Il 3 febbraio si celebra la festività di San Biagio invocato come protettore della gola.
La leggenda narra che Biagio, medico, vescovo e martire, guarì miracolosamente un bimbo cui si era conficcata una lisca in gola.
E, a quell’atto, risale il rito della “benedizione della gola”, compiuto con due candele incrociate.
I miei ricordi di infanzia mi riportano al profumo e al sapore delle Panettèlle de San Biàse (pagnottelle di San Biagio), che un tempo venivano preparate a Poggio Imperiale, in provincia di Foggia, proprio per il giorno di San Biagio.
Era tanta l’attesa … ma, ahimè, non si potevano toccare ... dovevano prima essere benedette dal prete durante la messa del mattino del 3 febbraio, e poi a casa … per la loro consumazione.
Si portavano in Chiesa in un cestino di vimini coperto con un panno bianco ricamato.
Solitamente era un pezzo pregiato del corredo della nonna o della mamma.
Ma è possibile ancora oggi, con un po’ di buona volontà, rinverdire quei lontani ricordi e provare a preparare questo antico e semplice pandolce tradizionale.
Questa la ricetta delle “Panettèlle de San Biàse”
Ingredienti
500 g. di farina 00
4 uova
1 dado di lievito di birra
50 g.di burro (a temperatura ambiente)
200 g. di zucchero
un pizzico di sale fino
1 cucchiaio raso di lievito Bertolini
latte tiepido q.b. per impastare
Procedimento
Impastare tutti gli ingredienti in una ciotola (o su di una spianatoia) con il latte tiepido.
L’impasto deve risultare omogeneo e morbido al tempo stesso.
Foderare una teglia a bordi alti con carta da forno.
Ricavare delle pagnottelle rotonde del diametro di 5/6 cm.
Deporle nella teglia una vicina all’altra fino ad occupare tutto lo spazio.
Lasciare lievitare per circa 2 ore in ambiente caldo.
Prima di infornarle pennellarle con uovo sbattuto.
Mettere in forno già caldo a 180° per 15 minuti circa.
Controllare con uno stecchino la cottura e regolarsi di conseguenza.
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Queste le nostre “Panettèlle de San Biàse”, ma, come si dice, ogni mondo...
Ma chi ci crede più!
Per moltissime famiglie, specialmente in un momento particolarmente difficile sotto il profilo economico, il periodo dei saldi appare a volte come l'unica possibilità di poter effettuare qualche necessitato ricambio nel proprio guardaroba.
Eppure, chi di noi non ha mai avanzato dubbi sui tanto attesi saldi?
I saldi sono davvero tali oppure le (a volte esagerate) percentuali di sconto paventate nelle vetrine dei negozi rappresentano semplicemente i reali prezzi di mercato delle merci?
Alcune operazioni poste in essere quest’anno in diverse città italiane dalla Guardia di Finanza hanno messo in luce che spesso la truffa si maschera da buon affare.
Meno male che non è sempre così e che nella nostra bella Italia ci sono ancora commercianti onesti e coscienziosi, tuttavia il fenomeno non risulta circoscritto a semplici casi isolati.
Le foto dei prezzi esposti, scattate nel periodo precedente agli sconti, hanno permesso alle Fiamme Gialle di accertare che alcuni negozi di calzature e abbigliamento avevano gonfiato i prezzi originari su cui poi hanno applicato degli sconti, ovviamente fasulli.
E, malgrado i controlli siano ormai costanti e serrati, sia in occasione dei saldi invernali che di quelli estivi, ci sono ancora commercianti che tentano di imbrogliare i propri clienti con occasioni fittizie.
Nella migliore delle ipotesi il prezzo finale sarà scontato di una percentuale ...
Si tratta dell’effigie della Beata Vergine col Bambino custodita nel famoso Santuario della Madonna di San Luca.

La pittura è su tavola, alquanto deteriorata dal tempo, e mostra l’influsso dell'arte bizantina; nella forma attuale risale probabilmente al sec. XII, o prima metà del sec. XIII.
L'immagine nasconde sotto di essa un'altra effigie, molto più antica: di epoca antecedente all’anno mille. Da piccoli saggi operati si è potuto rilevare la primitiva pittura, i cui colori sono molto più intensi e brillanti di quelli attuali ed anche lo stile risulta diverso. Secondo la tradizione, comune a molte altre immagini, sarebbe stata dipinta da San Luca.
La Vergine, in espressione dolce, un po' severa e alquanto mesta, ha uno sguardo penetrante e profondo, che colpisce il devoto. Il Bambino è solenne e maestoso e benedice con la mano destra alzata e le dita unite alla maniera bizantina.
Fra le molte immagini della Vergine, venerate dalla cattolicità, questa di San Luca, a detta dei competenti, è una delle più intense.
Si può ricordare quanto viene asserito, circa un giudizio che sarebbe stato espresso da Santa Bernardette Soubirous, la fanciulla che varie volte vide e parlò con la Madonna a Lourdes. Vennero presentate alla veggente varie immagini delle più celebri raffigurazioni della Madonna: la Santa, soffermandosi su quella del Santuario di San Luca di Bologna, avrebbe esclamato: "Questa Le assomiglia!".
Il cardinale Domenico Svampa nel 1898 fece compiere una ricognizione della sacra effigie e dispose che venissero eseguiti alcuni restauri. Il cardinale Giacomo Lercaro, nel 1955, permise una seconda ricognizione e consentì altri restauri necessari.

L'immagine è ricoperta da un prezioso frontale, di argento, che sostituisce l'altro cesellato dal fiammingo Jan Jacobs di Bruxelles nel 1625. Su di esso sono sistemati donativi di grande valore, offerti alla Madonna; una croce di brillanti con relativo anello, dono del cardinale Viale Prelà, l'anello di Pio IX, l'anello del cardinale Svampa, e molti altri. Sopra l'immagine, sostenuta da due angeli, è collocata la corona di Pio IX.
La leggenda riguardante l'arrivo a Bologna dell'icona ...
Negli Stati Uniti d’America vive una comunità di tranquilli e pacifici agricoltori fermi a duecento anni orsono.
Si tratta degli Amish americani, i quali rifiutano la società moderna in quasi tutti i suoi aspetti e si vestono, vivono e lavorano secondo regole di due secoli fa.
Io e mia moglie abbiamo avuto modo di visitare negli USA un insediamento di Amish tornando dal Canada, dopo aver visitato le Cascate del Niagara, e diretti a Washington.
