominciarono a lapidarlo, all’esecuzione assisteva un giovane di nome Saulo, il futuro Apostolo delle genti, San Paolo. In realtà non fu un’esecuzione, in quanto il sinedrio non aveva il potere di emetterne, ma fu un vero e proprio linciaggio della folla in cui cominciava a crescere il sentimento anticristiano. Poco prima di morire il Diacono ebbe la forza di pregare il Signore, non per sé, ma per i suoi aguzzini. Gli Atti degli Apostoli narrano che alcune pie persone seppellirono il martire, per non lasciarlo preda delle bestie selvagge com’era allora consuetudine, in quei giorni cominciò una serrata repressione anticristiana capitanata proprio da Saulo. Dopo la morte di Stefano, le sue reliquie entrarono nella leggenda. Il 3 Dicembre 415 un sacerdote di nome Luciano ebbe in sogno una visione che indicò il luogo di sepoltura di Santo Stefano, riuscì ad avere il permesso per gli scavi dal Vescovo di Gerusalemme e trovò realmente i resti. La notizia ebbe grande risalto nel mondo Cristiano di recente liberato dalla clandestinità e cominciò la diffusione delle Sue reliquie, fu traslato nella Chiesa di Sion a Gerusalemme il 26 Dicembre 415. La proliferazione delle reliquie testimonia il grande culto tributatogli già allora e anche prima del ritrovamento, si conta che nel V secolo si contavano solo a Roma almeno una trentina di Chiese sorse in suo onore.

 

Foto di repertorio: un momento del rito della bruciatura del pallone nella Basilica di Santo Stefano a Sesto San Giovanni (Milano) del 26 dicembre 2010.

Foto di Lorenzo Bove  

23
dic

Natale 2010

I migliori Auguri

 di Buon Natale

e Felice Anno Nuovo

La foto ritrae uno scorcio di Sesto San Giovanni (Milano) innevata.

In particolare, si tratta dell’antica villa dei Visconti d’Aragona, oggi circondata da palazzi alti in centro città.

(Foto di Lorenzo Bove)

21
dic

Una dama misteriosa a Palazzo Marino

Dal 3 dicembre al 6 gennaio la prestigiosa Sala Alessi di Palazzo Marino ospita a Milano la “Donna allo specchio” di Tiziano.

Si tratta di un’esposizione straordinaria dell’opera di Tiziano Vecellio, proveniente dal Museo del Louvre di Parigi, nota in Francia come “Femme au miroir”.

Palazzo Marino, sede del Comune di Milano, torna ad essere così un luogo d’arte: dopo la “Conversione di Saulo” di Caravaggio nel 2008 (1) e il “San Giovanni il Battista” di Leonardo nel 2009 (2), quest’anno è la volta di Tiziano Vecellio.

La mostra offre a tutti gli appassionati la possibilità di ammirare uno tra i più importanti dipinti del grande maestro veneto, allievo del Giorgione, nato a Pieve di Cadore tra il 1480 e 1490.

L’artista raggiunse la fama da giovane e morì vecchissimo; lavorò per dogi, papi e imperatori ma restò sempre fortemente legato alla “Laguna”: un inguaribile veneziano cercato dai potenti del mondo.

”Donna allo specchio”, una delle opere più seducenti di Tiziano, restituisce attraverso la percezione dell’intimità di un ambiente domestico, l’opportunità di approfondire aspetti anche meno noti della cultura del Rinascimento italiano, esaltando i valori estetici e morali della bellezza femminile del tempo, i codici del comportamento virtuoso delle dame, le loro abitudini, il loro vestiario, la cultura dell’amore cortese che dominava il mondo relazionale della Venezia a cavallo tra il millequattrocento e il millecinquecento.

Il Comune di Milano, rendendo nuovamente accessibile ai cittadini e al pubblico la splendida Sala Alessi di Palazzo Marino, consolida così i legami del Tiziano con la città, dove il pittore dipinse diverse opere tra cui la “Incoronazione di spine” a Santa Maria delle Grazie, che fu teatro del fortunato incontro con Filippo II, figlio dell’imperatore Carlo V. A seguito della loro conoscenza, il pittore produsse diversi quadri mitologici, sacri e ritratti per la corte, raggiungendo il massimo livello di prestigio internazionale per un pittore dell’epoca.

“Donna allo specchio”, l’opera realizzata da Tiziano ancora in età giovanile, intorno al 1515, appartenne ai Gonzaga, poi a Carlo I d’Inghilterra e a Luigi XIV.

Il dipinto raffigura una donna davanti un tavolo da toeletta, su cui è appoggiato un contenitore per unguenti e profumi; la ragazza vi intinge il dito indice della mano sinistra, mentre con il braccio destro si scioglie una ciocca di capelli e la unge con l’olio profumato. Sul fondo della scena si intravede una figura maschile in ombra (verosimilmente il suo acconciatore), che con una mano porge alla fanciulla uno specchio piano, mentre, con l’altra, ne inclina alle sue spalle uno più grande, convesso, con una cornice di legno.

Nello specchio convesso si nota come, con grande maestria, Tiziano abbia potuto raffigurare il riflesso della stanza con la figura della fanciulla di spalle. La caratteristica dello specchio convesso è quella di dare una più ampia visuale deformando però le immagini in corrispondenza dei bordi della cornice. Così Tiziano, in questo dipinto, gareggia con la scultura fornendo su un unico piano bidimensionale due diversi punti di vista, ponendo anche le basi per il virtuosismo ottico ripreso poi dal Parmigianino.

