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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Lorenzo (del 22/11/2008 @ 00:35:05, in Storia, linkato 530 volte)

La via Francigena è un itinerario che appartiene alla storia, una via maestra percorsa in passato da migliaia di pellegrini in viaggio per Roma.

Si sviluppa su di un percorso di 1.600 chilometri e a partire dal 1994 è stata dichiarata "Itinerario Culturale del Consiglio d'Europa" assumendo, alla pari del “Camino de Santiago”, una dignità sovranazionale.

La storia narra che fu Sigerico, Arcivescovo di Canterbury, recandosi a Roma in visita al Papa Giovanni XV, a segnare l’inizio del cammino, noto come Via Francigena, determinando la nascita di uno dei più importanti itinerari di pellegrinaggio.

Il pellegrinaggio a Roma, in visita alla tomba dell'apostolo Pietro, era nel Medioevo una delle tre “peregrinationes maiores” insieme a Gerusalemme in Terra Santa e a Santiago di Compostela in Spagna, al sepolcro dell'Apostolo Santiago (San Giacomo Maggiore).

I pellegrini provenienti soprattutto dalla Francia cominciarono ad entrare in Italia dal passo del Monginevro, dando così alla strada che conduceva a Roma il nome di Francigena, cioè dei francesi.

All'inizio del secondo millenio l'Europa fu particolarmente percorsa da una moltitudine di pellegrini diretti ai Luoghi Santi della religione cristiana per motivi devozionali.

Il pellegrinaggio in epoca medioevale doveva compiersi, a scopo penitenziale, prevalentemente a piedi con un tragitto di 20-25 chilometri al giorno e gli ultimi tratti venivano solitamente percorsi in ginocchio; in taluni  particolari casi con il fardello di un macigno sulle spalle.

Riguardo alla via Francigena, la relazione di viaggio più antica risale al 990 ed è compiuta, come si è detto, da Sigerico - arcivescovo di Canterbury - di ritorno da Roma dove aveva ricevuto il “Pallio” dalle mani del Papa (“Pallio” derivato dal latino “pallium”, mantello di lana, è un paramento liturgico usato nella Chiesa cattolica, originariamente riservato al Papa, ma per molti secoli concesso da lui agli arcivescovi metropoliti e ai primati come simbolo della giurisdizione loro delegata dalla Santa Sede).

L'arcivescovo inglese descrisse le 79 tappe del suo itinerario verso Canterbury, annotandole in un diario dal quale si evince che la Francigena non era propriamente una via ma piuttosto un sistema viario con molte alternative.

La via Francigena rappresentava dunque la strada o meglio il fascio dei percorsi che dai paesi d’oltrelpe portava i pellegrini a Roma.

Ma sicuramente delle tre grandi direttrici del pellegrinaggio medioevale, il “pasagium ultramarinum” per raggiungere la Terra Santa rappresentava il viaggio più avventuroso e pericoloso, forse anche rispetto al “Camino de Santiago” che dai Pirenei conduceva alla punta più avanzata della penisola Iberica.

 


Per andare in Terra Santa bisognava percorrere in senso trasversale l’Italia a sud di Roma fino ai porti pugliesi di Brindisi e di Otranto, ma anche a quelli di Manfredonia e di Bari, che consentivano l’imbarco per il Libano e per la Palestina.

I pellegrini, usciti da Roma, si incamminavano quindi lungo percorsi che conducevano verso la Puglia ed il Gargano in particolare.

Di queste strade ci parla il libro “Roma-Gerusalemme. Lungo le Vie Francigene del Sud” recentemente pubblicato dall’Associazione “Civita”.

La pubblicazione è stata realizzata nell’ambito dell’omonimo progetto promosso dalla medesima Associazione “Civita” e reso possibile grazie alla collaborazione e al sostegno finanziario di Banco di Napoli e Finmeccanica.

L’opera, presentata in occasione di uno specifico convegno svoltosi a Napoli il 4 luglio 2008, offre una ricostruzione storica, artistica e religiosa degli itinerari di pellegrinaggio nel Meridione che conducevano nel Medioevo i pellegrini verso i porti pugliesi di imbarco per la Terra Santa.

Capua era per tutti il punto di raccolta e da qui ci si immetteva nella via Appia Traiana, la grande strada imperiale che portava a Benevento.

Dopo Benevento la direttrice si divideva in tre direzioni.

Sono le cosiddette vie dell’Angelo, i percorsi che, attraverso i valichi dell’Appennino, conducono tutti al Santuario di San Michele Arcangelo.

Oggi si va nel Gargano per pregare sulla tomba di San Pio da Pietrelcina, mentre nel Medioevo ci si andava per sostare nel luogo dell’Arcangelo.