E’ stato un salto a ritroso nel tempo: carrozze come mezzi di locomozione; uomini, donne e bambini che sembravano usciti da un film dell'ottocento, nei loro tipici costumi d’epoca; contadini nei campi che aravano la terra con aratri trainati da cavalli; donne assorte alle faccende domestiche in maniera rigorosamente tradizionale, ecc.
Non è ammessa elettricità, sostituita da forme alternative di energia come vento, sole ed acqua; non ci sono automobili e la principale forza motrice sono i cavalli che trainano i carri neri divenuti simbolo degli Amish.
L’abbigliamento è quello tardo ottocentesco ma molto semplificato: cappello, vesti scure e calzoni dal fondo largo per gli uomini, che appena si sposano portano la barba, e abiti privi di ornamenti con maniche lunghe, grembiuli e cuffiette attorno ai capelli per le donne.
Sono vietate tutte quelle cose che intaccano la struttura sociale e che comunque rappresentano desideri superflui e di vanità; ovunque regna la tranquillità, la pace interiore ed esteriore, la propensione al perdono e il forte senso religioso sono la base del loro vivere.
Attualmente vivono commercializzando i loro prodotti della terra, nonchè confetture, marmellate, miele, sciroppo d'acero, torte, biscotti e tante altre buone cose che noi abbiamo avuto l'occasione di degustare ed acquistare presso uno dei propri punti vendita.
Gli Amish sono un gruppo religioso protestante che affonda le proprie radici nella comunità Mennonita. Facevano parte del primo movimento anabattista europeo che si scisse dal Protestantesimo ai tempi della Riforma: perseguitati come eretici sia dai Cattolici sia dai Protestanti, furono costretti a rifugiarsi sulle Alpi Svizzere e nel sud della Germania e qui nacque la tradizione Amish di dedicarsi all'agricoltura e di radunarsi nelle case e non nelle chiese per seguire le loro funzioni religiose.
La comunità è stata fondata alla fine del 1.600 dallo svizzero Jacob Amman.
Emigrati negli Stati Uniti, principalmente in Pennsylvania, per sfuggire a persecuzioni, gli Amish, protestanti, basano la loro fede sul rigido rispetto della Bibbia e sul rifiuto del progresso. Oggi vivono in 22 stati ed in Canada. Ma l'Old Order Amish (circa 16-18mila persone) vive in Pennsylvania, tra Filadelfia e Lancaster....
Le “pèttele” sono, in alcune parti della Puglia centro meridionale, le frittelle natalizie che in dialetto tarnuése [poggioimperialese] vengono chiamate “scarpèlle”, e vengono preparate con farina, acqua, lievito e sale in una consistenza morbida e poi, dopo la lievitazione, fritte in abbondante olio di oliva.
Una vera bontà. E non è Natale se la sera della vigilia non si consumano le scarpèlle, che possono tranquillamente sostituire il pane.
Le scarpèlle potrebbero probabilmente discendere proprio dalle pèttele ed essere state portate a Tarranòve [Poggio Imperiale] dai pugliesi centro – meridionali che qui si sono nel tempo trasferiti.
Ed è proprio da quelle parti che prende corpo la storia che sto per raccontare.
Si racconta che, durante la transumanza, quando i pastori d’Abruzzo con le loro greggi scendevano in terra pugliese, muniti di zampogne, ciaramelle e cornamuse, suonavano per i vicoli della città di Taranto regalando, durante la loro questua itinerante, dolci melodie in cambio di cibo.
Il cibo che i tarantini donavano ai pastori era un prodotto povero e semplice, come loro del resto, ma allo stesso tempo gustoso e nutriente.
Erano delle frittelle di pasta di pane, le famose pèttele.
Il 22 novembre si festeggia Santa Cecilia: una data molto importante per Taranto, che in concomitanza con questa ricorrenza religiosa, inaugura il periodo delle festività natalizie.
Per Taranto e per i tarantini inizia l’Avvento, in anticipo rispetto a tutti gli altri calendari, che lo fanno iniziare dall’Immacolata o da Santa Lucia”.
Un’antica leggenda narra che: << Il giorno di Santa Cecilia, una donna si alzò come di consueto, per preparare l'impasto per il pane....
Un giro nel centro storico di Urbino consente al visitatore di tuffarsi in un clima “rinascimentale", in un dedalo di strade stradine, in salita e discesa, che offrono allo sguardo affascinanti scorci architettonici di un tempo lontano.
I famosi “torricini” del Palazzo Ducale, la casa natale di Raffaello, Chiese, Palazzi, piazze, monumenti, e che dire dell’antichissima Università, che rappresenta il fulcro della odierna vitalità cittadina.
Tornare a Urbino, ogni tanto, è sempre un piacere ed interessante è anche tornare ad ammirare le inestimabili opere esposte nella Galleria Nazionale nell’interno del Palazzo Ducale.
Quest’ultima volta mi sono particolarmente soffermato ad ammirare, tra le innumerevoli bellezze, uno dei capolavori di Raffaello: “La Muta”.
Il “Ritratto di gentildonna”, noto anche come “La Muta”, è un dipinto a olio su tavola (64x48 cm) di Raffaello Sanzio, databile al 1507 e conservato, per l’appunto, nella Galleria Nazionale delle Marche a Urbino.
Nel famoso dipinto, gli esperti hanno tentato di ravvisare Elisabetta Gonzaga o, più verosimilmente, Giovanna Feltria, sposa di Giovanni Della Rovere o forse anche una gentile donzella fiorentina della famiglia Strozzi.
Non è infatti chiaro se l'opera, databile alla fine del periodo fiorentino dell'artista, provenga da Firenze, commissionato da una famiglia locale (magari rappresentante una Strozzi), o da Urbino, commissionato forse dai Della Rovere (e, chissà, ritraente Elisabetta Gonzaga o Giovanna Feltria).
Di proprietà degli Uffizi di Firenze, venne concessa nel 1927 al museo di Urbino per completare il suo percorso espositivo con almeno un'opera significativa di Raffaello Sanzio, nativo di Urbino e molto attivo anche nella sua città: tutti i dipinti di Raffaello erano infatti finiti a Firenze con l'eredità di Vittoria Della Rovere, nel XVII secolo.
L'opera venne trafugata il 6 febbraio del 1975, insieme alla "Madonna di Senigallia" e alla "Flagellazione di Cristo" di Piero della Francesca: tutte le opere, compresa “La Muta”, vennero poi recuperate dai Carabinieri, a Locarno, lo stesso anno.