I due personaggi ritratti sono stati variamente identificati: alcuni hanno suggerito che potesse trattarsi di Alfonso d’Este e della sua amante, altri pensano che si tratti di un autoritratto giovanile di Tiziano con la sua amata, altri ancora di un dipinto che esalti la bellezza petrarchesca delle donne veneziane e le loro virtù, altri invece ritengono che si tratti più semplicemente di un ritratto ideale o una personificazione della Pittura.

La mostra del pittore rinascimentale, organizzata da Eni in collaborazione con il Louvre, dove il quadro, fra i piu’ importanti del maestro veneto viene generalmente conservato, è curata da Valeria Merlini e Daniela Storti.

(1) Per approfondimenti sulla mostra del 2008 a Milano della “Conversione di Saulo” di Caravaggio”, visitare questo stesso Sito Internet www.paginedipoggio.com /Blog “Come la penso io”, in Eventi – Dicembre 2008 – titolo: «A Milano “folgorati” dalla “Conversione di Saulo” di Caravaggio».

(2) Per approfondimenti sulla mostra del 2009 a Milano del “San Giovanni il Battista” di Leonardo, visitare questo stesso Sito Internet www.paginedipoggio.com /Blog “Come la penso io”, in Eventi – Dicembre 2009 – titolo: «Il “San Giovanni” di Leonardo torna a Milano dopo 70 anni».

Il presente articolo è pubblicato anche su:

http://www.gazzettaweb.net/it/journal/read/A-Milano-la-Donna-allo-specchio-di-Tiziano.html?id=124

12
dic

La “notte magica” di santa Lucia nella Bergamasca

A Bergamo le letterine si scrivono a santa Lucia che porta i suoi doni ai bambini la notte tra il 12 e il 13 dicembre.

La ricorrenza della festività di santa Lucia è magica e coinvolge tutti, grandi e piccini.

Bergamo – bancarelle festa di santa Lucia 2010

Tanta gente affolla il centro di Bergamo per perdersi tra le bancarelle allestite tra il Sentierone e piazza Matteotti.

Alla fiera sono presenti provenienti in gran parte dalla Bergamasca ma anche da diverse altre province lombarde e non solo.

L’edizione di quest’anno si svolge da sabato 11 a lunedi 13 dicembre e rappresenta un appuntamento importantissimo per tutti i bergamaschi.

Le postazioni commerciali si congederanno dal pubblico lunedi sera, giorno della festività di santa Lucia.

I banchi sono in gran parte dedicati agli articoli di carattere natalizio: abeti, decorazioni, presepi e luminarie, ma non mancano proposte che spaziano dai dolci all’abbigliamento, dai manufatti in legno agli articoli per la casa, diversi sono i punti gastronomici rivolti a chi desidera fare uno spuntino veloce tra un acquisto e l’altro. Molti negozi restano aperti anche nella giornata di domenica, raccogliendo questa opportunità, facoltativa, concessa dal Comune di Bergamo per tutte le domeniche di dicembre.

E così questa antica tradizione che anticipa, per un verso, l’arrivo del “Bambinello” e di “Babbo Natale” in fatto di regali per i più piccoli, è finita nel tempo con il fondersi con le festività natalizie e di fine anno in un caleidoscopio di luci e colori, tra acquisti, regali, alberi di Natale addobbati, presepi e mercatini di Natale ormai presenti anche a Bergamo ed in altri comuni della Bergamasca già da diversi anni.

A Bergamo il culto di santa Lucia risale a molto lontano.

È una delle più belle tradizioni della Bergamasca: nella notte tra il 12 e il 13 dicembre, la Santa si incarica di distribuire doni ai fanciulli.

Un secolo fa A. Tiraboschi (cfr. Manoscritto, Festività Bergamasche) cosi scriveva: “Chi di noi non ricorda con piacere quel tempo in cui alla sera della vigilia del giorno di santa Lucia eravamo condotti dai nostri parenti a vedere quelle due lunghe grandi fila di banchette ricoperte di dolci, di mille maniere, e fra sacchi ricolmi di noci e di castagne affumicate?… Mi reco a passeggiare tra quei banchetti che, coi loro vari paramenti e con i loro tendoni illuminati di sotto producono un bellissimo effetto: mi fermo davanti a quei sacchi di noci e dì castagne, in mezzo ai quali è conficcata una candela, e mi diverto a sentire i vari inviti che dai venditori si indirizzano ai presenti: “I e ché i bei biligòcc de la Alota” (Eccoli qui i saporiti “vecchioni” di Vallalta).

Ancora oggi i bambini si coricano presto la sera della vigilia sognando i doni che loro porterà santa Lucia e si addormentano canterellando:

“Santa Löséa Mama méa / Co’ la borsa del papà / Santa Löséa la rierà” (Santa Lucia mamma mia / con la borsa del papà / santa Lucia verrà).

O,  ancora,  quella meno smaliziata: “Santa Löséa, mama méa met ü regal in da scarpa méa, se la mama no ‘la met, al resta ot ol me scarpet”  (Santa Lucia, mamma mia metti un regalo nella mia scarpa, se la mamma non lo mette, restan vuote le mie scarpette).

