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\\ Home Page : Storico : Ddummànne a l’acquarùle se l’acqu’è fréscijche (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

“Ddummànne a l’acquarúle se l’acqu’è fréscijche”, il libro di Lorenzo Bove sui “Detti, motti, proverbi e modi di dire Tarnuíse”, è giunto alla sua “Seconda Edizione”.

Il volume è stato ristampato nel mese di luglio 2010 da Greco e Greco – Milano per conto di Edizioni del Poggio ed è ora nuovamente disponibile presso il medesimo Editore a Poggio Imperiale, via Marconi, 32/a - Tel. 0882/996033 - Fax 199449200 – Mail:info@edizionidelpoggio.com

PREFAZIONE alla SECONDA EDIZIONE

Nel corso delle vacanze estive 2009 trascorse a Poggio Imperiale, durante una delle tante chiacchierate mattutine scambiate all’atto dell’acquisto del mio consueto quotidiano, l’Editore mi informava che le copie del mio libro “Ddummànn’a l’acquarúle se l’acqu’è frésceke. Detti, motti, proverbi, e modi di dire Tarnuíse”, pubblicato nel mese di luglio dell’anno precedente, erano ormai agli sgoccioli e che bisognava pensare quindi ad una nuova tiratura.

A dire il vero, non sono rimasto sorpreso dal fatto che le copie del libro fossero così rapidamente volate via, e questo perché ero certo, sin dall’inizio, che i “Detti, motti, proverbi, e modi di dire Tarnuíse” avrebbero certamente suscitato l’interesse non solo dei tarnuíse residenti a Poggio Imperiale, ma anche di quelli che si sono trasferiti per motivi professionali, di lavoro, di studio o di famiglia in altre parti dell’Italia e del mondo, e che d’estate fanno solitamente ritorno in paese.

Forse proprio questi ultimi sentono più forte il legame alle radici; quel legame che la lontananza rinforza ed esalta …” in un quadro fantastico dal quale traspare la magia dei ricordi, degli odori e dei sapori della nostra terra”.

Attraverso i “Detti, motti, proverbi, e modi di dire Tarnuíse”, ho cercato di interpretare e dare corpo, per quanto possibile, a tali sensazioni, ricavandone una rappresentazione di ”saggezza della nostra terra che si alimenta alla fonte dei ricordi”.

E, dunque, con questa seconda edizione del libro “Ddummànn’a l’acquarúle se l’acqu’è frésceke. Detti, motti, proverbi, e modi di dire Tarnuíse”, è mio desiderio continuare a trasmettere quelle emozioni che ho personalmente provato nel raccogliere, conservare, ordinare e scrivere … “di un tempo che non c’è più ma che forte mantiene la propria presenza nell’intimo di ogni tarnuèse”, giovane o meno giovane che sia, e chissà se non anche di tante altre persone che tarnuèse non sono, ma che amano comunque apprezzare e valorizzare le tradizioni come patrimonio universale di conoscenza.

E tutto ciò, grazie anche all’Editore che mi ha offerto l’opportunità di poterlo fare. Un Editore, il Dott. Giuseppe Tozzi, che per passione e per amore della cultura promuove iniziative editoriali di tutto rilievo, visto il livello di affermazione conseguito in campo nazionale.

Ultima creatura delle Edizioni del Poggio:

“Pianeta Cultura”

Rivista bimestrale del Sapere diretta dallo scrittore e giornalista Giucar Marcone

Buona lettura!

Lorenzo Bove

Post scriptum

In questa seconda edizione sono stati eliminati gli inevitabili refusi della prima edizione, operando - laddove necessario - anche qualche integrazione per rendere più agevole la lettura del libro.

Per completezza di trattazione, si è ritenuto di dare rilievo, in apposita appendice, anche alla fase di presentazione del libro, avvenuta a Poggio Imperiale il 12 agosto 2008.

 

Ci ha lasciati in punta di piedi, in silenzio, e con grande discrezione.

Un altro “vecchio tarnuèse”, che il 20 di agosto prossimo avrebbe tagliato il traguardo dei 94 anni, se n’è andato.