“La Muta” è una donna ritratta a mezza figura leggermente di tre quarti, voltata verso sinistra, su uno sfondo scuro uniforme.
L'opera mostra una forte ispirazione leonardesca (Leonardo Da Vinci), con una posa simile a quella della “Gioconda”, ma se ne distacca per una definizione più netta dei lineamenti fisici e dell'abbigliamento.
Originale è il dettaglio della mani appoggiate sul bordo inferiore, come se combaciasse con un ipotetico parapetto, colte in un gesto inquieto, che tradisce l'ispirazione fiamminga.
La determinazione espressiva del personaggio è molto intensa e ne fa uno dei migliori esempi della ritrattistica raffaellesca nel periodo della prima maturità....
Abbiamo cominciato qualche anno fa con la promessa di vederci … su a Milano … al rientro dopo le vacanze, magari per una pizza, e pian piano, con il passare del tempo, gli incontri sono divenuti un appuntamento rituale ed il gruppo diventa sempre più numeroso.
Anche quest’anno ci siamo incontrati per trascorrere insieme una giornata all’insegna dell’amicizia.
Domenica scorsa 4 dicembre 2011, appuntamento alle ore 12,30 davanti casa del nostro carissimo compaesano Giuseppe Castellano che, unitamente alla gentile consorte Angela Fusco, rappresentano il punto di riferimento organizzativo degli incontri.
Sono loro che mantengono i contatti e si incaricano delle prenotazioni e di quant’altro necessario per la buona riuscita degli appuntamenti.
E poi, una bella colonna di macchine verso l’Agriturismo “Molino di Santa Marta” di Casterno, nei pressi di Robecco sul Naviglio, per il pranzo.
Chi siamo?
Siamo un gruppo di poggioimperialesi (in stretto dialetto: “tarnuise”) residenti in Lombardia.
Non abbiamo ancora uno “statuto” formale, ma possono far parte del Gruppo "Amici di Tarranove” soggetti rigorosamente nativi di Poggio Imperiale (“Tarranove”) con rispettive/vi consorti ed eventuale prole, anche se di altra provenienza.
Negli incontri si deve parlare prevalentemente in dialetto poggioimperialese (“tarnuese”) e mettere a fattor comune, per quanto possibile, storie, usanze, proverbi, modi di dire, ricette di piatti tipici e di dolci del nostro paese di origine.
Il pranzo è durato fino a sera e, dopo le foto di gruppo, tutti in macchina per Magenta per finire con un giro fra le bancarelle del “Mercatino di Natale” e con un … arrivederci alla prossima!!!!
Nota: nel dialetto di Poggio Imperiale la vocale "e" finale di sillaba o di parola è muta, se non accentata.
La crisi che sta interessando la nostra bella Italia e tutta l’ Europa, a cominciare dalla Grecia, la Spagna, il Portogallo, l’Ungheria, senza escludere la Francia e anche la Germania, comincia a destare serie preoccupazioni.
Ma, a quanto pare, non é solo il Vecchio Continente a traballare, bensì il Mondo intero.

Manifesto della "Grande Crisi del '29" negli USA
Anche grandi potenze come gli Stati Uniti d’America ed altre ancora, vivono la nostra stessa ansia.
In queste ore di affanno, ne vediamo e sentiamo di cotte e di crude.
- I guru della finanza di tutto il mondo che glissano intorno ai problemi veri e ci nascondono meschinamente la verità sugli errori commessi negli anni di vacche grasse, quando hanno spregiudicatamente munto fino all’inverosimile.
- I nostri politici di qualunque schieramento, e non solo loro, poiché anche all’estero non scherzano, che continuano con la solita tiritera sulle altrui responsabilità senza farsi l’esame di coscienza ed assumersi un briciolo di responsabilità riguardo allo sfacelo in cui ci hanno trascinati, con una politica fatta di lauti ed ingiustificati privilegi a discapito dei contribuenti sempre più vessati da inique imposizioni fiscali, di lavoratori che vedono svanire i posti di lavoro, di giovani senza futuro e senza speranza, di pensionati sempre più poveri, di tanta gente che fa fatica a sbarcare il lunario.
- La pletora dei boiardi di Stato che dirigono comparti importanti dell’economia e della finanza, delle infrastrutture e delle industrie, delle comunicazioni e del manifatturiero, dell’informazione e molto ancora, che spendono e spandono soldi pubblici al di fuori delle regole che governano i mercati.
Tanti soloni che predicano bene ma razzolano male; che stentano a dare per primi il buon esempio rinunciando a rendite e privilegi.
Mancano idee e progetti coerenti e i rimedi frettolosamente posti in essere in qualunque campo non riescono a sortire gli effetti desiderati.
Le Borse sembrano impazzite e le economie di tutti i Paesi stanno vacillando.
Altro che la grande crisi del 1929.
Qui si rischia la completa bancarotta ed un impoverimento della gente senza precedenti.
In tutto il marasma di questi giorni, tra euro si ed euro no, banca centrale europea di ultima istanza, crollo dell’eurozona e tante altre colossali panzane, ho trovato veramente interessante l’articolo di oggi di Francesco Alberoni su “Il Giornale”, che riporto qui di seguito. ...
Con la “cotognata” si conclude la “rassegna” delle delizie del palato della nostra terra di Capitanata che un tempo maggiormente caratterizzavano l’autunno.
La “cotognata” completa infatti la trilogia delle “narrazioni” iniziate nei miei due precedenti articoli dedicati rispettivamente al “mostocotto” e alla “mostarda” di uva"; “narrazioni” che si rifanno naturalmente ai miei ricordi d’infanzia degli anni cinquanta del secolo scorso vissuta a Poggio Imperiale in provincia di Foggia.
Ai tempi, la frutta, in genere, non faceva in tempo a maturare sugli alberi, che veniva subito intercettata e “spazzolata via”.
Le albicocche, le pesche, le mele, le pere, le susine, i fichi, le ciliegie, le prugne, ma anche i melograni, le mandorle ed i grappoli di uva rappresentavano una facile preda e godevano di attenzioni “particolari” e al tempo stesso “indesiderate” da parte dei legittimi proprietari.
Molti lo facevano magari solo per fame, considerato il periodo di ristrettezze economiche abbastanza diffuse nell’immediato dopoguerra.