Tanto i Crociati prima di salire sulle navi che da Manfredonia e da Bari, da Brindisi e da Otranto li avrebbero portati in Terra Santa, quanto i pellegrini che si preparavano al “pasagium ultramarinum”, si fermavano in vetta al Gargano.

Fin quassù salivano in preghiera, prima della guerra, i duchi lombardi, gli strateghi bizantini, i conti franchi ed i baroni tedeschi. Perché tutta la Cristianità sapeva che al termine dell’Italia, in cima a una montagna alta sul mare come la prua di una nave gigantesca, c’era il tempio dell’Angelo Guerriero.

Il Santuario di San Michele Arcangelo di fondazione antichissima (fra V e VI secolo) esiste ancora ed è la principale attrattiva della cittadina che da lui prende il nome (Monte Sant'Angelo in provincia di Foggia).


 

Entrando in chiesa, una porta in bronzo divisa in dodici pannelli intarsiati e decorati d’argento e di rame lascia il visitatore stupito e ammirato. Detta porta, commissionata nel 1076 a una bottega di Costantinopoli, è uno dei capolavori assoluti dell’arte bizantina nel suo momento più alto.

Qualcosa di emozionante prova il turista di oggi quando scende nella grotta dell’Arcangelo che si trova nel cuore della basilica.

Fuori dal Santuario, in cima al promontorio roccioso del Gargano, con il verde Adriatico di fronte e tutto intorno un deserto aspro e bellissimo di rocce, di pascoli, di boschi, il viaggiatore di oggi come il viandante di un tempo capisce che questo è veramente “finis terrae”, l’ultimo avamposto dell’Europa cristiana.

Questa è la via Francigena del sud: la strada dei pellegrini, la via della fede e della speranza.

 

Note:

- Le foto (l.b.) riguardano due vedute di Monte Sant'Angelo scattate lo scorso mese di ottobre;

- Alcuni spunti sono tratti dall'articolo di Antonio Paolucci pubblicato su "Il Sole 24 Ore" del 31 agosto 2008, Arte/Itinerari d'arte "Via Francigena del Sud".

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Di Lorenzo (del 09/11/2008 @ 10:48:13, in Eventi, linkato 249 volte)

Nello splendido scenario della Villa Mazzotti di Chiari in provincia di Brescia, si è svolta nei giorni 7, 8 e 9 novembre 2008 la sesta edizione della Rassegna della “MicroEditoria Italiana”.

100 gli editori presenti con i loro “stand” alla manifestazione, tra cui le EDIZIONI DEL POGGIO www.edizionidelpoggio.it del Dott. Giuseppe Tozzi di Poggio Imperiale (Foggia), già presente anche al PISA BOOK FESTIVAL di Pisa ed all’ESPONILIBRO di Reggio Calabria dello scorso mese di ottobre.

Tanti i libri esposti e numerosa la partecipazione del pubblico nelle tre giornate dense di convegni, dibattiti ed eventi culturali connessi alla manifestazione, alla presenza di editori, autori e vari distributori.

 


L'associazione culturale "L'Impronta" e il Comune di Chiari, con il patrocinio della Provincia di Brescia e della Regione Lombardia e del Senato della Repubblica, hanno voluto promuovere la rassegna per valorizzare la produzione della piccola editoria italiana e perche' il pubblico abbia l'opportunita' di conoscere questa realta' attraverso i volti dei suoi protagonisti.

 


 Per gli organizzatori della rassegna, giunta alla sua sesta edizione, “MicroEditoria Italiana” identifica quel mondo vivace e stimolante di chi fa l'editore per passione, dedicando ad ogni edizione impegno e tempo senza misura. Editori micro, ovvero piccoli, per l'entita' della loro produzione, ma grandi per la qualita' dei loro prodotti e per l'entusiasmo del loro lavoro. 

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Di Lorenzo (del 03/11/2008 @ 22:30:00, in Viaggi, linkato 851 volte)

Masada è una delle più emozionanti riscoperte storico-archeologiche del ventesimo secolo.

Un viaggio a Masada rappresenta un’esperienza indimenticabile in una terra infausta, attraversando i territori di Israele e Cisgiordania, dove il pericolo di attentati, agguati e atti dimostrativi di forza sono all’ordine del giorno.

Bisogna fermarsi ai vari “ceck-point” e sottoporsi con molta pazienza ai continui controlli dei militari, ma ne vale veramente la pena.

L’esperienza della mia visita a Masada risale alla primavera dello scorso anno, in occasione del viaggio in Terra Santa con mia moglie.