Ai bimbi, la leggenda popolare ha colorito di poesia la notte di santa Lucia; la Santa scende con un asinello a distribuire i doni ai bimbi buoni.

Bisogna far trovare sotto la cappa del camino, da cui discende, della paglia per nutrire l’asinello, e poi chiudere presto gli occhi curiosi al sonno, perché la Santa non vuol farsi scorgere.

Alcuni dicono che ai bimbi disubbidienti, ancora svegli per cercare di vederla, santa Lucia getta cenere negli occhi e passa oltre senza lasciare doni.

La notte del 12 dicembre c’era l’usanza di appendere alle finestre, da parte dei bambini, dei mazzetti di carote per ingolosire l’asinello di santa Lucia, ed invogliare la santa a lasciare più doni.

Altro uso antico era quello di mettere fuori dalla finestra uno zoccolo di legno chiuso davanti con dentro un po’ di crusca per l’asinello ed un bicchiere di legno pieno d’acqua per dissetare santa Lucia.

Accanto a tutto ciò veniva posto un lumino acceso per illuminare la finestra per indicare la presenza di bambini.

La mattina, si apriva la finestra e si trovava ben poco: “pastefrolle, caldarroste, carrube, castagne bollite, noci, nocciole, arachidi, cachi, mandarini, fichi secchi e croccanti fatti in casa con nocciole, acqua e zucchero, sandaletti, scarpe”, oppure “maglioni e calze pesanti di lana” necessarie per l’inverno.

I regali per le bambine erano di solito “bambole in legno o in pezza” fatte dalla nonna; i bambini trovavano giocattoli di legno “cavallini, carriole, trenini, fucili”, od anche “biglie e fionde”.

Le letterine dei bambini ai piedi di santa Lucia

Vi è pure la tradizione che il 13 dicembre siano raccolte ai piedi della Santa le letterine scritte dai bambini.

Molti piccoli, con la crisi attuale, forse pensano bene di dare una mano … alla Santa, aggiungendo nella busta, insieme alla letterina, i loro risparmi …  per aiutare i bambini meno fortunati.

 

Foto: Lorenzo Bove

Le informazioni e le notizie sulla tradizione della festività di santa Lucia nella Bergamasca sono state attinte da vari siti Internet.

 

28
nov

Pizza Sette Sfoglie di Cerignola

E’ un dolce natalizio straordinario.

Assaggiare per credere!

La “Pizza Sette Sfoglie di Cerignola” è sicuramente una “bomba calorica” ma, come dicevano gli antichi romani, “semel in anno licet insanire” e quindi, una volta all’anno è lecito permettersi qualche peccato di gola.

Come si è capito, la “Pizza Sette Sfoglie di Cerignola” non è una “pizza”, nel senso tradizionale del termine, ma un dolce tipico, che ha recentemente ottenuto il riconoscimento per l’inserimento nell’elenco dei “Prodotti Agroalimentari Tradizionali Pugliesi”.

Ciò è avvenuto con D.M. del 16 giugno 2010 – Decima revisione dell’elenco nazionale dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali, con cui è stata accolta la richiesta promossa dal GAL – “Piana del Tavoliere Scarl”.

Il “GAL” è il Gruppo di Azione Locale di Cerignola, Orta Nova, Ordona e Stornara.

La pizza a sette sfoglie, che nel territorio può assumere anche la denominazione di “Pizza a sette sfogghie” o “Pizza del giorno di tutti i Santi”, prende il nome dalla sua caratteristica stratificazione in “sette sfoglie”, ognuna delle quali condita con vari ingredienti quali: zucchero, uva passa, mandorle tostate e tritate, olio extravergine d’oliva, mostarda d’uva, cannella, buccia di arancia grattugiata, cannella in polvere, cioccolato fondente a scaglie e liquore, fino ad ottenere la forma di una pizza (dolce) farcita.

La mostarda di uva, indispensabile per la preparazione del dolce, viene approntata in occasione della vendemmia e conservata opportunamente in vasetti di vetro con coperchio a chiusura ermetica.

Anche altri possono essere gli ingredienti utilizzati nelle singole famiglie per la preparazione del dolce, tipo: fichi secchi, mosto cotto, pinoli, noci, canditi, vanillina, cacao, ecc.

Ognuno utilizza le varianti che ritiene più appropriate, in relazione alla proprie tradizioni familiari.

Questo prodotto dolciario tipico del periodo natalizio, in origine legato più alla festa di Ognissanti ed anche dei Morti ( 2 novembre), rappresenta un importante prodotto della tradizione di Cerignola.

Proprio per la sua caratteristica propensione alla conservazione durava fino alle feste di Natale e veniva consumato con gli altri dolci tipici natalizi (mostaccioli, cartellate, mennele atterrate, etc.).

Per il suo contenuto calorico è un dolce che va consumato con parsimonia.

La sua ricetta si è tramandata per molte generazioni e compare già in alcuni testi storici locali dell’autore Luciano Antonellis sin dal 1964.