E non era solo impresa di ragazzi, ma anche di persone adulte, quella di dilettarsi a fare man bassa della frutta degli alberi altrui.
Ricordo che gli alberi da frutta della nostra vigna, che si trovava a poche centinaia di metri di distanza dal paese, venivano frequentemente “ripuliti” dai soliti ignoti (o forse anche noti).
Gli unici alberi che non venivano mai toccati erano quelli di melecotogne.
In primo luogo perché la loro maturazione si protraeva oltre l’estate fino ad autunno inoltrato, ed in secondo luogo perché il loro sapore restava sempre alquanto acidulo e poco gradevole, sebbene emanassero un profumo forte ed intenso.
E quindi, man mano che si staccavano dai rami e cadevano per terra, le melecotogne venivano raccolte e conservate in ambienti asciutti e ben areati in attesa della loro completa maturazione.
A volte ci si azzardava anche a mangiarne qualcuna, non senza pentirsi di averlo fatto; il suo sapore non era infatti eccezionale.
Le melecotogne erano invece ottime se passate al forno e spolverate con lo zucchero.
Ma la loro naturale predestinazione era sicuramente quella di finire in “cotognata”.
A pezzi oppure spalmata sul pane o anche nella farcitura dei dolci tipici paesani: così gustavamo questa deliziosa leccornia.
Anche oggi è possibile rivivere quei dolci momenti, a condizione che si riesca ancora a reperire sul mercato una quantità di melecotogne sufficienti per preparare un po’ di “cotognata” in vasetti oppure a pezzi.
Magari non sono più le melecotogne di una volta, tuttavia tentar non nuoce.
Come si prepara una buona cotognata casalinga?
Cominciamo con il procurarci circa 3 Kg di melecotogne, che verranno pazientemente sbucciate e private dei torsoli, tagliando poi la polpa a fettine molto sottili.
Aggiungere lo zucchero (300 gr. circa per ogni Kg di polpa: una quantità non eccessiva di zucchero lascia più spazio al sapore intenso delle cotogne), spremervi sopra mezzo limone e lasciare macerare per tutta la notte in un capiente recipiente, mescolando ogni tanto....
Il periodo della vendemmia è sicuramente quello più propizio per preparare il nostro squisito "mostocotto".
Tradizionalmente il "mostocotto" si appronta con il mosto fresco di pigiatura dell'uva nera, ma va bene anche quello di uva bianca.
Il suo uso è molto diffuso per la preparazione dei dolci tipici della nostra tradizione locale.
Soprattutto a Natale, il “mostocotto” è indispensabile per bagnare le “nevole” e per la preparazione dei “calzoni”.
Ma non solo per questo, poiché è tale la versalità di questo succulento “nettare”, che si sposa tranquillamente con il gelato, formaggi stagionati, fragole, yogourt, macedonia di frutta e “grano dei morti” (che si prepara in occasione della ricorrenza dei morti ai primi di novembre con grano cotto, melograno e cioccolato fondente: visitare la pagina http://www.paginedipoggio.com/dblog/cerca.asp?cosa=grano+dei+morti&Cerca.x=15&Cerca.y=10 ).
Il "mostocotto" può essere gustato ... semplicemente al naturale !
A Poggio Imperiale è famosa anche la “tzùrrubbètte” (forse deriva da “sorbetto”), che si prepara in occasione delle (seppur rare) nevicate.
Si raccoglie la neve (possibilmente quella che si adagia in posti incontaminati) con un cucchiaio fino a riempire un bicchiere di vetro nel quale viene versato del “mostocotto”.
In estate, invece, la “tzùrrubbètte” viene preparata con il ghiaccio finemente tritato e “mostocotto” (una sorta di granita); una squisita e dissetante bevanda.
Come si prepara il “mostocotto”?
Si fa bollire il mosto in un capiente recipiente a fuoco moderato, per il tempo necessario, fin quando il liquido assume una consistenza mielosa.
Il rapporto è di circa 1 o 2 litri di prodotto finale rispetto a 5 litri di mosto fresco; dipende innanzitutto dalla consistenza che si desidera ottenere.
Il “mostocotto” così ottenuto viene lasciato decantare e quindi raffreddare nel medesimo recipiente di cottura per qualche giorno e, successivamente, si procede al suo imbottigliamento.
Le bottiglie vanno conservate in ambienti asciutti, freschi e non soleggiati.
Il prodotto non richiede aggiunta di zuccheri, conservanti o additivi vari.
Oggi è possibile acquistare presso alcune case vinicole di San Severo il c.d. “precotto”, che consente di accorciare notevolmente i tempi di preparazione del “mostocotto”. ...
Una vera bontà d’altri tempi.
E’ una delizia del palato senza tuttavia rappresentare un peccato di gola.
Anzi, al contrario, è un vero toccasana per la nostra salute, proprio per la presenza dei vinaccioli.
Una marmellata genuina e squisita, senza conservanti e addensanti, ma soprattutto priva di zuccheri aggiunti.
Per la preparazione della vera mostarda di uva, quella originale, che approntavano un tempo le nostre nonne di Poggio Imperiale, in terra di Capitanata, non c’èra bisogno di ingredienti particolari; occorreva solamente dell’uva, un po’ di tempo e dell’olio di gomito. Niente altro.
La preparazione è semplicissima.
Prendete dei bei grappoli di uva bianca e nera e lavateli accuratamente, indi sgranate gli acini dai raspi eliminando quelli ammalorati.
Potete cominciare, ad esempio, con due chili e mezzo di frutta per ricavare il vostro primo vasetto di marmellata.
Aiutandovi con un coltello, tagliate a metà di acini, avendo cura di raccogliere anche il succo che ne fuoriesce.
Molte ricette prevedono a questo punto di eliminare pazientemente i vinaccioli. Niente di più sbagliato; i vinaccioli vanno lasciati. Infatti, i semi dell’uva sono ricchi di polifenoli (antiossidanti) ed è nota la proprietà anti-radicali liberi dei polifenoli. Così come molte ricette prevedono di aggiungere 400/500 grammi di zucchero per ogni chilo di uva. Anche questo è sbagliato, poiché l’uva ed il mosto che ne deriva sono già ricchi di zuccheri naturali.
Versate quindi in una capiente pentola di acciaio i chicchi d’uva con il loro succo. Accendete il fornello del gas a fuoco lento e lasciate cuocere mescolando ogni tanto con un cucchiaio di legno, per evitare che si attacchi sul fondo, fino ad ottenere una marmellata densa e omogenea.
