<?xml version="1.0" encoding="windows-1252"?><feed version="0.3" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" xmlns:trackback="http://madskills.com/public/xml/rss/module/trackback/" xmlns="http://purl.org/atom/ns#" xml:lang="it-it">
	<title>Pagine di Poggio Blog</title>
	<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.paginedipoggio.com/dblog/" />
	<tagline type="text/html">Pagine di Poggio Blog</tagline>
	<id>http://www.paginedipoggio.com/dblog/</id>
	<generator url="http://www.paginedipoggio.com/dblog/feedatom.asp" version="Pagine di Poggio Blog">Pagine di Poggio Blog 2.0</generator>
	<author>
		<name>Pagine di Poggio Blog</name>
		<url>http://www.paginedipoggio.com/dblog/</url>
	</author>
	<modified>2012-02-01T18:13:44+01:00</modified>
	<entry>
		<title><![CDATA[I Panettèlle de San Biàse (le pagnottelle di San Biagio)]]></title>
		<id>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=145</id>
		<created>2012-02-01T18:13:44+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p>Il 3 febbraio si celebra la festivit&agrave; di <strong>San Biagio</strong> invocato come protettore della gola.</p>
<p>La leggenda narra che Biagio, medico, vescovo e martire, guar&igrave; miracolosamente un bimbo cui si era conficcata una lisca in gola.</p>
<p>E, a quell&rsquo;atto, risale il rito della <strong>&ldquo;benedizione della gola&rdquo;,</strong> compiuto con due candele incrociate.</p>
<p>I miei ricordi di infanzia mi riportano al profumo e al sapore delle <strong>Panett&egrave;lle de San Bi&agrave;se</strong> <em>(pagnottelle di San Biagio),</em> che un tempo venivano preparate a Poggio Imperiale, in provincia di Foggia, proprio per il giorno di San Biagio. </p>
<p align="center"><img alt="" src="/public/SBiagio.JPG" /></p>
<p>Era tanta l&rsquo;attesa &hellip; ma, ahim&egrave;, non si potevano toccare ... dovevano prima essere benedette dal prete durante la messa del mattino del 3 febbraio, e poi a casa &hellip; per la loro consumazione. </p>
<p>Si portavano in Chiesa in un cestino di vimini coperto con un panno bianco ricamato.</p>
<p>Solitamente era un pezzo pregiato del <em>corredo</em> della nonna o della mamma.</p>
<p>Ma &egrave; possibile ancora oggi, con un po&rsquo; di buona volont&agrave;, rinverdire quei lontani ricordi e provare a preparare questo antico e semplice <em>pandolce</em> tradizionale. </p>
<p>Questa la ricetta delle <strong>&ldquo;Panett&egrave;lle de San Bi&agrave;se&rdquo;</strong></p>
<p align="center"><u>Ingredienti</u></p>
<p align="center">500 g. di farina 00</p>
<p align="center">4 uova</p>
<p align="center">1 dado di lievito di birra</p>
<p align="center">50 g.di burro (a temperatura ambiente) </p>
<p align="center">200 g. di zucchero</p>
<p align="center">&nbsp;un pizzico di sale fino </p>
<p align="center">1 cucchiaio raso di lievito Bertolini </p>
<p align="center">latte tiepido q.b. per impastare </p>
<p align="center"><u>Procedimento</u></p>
<p align="center">Impastare tutti gli ingredienti in una ciotola (o su di una spianatoia) con il latte tiepido. </p>
<p align="center">L&rsquo;impasto deve risultare omogeneo e morbido al tempo stesso.</p>
<p align="center">Foderare una teglia a bordi alti con carta da forno. </p>
<p align="center">Ricavare delle pagnottelle rotonde del diametro di 5/6 cm.</p>
<p align="center">Deporle nella teglia una vicina all&rsquo;altra fino ad occupare tutto lo spazio.</p>
<p align="center">Lasciare lievitare per circa 2 ore in ambiente caldo. </p>
<p align="center">Prima di infornarle pennellarle con uovo sbattuto.</p>
<p align="center">Mettere in forno gi&agrave; caldo a 180&deg; per 15 minuti circa.</p>
<p align="center">Controllare con uno stecchino la cottura e regolarsi di conseguenza. </p>
<p align="center">&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt; &lt;&lt;&lt;&lt;&lt;&lt;</p>
<p>Queste le nostre <strong>&ldquo;Panett&egrave;lle de San Bi&agrave;se&rdquo;,</strong> ma, come si dice, ogni mondo &egrave; paese.</p>
<p>Nel milanese, ove risiedo da molti anni, c&rsquo;&egrave; per esempio un&rsquo;usanza radicata nel territorio che &egrave; quella di mangiare il 3 di febbraio, festivit&agrave; di San Biagio, <strong>il panettone</strong>.</p>
<p>Infatti, all&rsquo;inizio di febbraio, passeggiando per Milano e relativo hinterland &egrave; del tutto normale trovare nelle vetrine delle pasticcerie, panetterie e gastronomie, panettoni in vendita con forti sconti (per la verit&agrave;, la tradizione imporrebbe di vendere per San Biagio due panettoni al prezzo di uno, ma non tutti la rispettano). </p>
<p>Si dir&agrave;: &egrave; un banale tentativo di liberarsi degli avanzi del dolce natalizio per eccellenza!</p>
<p>Niente di pi&ugrave; errato, infatti si tratta in realt&agrave; di un'usanza che ha una lunga storia.</p>
<p>Una statua di San Biagio svetta su una delle guglie del <strong>Duomo di Milano</strong>, la citt&agrave; dove in passato il panettone natalizio non si mangiava mai tutto intero, riservandone sempre una parte per la festa di quel Santo.</p>
<p>E dunque ancora oggi si vende a Milano il <strong>&ldquo;panettone di San Biagio&rdquo;</strong> per mantenere viva quella tradizione. </p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=145"/>
		<issued>2012-02-01T18:13:44+01:00</issued>
		<modified>2012-02-01T18:13:44+01:00</modified>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		<wfw:comments>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=145#commenti</wfw:comments>
	</entry>
	<entry>
		<title><![CDATA[I saldi, questi sconosciuti!]]></title>
		<id>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=144</id>
		<created>2012-01-30T14:42:11+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p><strong></strong></p>
<p><strong></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma chi ci crede pi&ugrave;!</p>
<p>Per moltissime famiglie, specialmente in un momento particolarmente difficile sotto il profilo economico, il periodo dei <strong>saldi</strong> appare a volte come l'unica possibilit&agrave; di poter effettuare qualche necessitato ricambio nel proprio guardaroba. </p>
<p align="center"><img alt="" src="/public/Saldi.JPG" /></p>
<p>Eppure, chi di noi non ha mai avanzato dubbi sui tanto attesi <strong>saldi</strong>?</p>
<p>I <strong>saldi</strong> sono davvero tali oppure le <em>(a volte esagerate)</em> percentuali di sconto paventate nelle vetrine dei negozi rappresentano semplicemente i reali <strong>prezzi </strong>di mercato delle merci?</p>
<p>Alcune operazioni<font size="2"> </font><font face="Arial"><span style="LINE-HEIGHT: 115%; FONT-FAMILY: " new="" times=""><font size="2" face="Arial">poste in essere</font> </span>quest&rsquo;anno in diverse citt&agrave; italiane dalla <strong>Guardia di Finanza</strong> hanno messo in luce che spesso la <strong>truffa</strong> si maschera da buon affare.</font></p>
<p>Meno male che non &egrave; sempre cos&igrave; e che nella nostra bella <strong>Italia</strong> ci sono ancora commercianti <strong>onesti</strong> e <strong>coscienziosi</strong>, tuttavia il fenomeno non risulta circoscritto a semplici casi isolati. </p>
<p>Le <strong>foto</strong> dei prezzi esposti, scattate nel periodo precedente agli sconti, hanno permesso alle <strong>Fiamme Gialle</strong> di accertare che alcuni negozi di calzature e abbigliamento avevano <strong>gonfiato</strong> i prezzi originari su cui poi hanno applicato degli <strong>sconti</strong>, ovviamente<strong> fasulli.</strong></p>
<p>E, malgrado i controlli siano ormai costanti e serrati, sia in occasione dei <strong>saldi</strong> invernali che di quelli estivi, ci sono ancora commercianti che tentano di <strong>imbrogliare</strong> i propri clienti con <em><strong>occasioni</strong></em> fittizie.</p>
<p>Nella migliore delle ipotesi il prezzo finale sar&agrave; scontato di una percentuale&nbsp;  inferiore rispetto a quella esposta, per esempio del 30% invece del 50% e, nella peggiore, il prezzo rimarr&agrave; uguale a quello esposto prima dei <strong>saldi.</strong></p>
<p>Un altro metodo pare che sia quello di <em><strong>riesumare</strong></em> dai magazzini e dagli scantinati capi ormai <strong><em>sorpassati,</em></strong> avendo per&ograve; l&rsquo;accortezza di <strong><em>rispolverare</em></strong> per lo pi&ugrave; capi <em><strong>firmati</strong>,</em> attualizzando il prezzo di vendita con il medesimo sistema di gonfiamento dei prezzi.</p>
<p>Cosa fare? </p>
<p>Niente, si tratta di un <strong><em>fenomeno</em></strong> <strong><em>di costume</em></strong> del nostro tempo! </p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=144"/>
		<issued>2012-01-30T14:42:11+01:00</issued>
		<modified>2012-01-30T14:42:11+01:00</modified>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<wfw:comments>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=144#commenti</wfw:comments>
	</entry>
	<entry>
		<title><![CDATA[A Bologna un dipinto attribuito a Luca evangelista]]></title>
		<id>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=143</id>
		<created>2012-01-22T17:39:59+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p>Si tratta dell’effigie della <strong>Beata Vergine col Bambino</strong> custodita nel famoso <strong>Santuario della Madonna di San Luca</strong>. </p>
<p align="center"><img alt="" src="/public/SLuca1.jpg" /></p>
<p>La pittura &egrave; su tavola, alquanto deteriorata dal tempo, e mostra l’influsso dell'arte bizantina; nella forma attuale risale probabilmente al sec. XII, o prima met&agrave; del sec. XIII.</p>
<p>L'immagine nasconde sotto di essa un'altra effigie, molto pi&ugrave; antica: di epoca antecedente all’anno mille. Da piccoli saggi operati si &egrave; potuto rilevare la primitiva pittura, i cui colori sono molto pi&ugrave; intensi e brillanti di quelli attuali ed anche lo stile risulta diverso. Secondo la tradizione, comune a molte altre immagini, sarebbe stata dipinta da <strong>San Luca.</strong></p>
<p>La <strong>Vergine</strong>, in espressione dolce, un po' severa e alquanto mesta, ha uno sguardo penetrante e profondo, che colpisce il devoto. Il <strong>Bambino</strong> &egrave; solenne e maestoso e benedice con la mano destra alzata e le dita unite alla maniera bizantina. </p>
<p>Fra le molte immagini della Vergine, venerate dalla cattolicit&agrave;, questa di San Luca, a detta dei competenti, &egrave; una delle pi&ugrave; intense. </p>
<p>Si pu&ograve; ricordare quanto viene asserito, circa un giudizio che sarebbe stato espresso da <strong>Santa Bernardette Soubirous</strong>, la fanciulla che varie volte vide e parl&ograve; con la <strong>Madonna a Lourdes</strong>. Vennero presentate alla veggente varie immagini delle pi&ugrave; celebri raffigurazioni della Madonna: la Santa, soffermandosi su quella del Santuario di San Luca di Bologna, avrebbe esclamato: <strong>"Questa Le assomiglia!".</strong> </p>
<p>Il cardinale Domenico Svampa nel 1898 fece compiere una ricognizione della sacra effigie e dispose che venissero eseguiti alcuni restauri. Il cardinale Giacomo Lercaro, nel 1955, permise una seconda ricognizione e consent&igrave; altri restauri necessari. </p>
<p align="center"><img alt="" src="/public/SLuca2.jpg" /></p>
<p>L'immagine &egrave; ricoperta da un prezioso frontale, di argento, che sostituisce l'altro cesellato dal fiammingo Jan Jacobs di Bruxelles nel 1625. Su di esso sono sistemati donativi di grande valore, offerti alla Madonna; una croce di brillanti con relativo anello, dono del cardinale Viale Prel&agrave;, l'anello di Pio IX, l'anello del cardinale Svampa, e molti altri. Sopra l'immagine, sostenuta da due angeli, &egrave; collocata la corona di Pio IX. </p>
<p>La <strong>leggenda</strong> riguardante l'arrivo a Bologna dell'icona  raffigurante una Madonna col Bambino &egrave; raccontata tardivamente nella cronaca di Graziolo Accarisi, giureconsulto bolognese del XV secolo. Secondo la tradizione il pellegrino greco <strong>Teocle Kmnega</strong> ricevette, dai canonici della chiesa di <strong>Santa Sofia a Costantinopoli</strong>, un’immagine della Vergine <strong>dipinta dall'evangelista Luca</strong>, impegnandosi a portarla sul <strong>Monte della Guardia</strong>. Quando egli giunse a Roma seppe che quel monte si trovava a <strong>Bologna</strong> e qui il dipinto vi giunse nell'anno <strong>1160</strong>.</p>
<p>In omaggio a quell'immagine fu poi costruita la Chiesa. Le origini del Santuario che sorge sul Monte della Guardia, risalgono all'anno 1192 quando <strong>Angelica di Caicle</strong>, poi Beata, don&ograve; il terreno ai Canonici di S. Maria di Reno per la costruzione di un monastero. La costruzione inizi&ograve; con la posa della prima pietra il 24 agosto 1194. All'interno si colloc&ograve; l'immagine della Madonna con Bambino.</p>
<p>Nel 1433 il popolo port&ograve; la Madonna in processione per implorare la cessazione delle rovinose piogge e giunti a <strong>porta Saragozza</strong> la pioggia cess&ograve;; per ringraziamento gli Anziani decretarono che la processione si sarebbe dovuta ripetere ogni anno. La devozione aument&ograve; ma la Chiesa era in uno stato di degrado tale che si decise di ristrutturarla ed ampliarla; la nuova Chiesa fu consacrata il 1 luglio 1481 dal vescovo di Sarsina. Tra il 1674 e il 1732 si costru&igrave; il portico, progettato da Gian Giacomo Monti, che si estende dalla Chiesa fino a porta Saragozza, lungo un tracciato di quasi 4 km coperto da 666 archi. Il 26 luglio 1723 su progetto dell'architetto Francesco Dotti inizi&ograve; la costruzione del nuovo Santuario che fu poi consacrato il 25 marzo1765.</p>
<p>Fino al 1976 si andava a S. Luca in funivia. </p>
<p>Ogni anno, ancora oggi, la sacra immagine che raffigura la Vergine col Bambino, attribuita da antichissima tradizione alle mani dell’evangelista san Luca, scende dal colle e ritorna in citt&agrave; a Bologna per i solenni festeggiamenti. La processione prende le mosse dal Santuario arroccato sul colle della Guardia, fermandosi a Porta Saragozza dove viene accolta dal Cardinale e condotta in Cattedrale, ove la sacra effige rimane esposta alla venerazione dei fedeli per alcuni giorni, prima di far ritorno nel Santuario.</p>
<p align="center"><img alt="" src="/public/SLuca3.JPG" /></p>
<p>Il <strong>Santuario della Madonna di San Luca</strong>, dedicato al culto cattolico mariano, si eleva sul Colle della Guardia, uno sperone in parte boschivo a circa 300 m s.l.m. a sud-ovest del centro storico di Bologna. È un importante Santuario nella storia della citt&agrave; di Bologna, fin dalle sue origini meta di pellegrinaggi per venerare la sacra icona della Vergine col Bambino detta "di San Luca". E’raggiungibile da porta Saragozza attraverso una lunga e caratteristica via porticata, che scavalca via Saragozza con il monumentale <em>Arco del Meloncello</em> (1732) per poi salire ripidamente fino al santuario. La storia del santuario &egrave; legata all'icona sacra che vi &egrave; custodita all'interno, che diede origine alla leggenda sulla fondazione del santuario stesso, facendone nei secoli una meta di pellegrinaggi. L'icona raffigura una Madonna col Bambino secondo la classica iconografia orientale di tipo <em>odighítria o hodigitria</em>, cio&egrave; di <strong>"Colei che indica la Via"</strong>, considerata la <strong>"Madonna dei viaggiatori".</strong> </p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=143"/>