Masada (o Massada o, in ebraico, Metzada) era un'antica fortezza israeliana che sorgeva su un altopiano di circa sei km² situato su una rocca a 400 metri di altitudine rispetto al Mar Morto, nella Giudea sud-orientale, l'attuale Palestina.

Mura alte cinque metri - lungo un perimetro di un chilometro e mezzo, con una quarantina di torri alte più di venti metri - la racchiudevano, rendendola pressoché inespugnabile.

 


La fortezza divenne nota per l'assedio dell'esercito romano durante la prima guerra giudaica e per la sua tragica conclusione: il suicidio collettivo dei suoi difensori.

Provenivamo dalla fertile e lussureggiante Galilea, ove avevamo soggiornato dopo essere giunti in aereo dall’Italia ed atterrati all’aeroporto di Tel Aviv.

Ora, in pullman, ci stavamo avventurando nel deserto giudaico costeggiando, sulla sinistra, il Mar Morto che giace in una depressione di circa 390 metri sotto il livello del mare e, sulla destra, montagne aride e spettrali: quasi un paesaggio lunare.

Ecco apparire finalmente questo grande sperone roccioso culminante in un ampio pianoro a forma di nave, che si innalza sulla costa nord ovest del Mar Morto, in uno scenario arido e selvaggio.

Ai suoi piedi è attrezzata un’ampia area di parcheggio con locali di ristoro e negozietti di souvenir ed un unico sentiero si inerpica lungo la parete rocciosa che costeggia la fortezza sul lato ovest.

Dal basso non si riesce davvero a capire come quel sentiero così ripido possa superare la parete.

Ma c’è un modernissimo impianto di Funivia che risolve ogni problema, lasciando agli impavidi scalatori il gusto di farsela a piedi.

Prima di accedere alla Funivia i visitatori vengono fatti accomodare in una sala attrezzata ove vengono proiettati filmati che ripercorrono la storia e gli eventi che hanno caratterizzato la storia di Masada.

Con la Funivia si raggiunge una buona quota dello sperone roccioso, mentre l’ultimo tratto bisogna farlo a piedi. Ma il percorso è comodo ed agevole poiché è servito da comode passerelle in metallo.

 

 

Masada servì da roccaforte militare fin dal secondo secolo a.C., ma fu Erode il Grande – quello che perseguitò a morte Gesù alla sua nascita – a fare di Masada una fortezza militare di prim’ordine.

La superficie pianeggiante di Masada, ampia una decina di ettari, in tutto il suo perimetro fu munita di un muro a casamatta e nei 6,5 metri che correvano tra i due muri della casamatta furono ricavati circa un centinaio tra depositi, arsenali e abitazioni: tra l’altro, lungo il lato occidentale dello stesso muro trovò posto anche una sinagoga, una delle più antiche della Palestina.

Sulla spianata, che all’occorenza poteva essere anche coltivata per procurare prodotti freschi, furono costruiti grandi magazzini in duplice serie: 6 erano lunghi 20 metri e 11 erano lunghi 27 metri. Essi circondavano da tre lati un grande stabilimento termale, inimmaginabile in pieno deserto, con muri affrescati a finto marmo e con ambienti riscaldati a diversa temperatura.

E poi furono costruiti laboratori, edifici a “colombaia”, una piscina all’aperto, numerose cisterne per la raccolta delle acque piovane (12 solo sul lato nord-ovest dalla capacità media di 3.500 m3 di acqua) ecc., e due palazzi.

Il primo palazzo sorse a occidente: serviva probabilmente per l’amministrazione del regno e per la rappresentanza, come dicono i grandi spazi e i raffinati mosaici pavimentali. Il secondo palazzo – più villa privata di Erode che palazzo pubblico – fu ricavato su tre terrazze a diversa altezza nella punta settentrionale della “nave” di Masada (l’aspetto che l’osservatore percepisce è in effetti quello di un’enorme nave).

Ed è proprio questa villa a tre gradini, sospesa sul deserto, con mosaici, intonaci a finto marmo e stucchi, con colonne scanalate e capitelli dorati, con un piccolo impianto balneare, con due scale scavate nella roccia che congiungevano i tre piani, che sorprende e stupisce il turista moderno, nello scenario già di per sé unico di Masada.

 Ma cosa ha reso celebre Masada nella storia?

Nel 76 d.C. era scoppiata la rivolta generale in Palestina contro il dominio Romano. Gerusalemme fu presa e completamente distrutta, fin dalle fondamenta, dall’esercito romano guidato da Tito.

 Solo la fortezza di Masada resistette ancora a lungo e fu espugnata solamente dopo 4 anni dalla presa di Gerusalemme.