Tutte queste ragioni, unite alla forte motivazione di alcuni operatori della pasticceria artigianale del territorio (Perrucci, Caterina, Demonte, Ladogana, Dasti ed altri) ed alla preziosa consulenza del Prof. Giulio Cappelletti Docente dell’Università degli Studi di Foggia, Facoltà di Economia, hanno stimolato il GAL “Piana del Tavoliere Scarl” e tutto il territorio della Capitanata a richiedere il riconoscimento del tradizionale dolce locale.

“Con questa iniziativa” dichiara il Prof. Giulio Cappelletti “si è voluto tutelare il prodotto, ma soprattutto la ricetta tradizionale che negli ultimi anni stava perdendo la sua originalità, per questo motivo è stata svolta una ricerca bibliografica su documenti storici”.

“Questo risultato” dichiara il Presidente, Valerio Caira “ha dato un giusto riconoscimento alla Pizza a Sette Sfoglie che racconta la storia e le tradizioni culinarie della Città di Cerignola. Alla luce di questo brillante risultato, ci impegneremo per far riconoscere altri prodotti tipici del territorio del GAL ”Piana del Tavoliere Scarl”.

 

Alcuni spunti sono stati attinti dai siti:

www.capitanata.it

www.pianatavoliere.it

Foto di repertorio tratta da:

www.Wikipedia.org

 

4
nov

Sacro e Profano a Monza

“Sacro e Profano”, dipinti e sculture in mostra a Monza al “Serrone” della Villa Reale.

Dal 2 ottobre 2010 al 9 gennaio 2011 il “Serrone” della Villa Reale ospita la mostra “Sacro e Profano. Temi mitologici e religiosi dalle Raccolte Civiche Monzesi”, una selezione di capolavori delle collezioni civiche monzesi.

La mostra, che raccoglie opere tra pittura e scultura dal XVI al XX secolo, è articolata in due parti, rispettivamente dedicate alla mitologia e ai soggetti sacri, ciascuna organizzata in modo da offrire un approfondimento di temi, momenti e situazioni che li hanno caratterizzati.

Le rappresentazioni mitologiche sono narrate dalle opere di Ambrogio Borghi, Arturo Martini e Pina Sacconaghi; la seconda parte – dedicata all’Antico Testamento, al Vangelo e Storie dei Santi – presenta, tra gli altri, opere del Garofalo, Eugenio Bajoni e Antonio Bucci.

Il tema del sacro incontra dunque quello del profano.

Sculture, quadri, opere d’arte unite dal fatto di appartenere tutte alle collezioni civiche monzesi ed esposte al pubblico nel’ambito di una rassegna denominata “Gemme d’autunno”, finalizzata a valorizzare il patrimonio artistico della città di Monza.

Molte delle opere tornano alla luce per la prima volta dopo 50 anni di oblio, uscendo dai depositi del Comune di Monza, in vista dell’attesa apertura del Museo presso la Casa degli Umiliati.

Il percorso è composto da 86 opere riconducibili ai due ambiti stilistici, il sacro e il profano appunto, che rappresentano il tema dell’evento.

In particolare, se nel profano l’iconografia è quella riconducibile ai miti classici (mitologia), nel sacro essa è riferita ai soggetti religiosi nei seguenti tre ambiti di riferimento: l’Antico Testamento, i Vangeli e le Vite dei Santi.

Dal 9 ottobre l’esposizione “Sacro e Profano” è affiancata anche da una selezione di stampe esposte all’Arengario, denominata “In principio. Storie dal mito e dalla Bibbia nelle stampe dei Musei Civici di Monza”.

Qualcosa…su Monza….

Il Parco di Monza viene spesso menzionato per il suo Autodromo e per le gare di Formula 1 che vi si disputano.

Ma oltre al Parco c’è anche la famosa Villa Reale e i suoi Giardini.

Un monumento che è stato abbandonato per anni subendo occupazioni a vario titolo, spoliazioni e decadimento. Attualmente ospita mostre ed esposizioni.

La Villa Reale di Monza

E’ un grande complesso di stile neoclassico che fu residenza prima dai reali austriaci e poi da quelli italiani. Maria Teresa d’Austria decise la costruzione della “Villa Arciducale” quando stabilì di assegnare al figlio Ferdinando d’Asburgo-Este la carica di Governatore Generale della Lombardia austriaca. La scelta di Monza fu dovuta “alla salubrità dell’aria e all’amenità del paese”, ma esprimeva anche un forte simbolo di legame tra Vienna e Milano, trovandosi il luogo sulla strada per la capitale imperiale. L’incarico della costruzione, conferito nel 1777 all’architetto imperiale Giuseppe Piermarini, fu portato a termine in soli tre anni. Successivamente il giovane arciduca Ferdinando fece apportare aggiunte al complesso, sempre ad opera del Piermarini e usò la Villa come propria residenza di campagna fino all’arrivo delle armate napoleoniche nel 1796. Eugenio di Beauharnais, nel 1805 nominato viceré del nuovo Regno d’Italia, fissò la sua residenza principale nella Villa che quindi in questa occasione assunse il nome di “Villa Reale”. Tra il 1806 e il 1808 per suo volere al complesso della Villa e dei suoi Giardini fu affiancato il Parco, recintato e vasto 750 ettari, destinato a tenuta agricola e riserva di caccia. Dopo la caduta di Napoleone (1815) vi fu il ritorno degli austriaci fino alla seconda guerra di indipendenza (1859) quando la Villa Reale diventò patrimonio di Casa Savoia. La Villa fu specialmente cara al Re Umberto I che amava risiedervi e che la volle trasformata in molti ambienti dagli architetti Achille Majnoni d’Intignano e Luigi Tarantola. Nel 1900 Umberto fu assassinato proprio a Monza da Gaetano Bresci mentre assisteva ad una manifestazione sportiva; in seguito al luttuoso evento il nuovo Re Vittorio Emanuele III non volle più utilizzare la Villa Reale, facendola chiudere. Gran parte degli arredi furono fatti trasferire a Roma a Palazzo del Quirinale.. Nel 1934 con Regio Decreto Vittorio Emanuele III fece dono della Villa ai Comuni di Monza e di Milano. Le vicende dell’immediato dopoguerra della Seconda Guerra Mondiale provocarono occupazioni, ulteriori spoliazioni e decadimento del monumento. Oggi la Villa Reale è amministrata congiuntamente dai comuni di Monza e Milano. Dopo un lungo periodo di degrado. Solo recentemente hanno avuto inizio i lavori di restauro e ristrutturazione.