Togliete la marmellata dal fuoco e versatela ancora bollente nei vasetti di vetro, provvedendo a tapparli immediatamente. I vasetti andranno lasciati capovolti fino al giorno successivo e quindi riposti in un luogo fresco e buio.
In mancanza possono essere conservati in frigorifero.
Se volete conservare il prodotto più a lungo, si consiglia di far bollire i vasetti a bagnomaria....
Eccezionale debutto alla Vetrina del Gusto dei vini dell’Azienda Agricola Conte Collalto di Susegana.
Giovedi scorso 6 ottobre 2011 hanno avuto inizio all’Eat’s Store di Milano, situato nella Galleria del Corso all’interno del complesso “Excelsior Milano”, gli appuntamenti della Vetrina del Gusto, l’originale iniziativa che ogni settimana offre ai clienti dello Store l’opportunità di incontrare i principali rappresentanti dell’eccellenza enogastronomica italiana.
Il debutto è stato affidato a gustosi accostamenti di prodotti che esprimono tutta la storia e la tradizione delle Regioni che hanno visto nascere Eat’s.
Protagonisti del primo appuntamento sono stati l’Azienda Agricola Conte Collalto di Susegana (TV) con il Prosecco DOCG di Conegliano-Valdobbiadene, i formaggi “ubriachi” della tradizione veneta nella brillante interpretazione della Casearia Carpenedo di Povegliano (TV) e una selezione di gelatine al vino di Schianchi (UD), preparate secondo una particolare lavorazione di tipo tradizionale.
Grazie alla straordinaria varietà di flora e fauna che ne caratterizzano la proprietà, l’Azienda Collalto costituisce indubbiamente un’oasi ecologica senza pari tra gli ecosistemi dell’Italia settentrionale. I 150 ettari di vigneto armoniosamente alternati a splendidi alberi secolari di ulivi sono circondati dai boschi, prati, e grandi pascoli dove regnano indisturbati bovini, cavalli, asini, beccacce, fagiani, lepri e caprioli.
I vigneti dell’Azienda Vinicola Collalto producono attualmente circa 850.000 bottiglie, di cui 550.000 di Prosecco D.O.C.G. L’Azienda Agricola Conte Collalto e la sua Cantina costituiscono una realtà profondamente radicata nel territorio. Proprio dalla solida conoscenza della tradizione enologica del territorio e dal confronto quotidiano con le genti del luogo, infatti, l’Azienda ha tratto i suoi principi qualitativi e la tensione costante ad affinare le caratteristiche dei prodotti, sia investendo nell’ampliamento e nel reimpianto dei vigneti, sia nell’uso di tecniche di lavorazione con rese più basse, ma di alta qualità, e nella selezione delle uve.
Il risultato è percepibile nei vini Conte Collalto e, in particolar modo, nell’eleganza discreta e nella superba bevibilità delle quattro tipologie di Conegliano- Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG. Spumanti di ottima qualità, espressioni colte, ma al tempo stesso autentiche e accessibili di una terra e di un popolo di grandi intenditori di vini.
I vini “Collalto”
I vini da vitigni internazionali (Pinot Grigio delle Venezie, Chardonnay Colli Trevigiani, Piave Merlot, Piave Cabernet); i vini da vitigni autoctoni (Verdisio Colli Trevigiani, Wildbacher Colli Trevigiani); i vini da vitigni “Incrocio Manzoni” (Collalto Rosè, Rosabianco Manzoni Rosa 1 – 50 Colli Trevigiani, Manzoni Bianco Colli Trevigiani, Incrocio Manzoni 2.15 Colli Trevigiani); il Prosecco (Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore D.O.C.G. Spumante Brut, Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore D.O.C.G. Spumante Extra Dry, Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore D.O.C.G. Spumante Dry Millesimato, Conegliano Valdobbiadene Prosecco D.O.C.G. Frizzante); le etichette storiche dei vini maturati in botti grandi e barriques di rovere francese (Schenella I Colli di Conegliano Bianco aromatico, Vinciguerra I Colli di Conegliano Rosso tipico, Rambaldo VIII Colli Trevigiani strutturato, Torrai Piave Cabernet Riserva); il vino da dessert (Bianco Passito); la grappa (Grappa dei Poderi Collalto).
L’olio “Collalto”
Il fragrante olio extra vergine di oliva “Collalto Olio extra vergine di oliva”
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La Vetrina del Gusto
L’organizzazione della Vetrina del Gusto è strutturata per affiancare rappresentanti del mondo food e del mondo wine secondo accostamenti studiati per affinità, per comuni richiami al territorio o per suggerire inedite e stimolanti modalità di degustazione. Gli incontri continuano il giovedì con la formula del doppio appuntamento: tarda mattinata (indicativamente dalle 11.00 alle 14.00) e serata (17.30 – 20.30). ...
Il nuovo Arcivescovo di Milano sarà il futuro papa?
Si è parlato nei giorni scorsi di (possibili) dimissioni dell’attuale papa in primavera del prossimo anno, in occasione del suo ottantacinquesimo compleanno, anche se le voci non hanno poi trovato riscontri e conferme ufficiali presso la Santa Sede.
Ma c’è forse qualche attinenza con la recente nomina dell’ex Patriarca di Venezia Angelo Scola ad Arcivescovo di Milano?

Sicuramente si tratta di una nomina ricca di significati; una scelta pastorale forte, visto il carisma del porporato, la sua visibilità internazionale, la fama di teologo, la discreta ma costante inclusione del suo nome tra i Cardinali "papabili".
Una designazione che peserà sugli equilibri della Chiesa italiana, e non solo, soprattutto perché è il frutto di una scelta di Benedetto XVI, che ha consultato tutti e imposto alla Curia di seguire le procedure canoniche, ma poi ha deciso da solo.
Una nomina di grande spessore, e molti ritengono di poter annoverare il nome del nuovo Arcivescovo che si è insediato in quella che fu la Cattedra di Ambrogio, fra i “papabili” più autorevoli, visto che Milano ha dato nel passato secolo due Pontefici: Achille Ratti (Pio XI) e Giovanni Battista Montini (Paolo VI).
Ma, al di là di tutto, una sfida comunque difficile, nella Diocesi più grande del mondo.
La scorsa domenica 25 settembre l’abbraccio di Milano ad Angelo Scola, il suo nuovo Vescovo.