		<issued>2012-01-22T17:39:59+01:00</issued>
		<modified>2012-01-22T17:39:59+01:00</modified>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<wfw:comments>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=143#commenti</wfw:comments>
	</entry>
	<entry>
		<title><![CDATA[Tra gli  Amish americani]]></title>
		<id>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=142</id>
		<created>2012-01-15T16:17:06+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p>Negli <strong>Stati Uniti d&rsquo;America</strong> vive una comunit&agrave; di tranquilli e pacifici agricoltori fermi a duecento anni orsono. </p>
<p align="center"><img alt="" src="http://www.paginedipoggio.com/public/Amish3.JPG" /></p>
<p>Si tratta degli <strong>Amish americani</strong>, i quali rifiutano la societ&agrave; moderna in quasi tutti i suoi aspetti e si vestono, vivono e lavorano secondo regole di due secoli fa.</p>
<p align="center"><img alt="" src="/public/Amish4.JPG" /></p>
<p>Io e mia moglie abbiamo avuto modo di visitare negli USA un insediamento di <strong>Amish</strong> tornando dal Canada, dopo aver visitato le <strong>Cascate del Niagara</strong>, e diretti a <strong>Washington</strong>.</p>
<p>E&rsquo; stato un salto a ritroso nel tempo: carrozze come mezzi di locomozione; uomini, donne e bambini che sembravano usciti da un film dell'ottocento, nei loro tipici costumi d&rsquo;epoca; contadini nei campi che aravano la terra con aratri trainati da cavalli; donne assorte alle faccende domestiche in maniera rigorosamente tradizionale, ecc.</p>
<p align="center"><img alt="" src="/public/Amish1.JPG" /></p>
<p>Non &egrave; ammessa elettricit&agrave;, sostituita da forme alternative di energia come vento, sole ed acqua; non ci sono automobili e la principale forza motrice sono i cavalli che trainano i carri neri divenuti simbolo degli Amish. </p>
<p>L&rsquo;abbigliamento &egrave; quello tardo ottocentesco ma molto semplificato: cappello, vesti scure e calzoni dal fondo largo per gli uomini, che appena si sposano portano la barba, e abiti privi di ornamenti con maniche lunghe, grembiuli e cuffiette attorno ai capelli&nbsp;per le donne.</p>
<p>Sono vietate tutte quelle cose che intaccano la struttura sociale e che comunque rappresentano desideri superflui e di vanit&agrave;; ovunque regna la tranquillit&agrave;, la pace interiore ed esteriore, la propensione al perdono e il forte senso religioso sono la base del loro vivere.</p>
<p align="center"><img alt="" src="/public/Amish2.JPG" /></p>
<p>Attualmente vivono commercializzando i loro prodotti della terra, nonch&egrave; confetture, marmellate, miele, sciroppo d'acero, torte, biscotti e tante altre buone cose che noi abbiamo avuto l'occasione di degustare ed acquistare presso uno dei propri punti vendita.</p>
<p>Gli Amish sono un gruppo religioso protestante che affonda le proprie radici nella comunit&agrave; Mennonita. Facevano parte del primo movimento anabattista europeo che si scisse dal Protestantesimo ai tempi della Riforma: perseguitati come eretici sia dai Cattolici sia dai Protestanti, furono costretti a rifugiarsi sulle Alpi Svizzere e nel sud della Germania e qui nacque la tradizione Amish di dedicarsi all'agricoltura e di radunarsi nelle case e non nelle chiese per seguire le loro funzioni religiose.</p>
<p>La comunit&agrave; &egrave; stata fondata alla fine del 1.600 dallo svizzero <strong>Jacob Amman</strong>.</p>
<p>Emigrati negli Stati Uniti, principalmente in <strong>Pennsylvania</strong>, per sfuggire a persecuzioni, gli Amish, protestanti, basano la loro fede sul rigido rispetto della <strong>Bibbia</strong> e sul rifiuto del progresso. Oggi vivono in 22 stati ed in Canada. Ma <strong>l'Old Order Amish</strong> (circa 16-18mila persone) vive in Pennsylvania, tra Filadelfia e Lancaster.</p>
<p>In genere sono trilingue, poich&eacute; parlano la lingua del paese nel quale vivono, ma essendo di cultura normalmente germanica, parlano in famiglia anche un dialetto tedesco, che nasce dall'unione della lingua del paese ospitante col tedesco, inoltre usano la lingua tedesca nei servizi religiosi.</p>
<p>Le donne e le ragazze indossano abiti molto modesti con maniche lunghe e gonne mai sopra la caviglia: non si tagliano mai i capelli che portano raccolti sulla nuca coperti da una cuffia bianca se sono sposate o nera se sono single. Non hanno gioielli. Gli uomini ed i ragazzi sono vestiti per lo pi&ugrave; di scuro con gilet e bretelle. Non hanno baffi, ma, dopo il matrimonio, si fanno crescere la barba. Gli Amish considerano tutto questo un'espressione di fede e di incoraggiamento all'umilt&agrave; che permea tutta la loro vita dedicata al duro lavoro dei campi. </p>
<p>Essi rifiutano la modernit&agrave;, ma non in quanto tale. Oggetti che non portino valori indesiderati nella casa e non provochino crepe nella struttura sociale sono i benvenuti se si rendono davvero necessari e se non sono un desiderio vanitoso e superfluo. Usano per esempio la stufa a legna moderna, perch&eacute; migliore e meno costosa di stufe pi&ugrave; vecchie, ma non transigono sull'abbigliamento o sui consumi alimentari, che rimangono legati alla tradizione.</p>
<p>Per lo stesso motivo gli Amish non considerano nemmeno la televisione, sono aperti invece ai libri e alle riviste a patto per&ograve; che non vadano contro la propria cultura. In genere non usano l'elettricit&agrave; e non possono guidare mezzi motorizzati.</p>
<p>Anche il rapporto con la medicina moderna &egrave; controverso. Normalmente si curano in casa, ma se un Amish sta veramente male, allora la comunit&agrave; decide di portarlo in ospedale.</p>
<p>La formazione dei giovani avviene in parte a scuola e in parte dentro la comunit&agrave;. La vita degli adepti &egrave; segnata da un evento particolarmente importante: i giovani dopo i 16 anni entrano nella fase del 'rumspringa', durante il quale lasciano le loro case per andare a scoprire il mondo che li circonda. Alla fine del 'rumspringa', i giovani sono liberi di decidere se tornare o meno nella comunit&agrave;.</p>
<p>In una comunit&agrave; degli Amish americana &egrave; stato ambientato il famoso film <strong>'Witness - il Testimone'</strong>, con Harrison Ford e Kelly McGillis, di Peter Weir. </p>
<p>Chi non rimane incuriosito quando sente parlare di Amish; difficile non rimanere increduli sapendo che il tempo, nei loro villaggi, si &egrave; letteralmente fermato ed &egrave; proprio cos&igrave; come appare proprio nel film suddetto. </p>
<p>Tuttavia, gli Amish hanno un rapporto problematico con il governo statunitense in quanto, per le loro convezioni religiose, rifiutano di iscriversi al servizio di leva e di prestare giuramento, non possono studiare oltre l&rsquo;ottavo grado del sistema scolastico degli USA e per tradizione impongono ai bambini di lavorare con i genitori. Ci&ograve; nonostante, rappresentano una realt&agrave; di rilievo sia dal punto di vista numerico che culturale negli Stati Uniti, e il loro stile di vita &ldquo;alternativo&rdquo; &egrave; sicuramente qualcosa che, al giorno d&rsquo;oggi, porta a riflettere. </p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=142"/>
		<issued>2012-01-15T16:17:06+01:00</issued>
		<modified>2012-01-15T16:17:06+01:00</modified>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<wfw:comments>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=142#commenti</wfw:comments>
	</entry>
	<entry>
		<title><![CDATA[Una storia di “scarpèlle” (o “pèttele”) natalizie.]]></title>
		<id>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=141</id>
		<created>2011-12-23T21:55:06+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p>Le<strong><em> &ldquo;p&egrave;ttele&rdquo;</em></strong> sono, in alcune parti della <strong>Puglia </strong>centro meridionale, le <strong>frittelle natalizie</strong> che in dialetto <em>tarnu&eacute;se</em> [poggioimperialese] vengono chiamate <strong><em>&ldquo;scarp&egrave;lle&rdquo;,</em></strong> e vengono preparate con farina, acqua, lievito e sale in una consistenza morbida e poi, dopo la lievitazione, fritte in abbondante olio di oliva.</p>
<p align="center"><img alt="" src="/public/Scarpelle.JPG" /></p>
<p>Una vera bont&agrave;. E non &egrave; <strong>Natale</strong> se la sera della vigilia non si consumano le <em>scarp&egrave;lle</em>, che possono tranquillamente&nbsp; sostituire il pane. </p>
<p>Le <em>scarp&egrave;lle</em> potrebbero probabilmente discendere proprio dalle <em>p&egrave;ttele</em> ed essere state portate a <em><strong>Tarran&ograve;ve</strong></em> [Poggio Imperiale] dai pugliesi centro &ndash; meridionali che qui si sono nel tempo trasferiti.</p>
<p>Ed &egrave; proprio da quelle parti che prende corpo la storia che sto per raccontare.</p>
<p>Si racconta che, durante la transumanza, quando i pastori d&rsquo;Abruzzo con le loro greggi scendevano in terra pugliese, muniti di zampogne, ciaramelle e cornamuse, suonavano per i vicoli della citt&agrave; di <strong>Taranto</strong> regalando, durante la loro questua itinerante, dolci melodie in cambio di cibo.</p>
<p>Il cibo che i tarantini donavano ai pastori era un prodotto povero e semplice, come loro del resto, ma allo stesso tempo gustoso e nutriente. </p>
<p>Erano delle frittelle di pasta di pane, le famose <em>p&egrave;ttele</em>. </p>
<p>Il 22 novembre si festeggia Santa Cecilia: una data molto importante per Taranto, che in concomitanza con questa ricorrenza religiosa, inaugura il periodo delle <strong>festivit&agrave; natalizie</strong>.</p>
<p>Per Taranto e per i tarantini inizia l&rsquo;<strong>Avvento</strong>, in anticipo rispetto a tutti gli altri calendari, che lo fanno iniziare dall&rsquo;Immacolata o da Santa Lucia&rdquo;. </p>
<p>Un&rsquo;antica leggenda narra che: <em>&lt;&lt; Il giorno di Santa Cecilia, una donna si alz&ograve; come di consueto, per preparare l'impasto per il pane. Mentre l'impasto lievitava sent&igrave; un suono di ciaramelle, si affacci&ograve; e vide gli zampognari che arrivavano. Come ipnotizzata da quella melodia scese per strada e si mise a seguire gli zampognari per i vicoli della citt&agrave;. Quando torn&ograve; a casa si accorse che l'impasto era lievitato troppo e non poteva pi&ugrave; essere usato per il pane, e che nel frattempo anche i suoi figli si erano svegliati e reclamavano la loro colazione. Senza lasciarsi prendere dalla disperazione, la donna mise a scaldare dell'olio e cominci&ograve; a friggere dei pezzettini di pasta che nell'olio diventavano palline gonfie e dorate che piacquero molto ai suoi figli, che con la loro tipica curiosit&agrave; le chiesero: &quot;M&agrave;, come si chiaman'?&quot;- e lei pensando che somigliavano alla focaccia ( in dialetto detta &quot;pitta&quot;) rispose: &quot;pettel'&quot; (ossia piccole focacce). Non ancora soddisfatti i figli chiesero: &quot;E 'cce sont?&quot; - e lei vedendo che erano molto soffici rispose: &quot;l' cuscin' du Bambinell&quot; (i guanciali di Ges&ugrave; Bambino). Quando fin&igrave; di friggere tutto l'impasto, scese per strada coi suoi bambini, felici e satolli per offrire le pettole agli zampognari che con la melodia delle loro pastorali avevano reso possibile quel miracolo&gt;&gt;.</em> </p>
<p><font size="1"><strong>Il racconto &egrave; tratto dal libro di Lorenzo Bove <em>&ldquo;Ddumm&agrave;nne a l&rsquo;acquar&uacute;le se l&rsquo;acqu&rsquo;&egrave; fr&eacute;scijche&rdquo;</em> - Detti, motti, proverbi e modi di dire Tarnu&iacute;se, Edizioni Del Poggio, pagine 103, 104 e 105.</strong></font> </p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=141"/>
		<issued>2011-12-23T21:55:06+01:00</issued>
		<modified>2011-12-23T21:55:06+01:00</modified>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<wfw:comments>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=141#commenti</wfw:comments>
	</entry>
	<entry>
		<title><![CDATA[La Muta di Raffaello]]></title>
		<id>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=139</id>
		<created>2011-12-16T17:45:19+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p>Un giro nel centro storico di <strong>Urbino</strong> consente al visitatore di tuffarsi in un clima <em><strong>&ldquo;rinascimentale&quot;</strong>,</em> in un dedalo di strade stradine, in salita e discesa, che offrono allo sguardo affascinanti scorci architettonici di un tempo lontano.</p>
<p align="center"><img alt="" src="/public/Muta4.JPG" /></p>
<p>I famosi<strong> &ldquo;torricini&rdquo;</strong> del Palazzo Ducale, la casa natale di <strong>Raffaello,</strong> Chiese, Palazzi, piazze, monumenti, e che dire dell&rsquo;antichissima Universit&agrave;, che rappresenta il fulcro della odierna vitalit&agrave; cittadina. </p>
<p>Tornare a Urbino, ogni tanto, &egrave; sempre un piacere ed interessante &egrave; anche tornare ad ammirare le inestimabili opere esposte nella Galleria Nazionale nell&rsquo;interno del Palazzo Ducale.</p>
<p>Quest&rsquo;ultima volta mi sono particolarmente soffermato ad ammirare, tra le innumerevoli bellezze, uno dei capolavori di Raffaello: <strong>&ldquo;La Muta&rdquo;.</strong></p>
<p align="center"><img alt="" src="/public/Muta1.JPG" /></p>
<p>Il <strong>&ldquo;Ritratto di gentildonna&rdquo;,</strong> noto anche come <strong>&ldquo;La Muta&rdquo;,</strong> &egrave; un dipinto a olio su tavola (64x48 cm) di <strong>Raffaello Sanzio</strong>, databile al 1507 e conservato, per l&rsquo;appunto, nella Galleria Nazionale delle Marche a Urbino. </p>
<p>Nel famoso dipinto, gli esperti hanno tentato di ravvisare Elisabetta Gonzaga o, pi&ugrave; verosimilmente, Giovanna Feltria, sposa di Giovanni Della Rovere o forse anche una gentile donzella fiorentina della famiglia Strozzi.</p>
<p>Non &egrave; infatti chiaro se l'opera, databile alla fine del periodo fiorentino dell'artista, provenga da Firenze, commissionato da una famiglia locale <em>(magari rappresentante una Strozzi),</em> o da Urbino, commissionato forse dai Della Rovere <em>(e, chiss&agrave;, ritraente Elisabetta Gonzaga o Giovanna Feltria).</em></p>
<p>Di propriet&agrave; degli <strong>Uffizi di Firenze</strong>, venne concessa nel 1927 al museo di Urbino per completare il suo percorso espositivo con almeno un'opera significativa di Raffaello Sanzio, nativo di Urbino e molto attivo anche nella sua citt&agrave;: tutti i dipinti di Raffaello erano infatti finiti a Firenze con l'eredit&agrave; di Vittoria Della Rovere, nel XVII secolo. </p>
<p>L'opera venne trafugata il 6 febbraio del 1975, insieme alla &quot;Madonna di Senigallia&quot; e alla &quot;Flagellazione di Cristo&quot; di Piero della Francesca: tutte le opere, compresa &ldquo;La Muta&rdquo;, vennero poi recuperate dai Carabinieri, a Locarno, lo stesso anno.</p>
<p><strong>&ldquo;La Muta&rdquo;</strong> &egrave; una donna ritratta a mezza figura leggermente di tre quarti, voltata verso sinistra, su uno sfondo scuro uniforme.</p>