Il Serrone (Orangerie)

L’edificio destinato alle serre per il servizio dei giardini della Villa, denominato Orangerie nel progetto originale piermariniano e oggi comunemente noto come il Serrone, fu costruito nel 1790. L’ambiente, imponente per le dimensioni, è esposto e riceve la luce da sud da una lunga serie di finestre. In esso, oltre al ricovero invernale delle piante più delicate ed in generale delle piante esotiche, in età asburgica si soleva tenervi anche spettacoli di vario genere per la Corte. Nella seconda metà del XX secolo, proprio davanti al Serrone, è stato impiantato un vasto roseto nel quale annualmente nel mese di maggio viene indetto un concorso floreale. Dopo i restauri intervenuti, l’edificio oggi è destinato a sede di mostre d’arte temporanee.

Monza ha anche un notevole centro storico pedonalizzato e ben strutturato con molti esercizi commerciali e tante bellezze storiche da visitare, come:

L’Arengario

Un imponente complesso architettonico costruito alla fine del Duecento, con i piloni del porticato in granito chiaro, mentre il cotto domina nel palazzo – con bifore chiare – e nella torre campanaria della fine del Trecento di stile romanico – gotico, con cuspide e merlatura ghibellina.

Il Duomo

La chiesa fu completamente ricostruita sull’antica chiesa altomedievale, fatta erigere dalla Regina longobarda Teodolinda, alla fine del sesto secolo. Importante è il tesoro che si è composto nei secoli, a partire dal lascito di Teodolinda e in seguito di altri re e religiosi, che è possibile ammirare nel Museo del Duomo, situato accanto alla chiesa in spazi ipogei, suggestivi e ben allestiti. Interessante la Cappella di Teodolinda e le pitture ivi presenti. La Corona Ferrea suscita davvero meraviglia, per la sua storia interessante, il suo valore come reliquia, ma anche come simbolo del potere civile. La Corona Ferrea o Corona del Ferro è un’antica e preziosa corona che venne usata dall’Alto Medioevo fino al XIX secolo per l’incoronazione dei Re d’Italia. Per lungo tempo, gli imperatori del Sacro Romano Impero ricevettero questa incoronazione.

Il Ponte dei Leoni

Un interessante ponte sul fiume Lambro in centro città.

24
ott

A Sesto San Giovanni tornano alla luce i resti del Monastero di San Nicolao

Ruderi, vecchi ruderi degradati e abbandonati da anni nel centro storico di Sesto San Giovanni e nel tempo utilizzati per gli usi più svariati, mettono in luce una parte sconosciuta della storia della città.

Si tratta dell’ex Monastero di San Nicolao; uno degli edifici più antichi di Sesto San Giovanni.

La leggenda vuole che il Monastero sia stato fondato da suor Marcellina, sorella di sant’Ambrogio vescovo di Milano.

Sesto San Giovanni avrebbe origini romane e il suo nome deriverebbe dall’espressione latina: “ad sextum lapidem” (alla sesta pietra miliare).

Sul suo territorio esistono ancora i segni della centuriazione romana: le vie XXIV maggio e Fratelli di Dio seguono il tracciato parallelo alla centuriazione.

Un’antica strada romana proveniente da Milano (Porta Nuova) attraversava l’attuale via Del Riccio, proseguiva per via Cavallotti, via Verdi, fiancheggiava il Monastero di San Nicolao e si dirigeva verso l’incrocio di viale Rimembranze per raggiungere Como lungo il fiume Lambro e Bergamo passando per Crescenzago.

Ambrogio non era nato a Milano, ma a Treviri, nella Gallia, verso il 339 d.C.

Era figlio di un alto funzionario romano in servizio oltralpe quale Prefetto del Pretorio per le Gallie e, dopo la morte del padre,  con la madre e i fratelli Marcellina e Satiro, rientrò a Roma.

Marcellina si consacrò a Dio prendendo il velo delle vergini, mentre Satiro, che per un certo tempo ricoprì un’alta carica statale, morì nel 378.

Aurelio Ambrogio, meglio conosciuto come sant’Ambrogio vescovo, scrittore e uomo politico, fu una delle personalità più importanti nella Chiesa del IV secolo d.C.