Alle ore 16 è giunto nella basilica di Sant'Eustorgio, luogo carico di tradizione simbolica e porta d'ingresso per la prima entrata in città di tutti i vescovi ambrosiani: è il più antico luogo di culto cristiano di Milano, quello dei primi battesimi, dei primi martiri e della loro sepoltura.
Scola e il corteo che lo accompagnava ha poi ripreso l'itinerario che lo ha portato in Piazza Duomo intorno alle 16.45 ove, ad aspettarlo davanti alla Cattedrale milanese, c’era il suo predecessore Cardinale Emerito Dionigi Tettamanzi, con il quale ha fatto solenne ingresso in Duomo, dopo che quest’ultimo gli aveva lasciato il bastone pastorale di San Carlo e che da secoli si tramanda da un vescovo all'altro e che rappresenta il passaggio di consegne alla guida della Chiesa ambrosiana.
Angelo Scola aveva iniziato il suo viaggio di avvicinamento a Milano partendo alle 14.00 da Malgrate, suo paese natale a pochi chilometri da Lecco. E il primo momento di preghiera e riflessione personale sul compito che lo aspetta è avvenuto già lì, nella chiesa parrocchiale di San Leonardo in cui fu battezzato e dove il parroco don Luciano Capra - suo futuro segretario particolare - l'ha accolto insieme con le autorità locali. In chiesa i nipotini e i parenti. Il successivo momento di solitudine e raccoglimento se lo è riservato subito dopo, nel piccolo cimitero, proprio di fronte alla chiesa, dove sono sepolti i suoi genitori e suo fratello.
La liturgia in Duomo ha avuto inizio con la lettura della lettera con cui il pontefice ha nominato Angelo Scola nuovo Arcivescovo di Milano, a cui ha fatto seguito il saluto ufficiale di Tettamanzi....
Poco più di un anno fa nasceva Gazzettaweb.info, un nuovo strumento d’informazione on line, la cui direzione veniva affidata al giornalista e scrittore Giucar Marcone.

E tutto questo grazie alla casa Editrice “Edizioni del Poggio”, ma soprattutto al suo titolare Dott. Giuseppe Tozzi di Poggio Imperiale.
Oggi, il giornale telematico registra al suo attivo un numero di articoli prossimo ai 300, suddivisi nell’ambito dei seguenti argomenti trattati:
Ambiente (66) Attualità (9) Cinema (8) Cronache (22) Cultura (45) Economia (1) Eventi (15) Fiere Sagre Mostre (1) Filosofia (12) Folklore e Tradizioni (5) Gastronomia (3) Giochi (1) Internet (1) Letteratura (7) Libri (2) Medicina (4) Musica (5) News (10) Politica (4) Primo piano (8) Religione (4) Scuola (6) Società (9) Sport (3) Storia (3) Teatro (11) Turismo (4)
Ed anche la frequenza delle pubblicazioni risulta essere di tutto rispetto, come emerge dalla sintesi sotto richiamata:
Settembre 2011 (5) Agosto 2011 (9) Luglio 2011 (14) Giugno 2011 (10) Maggio 2011 (19) Aprile 2011 (26) Marzo 2011 (24) Febbraio 2011 (30) Gennaio 2011 (18) Dicembre 2010 (13) Novembre 2010 (11) Ottobre 2010 (11) Settembre 2010 (11) Agosto 2010 (15) Luglio 2010 (22) Giugno 2010 (31)
Si riporta, qui di seguito, l’interessante Editoriale del Direttore Giucar Marcone del 24 giugno 2010.
"Il settore della comunicazione è in continua trasformazione. L’innovazione tecnologica sta rapidamente modificando il modo di fare informazione. Con l’avvento di Internet le abitudini dei cittadini di ogni parte del globo sono cambiate. Basta un click per alzare il sipario sul teatro del mondo: la globalizzazione non ha confini. Il futuro dei giornali è online e questo futuro è già iniziato e coincide con la diminuzione delle vendite dei quotidiani tradizionali. Anche la nostra casa editrice “Edizioni del Poggio” ha accettato la nuova sfida del XXI secolo dando vita a Gazzettaweb, un quotidiano online, ricco di contenuti, un giornale che si apre al mondo con le sue tante sezioni, quindi non solo cronaca ma anche tanta cultura, sport, società e costume, ovviamente le notizie legate al nostro territorio avranno un loro spazio. Internet ha cambiato in maniera determinante il modo di fare e di accedere all’informazione. Si è aperto per gli operatori della stampa e per i lettori uno scenario imprevedibile, sappiamo da dove veniamo, ma dove andiamo? Con un giornale online si ha l’obbligo di costruire un percorso che faccia dell’informazione onesta l’unico fine. Gazzettaweb vuol essere uno strumento d’informazione a totale disposizione dei lettori, vuol essere lo strumento dell’interscambio di idee e iniziative. Il lettore, in questa nuova iniziativa editoriale, deve essere protagonista, deve far sentire la “sua voce”, deve consigliarci, deve collaborare. Ricordo di aver visto tempo fa un film di fantascienza dove lo spettatore entrava nello schermo per interagire e con i protagonisti. Ecco, questo deve accadere anche con Gazzettaweb: il lettore deve essere primo attore di questa nostra testata, deve, possibilmente, esprimere pareri sugli articoli e, perché no, dialogare con gli autori dei “pezzi” pubblicati. Da quanto ho scritto si evince che ci sono tutti gli ingredienti per fare di Gazzettaweb il giornale telematico per tutti. Personalmente m’impegno a rendere sempre più appetibile questo “vostro” quotidiano e in questo impegno mi sostengono l’illuminato editore Giuseppe Tozzi, i miei più stretti collaboratori, Antonella Mazzili, Antonietta Pistone, Florindo Di Silvio e tutto lo staff di Gazzettaweb. Buona lettura. Giucar Marcone"
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Presso il Museo Archeologico Nazionale di Manfredonia, in provincia di Foggia, allestito all’interno del Castello Svevo, è possibile ammirare le famose ed esclusive “Stele Daunie”, intorno alle quali aleggia l’ombra del mistero.
Infatti, a tutt’oggi, non è ancora del tutto chiaro l’uso che gli antichi ne facevano.
Il Castello Svevo è la sede del Museo Archeologico dal 1968.
Eretto da Manfredi di Svevia nel 1256, fu sottoposto ad alcuni rifacimenti nel XV sec. dagli angioini e , successivamente, nel XVI sec., fino a portarlo alla forma attuale.