<p>L'opera mostra una forte ispirazione <strong><em>leonardesca</em></strong> <em>(Leonardo Da Vinci)</em>, con una posa simile a quella della <strong>&ldquo;Gioconda&rdquo;,</strong> ma se ne distacca per una definizione pi&ugrave; netta dei lineamenti fisici e dell'abbigliamento. </p>
<p>Originale &egrave; il dettaglio della mani appoggiate sul bordo inferiore, come se combaciasse con un ipotetico parapetto, colte in un gesto inquieto, che tradisce l'ispirazione <em><strong>fiamminga</strong></em>.</p>
<p>La determinazione espressiva del personaggio &egrave; molto intensa e ne fa uno dei migliori esempi della ritrattistica <strong><em>raffaellesca</em></strong> nel periodo della prima maturit&agrave;.</p>
<p align="center"><img alt="" src="/public/Muta2.JPG" /></p>
<p><strong>Raffaello Sanzio</strong> nacque ad Urbino nel 1483 e mor&igrave; a Roma nel 1520 ed &egrave; stato un pittore e architetto tra i pi&ugrave; celebri del Rinascimento italiano.</p>
<p>Il suo corpo giace, nientemeno,&nbsp;all&rsquo;interno del <strong>&ldquo;Pantheon&rdquo;</strong> a Roma e sulla sua tomba &egrave; riportato il seguente epitaffio: &quot;<em>Ille hic est Raphael timuit quo sospite vinci, rerum magna parens et moriente mori&quot;</em> <em>(<strong>Qui giace Raffaello: da lui, quando visse, la natura temette d'essere vinta, ora che egli &egrave; morto, teme di morire</strong>).</em> E' un omaggio <font face="Arial">di Pietro Bembo alla <em><strong>creativit&agrave; divina</strong></em> del grande Urbinate.</font></p>
<p align="center"><img alt="" src="/public/Muta3.JPG" /></p>
<p><strong>Urbino</strong>, che &egrave; un comune italiano di oltre 15.000 abitanti, capoluogo con Pesaro della provincia di Pesaro e Urbino nelle Marche, fu uno dei centri pi&ugrave; importanti del Rinascimento italiano, di cui ancora oggi conserva appieno l'eredit&agrave; architettonica, e dal 1998 il suo &ldquo;centro storico&rdquo; &egrave; <strong>patrimonio dell'umanit&agrave; UNESCO</strong>.</p>
<p>Il territorio comunale si estende prevalentemente in area collinare, sulle ultime propaggini dell'Appennino settentrionale, Appennino tosco-romagnolo, nella zona meridionale del Montefeltro.</p>
<p>L&rsquo;Universit&agrave; degli studi di Urbino <strong>&quot;Carlo Bo&quot;</strong> &egrave; una delle pi&ugrave; antiche d'Italia e vanta una storia <strong>cinquecentenaria</strong>, che conferisce all'Ateneo un prestigio e un'eredit&agrave; di tutto rilievo. </p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=139"/>
		<issued>2011-12-16T17:45:19+01:00</issued>
		<modified>2011-12-16T17:45:19+01:00</modified>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<wfw:comments>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=139#commenti</wfw:comments>
	</entry>
	<entry>
		<title><![CDATA[Il gruppo “Amici di Tarranove”  della Lombardia]]></title>
		<id>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=138</id>
		<created>2011-12-09T20:12:00+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p>Abbiamo cominciato qualche anno fa con la promessa di vederci &hellip; <em>su a Milano</em> &hellip; al rientro dopo le vacanze, <em>magari per una pizza</em>, e pian piano, con il passare del tempo, gli incontri sono divenuti un appuntamento rituale ed il gruppo diventa sempre pi&ugrave; numeroso.</p>
<p align="center"><img alt="" src="http://www.paginedipoggio.com/public/AmiciPoggio1.JPG" /></p>
<p>Anche quest&rsquo;anno ci siamo incontrati per trascorrere insieme una giornata all&rsquo;insegna dell&rsquo;amicizia.</p>
<p>Domenica scorsa 4 dicembre 2011, appuntamento alle ore 12,30 davanti casa del nostro carissimo compaesano <strong>Giuseppe Castellano</strong> che, unitamente alla gentile consorte <strong>Angela Fusco</strong>, rappresentano il punto di riferimento organizzativo degli incontri.</p>
<p>Sono loro che mantengono i contatti e si incaricano delle prenotazioni e di quant&rsquo;altro necessario per la buona riuscita degli appuntamenti.</p>
<p align="center"><img alt="" src="/public/AmiciPoggio2.JPG" /></p>
<p>E poi, una bella colonna di macchine verso l&rsquo;Agriturismo <strong>&ldquo;Molino di Santa Marta&rdquo;</strong> di Casterno, nei pressi di Robecco sul Naviglio, per il pranzo.</p>
<p><strong>Chi siamo?</strong> </p>
<p>Siamo un gruppo di <em><strong>poggioimperialesi</strong></em> (in stretto dialetto: <em>&ldquo;tarnuise&rdquo;</em>) residenti in Lombardia.</p>
<p>Non abbiamo ancora uno <strong>&ldquo;statuto&rdquo;</strong> formale, ma possono far parte del Gruppo<strong> &quot;Amici di Tarranove&rdquo;</strong> soggetti rigorosamente nativi di <strong>Poggio Imperiale</strong> <em>(&ldquo;Tarranove&rdquo;)</em> con rispettive/vi consorti ed eventuale prole, anche se di altra provenienza.</p>
<p align="center"><img alt="" src="/public/AmiciPoggio4.JPG" /></p>
<p>Negli incontri si deve parlare prevalentemente in dialetto <em><strong>poggioimperialese</strong></em> <em>(&ldquo;tarnuese&rdquo;)</em> e mettere a fattor comune, per quanto possibile, <strong>storie, usanze, proverbi, modi di dire, ricette di piatti tipici e di dolci del nostro paese di origine</strong>.</p>
<p>Il pranzo &egrave; durato fino a sera e, dopo le foto di gruppo, tutti in macchina per <strong>Magenta</strong> per finire con un giro fra le bancarelle del <em>&ldquo;Mercatino di Natale&rdquo;</em> e<em> </em>con un <em><strong>&hellip; arrivederci alla prossima!!!!</strong></em> </p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Nota</strong>: nel dialetto di Poggio Imperiale la vocale <strong>&quot;e&quot;</strong> finale di sillaba o di parola &egrave; muta, se non accentata.</em></p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=138"/>
		<issued>2011-12-09T20:12:00+01:00</issued>
		<modified>2011-12-09T20:12:00+01:00</modified>
		<slash:comments>3</slash:comments>
		<wfw:comments>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=138#commenti</wfw:comments>
	</entry>
	<entry>
		<title><![CDATA[La crisi è seria!]]></title>
		<id>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=136</id>
		<created>2011-11-28T20:56:07+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p>La <strong>crisi</strong> che sta interessando la nostra bella <strong>Italia</strong> e tutta l&rsquo; Europa, a cominciare dalla Grecia, la Spagna, il Portogallo, l&rsquo;Ungheria, senza escludere la Francia e anche la Germania, comincia a destare serie <strong>preoccupazioni</strong>. </p>
<p>Ma, a quanto pare, non &eacute; solo il <strong>Vecchio Continente</strong> a traballare, bens&igrave; il Mondo intero.</p>
<p align="center"><img alt="" src="http://www.paginedipoggio.com/public/Crisi%201929.jpg" /></p>
<p align="center"><em>Manifesto della &quot;Grande Crisi del '29&quot; negli USA</em></p>
<p>Anche grandi potenze come gli <strong>Stati Uniti d&rsquo;America</strong> ed altre ancora, vivono la nostra stessa ansia.</p>
<p>In queste ore di affanno, ne vediamo e sentiamo di <em>cotte e di crude</em>. </p>
<ul>
    <li>I&nbsp;guru della finanza di tutto il mondo che <em>glissano</em> intorno ai problemi veri e ci nascondono meschinamente la verit&agrave; sugli errori commessi negli anni di <em>vacche grasse</em>, quando hanno spregiudicatamente <em>munto </em>fino all&rsquo;inverosimile. </li>
    <li>I nostri politici di qualunque schieramento, e non solo loro, poich&eacute; anche all&rsquo;estero non scherzano, che continuano con la solita <em>tiritera </em>sulle altrui responsabilit&agrave; senza farsi l&rsquo;esame di coscienza ed assumersi un briciolo di responsabilit&agrave; riguardo allo sfacelo in cui ci hanno trascinati, con una politica fatta di lauti ed ingiustificati privilegi a discapito dei contribuenti sempre pi&ugrave; vessati da inique imposizioni fiscali, di lavoratori che vedono svanire i posti di lavoro, di giovani senza futuro e senza speranza, di pensionati sempre pi&ugrave; poveri, di tanta gente che fa fatica a sbarcare il lunario. </li>
    <li>La pletora dei boiardi di Stato che dirigono comparti importanti dell&rsquo;economia e della finanza, delle infrastrutture e delle industrie, delle comunicazioni e del manifatturiero, dell&rsquo;informazione e molto ancora, che spendono e spandono soldi pubblici al di fuori delle regole che governano i mercati. </li>
</ul>
<p>Tanti soloni che predicano bene ma razzolano male; che stentano a dare per primi il buon esempio rinunciando a rendite e privilegi. </p>
<p>Mancano idee e progetti coerenti e i rimedi frettolosamente posti in essere in qualunque campo non riescono a sortire gli effetti desiderati. </p>
<p>Le <strong>Borse</strong> sembrano impazzite e le economie di tutti i Paesi stanno vacillando. </p>
<p>Altro che la<em> grande crisi</em> del 1929. </p>
<p>Qui si rischia la completa bancarotta ed un impoverimento della gente senza precedenti.</p>
<p>In tutto il <em>marasma</em> di questi giorni, tra euro si ed euro no, banca centrale europea di ultima istanza, crollo dell&rsquo;eurozona e tante altre colossali &nbsp;<em>panzane</em>, ho trovato veramente interessante l&rsquo;articolo di oggi di Francesco Alberoni su &ldquo;Il Giornale&rdquo;, che riporto qui di seguito. </p>
<p align="center"><strong>&lt;&gt;&lt;&gt;&lt;&gt;&lt;&gt;&lt;&gt;&lt;&gt;&lt;&gt;&lt;&gt;</strong></p>
<p align="center"><em><strong>Ripartiamo da quando eravamo poveri</strong> </em></p>
<p align="center"><em><strong>Siamo sicuri di capire l&rsquo;attuale crisi, le sue cause e i rimedi da approntare? </strong></em></p>
<p><em><strong>La crisi finanziaria &egrave; la conseguenza del rallentamento dell&rsquo;economia di tutti i Paesi occidentali, dall&rsquo;Italia agli Usa fino al Giappone, davanti alla concorrenza della Cina, dell&rsquo;India e delle altre economie in espansione. L&rsquo;Occidente, nel corso degli ultimi secoli, ha inventato una tecnologia superiore, comprava le materie prime dal resto del mondo, le lavorava con un enorme valore aggiunto e si &egrave; arricchito. Ogni tanto qualche nazione, usando le nostre tecnologie, faceva un balzo in avanti. L&rsquo;ha fatto per primo il Giappone, ma a un certo punto l&rsquo;hanno fatto anche nazioni con miliardi di abitanti, con un costo della manodopera bassissimo e le industrie occidentali in poco tempo sono state messe in difficolt&agrave;. &Egrave; solo a questo punto che &egrave; entrata in gioco la finanza. Le banche americane, che hanno concesso mutui a milioni di persone per comprarsi la casa, pensavano che sarebbe continuato lo sviluppo. Invece &egrave; rallentato, i loro clienti non hanno pi&ugrave; potuto pagare e allora hanno escogitato ogni diavoleria finanziaria per sopravvivere. Ma non &egrave; detto che i clienti avranno pi&ugrave; soldi nei prossimi anni perch&eacute; le industrie chiudono e restano disoccupati. Lo Stato, per aiutare banche e lavoratori, si &egrave; indebitato a sua volta ed &egrave; iniziata anche la speculazione sulle stesse nazioni. Oggi, per ridurre i debiti, gli Stati riducono le spese, ma in questo modo la povert&agrave; aumenta. Non siamo in una bufera temporanea che passer&agrave; come sono passate le altre e non bastano misure finanziarie. Quello che incombe sull&rsquo;Occidente &egrave; l&rsquo;impoverimento, stiamo tornando poveri mentre ci consideravamo ricchi. Una povert&agrave; che in Italia si esprime nei disoccupati, nelle mense dei poveri, nei divorziati che tornano dai genitori, nella vendita della &laquo;nuda propriet&agrave;&raquo; per sopravvivere, nel progressivo scadimento della qualit&agrave; di tutti i prodotti a parit&agrave; di prezzo. Per riprenderci, dobbiamo partire dall&rsquo;idea che possiamo tornare poveri come lo eravamo nel dopoguerra e che siamo in concorrenza con Paesi ad alta tecnologia e basso costo della manodopera. Per cui dobbiamo partire da capo, con tenacia, con perseveranza, ricostruire la capacit&agrave; tecnologica ricercando e studiando, poi sfruttare le nicchie in cui abbiamo ancora un vantaggio, facendo qualsiasi lavoro e facendolo bene. Ma anche imparando a difenderci dal dumping dei loro prodotti e ad aver paura degli sprechi, di tutti gli sprechi.</strong></em> </p>
<p align="center"><strong>&lt;&gt;&lt;&gt;&lt;&gt;&lt;&gt;&lt;&gt;&lt;&gt;&lt;&gt;&lt;&gt;</strong></p>
<p>Come andr&agrave; a finire questa storia non &egrave; dato sapere; i segnali che recepiamo certamente non ci consentono al momento di ben sperare.</p>
<p>Ma la&nbsp;speranza &egrave; sempre l'ultima a morire!</p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=136"/>
		<issued>2011-11-28T20:56:07+01:00</issued>
		<modified>2011-11-28T20:56:07+01:00</modified>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<wfw:comments>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=136#commenti</wfw:comments>
	</entry>
	<entry>
		<title><![CDATA[La “cotognata”  di un tempo!]]></title>
		<id>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=135</id>
		<created>2011-11-17T14:33:48+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p>Con la <strong>&ldquo;cotognata&rdquo;</strong> si conclude la <em>&ldquo;rassegna&rdquo;</em> delle delizie del palato della nostra terra di Capitanata che un tempo maggiormente caratterizzavano l&rsquo;autunno.</p>
<p align="center"><img alt="" src="/public/Cotognata.JPG" /></p>
<p>La &ldquo;cotognata&rdquo; completa infatti la trilogia delle <em>&ldquo;narrazioni&rdquo;</em> iniziate nei miei due precedenti articoli dedicati rispettivamente al <strong>&ldquo;mostocotto&rdquo;</strong> e alla <strong>&ldquo;mostarda&rdquo; di uva&quot;</strong>; <em>&ldquo;narrazioni&rdquo;</em> che si rifanno naturalmente ai miei ricordi d&rsquo;infanzia degli anni cinquanta del secolo scorso vissuta a Poggio Imperiale in provincia di Foggia. </p>
<p>Ai tempi, la frutta, in genere, non faceva in tempo a maturare sugli alberi, che veniva subito intercettata e <em>&ldquo;spazzolata via&rdquo;.</em> </p>
<p>Le albicocche, le pesche, le mele, le pere, le susine, i fichi, le ciliegie, le prugne, ma anche i melograni, le mandorle ed i grappoli di uva rappresentavano una facile preda e godevano di attenzioni <em>&ldquo;particolari&rdquo;</em> e al tempo stesso <em>&ldquo;indesiderate&rdquo;</em> da parte dei legittimi proprietari. </p>
<p>Molti lo facevano magari solo per fame, considerato il periodo di ristrettezze economiche abbastanza diffuse nell&rsquo;immediato dopoguerra. </p>
<p>E non era solo impresa di ragazzi, ma anche di persone adulte, quella di dilettarsi a fare man bassa della frutta degli alberi altrui.</p>
<p>Ricordo che gli alberi da frutta della nostra vigna, che si trovava a poche centinaia di metri di distanza dal paese, venivano frequentemente <em>&ldquo;ripuliti&rdquo;</em> dai soliti ignoti (o forse anche noti). </p>
<p>Gli unici alberi che non venivano mai toccati erano quelli di melecotogne.</p>
<p>In primo luogo perch&eacute; la loro maturazione si protraeva oltre l&rsquo;estate fino ad autunno inoltrato, ed in secondo luogo perch&eacute; il loro sapore restava sempre alquanto acidulo e poco gradevole, sebbene emanassero un profumo forte ed intenso.</p>