Si era trasferito con tutta la famiglia da Poggio Imperiale a Sesto San Giovanni in provincia di Milano nel lontano 1964, ma i detti, i modi di dire, i proverbi popolari “tarnuìse” non li aveva proprio dimenticati.

Ed era un piacere conversare con lui che, con tanta lucidità ricordava fatti, storie e personaggi del suo paese natìo.

Mio suocero, Michele Palmieri, era nato a Poggio Imperiale il 20 agosto 1915 e pur avendo trascorso 45 anni della sua vita al Nord Italia, non ha mai smesso di sentirsi “tarnuèse”.

Se n’è andato nel pomeriggio di sabato scorso, 7 marzo, per raggiungere la cara moglie Elena, che lo ha preceduto il 27 aprile dello scorso anno, meno di un anno fa.

Forse anche la perdita della compagna della sua vita e madre dei suoi figli, dopo 68 anni di matrimonio, ha influito ad accelerare il “ritiro dei remi in barca”.

Aveva in effetti perso un po’ di quella vitalità che lo caratterizzava, nonostante l’età avanzata.

Lo scorso anno avevo citato mio suocero (ma anche mia suocera) nell’introduzione del mio libro” “Ddummànne a l’acquarúle se l’acqu’è fréscijche”, di cui riporto lo stralcio:

“” Lasciare che il tempo e l’incuria della gente permetta che le opere del passato, le gesta dei popoli antichi, gli usi e i costumi, le usanze e le tradizioni finiscano con l’essere a poco a poco coperti dalla polvere dell’oblio, fino a svanire inesorabilmente dalla mappa delle umane conoscenze, rappresenta davvero un crudele destino.

 Ed è con questo spirito che ho iniziato, quasi per gioco, a prendere nota dei vecchi “modi di dire” del mio paese di origine, Poggio Imperiale in Provincia di Foggia (in dialetto detto: “Tarranòve”), sull’onda dei miei ricordi d’infanzia, approfondendo poi i singoli aspetti con le persone anziane del paese nel corso delle vacanze estive e nei miei periodici ritorni in paese. E, ciò, in maniera semplice e senza alcuna pretesa scientifica, storica od altro.

Di particolare ausilio al riguardo si sono dimostrate le lunghe “chiacchierate” con mio suocero Michele Palmieri, ora quasi novantatreenne, e mia suocera Elena Ciampa, recentemente scomparsa all’età di novantadue anni, che del tempo della loro gioventù a Poggio Imperiale, trascorso nella prima metà del secolo scorso, hanno sempre serbato un ricordo lucido e indelebile, nonostante il lungo periodo di permanenza nel Nord Italia ””.

Grazie…papà, resterai sempre nel nostro cuore! 

 

Si rinvengono nella storia “tarnuése” ricordi legati ad avvenimenti particolari, tipo Carnevale, ove i giovani si travestivano “ce mascijcuriàvene” (si mascheravano) ed in gruppi andavano di casa in casa improvvisando scenette esilaranti con curiosi strumenti musicali.

Ad esempio, l’assicella di legno per la lavatura dei panni “a lavatóre” veniva utilizzata come chitarra sfregando su e giù sulla parte intagliata un pezzo di legno che fungeva da plettro (detto anche penna); così il mortaio di legno per macinare il sale grosso “u murtàle” con il suo pestello “u pesature” fungeva da tamburo ed i coperchi delle pentole da piatti, con invenzione ed esecuzione estemporanea di stornelli paesani.

In verità c’erano anche bravi "tarnuíse" che suonavano strumenti musicali veri, tipo chitarra, fisarmonica, armonica a bocca, ecc. (a Poggio Imperiale un tempo c’era una Banda musicale molto apprezzata, diretta dal Maestro Colella)*.

Il padrone di casa offriva da bere (solitamente vino rosso paesano) e “rócchijle de sausicchije e de fedacazze, vendrésche, supprescijate, fèlle de cascijcavalle e àveti còse da rróste e da magnà”.

Si diceva che “jévene facènne a rrùste”, andavano cioè in giro per raccogliere salsiccia, fegatazzo (salsiccia di fegato), pancetta ed altra roba da arrostire e mangiare in compagnia.