Fino a tutto il 1888 fu utilizzato come caserma e, nel 1901, venne acquistato dal Comune di Manfredonia che lo cedette allo Stato nel 1968, con l’idea di allestire una sede museale.
Vengono prevalentemente esposti reperti provenienti dalla laguna Sipontina e, in particolare, viene mostrato materiale di epoca preromana.
Il percorso prevede, con il periodo preistorico, l’esposizione degli oggetti del Neolitico provenienti dagli scavi presso il fiume Candelaro e i rinvenimenti dal villaggio di Coppa Nevigata, presso Trinitapoli, abitato ininterrottamente dal Neolitico al VIII sec. a.C.
Il villaggio ebbe un notevole sviluppo già dall’età del Bronzo, come evidenzia la scoperta di ipogei ricavati in formazioni carsiche naturali contenenti un grande numero di sepolture, e stabilì contatti con la civiltà micenea, come testimoniano ceramiche provenienti dalla Grecia orientale.
L’attrattiva del museo sono le 1500 “Stele Daunie” ritrovate nella zona.
Si tratta di lastre di calcare del Gargano sulle quali sono incise a rilievo molto basso figure umane convenzionali, con mani portate al petto e con le decorazioni delle vesti indossate. Una cavità nella parte alta della lastra accoglie la testa, anch’essa scolpita in maniera approssimativa in forma di pinnacolo.
Se i dettagli dell’abbigliamento permettono di datare le lastre al VII-VI sec. a.C., nulla è ancora dato sapere circa il loro impiego; il fatto che siano decorate in entrambi i lati lascia pensare che dovessero essere collocate in posizione verticale.
Si può pensare a segnacoli tombali o a sculture votive per un santuario funerario.
Nel 1968, come si è detto, con la cessione da parte del Comune allo Stato, il Castello Svevo divenne la sede delle collezioni archeologiche del territorio di Manfredonia, al fine di illustrare la storia della laguna di Siponto, oggi scomparsa per effetto delle opere di bonifica e di un naturale processo di impaludamento. ...
Lunedi 5 settembre 2011, partenza alle ore 8,40 da Termoli con la “Tremiti Jet” della NLG “Navigazione Libera del Golfo” e, solo dopo 50 minuti di navigazione, eccoci sbarcati sull’Isola di San Domino, nell’arcipelago delle Tremiti.
Le Isole Tremiti per la loro bellezza vengono definite “Le Perle dell’Adriatico” e sono meta preferita di moltissimi turisti. Le perle di questo magnifico arcipelago sono San Nicola, San Domino, Cretaccio, Capraia e Pianosa.
Un giro in barca dell’Arcipelagogo è d’obbligo per poter ammirare e visitare grotte, cale, punte e scogliere di rara bellezza, raggiungibili solo via mare.
Partiamo dallo scalo marittimo di San Domino e cominciamo il giro dell’isola, ammirando via via Cala delle Arene, Cala dello Spido, Punta Matano ed attigua Cala Matano, Punta del Pigno e relativa Cala, Scoglio dell’Elefante, Grotta del Sale ed attigua Cala, Grotta delle Viole, Cala dello zio Cesare, I Tre Segni, Grotta del Bue Marino, Architiello, Punta Secca, Grotta delle Rondinelle, Cala dei Benedettini, Cala degli Inglesi, Cala Tramontana, Cala Tamariello, Punta Diamante.
Il percorso prosegue costeggiando prima l’Isola del Cretaccio e, a seguire, l’Isola di San Nicola, fino a raggiungere l’Isola di Capraia, in prossimità della quale una sosta è doverosa per tuffarsi ed immergersi in un mare cristallino fra una miriade di pesci fino a scrutare la statua di San Padre Pio adagiata sul fondo.
Si riprende il giro costeggiando il lato opposto dell’Isola di San Nicola, fino ad approdare al suo scalo marittimo.
La visita a piedi della “Fortezza di San Nicola” offre un viaggio a ritroso nel tempo; una meta imperdibile per gli appassionati di storia tra fortezza, abbazia, cittadella e penitenziario.
Un bagno nelle acque limpide e trasparenti ai piedi della fortezza prima di risalire in barca e farsi traghettare nuovamente al punto di partenza dell’Isola di San Domino: un’isola d’incanto dove trascorrere soggiorni d’incanto in una delle strutture ricettive immerse nel verde dei pini d’aleppo.
Una passeggiata a piedi per 5 km circa di percorso, costeggiando tutte le insenature principali dell'isola, ed infine un bagno salutare a Cala delle Arene prima di imbarcarsi, alle 17,30, sulla “Tremiti Jet” per il viaggio di ritorno....
Per Ferragosto sono tornato con mia moglie a Roseto Capo Spulico, dopo parecchi anni; circa una ventina, credo, da quando abbiamo avuto modo di soggiornarvi, per qualche giorno, la prima volta, ospiti anche allora di una sorella di mia moglie, che è proprietaria di un appartamento per le vacanze a Marina di Roseto.
L’impressione è che, nell’insieme, si sia registrato un certo miglioramento, sia riguardo alle infrastrutture esistenti, sia sul piano della ricettività e dell’offerta turistica in genere.
Un bel lungomare, lidi attrezzati, bar, ristoranti, alberghi, locali di intrattenimento e tanto ancora, in un contesto davvero speciale dove, nella cornice di un cielo azzurro, l’acqua trasparente del mare lambisce i ciottoli di una spiaggia che pare protetta dall’imponente castello medioevale a picco sul mare con l’antistante scoglio a forma di fungo.
E che dire, poi, di Roseto Capo Spulico paese, abbarbicato più su, a circa un paio di chilometri e mezzo dal mare, in un dedalo di strade e stradine che offrono al visitatore scorci panoramici unici, tra l’azzurro del mare e il verde lussureggiante dei monti che circondano il vecchio borgo.
Un tuffo nel passato fra case e palazzi d’un tempo, che fanno ritornare alla mente la vita e le gesta di popoli antichi vissuti prima di noi.
Una visita al Museo Etnografico della memoria storica, realizzato al piano terra del maestoso Castrum guiscardiano della porta urbica, è veramente quello che ci vuole per scoprire le radici di Roseto.
E’ possibile ammirare oggetti che per secoli sono stati il punto di riferimento di una vita fatta di miserie e di emarginazione, sotto lo sguardo premuroso di Narduzzo, un operaio emigrato all’estero e che, per un quarto di secolo, ha lavorato nelle miniere tedesche, il quale ha pazientemente raccolto arnesi, utensili, manufatti e tante cose interessanti, sistemandoli ordinatamente e rimanendone ora guida e geloso custode.