<p>E quindi, man mano che si staccavano dai rami e cadevano per terra, le melecotogne venivano raccolte e conservate in ambienti asciutti e ben areati in attesa della loro completa maturazione. </p>
<p align="center"><img alt="" src="/public/Cotognata1.JPG" /></p>
<p>A volte ci si azzardava anche a mangiarne qualcuna, non senza pentirsi di averlo fatto; il suo sapore non era infatti eccezionale.</p>
<p>Le melecotogne erano invece ottime se passate al forno e spolverate con lo zucchero. </p>
<p>Ma la loro naturale predestinazione era sicuramente quella di finire in &ldquo;cotognata&rdquo;. </p>
<p>A pezzi oppure spalmata sul pane o anche nella farcitura dei dolci tipici paesani: cos&igrave; gustavamo questa deliziosa leccornia. </p>
<p>Anche oggi &egrave; possibile rivivere quei dolci momenti, a condizione che si riesca ancora a reperire sul mercato una quantit&agrave; di melecotogne sufficienti per preparare un po&rsquo; di &ldquo;cotognata&rdquo; in vasetti oppure a pezzi. </p>
<p>Magari non sono pi&ugrave; le melecotogne di una volta, tuttavia tentar non nuoce.</p>
<p><strong>Come si prepara una buona cotognata casalinga?</strong> </p>
<p align="center"><img alt="" src="/public/Cotognata2.JPG" /></p>
<p>Cominciamo con il procurarci circa 3 Kg di melecotogne, che verranno pazientemente sbucciate e private dei torsoli, tagliando poi la polpa a fettine molto sottili. </p>
<p>Aggiungere lo zucchero (300 gr. circa per ogni Kg di polpa: una quantit&agrave; non eccessiva di zucchero lascia pi&ugrave; spazio al sapore intenso delle cotogne), spremervi sopra mezzo limone e lasciare macerare per tutta la notte in un capiente recipiente, mescolando ogni tanto.</p>
<p>Versare il composto in una pentola adeguata e far cuocere a fuoco lento per un paio d&rsquo;ore, mescolando attentamente per evitare che si attacchi sul fondo.</p>
<p>Aiutandosi con una forchetta, schiacciare ben bene il composto in modo da renderlo il pi&ugrave; omogeneo possibile, anche se la consistenza della &ldquo;cotognata&rdquo; &egrave; diversa da una normale marmellata, che si presenta invece pi&ugrave; fluida. </p>
<p>Versare la &ldquo;cotognata&rdquo; ancora calda nei vasetti di vetro e tapparli subito con gli appositi coperchi a chiusura ermetica, indi capovolgerli e lasciare raffreddare. </p>
<p>Passare infine i vasetti a bagnomaria. </p>
<p><strong>Opzioni:</strong></p>
<p>La prima opzione consiste nel <em>&ldquo;passare&rdquo;</em> il composto, a tre quarti di cottura, al fine di ottenere una marmellata pi&ugrave; fluida, che verr&agrave; poi ugualmente conservata nei vasetti di vetro.</p>
<p>La seconda opzione consiste invece nel versare il composto <em>&ldquo;passato&rdquo;</em> su di un piano di marmo preventivamente unto con olio di oliva, formando uno spessore di qualche centimetro; si lascia raffreddare e, non appena indurita, si taglia la &ldquo;cotognata&rdquo; a cubetti che, a piacimento, potranno essere spolverati con lo zucchero. I pezzi di cotognata vanno singolarmente avvolti in fogli di carta oleata. Ma oggi sono in commercio anche dei comodi e simpatici &ldquo;pirottini&rdquo; da pasticceria che possono risolvere ogni problema.</p>
<p>Nella &ldquo;cotognata&rdquo; si ritrovano la semplicit&agrave; e l&acute;esperienza antica in grado di trasformare quello che forse &egrave; uno dei pi&ugrave; rudi frutti della terra, le melecotogne, in una prelibatezza. </p>
<p>Le origini del Melo Cotogno (Cydonia Oblunga), piccolo ma robusto albero appartenente alla famiglia delle Rosacee Pomoidee, sono antichissime; giunse in Italia, forse nel nostro Salento, dall&acute;Asia minore, e subito divenne quasi un simbolo di questa terra pugliese (si ritrova persino nei decori barocchi a scalpellino, come segno distintivo del Barocco Leccese). </p>
<p>Cresce nelle campagne in piccole zone alluvionali, e in tempi antichi veniva coltivato come albero da ornamento nei giardini delle case padronali. I frutti sono nodosi e duri, maturano tra la fine dell&acute;estate e l&acute;autunno inoltrato ed hanno un sapore astringente, con un torsolo al centro e piccoli semi neri, esattamente come le mele. La cotognata veniva un tempo consumata soprattutto in inverno per difendersi dal rigore del freddo, infatti la cotognata e&rsquo; ricca di vitamine e di zucchero. </p>
<p><strong>Una curiosit&agrave;</strong></p>
<p>Nel 1982 la Comunit&agrave; Europea ha deciso che la denominazione di &ldquo;marmellata&rdquo; pu&ograve; essere attribuita solo alle marmellate a base di agrumi, mentre quelle fatte con altri tipi di frutta devono definirsi &ldquo;confetture&rdquo;. </p>
<p>Curiosa, come decisione, poich&eacute; la parola &ldquo;marmellata&rdquo; deriva dal portoghese &ldquo;marmelo&rdquo;, che vuol dire cotogno. </p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=135"/>
		<issued>2011-11-17T14:33:48+01:00</issued>
		<modified>2011-11-17T14:33:48+01:00</modified>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<wfw:comments>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=135#commenti</wfw:comments>
	</entry>
	<entry>
		<title><![CDATA[Il "mostocotto" di Poggio Imperiale]]></title>
		<id>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=134</id>
		<created>2011-11-01T20:23:50+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p>Il&nbsp;periodo della vendemmia&nbsp;&egrave; sicuramente&nbsp;quello pi&ugrave; propizio per preparare il nostro squisito <strong>&quot;mostocotto&quot;.</strong> </p>
<p align="center"><img alt="" src="http://www.paginedipoggio.com/public/Mostocotto.JPG" /></p>
<p>Tradizionalmente il &quot;mostocotto&quot; si&nbsp;appronta con il mosto fresco di pigiatura dell'uva nera, ma va bene anche quello di uva bianca.</p>
<p>Il suo uso &egrave; molto diffuso per la preparazione dei dolci tipici della nostra tradizione locale. </p>
<p>Soprattutto a Natale, il &ldquo;mostocotto&rdquo; &egrave; indispensabile per <em>bagnare</em> le &ldquo;nevole&rdquo; e per la preparazione dei &ldquo;calzoni&rdquo;. </p>
<p>Ma non solo per questo, poich&eacute; &egrave; tale la versalit&agrave; di questo succulento &ldquo;nettare&rdquo;, che si sposa tranquillamente con il gelato, formaggi stagionati, fragole, yogourt, macedonia di frutta e &ldquo;grano dei morti&rdquo; <em>(che si prepara in occasione della ricorrenza dei morti ai primi di novembre con grano cotto, melograno e cioccolato fondente: visitare la pagina </em><a href="http://www.paginedipoggio.com/dblog/cerca.asp?cosa=grano+dei+morti&amp;Cerca.x=15&amp;Cerca.y=10"><font size="1">http://www.paginedipoggio.com/dblog/cerca.asp?cosa=grano+dei+morti&amp;Cerca.x=15&amp;Cerca.y=10</font></a><em>&nbsp;).</em> </p>
<p align="center"><img alt="" src="/public/Mostocotto1.JPG" /></p>
<p align="center">Il &quot;mostocotto&quot; pu&ograve; essere gustato&nbsp; ... semplicemente <em>al naturale </em>!</p>
<p>A Poggio Imperiale &egrave; famosa anche la <em><strong>&ldquo;tz&ugrave;rrubb&egrave;tte&rdquo;</strong></em> <em>(forse deriva da &ldquo;sorbetto&rdquo;),</em> che si prepara in occasione delle <em>(seppur rare)</em> nevicate.</p>
<p>Si raccoglie la neve <em>(possibilmente quella che si adagia in posti incontaminati)</em> con un cucchiaio fino a riempire un bicchiere di vetro nel quale viene versato del &ldquo;mostocotto&rdquo;. </p>
<p>In estate, invece, la &ldquo;tz&ugrave;rrubb&egrave;tte&rdquo; viene preparata con il ghiaccio finemente tritato e &ldquo;mostocotto&rdquo; <em>(una sorta di granita);</em> una squisita e dissetante bevanda.</p>
<p><strong>Come si prepara il &ldquo;mostocotto&rdquo;?</strong> </p>
<p>Si fa bollire il mosto in un capiente recipiente a fuoco moderato, per il tempo necessario,&nbsp; fin quando il liquido assume una consistenza mielosa.</p>
<p>Il rapporto &egrave; di circa 1 o 2 &nbsp;litri di prodotto finale rispetto a 5 litri di mosto fresco; dipende innanzitutto dalla consistenza che si desidera ottenere.</p>
<p>Il &ldquo;mostocotto&rdquo; cos&igrave; ottenuto viene lasciato decantare e quindi raffreddare nel medesimo recipiente di cottura per qualche giorno e, successivamente, si procede al suo imbottigliamento. </p>
<p>Le bottiglie vanno conservate in ambienti asciutti, freschi e non soleggiati. </p>
<p>Il prodotto non richiede aggiunta di zuccheri, conservanti o additivi vari.</p>
<p>Oggi &egrave; possibile acquistare presso alcune case vinicole di San Severo il c.d. &ldquo;precotto&rdquo;, che consente di accorciare notevolmente i tempi di preparazione del &ldquo;mostocotto&rdquo;. </p>
<p>In mancanza del mosto necessario, &egrave; possibile - con un po&rsquo; di pazienza - fare tutto in casa. </p>
<p>Occorre prendere un recipiente abbastanza capiente e mettervi l'uva all'interno, indi procedere alla sua pigiatura con le mani, per far fuoriuscire il succo dagli acini. Questa operazione viene solitamente effettuata con l'ausilio di una macchina pigiatrice, ma considerato il costo della macchina e la quantit&agrave; ridotta di uva &egrave; ovviamente molto pi&ugrave; conveniente effettuarla direttamente con le mani.</p>
<p>Dopo la pigiatura dell'uva si prosegue con la <em>diraspatura</em>, che consiste nel separare dalle bucce, polpa e raspi, il succo fuoriuscito dall'uva. </p>
<p>Infine si filtra il mosto cos&igrave; ricavato con l'ausilio di un colino, per eliminare piccoli pezzi di polpa o di buccia. </p>
<p>A questo punto, si versa il mosto in un recipiente abbastanza capiente, evitando di riempirlo oltre la sua met&agrave;, poich&eacute; durante la cottura il liquido gonfia e si lascia bollire a lungo e lentamente, finch&egrave; il suo volume non si riduce di almeno 3/4 del volume iniziale.</p>
<p>Far raffreddare il &ldquo;mostocotto&rdquo; all'interno del recipiente e poi versalo in bottiglie di vetro ben tappate per la conservazione.</p>
<p><strong>Ricordi</strong></p>
<p>I miei ricordi d&rsquo;infanzia degli anni cinquanta del secolo scorso si perdono nell&rsquo;incanto della vendemmia, mentre correvo tra i filari del vigneto, dove tutta la famiglia e i parenti, grandi e piccini, uomini e donne, giovani e anziani, in clima festoso di sorrisi e di canto, procedevano alla raccolta dell&rsquo;uva. </p>
<p>E ricordo, poi, la pigiatura dell&rsquo;uva che veniva fatta da robusti giovanotti a piedi nudi e la fragranza inebriante del mosto che impregnava l&rsquo;aria tutt&rsquo;intorno. </p>
<p>E le donne che aspettavano il nuovo mosto con i recipienti pronti ad accoglierlo per iniziare il rito della preparazione del &ldquo;mostocotto&rdquo;.</p>
<p>Era bello vedere come si restringeva sul fuoco accanto ad un caldo e accogliente camino dove la pentola stava appesa sui ceppi accesi e il profumo si sprigionava lento, e una volta pronto, messo a riposare in dispensa.</p>
<p>E, poi, l&rsquo;attesa. Noi bambini, non aspettavamo altro che, arrivato l&rsquo;inverno, la neve facesse capolino ... e ... subito fuori a raccogliere con cucchiai e bicchieri i suoi fiocchi bianchi. </p>
<p>Poi, in casa, come per magia da una bottiglia con liquido scuro la neve si trasformava in una meravigliosa e squisita &ldquo;tz&ugrave;rrubb&egrave;tte&rdquo;. </p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=134"/>
		<issued>2011-11-01T20:23:50+01:00</issued>
		<modified>2011-11-01T20:23:50+01:00</modified>
		<slash:comments>3</slash:comments>
		<wfw:comments>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=134#commenti</wfw:comments>
	</entry>
	<entry>
		<title><![CDATA[La mostarda di uva con i vinaccioli]]></title>
		<id>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=133</id>
		<created>2011-10-22T17:37:16+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p>Una vera <strong>bont&agrave;</strong> d&rsquo;altri tempi.</p>
<p>E&rsquo; una <strong>delizia</strong> del palato senza tuttavia rappresentare <strong>un peccato di gola</strong>.</p>
<p align="center"><img alt="" src="/public/Mostarda.JPG" /></p>
<p>Anzi, al contrario, &egrave; un vero <strong>toccasana</strong> per la nostra <strong>salute</strong>, proprio per la presenza dei vinaccioli. </p>
<p>Una <strong>marmellata</strong> genuina e squisita, senza conservanti e addensanti, ma soprattutto priva di zuccheri aggiunti.</p>
<p>Per la preparazione della vera <strong>mostarda di uva</strong>, quella originale, che approntavano un tempo le nostre nonne di <strong>Poggio Imperiale</strong>, <em>in terra di Capitanata</em>, non c&rsquo;&egrave;ra bisogno di ingredienti particolari; occorreva solamente dell&rsquo;uva, un po&rsquo; di tempo e <em>dell&rsquo;olio di gomito</em>. Niente altro.</p>
<p>La preparazione &egrave; semplicissima.</p>
<p>Prendete dei bei grappoli di uva bianca e nera e lavateli accuratamente, indi sgranate gli acini dai raspi eliminando quelli ammalorati.</p>
<p>Potete cominciare, ad esempio, con due chili e mezzo di frutta per ricavare il vostro primo vasetto di marmellata.</p>
<p>Aiutandovi con un coltello, tagliate a met&agrave; di acini, avendo cura di raccogliere anche il succo che ne fuoriesce. </p>
<p><em>Molte ricette prevedono a questo punto di eliminare pazientemente i vinaccioli. Niente di pi&ugrave; sbagliato; i vinaccioli vanno lasciati. Infatti, i semi dell&rsquo;uva sono ricchi di polifenoli (antiossidanti) ed &egrave; nota la propriet&agrave; anti-radicali liberi dei polifenoli. Cos&igrave; come molte ricette prevedono di aggiungere 400/500 grammi di zucchero per ogni chilo di uva. Anche questo &egrave; sbagliato, poich&eacute; l&rsquo;uva ed il mosto che ne deriva sono gi&agrave; ricchi di zuccheri naturali.</em></p>
<p>Versate quindi in una capiente pentola di acciaio i chicchi d&rsquo;uva con il loro succo. Accendete il fornello del gas a fuoco lento e lasciate cuocere mescolando ogni tanto con un cucchiaio di legno, per evitare che si attacchi sul fondo, fino ad ottenere una marmellata densa e omogenea.</p>
<p>Togliete la marmellata dal fuoco e versatela ancora bollente nei vasetti di vetro, provvedendo a tapparli immediatamente. I vasetti andranno lasciati capovolti fino al giorno successivo e quindi riposti in un luogo fresco e buio.</p>
<p>In mancanza possono essere conservati in frigorifero.</p>
<p>Se volete conservare il prodotto pi&ugrave; a lungo, si consiglia di far bollire i vasetti a bagnomaria.</p>
<p>L&rsquo;unicit&agrave; di questa mostarda d&rsquo;uva &egrave; singolare, soprattutto quando la si gusta e si sentono sotto i denti i vinaccioli, che richiamano il sapore della granella di frutta secca.</p>
<p>La mostarda di uva pu&ograve; essere spalmata sul pane, sui biscotti, ma viene utilizzata anche per la preparazione di alcuni dolci locali, quali i &ldquo;calzoni&rdquo; di Natale, oltre che per farcire squisite torte e crostate.</p>
<p>Una vera delizia &egrave; quella di accompagnare la mostarda di uva ad una fetta del nostro caciocavallo locale.</p>
<p>A Cerignola &egrave; famosa la <em>&ldquo;pizza sette sfoglie&rdquo;</em>&nbsp; (1) il cui ingrediente principe &egrave; rappresentato proprio dalla mostarda di uva.</p>
<p><em>Buona degustazione!</em> </p>