È venerato come santo dalla Chiesa cattolica, che lo annovera tra i quattro massimi Dottori della Chiesa, insieme a san Girolamo, sant’Agostino e san Gregorio I papa.

Conosciuto anche come Ambrogio di Milano, è patrono della città di Milano, della quale fu vescovo dal 374 fino alla sua morte e nella quale è presente la basilica a lui dedicata che ne conserva le spoglie.

La sorella Marcellina, che ricevette il velo verginale dalle mani del papa Liberio nella basilica di S. Pietro in Vaticano nel Natale di un anno che sembra essere il 353, aveva seguito a Milano i suoi fratelli per essere loro collaboratrice.

Sopravvisse a sant’Ambrogio e morì nel 397; a lei è intitolata la congregazione delle Suore di santa Marcellina.

Il ritorno alla luce dei resti dell’ex Monastero San Nicolao ha avuto inizio sabato 23 ottobre 2010 alle 17.00, nella Chiesa dell’Assunta di via Cavour di Sesto San Giovanni con il concerto di musica rinascimentale “I fantasmi del San Nicolao”, eseguito dall’Ensemble Le Spezie Musicali e con delle brevi letture a cura dell’attrice Ida Spalla.

Alle 18.00 è seguito, sul sito dei ruderi, il saluto inaugurale del Sindaco Giorgio Oldrini, secondo il quale “far rivivere il San Nicolao è una scelta di fondo per costruire il futuro di Sesto San Giovanni”, ed infine un momento di solenne Benedizione.

Ora, i vecchi ruderi degradati si presentano ripuliti dalla vegetazione spontanea e incontrollata, illuminati negli scorci più caratteristici e circondati da una recinzione in metallo e vetro su cui sono stati riportati i necessari riferimenti storici.

Le architetture sono trecentesche con 7 arcate ogivali in buono stato di conservazione; il chiostro, a forma rettangolare, originariamente era porticato su almeno tre lati.

L’annessa chiesetta romanica, larga 14 metri e lunga 20 metri, è stata demolita nel 1962. Si è così perso un antico trittico; in una teca, a lato dell’altare, erano conservate, fino alla fine del 1800, le reliquie di Sant’Ambrogio.

Nell’XI secolo la struttura ospitava le Suore Benedettine Cistercensi di sant’Ambrogio, monache coraggiose che avevano ingaggiato una dura battaglia contro la chiesa di san Giovanni Battista in Monza, l’attuale Duomo, per sottrarsi alle pesanti decime.

 

L’intervento del Sindaco di Sesto San Giovanni alla cerimonia di inaugurazione del 23 ottobre 2010:

“La riqualificazione dell’ex Monastero di san Nicolao, solo fino a pochi mesi fa, non era altro che un sogno. Per anni, anche su sollecitazione di tanti cittadini, abbiamo provato a trovare una strada che rendesse possibile il raggiungimento di due obiettivi: quello di un intervento teso a rimuovere una situazione oggettiva di degrado e quello di un’azione che valorizzasse questo edificio, forse il più antico di Sesto San Giovanni, quale bene collettivo dell’intera comunità. Oggi, con questa prima fase di lavori, il sogno comincia a divenire realtà. L’ex Monastero, ripulito dalla vegetazione spontanea e incontrollata, conservato nelle parti superiori, illuminato nei suoi scorci più caratteristici, circondato da una recinzione in metallo e vetro su cui sono riportati gli elementi principali della sua storia, torna in possesso dei cittadini attraverso la possibilità di vederlo. E’ un primo passo, ma vogliamo farne assieme altri due in futuro, quello che darà l’opportunità di entrare dentro al vecchio ex Monastero fruendone lo spazio e quello che permetterà di riqualificare l’intera area tra via Verdi e via Manzoni, migliorando il collegamento col giardino di Villa Puricelli Guerra; ancora due sogni che vogliamo realizzare”.

 

Il presente articolo è pubblicato anche su:

Gazzetta web. info

8
ott

Il Bargnolino

Borgo Val di Taro è la capitale del  FUNGO PORCINO

Spesso chiamato Borgotaro, “Al Burgh” in dialetto locale, Borgo Val di Taro è un comune di 7.149 abitanti della provincia di Parma che si trova in una conca circondata da colline lungo il corso del fiume Taro.

La “Valtaro” è un angolo di terra emiliana tra Liguria e Toscana.

Fungo di “Borgotaro”

La zona di Borgo Val di Taro è rinomata per i suoi pregiati funghi porcini che si fregiano del marchio I.G.P. (indicazione geografica protetta) della Comunità Europea.

Fra le specialità gastronomiche locali, piatti a base di funghi, cinghiale e polenta.

Luoghi d’interesse

Visitando il Borgo si possono vedere: parte del castello (solo parte della torre), il monumento a Elisabetta Farnese, la chiesa parrocchiale di Sant’Antonino (1200 ca), la chiesa di San Domenico, la sede della Comunità Montana (nell’edificio che ospitava l’ospedale), l’arco di Porta Farnese, palazzo Boveri (che ospitò Elisabetta Farnese) ed il borgo medievale rimaneggiato in stile barocco.

Feste, fiere e sagre

• Carnevale di Borgotaro

• Fiera del Fungo Porcino

• Fiera della castagna

• Sagra della Madonna del Carmine

A Borgo Val di Taro abbiamo, nei giorni scorsi, scoperto (ed acquistato naturalmente) le “bacche” per preparare il “Bargnolino”.