Alcuni angoli suggestivi del centro storico medioevale sono stati valorizzati da un primo (timido) tentativo sperimentale di pedonalizzazione, contestualmente ad alcuni sapienti interventi di restyling di antiche abitazioni, trasformate in B&B, in una logica di “albergo diffuso”, tra cui “La Piazzetta” in via delle Rose, 24.

E, poi, tornando al mare ….il Castello di Roseto, saldamente impiantato sulla scogliera protesa sul mare; il Castello Templare Federiciano “Castrum Petrae Roseti” (sec. X-XIII) con lo scoglio (denominato “incudine” o, più semplicemente, “scoglio del Castello”) a forma di fungo.
Una visita al Castello, alle sue sale, ai torrioni, offre dalla sua sommità una vista mozzafiato sul mare e verso i monti circostanti.
E, poi, il lungomare degli Achei.
La gastronomia basata sui prodotti locali di terra e di mare, la simpatia e la familiarità della gente completa il quadro di questo angolo di mondo che merita un sincero apprezzamento. ...
Un anno e mezzo fa auspicavo, su questo stesso mio sito, che alla singolare iniziativa del nostro compaesano Leonardo Iadarola fosse data la giusta visibilità che meritava.
Infatti, un mio articolo del 27 gennaio 2010 dal titolo «A Poggio Imperiale … la passione per le “antiche cose”!», che è possibile ancora leggere cliccando la pagina http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?id=63, ma che ad ogni buon conto riporto in calce al presente articolo, offre al lettore un’idea (solo un’idea poiché, nella realtà, c’è molto di più da vedere) di cosa Leonardo ha pazientemente saputo e voluto ricercare e raccogliere: dagli attrezzi agricoli ed artigianali ai macchinari più sofisticati di un tempo; strumenti di arti e mestieri ovvero per il diletto, il gioco e lo sport; arredi ed attrezzature domestiche e per la cucina, l’illuminazione, il riscaldamento e l’igiene personale; stampe, quadri, libri, fotografie; mezzi di trasporto (biciclette, moto, ecc.); oggetti di culto e tanto altro materiale.
A quanto pare …. ogni tanto qualche desiderio si avvera …. e, così, nell’ambito delle manifestazioni “Estate 2011” di Poggio Imperiale, giovedi 11 agosto è stata inaugurata la Mostra Etnografica “Dalla civiltà contadina a quella industriale”, presso il museo privato di Leonardo Iadarola, sito nei capannoni della “Nuova Artigiantubi” nella zona artigianale del paese, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Poggio Imperiale.
Il taglio del nastro è avvenuto verso le ore 11 alla presenza dei rappresentanti dell’amministrazione comunale e di un discreto numero di cittadini e di forestieri che si trovano qui in vacanza.
Dopo i discorsi di rito, un brindisi augurale ha dato avvio alle visite della mostra che, secondo quanto affermato dall’Assessore alla cultura dovrebbe avere carattere permanente.
Questa è veramente una bella notizia: una mostra etnografica permanente a Poggio Imperiale!
Un ringraziamento particolare va quindi tributato all’amico Leonardo Iadarola che non ha solamente raccolto e conservato tutte quelle antiche cose, ma perché le ha pazientemente ripristinate e fatte tornare in vita… un vero miracolo!
Riporto, con l’occasione, l’articolo sopra citato.
A Poggio Imperiale … la passione per le “antiche cose”!
Singolare iniziativa di un “poggioimperialese” che ha pazientemente ricercato e raccolto, negli anni, antichi attrezzi agricoli ed artigianali, ma anche macchinari un po’ più sofisticati di un tempo; strumenti di arti e mestieri oltre che per il diletto, il gioco e lo sport; arredi ed attrezzature domestiche per la cucina, l’illuminazione, il riscaldamento e l’igiene personale; stampe, quadri, libri, fotografie; mezzi di trasporto (biciclette, moto, ecc.), oggetti di culto e tanto altro materiale. In molti casi gli oggetti raccolti sono stati sottoposti ad un attento restauro, riportandoli alla loro originaria funzionalità. Tutto questo ad opera di un “pimpante” sessantenne “poggioimperialese”. ...
Sabato 6 agosto 2011 Giacomo Fina ha presentato il suo ultimo libro di poesie.
“Come le onde” questo è il titolo della nuova opera del poeta compaesano, pubblicata dalle Edizioni del Poggio.
Dalla quarta di copertina :
“Il passato è passato, e mai più ritornerà
E ogni stagione ha i propri suoni e colori.
Le mitiche magie delle muse
Si succedono come le onde del mare;
e le onde frante mai più ritorneranno.
Per fortuna che mi è rimasto il mare”.
L’evento si inserisce nell’ambito delle manifestazioni “Estate 2011”, con il Patrocinio del Comune e dell’Assessorato alla Cultura.
Presso i locali della Scuola Elementare in via Oberdan a Poggio Imperiale, alle ore 19,30, dopo i saluti dell’Amministrazione comunale, Giacomo Fina ha dato avvio ai lavori di presentazione della sua ultima fatica.
I relatori sono stati: Giucar Marcone - Giornalista e scrittore, direttore delle Edizioni del Poggio ed Arcangela Ferro – Responsabile UNISU ( Università Nicolò Cusano) polo didattico di Foggia.
L’attore e regista Fabio Gemo ha intrattenuto i presenti con le sue stupende letture poetiche. ...
Il sito/blog www.paginedipoggio.com compie il suo terzo anno di vita con oltre cento articoli al suo attivo (106 per la precisione); una media di tre articoli al mese, ripartiti secondo le seguenti sezioni:
Curiosità (11)
Ddummànne a l’acquarùle se l’acqu’è fréscijche (9)
Divagazioni (13)
Eventi (33)
Fatti & Misfatti (2)
Ricorrenze (8)
Storia (9)
Terra Nostra Onlus (3)
Viaggi (13)
Work in progress (1)
Questa la classifica degli articoli più cliccati:
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Liquori di agrumi del Gargano: il “LIMOLIVO” e il “LIMONCELLO” pubblicato in Divagazioni, linkato 2130 volte, commenti (2)
YAD VASHEM IL MUSEO DELL’OLOCAUSTO DI GERUSALEMME: la didascalia contestata pubblicato in Viaggi, linkato 1747 volte, commenti (7)...
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