<p>(1) Per approfondire, andare all'articolo &quot;Pizza sette sfoglie di Cerignola&quot; su questo stesso sito <a href="http://www.paginedipoggio.com/">www.paginedipoggio.com</a> alla pagina <a href="http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=92">http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=92</a> </p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=133"/>
		<issued>2011-10-22T17:37:16+01:00</issued>
		<modified>2011-10-22T17:37:16+01:00</modified>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<wfw:comments>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=133#commenti</wfw:comments>
	</entry>
	<entry>
		<title><![CDATA[Le bollicine del Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene all’Eat’s Store dell’Excelsior di Milano]]></title>
		<id>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=132</id>
		<created>2011-10-09T19:34:17+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p>Eccezionale debutto alla <strong>Vetrina del Gusto</strong>&nbsp;dei&nbsp;vini dell&rsquo;<strong>Azienda Agricola Conte Collalto di Susegana</strong>. </p>
<p align="center"><img alt="" src="http://www.paginedipoggio.com/public/Collalto1.JPG" /></p>
<p><strong>Giovedi</strong> scorso 6 ottobre 2011 hanno avuto inizio all&rsquo;<strong>Eat&rsquo;s Store</strong> di Milano, situato nella Galleria del Corso all&rsquo;interno del complesso <strong>&ldquo;Excelsior Milano&rdquo;,</strong> gli appuntamenti della <strong>Vetrina del Gusto</strong>, l&rsquo;originale iniziativa che ogni settimana offre ai clienti dello Store l&rsquo;opportunit&agrave; di incontrare i principali rappresentanti dell&rsquo;eccellenza enogastronomica italiana.</p>
<p>Il debutto &egrave; stato affidato a gustosi accostamenti di prodotti che esprimono tutta la storia e la tradizione delle Regioni che hanno visto nascere <strong>Eat&rsquo;s</strong>. </p>
<p align="center"><img alt="" src="http://www.paginedipoggio.com/public/Collalto2.JPG" /></p>
<p>Protagonisti del primo appuntamento sono stati l&rsquo;<strong>Azienda Agricola Conte Collalto di Susegana</strong> (TV) con il <strong>Prosecco DOCG di Conegliano-Valdobbiadene</strong>, i formaggi &ldquo;ubriachi&rdquo; della tradizione veneta nella brillante interpretazione della Casearia Carpenedo di Povegliano (TV) e una selezione di gelatine al vino di Schianchi (UD), preparate secondo una particolare lavorazione di tipo tradizionale. </p>
<p>Grazie alla straordinaria variet&agrave; di flora e fauna che ne caratterizzano la propriet&agrave;, l&rsquo;<strong>Azienda Collalto</strong> costituisce indubbiamente un&rsquo;oasi ecologica senza pari tra gli ecosistemi dell&rsquo;Italia settentrionale. I 150 ettari di vigneto armoniosamente alternati a splendidi alberi secolari di ulivi sono circondati dai boschi, prati, e grandi pascoli dove regnano indisturbati bovini, cavalli, asini, beccacce, fagiani, lepri e caprioli.</p>
<p>I vigneti dell&rsquo;Azienda Vinicola Collalto producono attualmente circa 850.000 bottiglie, di cui 550.000 di <strong>Prosecco D.O.C.G.</strong> L&rsquo;Azienda Agricola Conte Collalto e la sua Cantina costituiscono una realt&agrave; profondamente radicata nel territorio. Proprio dalla solida conoscenza della tradizione enologica del territorio e dal confronto quotidiano con le genti del luogo, infatti, l&rsquo;Azienda ha tratto i suoi principi qualitativi e la tensione costante ad affinare le caratteristiche dei prodotti, sia investendo nell&rsquo;ampliamento e nel reimpianto dei vigneti, sia nell&rsquo;uso di tecniche di lavorazione con rese pi&ugrave; basse, ma di alta qualit&agrave;, e nella selezione delle uve.</p>
<p>Il risultato &egrave; percepibile nei vini Conte Collalto e, in particolar modo, nell&rsquo;eleganza discreta e nella superba bevibilit&agrave; delle quattro tipologie di Conegliano- Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG. Spumanti di ottima qualit&agrave;, espressioni colte, ma al tempo stesso autentiche e accessibili di una terra e di un popolo di grandi intenditori di vini.</p>
<p><strong>I vini &ldquo;Collalto&rdquo;</strong> </p>
<p>I vini da vitigni internazionali <em>(Pinot Grigio delle Venezie, Chardonnay Colli Trevigiani, Piave Merlot, Piave Cabernet);</em> i vini da vitigni autoctoni <em>(Verdisio Colli Trevigiani, Wildbacher Colli Trevigiani);</em> i vini da vitigni &ldquo;Incrocio Manzoni&rdquo; <em>(Collalto Ros&egrave;, Rosabianco Manzoni Rosa 1 &ndash; 50 Colli Trevigiani, Manzoni Bianco Colli Trevigiani, Incrocio Manzoni 2.15 Colli Trevigiani);</em> il Prosecco <em>(Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore D.O.C.G. Spumante Brut, Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore D.O.C.G. Spumante Extra Dry, Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore D.O.C.G. Spumante Dry Millesimato, Conegliano Valdobbiadene Prosecco D.O.C.G. Frizzante);</em> le etichette storiche dei vini maturati in botti grandi e barriques di rovere francese <em>(Schenella I Colli di Conegliano Bianco aromatico, Vinciguerra I Colli di Conegliano Rosso tipico, Rambaldo VIII Colli Trevigiani strutturato, Torrai Piave Cabernet Riserva);</em> il vino da dessert <em>(Bianco Passito);</em> la grappa <em>(Grappa dei Poderi Collalto).</em></p>
<p><strong>L&rsquo;olio &ldquo;Collalto&rdquo;</strong></p>
<p>Il fragrante olio extra vergine di oliva <em>&ldquo;Collalto Olio extra vergine di oliva&rdquo;</em></p>
<ul>
    <li>
    <div align="left"><strong><font size="+0">La Vetrina del Gusto</font></strong></div>
    </li>
</ul>
<p>L&rsquo;organizzazione della Vetrina del Gusto &egrave; strutturata per affiancare rappresentanti del mondo food e del mondo wine secondo accostamenti studiati per affinit&agrave;, per comuni richiami al territorio o per suggerire inedite e stimolanti modalit&agrave; di degustazione. Gli incontri continuano il gioved&igrave; con la formula del doppio appuntamento: tarda mattinata (indicativamente dalle 11.00 alle 14.00) e serata (17.30 &ndash; 20.30). </p>
<ul>
    <li><font size="+0"><font size="+0"><strong>Eat&rsquo;s</strong> </font></font></li>
</ul>
<p>Nato da un&rsquo;idea dell&rsquo;imprenditore veneto Sergio Menegazzo, del Gruppo Canzian-Menegazzo, Eat&rsquo;s &egrave; un innovativo food store che propone un nuovo modo di fare la spesa, abbinando ad un&rsquo;accurata selezione di eccellenze agroalimentari, dallo scaffale alle isole del fresco, una ricca cantina dotata di Dwine con adiacente bistr&ograve; e wine bar. Prodotti pregiati e circa 1.300 etichette. Sono esposti da Eat&rsquo;s, la boutique gourmet di pi&ugrave; di 1000 metri quadrati inaugurata l&rsquo;8 settembre 2011 all&rsquo;Excelsior di Galleria del Corso a Milano, secondo punto vendita dopo Conegliano. Una lunga giornata, dalla prima colazione all&rsquo;Excelsior Caf&egrave; al piano terra, dehors sulle 2 gallerie (del Corso e Passarella), all&rsquo;acquisto di specialit&agrave; nel food store al sottopiano 1, alla degustazione di cibi al Bistr&ograve;, al sottopiano 2 (fino all&rsquo;una di notte), preparati dal 28enne executive chef Matteo Gelmini, che arriva dal ristorante milanese Food Art- Matteo Torretta </p>
<ul>
    <li><strong><font size="+0">Excelsior Milano</font></strong> </li>
</ul>
<p>L&rsquo;Excelsior rappresenta un'esperienza unica di shopping, ove fashion, beauty, accessori, food e design si mescolano nello storico building di Galleria del Corso 4, nel cuore di Milano, completamente ristrutturato dall'acclamata archistar Jean Nouvel. Un contenitore di 4000 mq in un volume unico, diviso in 7 piani, racchiuso in un involucro architettonico avvolto da stripe di installazioni video dall'effetto caleidoscopico, con una trama di ascensori galleggianti e nastri trasportatori. &Egrave; cos&igrave; che l'ex cinema milanese Excelsior ascende a nuova icona dello shopping world wide. </p>
<p>&nbsp;</p>
<p><font size="1"><em>Le informazioni sono tratte da siti internet che hanno trattato gli argomenti sintetizzati nel presente articolo nonch&eacute; dalla documentazione divulgativa dell&rsquo;Azienda Agricola Collalto, via 24 maggio n. 1 31058 Susegana (TV) </em></font><a href="http://www.cantine-collalto.it/"><font size="1"><em>www.cantine-collalto.it</em></font></a><font size="1"><em> </em></font></p>
<p><font size="1"><em>Foto di repertorio di Lorenzo Bove</em> </font></p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=132"/>
		<issued>2011-10-09T19:34:17+01:00</issued>
		<modified>2011-10-09T19:34:17+01:00</modified>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		<wfw:comments>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=132#commenti</wfw:comments>
	</entry>
	<entry>
		<title><![CDATA[Angelo Scola, il prescelto!]]></title>
		<id>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=131</id>
		<created>2011-10-02T16:58:20+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p>Il nuovo Arcivescovo di Milano sar&agrave; il futuro papa? </p>
<p>Si &egrave; parlato nei giorni scorsi di (possibili) dimissioni dell&rsquo;attuale papa in primavera del prossimo anno, in occasione del suo ottantacinquesimo compleanno, anche se le voci non hanno poi trovato riscontri e conferme ufficiali presso la Santa Sede.</p>
<p>Ma c&rsquo;&egrave; forse qualche attinenza con la recente nomina dell&rsquo;ex Patriarca di Venezia <strong>Angelo Scola</strong> ad Arcivescovo di Milano? </p>
<p align="center"><img alt="" src="/public/Scola.jpg" /></p>
<p>Sicuramente si tratta di una nomina ricca di significati; una scelta pastorale forte, visto il carisma del porporato, la sua visibilit&agrave; internazionale, la fama di teologo, la discreta ma costante inclusione del suo nome tra i Cardinali &quot;papabili&quot;. </p>
<p>Una designazione che peser&agrave; sugli equilibri della Chiesa italiana, e non solo, soprattutto perch&eacute; &egrave; il frutto di una scelta di <strong>Benedetto XVI</strong>, che ha consultato tutti e imposto alla Curia di seguire le procedure canoniche, ma poi ha deciso da solo. </p>
<p>Una nomina di grande spessore, e molti ritengono di poter annoverare il nome del nuovo Arcivescovo che si &egrave; insediato in quella che fu la <strong>Cattedra di Ambrogio</strong>, fra i &ldquo;papabili&rdquo; pi&ugrave; autorevoli, visto che Milano ha dato nel passato secolo due Pontefici: Achille Ratti (<strong>Pio XI</strong>) e Giovanni Battista Montini (<strong>Paolo VI</strong>).</p>
<p>Ma, al di l&agrave; di tutto, una sfida comunque difficile, nella Diocesi pi&ugrave; grande del mondo.</p>
<p>La scorsa domenica 25 settembre l&rsquo;abbraccio di Milano ad Angelo Scola, il suo nuovo Vescovo. </p>
<p>Alle ore 16 &egrave; giunto nella basilica di Sant'Eustorgio, luogo carico di tradizione simbolica e porta d'ingresso per la prima entrata in citt&agrave; di tutti i vescovi ambrosiani: &egrave; il pi&ugrave; antico luogo di culto cristiano di Milano, quello dei primi battesimi, dei primi martiri e della loro sepoltura. </p>
<p>Scola e il corteo che lo accompagnava ha poi ripreso l'itinerario che lo ha portato in Piazza Duomo intorno alle 16.45 ove, ad aspettarlo davanti alla Cattedrale milanese, c&rsquo;era il suo predecessore <strong>Cardinale Emerito Dionigi Tettamanzi</strong>, con il quale ha fatto solenne ingresso in Duomo, dopo che quest&rsquo;ultimo gli aveva lasciato il bastone pastorale di <strong>San Carlo</strong> e che da secoli si tramanda da un vescovo all'altro e che rappresenta il passaggio di consegne alla guida della Chiesa ambrosiana. </p>
<p>Angelo Scola aveva iniziato il suo viaggio di avvicinamento a Milano partendo alle 14.00 da Malgrate, suo paese natale a pochi chilometri da Lecco. E il primo momento di preghiera e riflessione personale sul compito che lo aspetta &egrave; avvenuto gi&agrave; l&igrave;, nella chiesa parrocchiale di San Leonardo in cui fu battezzato e dove il parroco don Luciano Capra - suo futuro segretario particolare - l'ha accolto insieme con le autorit&agrave; locali. In chiesa i nipotini e i parenti. Il successivo momento di solitudine e raccoglimento se lo &egrave; riservato subito dopo, nel piccolo cimitero, proprio di fronte alla chiesa, dove sono sepolti i suoi genitori e suo fratello.</p>
<p>La liturgia in Duomo ha avuto inizio con la lettura della lettera con cui il pontefice ha nominato Angelo Scola nuovo Arcivescovo di Milano, a cui ha fatto seguito il saluto ufficiale di Tettamanzi.</p>
<p>Quindi Scola si &egrave; seduto sulla cattedra arcivescovile per ricevere il saluto dell'Arciprete della Cattedrale e di alcuni rappresentanti del clero, dei religiosi, dei laici della diocesi. </p>
<p>La Messa si &egrave; conclusa con la benedizione, impartita dal Duomo all'intera Arcidiocesi.</p>
<p>Poi, mentre la processione dei Vescovi ritornava in sacrestia, l'Arcivescovo si &egrave; trattenuto davanti all'altare maggiore per salutare autorit&agrave; e Consiglio delle Chiese Cristiane di Milano; quindi ha percorso la navata centrale per un ulteriore saluto ai numerosi fedeli assiepati all&rsquo;esterno, dal sagrato del Duomo. </p>
<p>&laquo;Un uomo di grande cultura, di molteplice esperienza, di forte passione ecclesiale&raquo;, ha detto Tettamanzi di Scola annunciandone la nomina a Milano.</p>
<p>Il Pastore, l&rsquo;Educatore, il Teologo, l&rsquo;Intellettuale. Il Vescovo di Grosseto. Il Rettore della Lateranense. Il Patriarca di Venezia. Ora, l&rsquo;Arcivescovo di Milano. Sulla Cattedra di Ambrogio e di Carlo, con il motto che lo guider&agrave; anche nella nuova sede: <strong><em>&ldquo;Sufficit gratia tua&rdquo;.</em></strong> </p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=131"/>
		<issued>2011-10-02T16:58:20+01:00</issued>
		<modified>2011-10-02T16:58:20+01:00</modified>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<wfw:comments>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=131#commenti</wfw:comments>
	</entry>
	<entry>
		<title><![CDATA[Journal Gazzetta Web]]></title>
		<id>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=130</id>
		<created>2011-09-18T18:42:27+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p>Poco pi&ugrave; di un anno fa nasceva <strong>Gazzettaweb.info</strong>, un nuovo strumento d’informazione on line, la cui direzione veniva affidata al giornalista e scrittore Giucar Marcone.</p>
<p align="center"><img src="/public/Gazzettaweb.jpg" alt="" /></p>
<p>E tutto questo grazie alla casa Editrice <strong>“Edizioni del Poggio”</strong>, ma soprattutto al suo titolare Dott. Giuseppe Tozzi di Poggio Imperiale.</p>
<p>Oggi, il giornale telematico registra al suo attivo un numero di articoli prossimo ai 300, suddivisi nell’ambito dei seguenti argomenti trattati:</p>
<p><strong>Ambiente</strong> (66)<strong> Attualit&agrave;</strong> (9)<strong> Cinema</strong> (8)<strong> Cronache</strong> (22)<strong> Cultura</strong> (45) <strong>Economia</strong> (1)<strong> Eventi</strong> (15)<strong> Fiere Sagre Mostre</strong> (1)<strong> Filosofia</strong> (12)<strong> Folklore e Tradizioni</strong> (5)<strong> Gastronomia</strong> (3)<strong> Giochi</strong> (1)<strong> Internet</strong> (1)<strong> Letteratura</strong> (7)<strong> Libri</strong> (2)<strong> Medicina</strong> (4) <strong>Musica</strong> (5) <strong>News</strong> (10)<strong> Politica</strong> (4)<strong> Primo piano</strong> (8) <strong>Religione</strong> (4) <strong>Scuola</strong> (6) <strong>Societ&agrave;</strong> (9) <strong>Sport</strong> (3) <strong>Storia</strong> (3)<strong> Teatro</strong> (11) <strong>Turismo</strong> (4)</p>