Un piacevolissimo liquore locale, che ci hanno fatto assaggiare in un ristorante a fine pasto.

Sono le “bacche” del prunolo selvatico, arbusto tipico dell’appennino tosco-emiliano, detto anche pruno spino, in dialetto “bargnò”, che si raccolgono in ottobre.

Il “Bargnolino” è un liquore dall’alta gradazione alcolica, ottenuto dalla infusione delle bacche di prugnolo selvatico, un arbusto dalle foglie scure e dai frutti blu che maturano alla fine dell’estate.

 

 

Il “Bargnolino, che in dialetto prende il nome di “Bargnolein” è prodotto e commercializzato, in bottiglie di varie forme, da diverse aziende locali ed anche il suo consumo è molto diffuso.

Ma in tanti sono quelli che continuano a prepararlo ancora artigianalmente in casa, seguendo le vecchie tradizioni territoriali e le antiche ricette tramandate di generazione in generazione, dopo aver faticosamente raccolto i “bargnò” dai rovi spinosi nel periodo della loro giusta maturazione.

Anche noi siamo riusciti a strappare sul posto un’antica ricetta, segretamente conservata da vecchie famiglie del luogo, con la quale abbiamo già dato avvio alla preparazione di un infuso naturale e del tutto genuino.

Ma questo rappresenta solo la fase iniziale della preparazione del “Bargnolino”, essendo il procedimento molto più lungo; almeno tre mesi e mezzo per sorseggiare un buon “Bargnolein”.

Il Prugnolo (prunolo selvatico)

La pianta fa parte della famiglia delle rosacee, ed il suo arbusto può arrivare fino ad un’altezza di 3 metri. Della pianta, le parti che vengono utilizzate sono le foglie ed i frutti. Pur non essendo una pianta medicamentosa, alcune sue proprietà risultano interessanti I fiori esercitano un’azione depurativa e diuretica. Hanno un leggero ma efficace effetto lassativo seguito da un’azione rilassante. Sono molto indicati nella stitichezza I frutti, invece, hanno un’azione contraria ai fiori, ossia astringenti, e quindi utili in caso di diarrea . Contengono tannino, e vitamina C, stimolano il processo digestivo. Il consumo dei frutti provoca un aumento dell’appetito ed una sensazione rinfrescante. Si possono mangiare freschi, cotti, o sciroppati. Il suo liquido di cottura, è indicato per tamponi nasali in caso di emorragie, e può essere usato per fare degli sciacqui in caso di problemi gengivali. Và riposta la massima attenzione nei noccioli in quanto, contenendo acido cianitrico, sono altamente tossici; quindi và evitato lo schiacciamento ne tantomeno il mangiarli. Il suo uso è consigliato in caso di tamponi nasali, per gli infusi, i decotti, e lo sciroppo.

Solo nell’Appennino Tosco – Emiliano, grazie a un microclima particolare, all’azione dei venti e delle piogge abbondanti e all’opera nascosta e misteriosa degli umori vitali del suolo, germoglia il Prugnolo dal quale prende vita il Bargnolino.

 

 

RICETTA Bargnolino (“Bargnolein”, in dialetto)

Ingredienti  per 2 litri circa di liquore

1 Kg. di bacche

1 litro di alcool puro

1 litro di vino bianco secco

1 Kg. di zucchero

Procedimento

Si mettono in infusione le “bacche” con alcool puro in un vaso di vetro ben tappato, avendo cura di agitarlo un paio di volte a settimana. Il recipiente va tenuto alla luce per tutto il tempo.

Dopo quaranta giorni, si procede a filtrare l’infuso così ottenuto.

A parte, si porta ad ebollizione vino bianco e zucchero fino a farlo sciogliere completamente e, una volta raffreddato, quest’ultimo composto viene anch’esso filtrato ed aggiunto al precedente infuso.

Si amalgama ben bene il tutto con un cucchiaio di legno e si lascia riposare per qualche ora.

Il liquore può ora essere imbottigliato e fatto maturare per almeno due mesi.

1
ott

Ancora …complicazioni … sul “dissesto idrogeologico” di Lesina Marina.

E’ notizia dell’ ultima ora:

Le spese per le verifiche tecniche sulla condizione statica dei fabbricati e quelle per ottemperare all’ordinanza prefettizia, dovranno essere sostenute esclusivamente dai proprietari degli immobili interessati.

 

 

E, ciò, in base alla sentenza della Sezione 4 del Consiglio di Stato relativa al ricorso presentato dalla Prefettura di Foggia avverso alla sentenza del Tar del Lazio, che aveva invece stabilito che le spese per la trivellazione e per le indagini sulla situazione di pericolo dei fabbricati di Lesina Marina soggetti ad Ordinanza di Sgombero emessa dal Prefetto un anno fa dovevano far carico alle risorse pubbliche.

Con quest’ultima sentenza la posizione dei proprietari delle case di Lesina Marina si fa davvero critica.

Essi avranno infatti solo sessanta giorni di tempo per provvedere all’esecuzione delle verifiche tecniche richieste e, in caso di inadempimento, le palazzine verranno immediatamente sgomberate e sigillate dalle Forze dell’ Ordine.