Vi erano due vie di accesso: una detta “il serpente”, stretta e a strapiombo e dunque pressoché impraticabile, l’altra più agevole ma sbarrata da una grande torre.

In questa fortezza si rifugiarono un gruppo di Giudei irriducibili, detti Zeloti (fondamentalisti) con le rispettive famiglie, in tutto poco più di un migliaio di persone, guidati da un capo deciso e intrepido di nome Eleazar Ben Yair.

Contro di essa mosse un esercito romano di circa 7.000 uomini guidato da Flavio Silva; l’assedio durò oltre due anni.

I Romani insediarono il campo ai piedi del colle e cominciarono a costruire un grosso terrapieno (”vallo”) sul quale venne poi costruita una piattaforma di grossi blocchi di pietra sulla quale fu realizzata una torre con rivestimenti di ferro in modo da pareggiare e superare l’altezza delle mura della fortezza.

Su di essa furono piazzate le catapulte con le quali lanciarono proiettili di ogni tipo in modo da impedire agli Zeloti di restare sulle mura a difesa. Nel contempo, con un potente ariete, sferrarono l’attacco alle mura che cominciarono a sgretolarsi.

I difensori Zeloti avevano però eretto dietro di esse un altro muro, costituito da un terrapieno tenuto in piedi da un sistema di grossi pali, che riusciva ad assorbire i colpi d’ariete senza grossi danni.

Ma i Romani, esperti di ogni astuzia nell’arte degli assedi, gettarono spezzoni incendiari contro le impalcature di legno che tenevano insieme il terrapieno e le fiamme presero a divampare alte e vigorose.

 Ad un tratto, dal deserto si alzò il vento che diresse le fiamme verso il fronte romano con il pericolo che venissero incendiate le macchine da guerra dei Romani.

 Per un attimo le speranze degli entusiasti difensori, che avevano interpretato la circostanza favorevole come un intervento divino, cominciarono a prendere consistenza.

Vana fu tuttavia la loro speranza, poiché di li a poco il vento cambiò direzione, così che le fiamme si rivolsero verso il muro disgregandolo definitivamente.

Calò la notte e i Romani si limitarono ad impedire ogni eventuale fuga degli Zeloti, rimandando l’attacco decisivo all’alba del giorno seguente, per evitare interventi al buio in luoghi sconosciuti.

E fu proprio nella notte che i difensori presero una tragica decisione, alla quale si erano preparati da tempo, trascinati da un appassionato discorso del loro comandante Eleazar Ben Year nella Sinagoga.

Per evitare di cadere vivi nelle mani dei propri nemici ed essere uccisi fra tormenti e umiliazioni e che i propri familiari subissero l’onta della schiavitù decisero, come atto estremo, di incendiare le loro postazioni e togliersi la vita in massa.

Dunque, un suicidio collettivo.

Ciascun uomo doveva uccidere di suo pugno i propri familiari, ritenendo la morte mille volte preferibile alla schiavitù.

Ognuno di essi allora strinse la sua sposa fra le braccia e la trafisse con la spada, poi alzò i figli in alto fra le braccia e trafisse anche loro.

In seguito, ciascuno si distese al fianco dei propri cari e dieci uomini estratti a sorte passarono e tagliarono loro la gola.

Dei dieci ultimi superstiti ne venne estratto uno a sorte, che ebbe il compito di tagliare la gola agli altri nove che si erano, a loro volta, distesi volta a terra.

Alla fine, l’ultimo superstite incendiò tutte le loro cose e si gettò sulla propria spada.

Solo due donne anziane e cinque bambini che si erano nascosti nei cunicoli scamparono alla morte.

All’alba i Romani andarono all’assalto aspettandosi un’ultima disperata resistenza degli Zeloti, ma trovarono solo morte e silenzio e fiamme dovunque.

Appresero dalle donne superstiti quello che era avvenuto: la loro esultanza per la vittoria lasciò il posto alla commiserazione e all’ammirazione per un tale e disperato proposito.

Lasciarono un piccolo presidio nella fortezza e si ritirarono.

 Dopo quasi duemila anni l’episodio di Masada è tornato di attualità quando, dopo la fondazione dello Stato di Israele, negli anni 50 del secolo sorso gli archeologi ritrovarono le rovine di Masada.

Esso ha peraltro assunto un particolare significato per gli israeliani; un valore patriottico che è divenuto un mito nazionale.

Le giovani reclute giurano infatti “MAI PIU’ MASADA CADRA’” come il proponimento di non lasciarsi più massacrare dai nemici e Eleazar Ben Year è divenuto un eroe nazionale. 

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