<p>Ed anche la frequenza delle pubblicazioni risulta essere di tutto rispetto, come emerge dalla sintesi sotto richiamata:</p>
<p>Settembre 2011 (5) Agosto 2011 (9) Luglio 2011 (14) Giugno 2011 (10) Maggio 2011 (19) Aprile 2011 (26) Marzo 2011 (24) Febbraio 2011 (30) Gennaio 2011 (18) Dicembre 2010 (13) Novembre 2010 (11) Ottobre 2010 (11) Settembre 2010 (11) Agosto 2010 (15) Luglio 2010 (22) Giugno 2010 (31)</p>
<p>Si riporta, qui di seguito, l’interessante Editoriale del Direttore Giucar Marcone del 24 giugno 2010.</p>
<p><em>"Il settore della comunicazione &egrave; in continua trasformazione. L’innovazione tecnologica sta rapidamente modificando il modo di fare informazione. Con l’avvento di Internet le abitudini dei cittadini di ogni parte del globo sono cambiate. Basta un click per alzare il sipario sul teatro del mondo: la globalizzazione non ha confini. Il futuro dei giornali &egrave; online e questo futuro &egrave; gi&agrave; iniziato e coincide con la diminuzione delle vendite dei quotidiani tradizionali. Anche la nostra casa editrice “Edizioni del Poggio” ha accettato la nuova sfida del XXI secolo dando vita a Gazzettaweb, un quotidiano online, ricco di contenuti, un giornale che si apre al mondo con le sue tante sezioni, quindi non solo cronaca ma anche tanta cultura, sport, societ&agrave; e costume, ovviamente le notizie legate al nostro territorio avranno un loro spazio. Internet ha cambiato in maniera determinante il modo di fare e di accedere all’informazione. Si &egrave; aperto per gli operatori della stampa e per i lettori uno scenario imprevedibile, sappiamo da dove veniamo, ma dove andiamo? Con un giornale online si ha l’obbligo di costruire un percorso che faccia dell’informazione onesta l’unico fine. Gazzettaweb vuol essere uno strumento d’informazione a totale disposizione dei lettori, vuol essere lo strumento dell’interscambio di idee e iniziative. Il lettore, in questa nuova iniziativa editoriale, deve essere protagonista, deve far sentire la “sua voce”, deve consigliarci, deve collaborare. Ricordo di aver visto tempo fa un film di fantascienza dove lo spettatore entrava nello schermo per interagire e con i protagonisti. Ecco, questo deve accadere anche con Gazzettaweb: il lettore deve essere primo attore di questa nostra testata, deve, possibilmente, esprimere pareri sugli articoli e, perch&eacute; no, dialogare con gli autori dei “pezzi” pubblicati. Da quanto ho scritto si evince che ci sono tutti gli ingredienti per fare di Gazzettaweb il giornale telematico per tutti. Personalmente m’impegno a rendere sempre pi&ugrave; appetibile questo “vostro” quotidiano e in questo impegno mi sostengono l’illuminato editore Giuseppe Tozzi, i miei pi&ugrave; stretti collaboratori, Antonella Mazzili, Antonietta Pistone, Florindo Di Silvio e tutto lo staff di Gazzettaweb. Buona lettura. Giucar Marcone"</em></p>
<p align="center"><strong>GAZZETTA WEB by Edizioni del Poggio</strong> </p>
<p align="center">Redazione: via Marconi, 32A </p>
<p align="center">71010 Poggio Imperiale - Foggia</p>
<p align="center">Tel. 0882.532067 / 0882.1995180 fax 0882.1990175</p>
<p align="center">Email: <a href="mailto:redazione@gazzettaweb.net">redazione@gazzettaweb.net</a></p>
<p align="center"><strong>Direttore responsabile</strong>: Giucar Marcone</p>
<p align="center">Vicedirettore: Antonella Mazzilli </p>
<p align="center">Capo redattore: Antonietta Pistone </p>
<p align="center">Segretaria di redazione: Maria Dora Tozzi </p>
<p align="center"><strong><u>Redazione Nord</u></strong></p>
<p align="center">Lorenzo Bove</p>
<p align="center">Anna Marcone</p>
<p align="center">Luigi Marcone</p>
<p align="center">Guido Cristiani</p>
<p align="center">Donato Mastronunzio</p>
<p align="center">Marzia Vinciguerra</p>
<p align="center">Angela Gambacorta</p>
<p align="center"><strong><u>Redazione centro</u></strong></p>
<p align="center">Clelia Ambrosino</p>
<p align="center">Nazario D'Amato</p>
<p align="center">Biagio Tozzi </p>
<p align="center"><strong><u>Redazione Sud</u></strong></p>
<p align="center">Antonia Frazzano</p>
<p align="center">Arcangela Ferro</p>
<p align="center">Giacomo Fina</p>
<p align="center">Michele Urrasio</p>
<p align="center">Marisa Donnini</p>
<p align="center">Liliana Di Dato </p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=130"/>
		<issued>2011-09-18T18:42:27+01:00</issued>
		<modified>2011-09-18T18:42:27+01:00</modified>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<wfw:comments>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=130#commenti</wfw:comments>
	</entry>
	<entry>
		<title><![CDATA[Il mistero delle Stele Daunie]]></title>
		<id>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=129</id>
		<created>2011-09-13T20:50:31+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p>Presso il Museo Archeologico Nazionale di Manfredonia, in provincia di Foggia, allestito all’interno del Castello Svevo, &egrave; possibile ammirare le famose ed esclusive “Stele Daunie”, intorno alle quali aleggia l’ombra del mistero.</p>
<p align="center"><img alt="" src="/public/Manfr2.JPG" /></p>
<p align="justify">Infatti, a tutt’oggi, non &egrave; ancora del tutto chiaro l’uso che gli antichi ne facevano.</p>
<p>Il Castello Svevo &egrave; la sede del Museo Archeologico dal 1968. </p>
<p>Eretto da Manfredi di Svevia nel 1256, fu sottoposto ad alcuni rifacimenti nel XV sec. dagli angioini e , successivamente, nel XVI sec., fino a portarlo alla forma attuale.</p>
<p align="center"><img alt="" src="/public/Manfr1.JPG" /></p>
<p>Fino a tutto il 1888 fu utilizzato come caserma e, nel 1901, venne acquistato dal Comune di Manfredonia che lo cedette allo Stato nel 1968, con l’idea di allestire una sede museale.</p>
<p>Vengono prevalentemente esposti reperti provenienti dalla laguna Sipontina e, in particolare, viene mostrato materiale di epoca preromana.</p>
<p>Il percorso prevede, con il periodo preistorico, l’esposizione degli oggetti del Neolitico provenienti dagli scavi presso il fiume Candelaro e i rinvenimenti dal villaggio di Coppa Nevigata, presso Trinitapoli, abitato ininterrottamente dal Neolitico al VIII sec. a.C.</p>
<p align="justify">Il villaggio ebbe un notevole sviluppo gi&agrave; dall’et&agrave; del Bronzo, come evidenzia la scoperta di ipogei ricavati in formazioni carsiche naturali contenenti un grande numero di sepolture, e stabil&igrave; contatti con la civilt&agrave; micenea, come testimoniano ceramiche provenienti dalla Grecia orientale. </p>
<p>L’attrattiva del museo sono le 1500 “Stele Daunie” ritrovate nella zona.</p>
<p align="center"><img alt="" src="http://www.paginedipoggio.com/public/Manfr3.JPG" /></p>
<p>Si tratta di lastre di calcare del Gargano sulle quali sono incise a rilievo molto basso figure umane convenzionali, con mani portate al petto e con le decorazioni delle vesti indossate. Una cavit&agrave; nella parte alta della lastra accoglie la testa, anch’essa scolpita in maniera approssimativa in forma di pinnacolo. </p>
<p>Se i dettagli dell’abbigliamento permettono di datare le lastre al VII-VI sec. a.C., nulla &egrave; ancora dato sapere circa il loro impiego; il fatto che siano decorate in entrambi i lati lascia pensare che dovessero essere collocate in posizione verticale.</p>
<p>Si pu&ograve; pensare a segnacoli tombali o a sculture votive per un santuario funerario.</p>
<p align="justify">Nel 1968, come si &egrave; detto, con la cessione da parte del Comune allo Stato, il Castello Svevo divenne la sede delle collezioni archeologiche del territorio di Manfredonia, al fine di illustrare la storia della laguna di Siponto, oggi scomparsa per effetto delle opere di bonifica e di un naturale processo di impaludamento. </p>
<p>La piana di Siponto, delimitata a sud dal corso del Cervaro, ha restituito testimonianze archeologiche che delineano la storia della regione dai primi insediamenti neolitici sino alla fondazione di Manfredonia. </p>
<p>Il Museo accoglie quindi reperti dei villaggi lungo il corso del Candelaro, della grotta Scaloria, di Coppa Nevigata, uno dei siti pi&ugrave; noti della preistoria italiana per la completezza delle sequenze dell'et&agrave; del bronzo.</p>
<p>Particolare interesse rivestono le “Stele Daunie”, scoperte alla fine degli anni Sessanta dello scorso secolo, dall'archeologo Silvio Ferri.</p>
<p align="center"><img alt="" src="http://www.paginedipoggio.com/public/Manfr4.JPG" /></p>
<p>Nel corso dei secoli si sono verificate molte manomissioni: alcune di esse sono state divelte durante i lavori agricoli e ritrovate poi sparse nei campi; altre, invece, sono state addirittura riutilizzate nella costruzione di muretti a secco o di abitazioni rurali. </p>
<p>E' quindi difficile accertarne la destinazione originaria: poich&eacute; la parte bassa delle lastre di pietra non &egrave; decorata, si ipotizza che fossero infisse nel terreno, mentre i soggetti delle decorazioni fanno supporre che servissero da segnacoli funerari di personaggi di ceto elevato, rappresentando immagini connesse con la vita del defunto. </p>
<p>Realizzate in pietra di origine locale, hanno forma rettangolare, sono interamente coperte da elaborate decorazioni geometriche ed erano sormontate da teste scolpite nella stessa lastra di pietra, oppure lavorate separatamente e poi infisse sulle stele per mezzo di perni. </p>
<p>Sulle teste femminili compare posteriormente una treccia di capelli, spesso completata con elementi ornamentali.</p>
<p>All'interno delle cornici geometriche si trovano decorazioni che indicano la condizione o l'attivit&agrave; del defunto: su alcune si individuano il pettorale, la spada e lo scudo dei guerrieri; altre evidenziano particolari tipicamente femminili, che documentano l'abbigliamento delle donne della Daunia antica, almeno nelle occasioni cerimoniali: vesti lunghe, guanti ornati che coprono gli avambracci e accessori personali che includono collane, fibule e cinture decorate con pendagli.</p>
<p>Su alcune stele compaiono immagini di vita quotidiana connesse con la caccia, la pesca e la filatura; una di esse presenta un'imbarcazione a vela quadra; altre rappresentano processioni legate al culto dei morti. </p>
<p>Si tratta veramente di qualcosa di esclusivo che merita di essere ammirato. </p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=129"/>
		<issued>2011-09-13T20:50:31+01:00</issued>
		<modified>2011-09-13T20:50:31+01:00</modified>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<wfw:comments>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=129#commenti</wfw:comments>
	</entry>
	<entry>
		<title><![CDATA[Una gita alle Tremiti]]></title>
		<id>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=128</id>
		<created>2011-09-09T14:26:26+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p>Lunedi 5 settembre 2011, partenza alle ore 8,40 da Termoli con la &ldquo;Tremiti Jet&rdquo; della NLG &ldquo;Navigazione Libera del Golfo&rdquo; e, solo dopo 50 minuti di navigazione, eccoci sbarcati sull&rsquo;Isola di San Domino, nell&rsquo;arcipelago delle Tremiti.</p>
<p align="center"><img alt="" src="/public/Tremiti1.JPG" /></p>
<p>Le Isole Tremiti per la loro bellezza vengono definite &ldquo;Le Perle dell&rsquo;Adriatico&rdquo; e sono meta preferita di moltissimi turisti. Le perle di questo magnifico arcipelago sono San Nicola, San Domino, Cretaccio, Capraia e Pianosa. </p>
<p>Un giro in barca dell&rsquo;Arcipelagogo &egrave; d&rsquo;obbligo per poter ammirare e visitare grotte, cale, punte e scogliere di rara bellezza, raggiungibili solo via mare.</p>
<p>Partiamo dallo scalo marittimo di San Domino e cominciamo il giro dell&rsquo;isola, ammirando via via Cala delle Arene, Cala dello Spido, Punta Matano ed attigua Cala Matano, Punta del Pigno e relativa Cala, Scoglio dell&rsquo;Elefante, Grotta del Sale ed attigua Cala, Grotta delle Viole, Cala dello zio Cesare, I Tre Segni, Grotta del Bue Marino, Architiello, Punta Secca, Grotta delle Rondinelle, Cala dei Benedettini, Cala degli Inglesi, Cala Tramontana, Cala Tamariello, Punta Diamante.</p>
<p align="center"><img alt="" src="/public/Tremiti2.JPG" /></p>
<p>Il percorso prosegue costeggiando prima l&rsquo;Isola del Cretaccio e, a seguire, l&rsquo;Isola di San Nicola, fino a raggiungere l&rsquo;Isola di Capraia, in prossimit&agrave; della quale una sosta &egrave; doverosa per tuffarsi ed immergersi in un mare cristallino fra una miriade di pesci fino a scrutare la statua di San Padre Pio adagiata sul fondo. </p>
<p>Si riprende il giro costeggiando il lato opposto dell&rsquo;Isola di San Nicola, fino ad approdare al suo scalo marittimo.</p>
<p>La visita a piedi della &ldquo;Fortezza di San Nicola&rdquo; offre un viaggio a ritroso nel tempo; una meta imperdibile per gli appassionati di storia tra fortezza, abbazia, cittadella e penitenziario.</p>
<p align="center"><img alt="" src="/public/Tremiti3.JPG" /></p>
<p>Un bagno nelle acque limpide e trasparenti ai piedi della fortezza prima di risalire in barca e farsi traghettare nuovamente al punto di partenza dell&rsquo;Isola di San Domino: un&rsquo;isola d&rsquo;incanto dove trascorrere soggiorni d&rsquo;incanto in una delle strutture ricettive immerse nel verde dei pini d&rsquo;aleppo.</p>
<p>Una passeggiata a piedi per 5 km circa di percorso, costeggiando tutte le insenature principali dell'isola, ed infine un bagno salutare a Cala delle Arene prima di imbarcarsi, alle 17,30, sulla &ldquo;Tremiti Jet&rdquo; per il viaggio di ritorno. </p>
<p><u>La Isole di Tremiti, tra storia e leggenda</u></p>
<p>In epoca romana le isole erano conosciute con il nome Diomedee, dal mitico eroe greco Diomede che secondo la leggenda, nel suo peregrinare nel mare Adriatico, si ferm&ograve; nella Daunia dove fond&ograve; diversi centri, ma la sua vita ebbe fine nell&rsquo;arcipelago dove fu anche sepolto. I suoi compagni furono trasformati da Venere in uccelli: le Diomedee, appunto, sono uccelli dalla grande apertura alare, che ogni primavera lasciano l&rsquo;Africa Orientale verso l&rsquo;Adriatico per nidificare sulle pareti a strapiombo tipiche della costa di queste isole. Il loro canto che si sente in particolare nelle ore notturne, altro non &egrave; che il lamento dei compagni di Diomede che piangono la perdita del loro eroe. </p>
<p>Molte narrazioni diverse tra loro sono accomunate nel collocare il luogo della scomparsa dell'eroe nelle isole Tremiti. Alcune parlano della morte avvenuta in seguito ad un naufragio, ma la versione pi&ugrave; comune della leggenda narra del ritiro di Diomede, insieme ai suoi compagni, sull'arcipelago, dove andr&agrave; incontro alla morte. Sull'isola di San Nicola vi &egrave; una tomba di epoca ellenica chiamata ancora oggi tomba di Diomede. </p>