Medesima sorte subiranno gli immobili i cui esiti dovessero risultare negativi.

 

Da : Newsgargano.com Lesina Marina

Una lettera di Damone all’assessore Amati Scritto da Ufficio Stampa Francesco Damone

Lunedì 13 Settembre 2010 14:22 Marina di Lesina -

Il capogruppo consiliare de “La Puglia Prima di Tutto”, Francesco Damone, ha inviato una lettera all’assessore alle Opere pubbliche, Fabiano Amati, sulle problematiche dei proprietari di case a Lesina Marina. “La notizia delle decisioni contrastanti del Consiglio di Stato sulla condizione idrogeologica di Lesina Marina ha determinato nei proprietari interessati al fenomeno un allarme sociale che può non creare preoccupazioni e difficoltà agli utenti. D’altra parte il prefetto di Foggia, commissario per conto della Protezione civile, non può che adempiere alle sentenze degli organismi istituzionali. Di fronte alle difficoltà e ai danni gravissimi che ricadrebbero sulle spalle dei proprietari, non si può richiedere l’intervento della Prefettura perché incompetente nel caso di specie. L’Autorità di Bacino da diversi anni, su incarico dell’assessorato regionale ai Lavori pubblici, ha proceduto e sta procedendo a verifiche geomorfologiche del territorio ma, ad oggi, non si ha nessuna relazione ufficiale sulla situazione generale del territorio di Lesina Marina nonché sul consuntivo delle somme spese con relativa relazione tecnica dei lavori eseguiti, né si ha alcuna notizia sulla proposta di ripristino del canale ‘Acquarotta’ suggerito, da diverso tempo, dalla Protezione civile nazionale. L’assessorato regionale, quindi, è chiamato a fare chiarezza sia sull’utilizzo dei fondi preesistenti, circa tremilioni e mezzo di euro assegnati al Comune di Lesina, sia sui fondi che l’assessore del tempo, Onofrio Introna, con grande sensibilità, ha provveduto ad assegnare a quelle località marine. Essendo da poco terminata la stagione estiva, si presume che tali adempimenti e relazioni avrebbero avuto tutto il tempo per poter avere una prospettiva. Oggi, invece, i termini imposti dal Consiglio di Stato, richiedono una risposta immediata dell’assessore stabilendo un tavolo di incontro presso la Prefettura di Foggia tra la Regione Puglia, l’Autorità di Bacino, il prefetto di Foggia, il sindaco di Lesina e una rappresentanza dei proprietari. La invito assessore Amati a sposare, con la Sua nota sensibilità, la problematica evidenziata. In attesa di provvedimenti conseguenti, cordialmente La saluto”.

 

Foto di Lorenzo Bove - 2010

23
set

“Il Viandante” il nuovo libro di Giacomo Fina

“Il Viandante – I Sogni Il Suono Le Parole”.

E’ questo il titolo della nuova raccolta di poesie di Giacomo Fina; un libro che fa seguito al “Viaggio d’autunno” dello scorso anno e al “Dialogo postumo” del 2007 dello stesso autore poggioimperialese.

La sera di sabato 7 agosto 2010, presso la Scuola Elementare “Edmondo De Amicis” di Poggio Imperiale, si è svolta la cerimonia di presentazione.

Folta la partecipazione di pubblico all’evento patrocinato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Poggio Imperiale.

Relatori:

- Oriana Fidanza, scrittrice

- Giucar Marcone, giornalista e scrittore

- Giacomo Fina, autore del libro

- Fabio Gemo, attore e regista teatrale, che ha deliziato i presenti con alcune “letture poetiche” tratte dal libro di Giacomo Fina “Il Viandante”

Dalla Prefazione di Giucar Marcone:

« Ho letto con particolare attenzione questa nuova raccolta di poesie di Giacomo Fina che, con scrittura piacevole, chiara e accattivante, ancora una volta, dopo “Dialogo postumo” e “Viaggio d’autunno”, riesce a coinvolgerci emotivamente portandoci in una realtà dove il suono e le parole addolciscono i sogni che ci accompagnano “dall’alba al tramonto” (E’ Settembre).

“Il viandante – I sogni il suono le parole” […] comprende quattro sezioni: poesie inedite, poesie in vernacolo, alcune composizioni tratte da “Dialogo postumo” (opera prima del nostro poeta), e un poemetto, “Dialogo in dispensa”, dedicato ai prodotti della terra, esaltazione della tradizione e condanna del consumismo imperante. In queste composizioni c’è tutto Fina che si commuobe, si emoziona, gioisce, sorride in uno “zibaldone” di versi, di pensieri, di sogni e realtà, che s’immerge in un caleidoscopio di sensazioni, di rimpianti nel gioco non smpre prevedibile della vita …».

In quarta di copertina:

E’ Settembre

Nuvole nere lontane.

L’estate forse è finita.

Nello spazio ogni cosa

ha il suo tempo.

Le stagioni s’inseguono

come le onde del mare.

Ma per noi una è l’estate,

una la primavera.

Così tutte le stagioni.

Noi siamo solo viandanti,

dall’alba al tramonto.

 

IL VIANDANTE

I SOGNI IL SUONO LE PAROLE

Edizioni del Poggio

Collana “Emozioni” diretta da Giucar Marcone

 

Foto di repertorio di Lorenzo Bove

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