<p>Alcuni ritrovamenti sull&rsquo;Isola di San Domino testimoniano la presenza dell&rsquo;uomo Neolitico ed altre testimonianze dell&rsquo;et&agrave; del Bronzo sono state rinvenute sull&rsquo;Isola di San Nicola. In quest&rsquo;ultima sono presenti resti dell&rsquo;et&agrave; classico-ellenistica ed anche una &ldquo;domus romanae&rdquo;. </p>
<p>All&rsquo;inizio dell&rsquo;anno mille i Monaci Benedettini Cassinesi avevano fondato un centro religioso. </p>
<p>Nel Medioevo notevole importanza acquist&ograve; l&rsquo;Abbazia fondata nel 1010 dai Benedettini Cassinesi sull&rsquo;isola di San Nicola; la Chiesa di Santa Maria ed i resti della fortezza rappresentano uno dei gioielli architettonici pi&ugrave; belli d&rsquo;Italia.</p>
<p>L&rsquo;abbazia fu soppressa nel 1780 da Ferdinando II che vi costitu&igrave; una colonia penale ed in epoca fascista venne utilizzata come luogo di confino per i dissidenti del regime. </p>
<p>Oggi l&rsquo;isola &egrave; abitata da meno di 500 residenti per tutto l&rsquo;anno, mentre d&rsquo;estate diventa un centro frequentatissimo.</p>
<p>Dal 1989 &egrave; stata istituita la riserva naturale marina delle Isole Tremiti. </p>
<p>Delle Isole Tremiti solo due sono abitate, l&rsquo;Isola di San Domino e l&rsquo;Isola di San Nicola, e sulla prima si concentrano la maggior parte delle strutture di accoglienza turistica, i residence, i villaggi turistici, gli hotel, i B&amp;b e le pensioni. </p>
<p>L&rsquo;isola &egrave; decisamente amata anche dai velisti e dai navigatori, che vi approdano durante tutta la stagione estiva, sebbene le isole non siano provviste di una vera e propria struttura portuale ma semplicemente di alcune banchine cui attraccare. </p>
<p>Alle Isole Tremiti non ci sono spiagge, se non in un paio di localit&agrave;: Cala delle Arene sull&rsquo;isola di San Domino caratterizzata da una lingua di sabbia con accanto una suggestiva grotta dallo stesso nome lunga circa 10 metri, e Cala Pietra di Fucile, cos&igrave; chiamata per la singolare conformazione dei ciottoli che la compongono, tondi a tal punto che un tempo venivano forse usati proprio come proiettili. </p>
<p>Il fatto che non ci siano spiagge per&ograve; non &egrave; certo scoraggiante, almeno per chi ama il mare, perch&egrave; le decine di calette che si possono raggiungere lungo il litorale, Cala dello Spido, Cala Matano, Cala degli Inglesi, Cala Tonda per ricordare solo quelle pi&ugrave; conosciute, difficilmente fanno rimpiangere la spiaggia.</p>
<p>Un mare limpido cos&igrave; lo si pu&ograve; ammirare solo raramente, e lo si pu&ograve; verificare gi&agrave; dalla cima delle scogliere, prima di scendere nelle insenature a filo dell&rsquo;acqua. E&rsquo; infatti possibile scorgere il fondo del mare gi&agrave; dall&rsquo;alto, e per parecchi metri sott&rsquo;acqua.</p>
<p>Inoltre le Isole Tremiti sono un vero e proprio paradiso per gli amanti delle immersioni ed anche nella pesca subacquea l&agrave; dove &egrave; consentito dalle leggi che proteggono la riserva naturale.</p>
<p>Le isole Tremiti (o Diomedee) sono un arcipelago del mare Adriatico, sito 12 miglia nautiche a nord del promontorio del Gargano e 24 ad est della costa molisana.</p>
<p>Amministrativamente, l'arcipelago costituisce il comune italiano di Isole Tremiti di 496 abitanti della provincia di Foggia in Puglia.</p>
<p>Il comune fa parte del Parco Nazionale del Gargano e dal 1989 una porzione del suo territorio costituisce la Riserva naturale marina Isole Tremiti. </p>
<p>Anche essendo il pi&ugrave; piccolo e il secondo meno popoloso comune della Puglia (con meno abitanti vi &egrave; solo Celle di San Vito), &egrave; uno dei centri turistici pi&ugrave; importanti dell'intera regione. </p>
<p>Per la qualit&agrave; delle sue acque di balneazione &egrave; stato pi&ugrave; volte insignito della Bandiera Blu, prestigioso riconoscimento della Foundation for Environmental Education.</p>
<p>Nelle isole Tremiti la popolazione parla una lingua napoletana (il dialetto ischitano) anzich&eacute; il dialetto foggiano, parlato nella vicina terraferma: questo &egrave; spiegabile in quanto l'isola fu popolata da Ferdinando II nel 1843 con pescatori provenienti da Ischia e da famiglie di mercanti del Regno delle due Sicilie che continuarono a parlare e a diffondere la lingua d'origine anche a distanza di tempo. </p>
<p>L'arcipelago &egrave; composto dalle isole di: </p>
<p>San Nicola, sulla quale risiede la maggior parte della popolazione e si trovano i principali monumenti dell'arcipelago. </p>
<p>San Domino, pi&ugrave; grande, sulla quale sono insediate le principali strutture turistiche grazie alla presenza dell'unica spiaggia sabbiosa dell'arcipelago (Cala delle Arene).</p>
<p>Capraia (detta pure Caprara o Capperaia), la seconda per grandezza, disabitata.</p>
<p>Pianosa, un pianoro roccioso anch'esso completamente disabitato e distante una ventina di chilometri dalle altre isole. </p>
<p>Il Cretaccio, un grande scoglio argilloso a breve distanza da San Domino e San Nicola. </p>
<p>La Vecchia, uno scoglio pi&ugrave; piccolo del Cretaccio e prossimo a questo. </p>
<p><u>Altre leggende</u> </p>
<p>La fantasia popolare ha coronato ogni luogo delle isole di suggestioni. </p>
<p>All'isola-scoglio del Cretaccio &egrave; legata una leggenda, dalle tinte macabre, che vuole che su di esso si aggiri di notte, soprattutto in concomitanza di bufere, un uomo che regge tra le mani la sua testa, popolando lo scoglio argilloso delle sue urla. Sarebbe il fantasma di un detenuto evaso dalla colonia penale presente un tempo nell'arcipelago, che una volta ricatturato, fu decapitato proprio su quest'isolotto. </p>
<p>Ad arricchire la suggestione si aggiunge la credenza popolare che vuole che sullo scoglio attiguo, chiamato la Vecchia, prima di ogni temporale compaia il fantasma di una vecchia (da cui il nome dello scoglio) intenta a filare. Sarebbe lo spirito di una strega che in epoca remota fu proprietaria dello scoglio. </p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=128"/>
		<issued>2011-09-09T14:26:26+01:00</issued>
		<modified>2011-09-09T14:26:26+01:00</modified>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<wfw:comments>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=128#commenti</wfw:comments>
	</entry>
	<entry>
		<title><![CDATA[Roseto Capo Spulico … da scoprire!]]></title>
		<id>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=127</id>
		<created>2011-08-21T17:30:39+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p align="center"><img alt="" src="/public/Roseto5.JPG" /></p>
<p align="justify">Per <strong>Ferragosto</strong>&nbsp; sono tornato con mia moglie a <strong>Roseto Capo Spulico</strong>, dopo parecchi anni; circa una ventina, credo, da quando abbiamo avuto modo di soggiornarvi, per qualche giorno, la prima volta, ospiti anche allora di una sorella di mia moglie, che &egrave; proprietaria di un appartamento per le vacanze a <strong>Marina di Roseto</strong>. </p>
<p align="justify">L&rsquo;impressione &egrave; che, nell&rsquo;insieme, si sia registrato un certo miglioramento, sia riguardo alle infrastrutture esistenti, sia sul piano della ricettivit&agrave; e dell&rsquo;offerta turistica in genere.</p>
<p>Un bel lungomare, lidi attrezzati, bar, ristoranti, alberghi, locali di intrattenimento e tanto ancora, in un contesto davvero speciale dove, nella cornice di un <strong>cielo azzurro</strong>, l&rsquo;<strong>acqua trasparente</strong> del mare lambisce i ciottoli di una spiaggia che pare protetta dall&rsquo;imponente castello medioevale a picco sul mare con l&rsquo;antistante scoglio a forma di fungo.</p>
<p align="center"><img alt="" src="http://www.paginedipoggio.com/public/Roseto1.JPG" /></p>
<p>E che dire, poi, di <strong>Roseto Capo Spulico paese</strong>, abbarbicato pi&ugrave; su, a circa un paio di chilometri e mezzo dal mare, in un dedalo di strade e stradine che offrono al visitatore scorci panoramici unici, tra l&rsquo;<strong>azzurro del mare</strong> e il <strong>verde lussureggiante</strong> dei monti che circondano il vecchio borgo. </p>
<p>Un tuffo nel passato fra case e palazzi d&rsquo;un tempo, che fanno ritornare alla mente la vita e le gesta di popoli antichi vissuti prima di noi.</p>
<p>Una visita al <strong>Museo Etnografico</strong> della memoria storica, realizzato al piano terra del maestoso <strong>Castrum guiscardiano della porta urbica</strong>, &egrave; veramente quello che ci vuole per scoprire le radici di Roseto.</p>
<p>E&rsquo; possibile ammirare oggetti che per secoli sono stati il punto di riferimento di una vita fatta di <strong>miserie</strong> e di <strong>emarginazione</strong>, sotto lo sguardo premuroso di <strong>Narduzzo,</strong> un operaio emigrato all&rsquo;estero e che, per un quarto di secolo, ha lavorato nelle miniere tedesche, il quale ha pazientemente raccolto arnesi, utensili, manufatti e tante cose interessanti, sistemandoli ordinatamente e rimanendone ora guida e geloso custode.</p>
<p>Alcuni angoli suggestivi del <strong>centro storico medioevale</strong> sono stati valorizzati da un primo <em>(timido)</em> tentativo sperimentale di pedonalizzazione, contestualmente ad alcuni sapienti interventi di <em>restyling</em> di antiche abitazioni, trasformate in <em>B&amp;B</em>, in una logica di <em>&ldquo;albergo diffuso&rdquo;,</em> tra cui <strong>&ldquo;La Piazzetta&rdquo;</strong> in via delle Rose, 24. </p>
<p align="center"><img alt="" src="/public/Roseto3.jpg" /></p>
<p>E, poi, tornando al mare &hellip;.il <strong>Castello di Roseto</strong>, saldamente impiantato sulla scogliera protesa sul mare; il Castello Templare Federiciano <strong>&ldquo;Castrum Petrae Roseti&rdquo; (</strong>sec. X-XIII) con lo <strong>scoglio</strong> (denominato &ldquo;incudine&rdquo; o, pi&ugrave; semplicemente, &ldquo;scoglio del Castello&rdquo;) a forma di fungo.</p>
<p>Una visita al Castello, alle sue sale, ai torrioni, offre dalla sua sommit&agrave; una <strong>vista mozzafiato</strong> sul mare e verso i monti circostanti.</p>
<p>E, poi, il <strong>lungomare degli Achei</strong>. </p>
<p>La <strong>gastronomia</strong> basata sui prodotti locali di terra e di mare, la <strong>simpatia</strong> e la <strong>familiarit&agrave; </strong>della gente completa il quadro di questo <strong>angolo di mondo</strong> che merita un sincero apprezzamento. </p>
<p><strong><u>Qualche informazione in pi&ugrave; su Roseto Capo Spulico</u></strong> (1) </p>
<p>Roseto Capo Spulico &egrave; un comune italiano della Calabria, con una popolazione inferiore ai 2.000 abitanti, in provincia di Cosenza situato nell'Alto Jonio Cosentino. </p>
<p>Centro turistico, con castello a picco sul mare.</p>
<p>Il nome Roseto deriva verosimilmente dal latino &quot;rosetum&quot;, data la diffusione della coltura delle rose in epoca greco-romana, che venivano utilizzate per riempire i guanciali delle principesse sibarite (di Sibari).</p>
<p>Infatti, in origine, ai tempi della Magna Grecia, Roseto era una delle citt&agrave; satellite di Sibari. A Roseto erano coltivate le rose, i cui petali servivano per riempire i materassi su cui i sibariti dormivano.</p>
<p>La Roseto odierna nacque nel X secolo d.C., allorch&egrave; il principe Roberto il Guiscardo vi costru&igrave; tra il 1058 e il 1085 il Castrum Roseti, raggiungendo il suo massimo splendore nel 1260 quando fu costruito il Castrum Petrae Roseti (castello di Roseto). </p>
<p>In epoca pi&ugrave; recente, e pi&ugrave; precisamente negli anni 70 del secolo appena trascorso, vennero costruiti i primi &quot;residence&quot;, che aprirono cos&igrave; le porte al turismo nello Jonio Calabrese e a Roseto Capo Spulico; turismo che &egrave; andato nel tempo sempre pi&ugrave; sviluppandosi.</p>
<p>Negli anni ottanta Roseto &egrave; stato interessato da una radicale trasformazione, passando da paese prettamente agricolo a localit&agrave; turistica con discreta frequentazione soprattutto nel periodo estivo. </p>
<p>Attualmente rappresenta il principale centro turistico balneare dello Jonio Cosentino, con presenze maggiori nei mesi di luglio ed agosto che toccano punte di oltre 20.000 unit&agrave;. </p>
<p>Le principali strutture ricettive sono i residence ed i condomini turistici che costituiscono per lo pi&ugrave; le &quot;seconde case&quot; di calabresi, ma anche di gente che arriva dalla Puglia, Basilicata, Campania, senza escludere cittadini lombardi e piemontesi.</p>
<p>Nell' ultimo decennio &egrave; aumentata l' offerta ricettiva di tipo alberghiero, con numerosi B&amp;B ed affittacamere, due alberghi tra cui il Resort &quot;Cala dei Saraceni&quot; inaugurato nel Giugno del 2008. </p>
<p>La spiaggia &egrave; prevalentemente libera, di tipo ciottoloso-ghiaioso, recentemente ampliata ed attrezzata con docce calde e fredde, passerelle e cestini per la raccolta dei rifiuti. Ma non mancano gli stabilimenti balneari attrezzati.</p>
<p><u>Monumenti e luoghi di interesse</u> </p>
<p>&bull; Il Castrum Petrae Roseti, castello medievale a picco sul mare (sec. XIII) Luogo di interesse culturale a livello nazionale</p>
<p>&bull; Il Castrum Roseti, piccolo castello nel centro storico</p>
<p>&bull; Il Museo Etnografico (gi&agrave; museo della civilt&agrave; contadina), tra i pi&ugrave; importanti della Calabria, con oltre duemila oggetti conservati</p>
<p>&bull; Il Centro Storico (sec. XIII)</p>
<p>&bull; La Chiesa di Santa Maria della Consolazione (sec. XIV) </p>
<p>&bull; Le suggestive spiagge del litorale (localit&agrave; Camping Monica, Baiabella, Il Castello, Capo Spulico) </p>
<p>&bull; Il Lungomare degli Achei </p>
<p>&bull; Lo Scoglio Incudine </p>
<p>&bull; Il ghiaieto e la foce del Torrente Ferro (luogo di interesse naturalistico) </p>
<p>&bull; L' entroterra rosetano (luogo di interesse naturalistico) </p>
<p><u>Il Centro Storico</u> </p>
<p>Di notevole interesse &egrave; il Centro storico, posto su di una bella altura digradante verso il mare. Risalente al Medioevo, possiede belle stradine e vicoletti che spesso offrono scorci panoramici sul mare. Il Centro storico &egrave; raggiungibile da una strada provinciale panoramica, lunga 3 km e in salita che si stacca dalla Strada Statale 106 Jonica. Prima di giungere a Roseto Centro si attraversa la piccola frazione Civita. Nel Centro Storico si trovano gran parte dei monumenti storici del paese.</p>
<p><u>Il Lungomare Degli Achei</u> </p>
<p>Il Lungomare degli Achei si trova nella frazione Marina di Roseto Capo Spulico. &Egrave; lungo 1.5 chilometri e negli ultimi anni &egrave; diventato il cuore del turismo estivo dell'Alto Jonio Cosentino. Vi &egrave; lungo il percorso un ampio marciapiede panoramico. Lungo questa strada si trova la Piazza Azzurra. Subito dopo il Castrum Petrae Roseti si congiunge con la Statale 106 Jonica, che nel tratto rosetano si presenta molto stretta e tortuosa ed a picco sulla spiaggia circondata dalla macchia mediterranea.&nbsp;</p>
<p><u>Lo Scoglio Incudine ed il Promontorio del Castello</u> </p>
<p>Lo Scoglio Incudine si trova lungo la spiaggia sottostante al Castello e al Granaio, che si trovano arroccati sul piccolo Promontorio di Cardone (o del Castello) al termine del Lungomare degli Achei. Viene popolarmente chiamato il fungo del Castello ed &egrave; il simbolo oleografico di Roseto e dell'Alto Jonio Cosentino in quanto &egrave; presente in molte stampe d' epoca e cartoline. </p>
<p>(1) Le informazioni sono state raccolte da siti internet, pubblicazioni e pieghevoli illustrativi.</p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=127"/>
		<issued>2011-08-21T17:30:39+01:00</issued>
		<modified>2011-08-21T17:30:39+01:00</modified>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		<wfw:comments>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=127#commenti</wfw:comments>
	</entry>
	<entry>
		<title><![CDATA[Una  Mostra Etnografica (permanente) a Poggio Imperiale]]></title>
		<id>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=126</id>
		<created>2011-08-13T17:41:35+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p>Un anno e mezzo fa auspicavo, su questo stesso mio sito, che alla singolare iniziativa del nostro compaesano <strong>Leonardo Iadarola</strong> fosse data la giusta visibilit&agrave; che meritava.</p>
<p align="center"><img alt="" src="http://www.paginedipoggio.com/public/Iadarola1.JPG" /></p>
<p>Infatti, un mio <strong>articolo</strong> del 27 gennaio 2010 dal titolo <strong>&laquo;A Poggio Imperiale &hellip; la passione per le &ldquo;antiche cose&rdquo;!&raquo;,</strong> che &egrave; possibile ancora leggere cliccando la pagina <a href="http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?id=63">http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?id=63</a>, ma che ad ogni buon conto riporto in calce al presente articolo, <strong>offre</strong> al lettore un&rsquo;idea <em>(solo un&rsquo;idea poich&eacute;, nella realt&agrave;, c&rsquo;&egrave; molto di pi&ugrave; da vedere)</em> di cosa <strong>Leonardo</strong> ha pazientemente saputo e voluto ricercare e raccogliere: dagli attrezzi agricoli ed artigianali ai macchinari pi&ugrave; sofisticati di un tempo; strumenti di arti e mestieri ovvero per il diletto, il gioco e lo sport; arredi ed attrezzature domestiche e per la cucina, l&rsquo;illuminazione, il riscaldamento e l&rsquo;igiene personale; stampe, quadri, libri, fotografie; mezzi di trasporto (biciclette, moto, ecc.); oggetti di culto e tanto altro materiale. </p>
<p>A quanto pare &hellip;. ogni tanto qualche&nbsp;desiderio si avvera &hellip;. e, cos&igrave;, nell&rsquo;ambito delle manifestazioni <strong>&ldquo;Estate 2011&rdquo;</strong> di Poggio Imperiale, <strong>giovedi 11 agosto</strong> &egrave; stata inaugurata la <strong>Mostra Etnografica &ldquo;Dalla civilt&agrave; contadina a quella industriale&rdquo;,</strong> presso il <strong>museo privato</strong> di Leonardo Iadarola, sito nei capannoni della <strong>&ldquo;Nuova Artigiantubi&rdquo;</strong> nella zona artigianale del paese, in collaborazione con l&rsquo;Assessorato alla Cultura del Comune di Poggio Imperiale.</p>
<p align="center"><img alt="" src="http://www.paginedipoggio.com/public/Iadarolo2.JPG" /></p>
<p>Il taglio del nastro &egrave; avvenuto verso le <strong>ore 11</strong> alla presenza dei rappresentanti dell&rsquo;amministrazione comunale e di un discreto numero di cittadini e di forestieri che si trovano qui in vacanza.</p>
<p>Dopo i discorsi di rito, un brindisi augurale ha dato avvio alle visite della mostra che, secondo quanto affermato dall&rsquo;Assessore alla cultura dovrebbe avere carattere <strong>permanente</strong>. </p>
<p>Questa &egrave; veramente una bella notizia: <strong>una mostra etnografica permanente a Poggio Imperiale!</strong> </p>
<p>Un ringraziamento particolare va quindi tributato all&rsquo;amico Leonardo Iadarola che non ha solamente raccolto e conservato tutte quelle antiche cose, ma perch&eacute; le ha pazientemente ripristinate e <strong>fatte tornare in vita</strong>&hellip; un vero miracolo!</p>
<p>Riporto, con l&rsquo;occasione, l&rsquo;articolo sopra citato.</p>
<p><strong>A Poggio Imperiale &hellip; la passione per le &ldquo;antiche cose&rdquo;! </strong></p>
<p><em>Singolare iniziativa di un &ldquo;poggioimperialese&rdquo; che ha pazientemente ricercato e raccolto, negli anni, antichi attrezzi agricoli ed artigianali, ma anche macchinari un po&rsquo; pi&ugrave; sofisticati di un tempo; strumenti di arti e mestieri oltre che per il diletto, il gioco e lo sport; arredi ed attrezzature domestiche per la cucina, l&rsquo;illuminazione, il riscaldamento e l&rsquo;igiene personale; stampe, quadri, libri, fotografie; mezzi di trasporto (biciclette, moto, ecc.), oggetti di culto e tanto altro materiale. In molti casi gli oggetti raccolti sono stati sottoposti ad un attento restauro, riportandoli alla loro originaria funzionalit&agrave;. Tutto questo ad opera di un &ldquo;pimpante&rdquo; sessantenne &ldquo;poggioimperialese&rdquo;.  Si tratta di Leonardo Iadarola, classe 1948 per gli amici &ldquo;Nardino&rdquo;; uno dei figli del pi&ugrave; noto Nazario Iadarola: &ldquo;Lazz&agrave;r(e) u bid&eacute;ll(e)&rdquo;, un riferimento storico per diverse generazioni &ndash; me compreso - nei ricordi delle &ldquo;elementari&rdquo; frequentate a Poggio Imperiale. Giovanissimo, nel 1961, &ldquo;Nardino&rdquo; si &egrave; trasferito in Lombardia, a Milano, ove ha avuto l&rsquo;opportunit&agrave; e la perseveranza di specializzarsi, acquisendo la qualifica di &ldquo;tubista industriale&rdquo;. Nel 1977 ha fatto ritorno in paese per mettere a frutto la propria capacit&agrave; professionale, raggiungendo livelli di tutto rispetto. Ed &egrave; proprio qui, a Poggio Imperiale, che ha &ldquo;scoperto&rdquo; la sua passione per le cose antiche, cominciando pian piano a raccoglierle e a conservarle in alcuni angoli dei suoi &ldquo;capannoni industriali&rdquo;, allestendo gradualmente una notevole &ldquo;esposizione&rdquo;. Oggi, la raccolta di &ldquo;Nardino&rdquo; pu&ograve; ben definirsi una &ldquo;collezione&rdquo; a pieno titolo, sia per quanto attiene alla quantit&agrave; degli oggetti, sia con riguardo alla variet&agrave; degli articoli disponibili. Ho avuto modo di visitare i capannoni con mia moglie, nei primissimi giorni di gennaio 2010, nel corso della nostra permanenza in paese per le festivit&agrave; di fine anno, e devo dire - ad onor del vero - che siamo rimasti inizialmente stupiti e poi via via affascinati dalla presenza di tanto materiale, che richiama alla mente un tempo che non c&rsquo;&egrave; pi&ugrave;. E&rsquo; tutto molto interessante, ma forse l&rsquo;iniziativa di &ldquo;Nardino&rdquo; andrebbe valorizzata all&rsquo;interno del del paese, ma ancor di pi&ugrave; all&rsquo;esterno, onde dare visibilit&agrave;, attraverso un circuito virtuoso di mostre, visite scolastiche, circuiti turistici, ecc., alla vita, alle tradizioni, alla storia, agli usi e ai costumi dei &ldquo;poggioimperialesi&rdquo; che hanno vissuto prima di noi. Ritengo che la conoscenza delle nostre radici ci consente di meglio sviluppare il nostro futuro. Ed &egrave; bene che i giovani e le nuove generazioni ne prendano atto facendo un &ldquo;tuffo nel passato&rdquo; &hellip;con una visita alla &ldquo;raccolta&rdquo; delle &ldquo;antiche cose&rdquo; di &ldquo;Nardino&rdquo; &hellip; per poi ridestarsi &hellip; nell&rsquo;epoca del benessere (e del &ldquo;superfluo&rdquo;) e &hellip; magari &hellip; provare a fare qualche &ldquo;raffronto&rdquo;! Inoltre, al fine di non disperdere il &ldquo;patrimonio&rdquo; raccolto, un passaggio successivo dovrebbe riguardare la catalogazione di tutto il materiale per categoria, con descrizione e numerazione di ogni reperto, supportato da documentazione fotografica. Tutto questo, eventualmente, nella prefigurazione di una &ldquo;pubblicazione/catalogo&rdquo; da mettere a disposizione dei visitatori e di tutti gli estimatori delle belle &ldquo;cose antiche&rdquo; di Poggio Imperiale.</em></p>
<p>Per prendere contatti con &quot;Nardino&quot;:</p>
<p>&quot;ARTIGIANTUBI snc&quot; 71010 Poggio Imperiale (Foggia) Tel. 0882 994288 </p>
<p><a href="mailto:artigiantubisnc@tiscali.it">artigiantubisnc@tiscali.it</a> </p>
<p><strong>Commenti :</strong></p>
<p>Raccolta davvero interessante! Ottimo inizio per poter realizzare a Poggio Imperiale un museo della CIVILTA' CONTADINA. Visto che tutto ci&ograve; che c'era di antico &egrave; stato distrutto.. . perch&eacute; non cominciare a conservare qualcosa, partendo dalle nostre origini: l'agricoltura. Sicuramente questo museo della &quot;Civilt&agrave; contadina&quot; potrebbe essere l'inizio di una nuova storia pe rPoggio Imperiale... Di Alfonso Chiaromonte (inviato il 07/02/2010 @ 09:59:26)&nbsp; </p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=126"/>
		<issued>2011-08-13T17:41:35+01:00</issued>
		<modified>2011-08-13T17:41:35+01:00</modified>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		<wfw:comments>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=126#commenti</wfw:comments>
	</entry>
	<entry>
		<title><![CDATA[“Come le onde”]]></title>
		<id>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=125</id>
		<created>2011-08-12T08:10:14+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p>Sabato 6 agosto 2011 <strong>Giacomo Fina</strong> ha presentato il suo ultimo libro di poesie. </p>
<p align="center"><img src="/public/Fina11.JPG" alt="" /></p>
<p><strong>&ldquo;Come le onde&rdquo;</strong> questo &egrave; il titolo della nuova opera del poeta compaesano, pubblicata dalle Edizioni del Poggio.</p>
<p>Dalla quarta di copertina : </p>
<p><em>&ldquo;Il passato &egrave; passato, e mai pi&ugrave; ritorner&agrave; </em></p>
<p><em>E ogni stagione ha i propri suoni e colori. </em></p>
<p><em>Le mitiche magie delle muse </em></p>
<p><em>Si succedono come le onde del mare; </em></p>
<p><em>e le onde frante mai pi&ugrave; ritorneranno. </em></p>
<p><em>Per fortuna che mi &egrave; rimasto il mare&rdquo;.</em> </p>
<p>L&rsquo;evento si inserisce nell&rsquo;ambito delle manifestazioni <strong>&ldquo;Estate 2011&rdquo;,</strong> con il Patrocinio del Comune e dell&rsquo;Assessorato alla Cultura. </p>
<p>Presso i locali della Scuola Elementare in via Oberdan a <strong>Poggio Imperiale</strong>, alle ore 19,30, dopo i saluti dell&rsquo;Amministrazione comunale, Giacomo Fina ha dato avvio ai lavori di presentazione della sua ultima fatica.</p>
<p>I relatori sono stati: <strong>Giucar Marcone</strong> - Giornalista e scrittore, direttore delle Edizioni del Poggio ed <strong>Arcangela Ferro</strong> &ndash; Responsabile UNISU ( Universit&agrave; Nicol&ograve; Cusano) polo didattico di Foggia. </p>
<p>L&rsquo;attore e regista <strong>Fabio Gemo</strong> ha intrattenuto i presenti con le sue stupende letture poetiche. </p>
<p><em>&laquo;In &ldquo;Come le onde&rdquo; Giacomo Fina dimostra ancora una volta di saper arrivare al cuore dei lettori, di essere il cantore di Terranove, di esaltare la gente umile, di saper descrivere, come solo Giovanni Guareschi ha saputo fare in prosa, un piccolo mondo che deve essere conservato nella memoria di oggi e di domani, perch&eacute; il cammino dell&rsquo;uomo non si arresta mai, ma i ricordi possono essere il lievito per alimentare la speranza in un mondo migliore&raquo;</em> (Dalla Prefazione di Giucar Marcone, giornalista e scrittore). </p>
<p><strong>Giacomo Fina</strong> &egrave; nato a Poggio Imperiale (FG) l&rsquo;8 giugno 1935. Nel 2007 ha esordito con sue poesie e quelle del figlio Gino con il libro di poesie <strong>&ldquo;Dialogo Postumo&rdquo;</strong> . Nel 2009 ha pubblicato una seconda raccolta di poesie n un libro dal titolo <strong>&ldquo;Viaggio d&rsquo;autunno&rdquo;.</strong> Nel 2010 ha pubblicato una terza raccolta di poesie dal titolo <strong>&ldquo;Il Viandante&rdquo;.</strong> </p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=125"/>
		<issued>2011-08-12T08:10:14+01:00</issued>
		<modified>2011-08-12T08:10:14+01:00</modified>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<wfw:comments>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=125#commenti</wfw:comments>
	</entry>
	<entry>
		<title><![CDATA[“Paginedipoggio”  compie tre anni!]]></title>
		<id>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=124</id>
		<created>2011-08-09T18:00:42+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p><em>Il sito/blog <u><a href="http://www.paginedipoggio.com"><strong>www.paginedipoggio.com</strong></a></u> compie il suo <strong>terzo anno di vita</strong> con oltre cento articoli al suo attivo (<strong>106 </strong>per la precisione); una media di <strong>tre</strong> articoli al mese, ripartiti secondo le seguenti sezioni:</em> </p>
<p>Curiosit&agrave; (11)</p>
<p>Ddumm&agrave;nne a l&rsquo;acquar&ugrave;le se l&rsquo;acqu&rsquo;&egrave; fr&eacute;scijche (9) </p>
<p>Divagazioni (13)</p>
<p>Eventi (33) </p>
<p>Fatti &amp; Misfatti (2) </p>
<p>Ricorrenze (8) </p>
<p>Storia (9) </p>
<p>Terra Nostra Onlus (3)</p>
<p>Viaggi (13) </p>
<p>Work in progress (1)</p>
<p><em>Questa la classifica degli articoli pi&ugrave; cliccati:</em></p>
<p><strong>Lo &ldquo;sciroppo d&rsquo;acero&rdquo; canadese</strong> pubblicato in Viaggi, linkato 2696 volte, commenti (3) </p>
<p><strong>Liquori di agrumi del Gargano: il &ldquo;LIMOLIVO&rdquo; e il &ldquo;LIMONCELLO&rdquo;</strong> pubblicato in Divagazioni, linkato 2130 volte, commenti (2)</p>
<p><strong>YAD VASHEM IL MUSEO DELL&rsquo;OLOCAUSTO DI GERUSALEMME: la didascalia contestata </strong>pubblicato in Viaggi, linkato 1747 volte, commenti (7)</p>
<p><strong>In giro per Foggia in una &quot;mitica&quot; Fiat 500 d'epoca!</strong> pubblicato in Divagazioni, linkato 1400 volte, commenti (1) </p>
<p><strong>Il Bargnolino</strong> pubblicato in Curiosit&agrave;, linkato 1247 volte, commenti (5)</p>
<p><strong>MASADA, la fortezza erodiana: il mistero del suicidio collettivo</strong> pubblicato in Viaggi, linkato 1245 volte, commenti (2) </p>
<p><strong>A Milano &ldquo;folgorati&rdquo; dalla &ldquo;Conversione di Saulo&rdquo; del Caravaggio</strong> pubblicato in Eventi, linkato 1220 volte, commenti (0)</p>
<p><strong>La stella di Betlemme</strong> pubblicato in Viaggi, linkato 1220 volte, commenti (0)</p>
<p><strong>Ma cosa sta succedendo a &ldquo;Torre Fortore - Lesina Marina&ldquo; e a &ldquo;Torre Mileto&rdquo; ?</strong> pubblicato in Divagazioni, linkato 1120 volte, commenti (0)</p>
<p><strong>Niagara Falls: uno spettacolo davvero unico!</strong> pubblicato in Viaggi, linkato 1106 volte, commenti (0) </p>
<p><em>Il primo articolo &egrave; stato linkato ben <strong>2696</strong> volte ed una <strong>ventina</strong> sono stati i commenti dei lettori. </em></p>
<p><em>Si pu&ograve; essere quindi pi&ugrave; che soddisfatti e &hellip; andare avanti cos&igrave;!</em>&nbsp; </p>
<p><em>Un ringraziamento di cuore a tutti i lettori.</em></p>
<p>&nbsp;</p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=124"/>
		<issued>2011-08-09T18:00:42+01:00</issued>
		<modified>2011-08-09T18:00:42+01:00</modified>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<wfw:comments>http://www.paginedipoggio.com/dblog/articolo.asp?articolo=124#commenti</wfw:comments>
	</entry>
</feed>