Lo stornello che i gruppi ritmavano con il loro strumenti improvvisati faceva così:

Rrùste

Rrùte

Rrùste, rrùste e rrùste

E ddàcce ‘nu pòche de rrùste

Ka se tu mó ‘n ‘nge la vù dà

Nuije da sùle ce la jàmme a peglijà”.

(Arrosto…arrosto…dacci della carne da arrostire….perchè se non lo fai…ce la prendiamo da soli).

In tarda serata, alla fine della questua i gruppi si riunivano e facevano “a cummenèlle”, consistente in un vero e proprio banchetto che terminava all’alba del giorno dopo con una “passatèlla” (tipico gioco collettivo ove il vino viene distribuito in modo disuguale secondo l’arbitrio delle persone favorite da una combinazione vincente in un gioco di carte, dalla quale la maggior parte dei presenti veniva fuori con una sbornia colossale.

Eccezionalmente, i pochi che ne uscivano ancora sobri lo dovevano al solo fatto che “jévene state fatte ùlme” in quanto, colpiti dalla malasorte, i “padroni del gioco” li avevano tenuti a bocca asciutta.

* Nella nota  13 a pag. 47 del libro è riportato erroneamente "Maestro Cicolella" anzichè "Colella".

Dal libro di Lorenzo Bove

“Ddummànne a l’acquarúle se l’acqu’è fréscijche” - Detti, motti, proverbi e modi di dire Tarnuíse

Edizioni del Poggio, 2008 

 

 

Si è detto che il dialetto “tarnuése” (di Poggio Imperiale) risente dell’influenza di un numero considerevole di dialetti e lingue, dovuta alla variegazione della provenienza della sua popolazione e che, al primo posto, può essere annoverato il dialetto o “lingua napoletana”.

E si è detto pure che a Napoli, così come in tutto il Mezzogiorno, si è alternata la presenza di vari popoli dominatori, tra cui gli spagnoli, per cui si è avuto anche un afflusso di “ispanismi”, creando sovrapposizioni che rendono a volte difficoltosa l’individuazione sicura dell’origine dei diversi termini.

In proposito, molto interessante si è rivelato uno studio che l’Università di Trieste ha effettuato e pubblicato nel 2005, riguardante l’influsso della lingua spagnola sul lessico del dialetto napoletano. Si tratta di “Ispanismi nel dialetto napoletano” di Giovanna Riccio, a cura di Marcello Marinucci.

Si riscontrano, nel testo citato, termini napoletani corrispondenti o molto simili a quelli “tarnuíse” (poggioimperialesi).

Proviamo anche qui a ricercare, con altrettanta pazienza e curiosità, alcune assonanze tra i due dialetti, confrontandone prima i rispettivi significati per poi avventurarci alla scoperta della loro possibile origine.

Abbascio (napoletano)

 

 

Abbasce (tarnuése)

 

 

“Giù”

 

 

In dialetto tarnuése si dice anche “Capabbàsce” per indicare una strada in discesa

 

 

Dallo spagnolo abajo

 

 

 

 

Abbuscà (napoletano)

 

 

Abbuscijcà (tarnuése)

 

 

“Essere bastonato, buscarle”

 

 

Dallo spagnolo buscar

 

 

 

 

Abbrammata (napoletano)

 

 

Sbramàte /tarnuése)

 

 

“Affamato”

 

 

Dallo spagnolo bramar e anche dal francese bramer

 

 

 

 

Accaglià (napoletano)

 

 

Squaglijà (tarnuése)

 

 

“Scomparire, allontanarsi, non farsi più vedere”

 

 

In dialetto tarnuése si dice “Jè squaglijàte d’a cerculaziòne” per indicare qualcuno che non si vede più in giro da parecchio tempo

 

 

Dallo spagnolo callejear

 

 

 

 

Accapato (napoletano)

 

 

Capàte (tarnuése)

 

 

“Scelto, squisito, perfetto”

 

 

In dialetto tarnuése si dice, ad esempio, “Càpeme……duije precòchele bbone” per significare “Sceglimi delle pesche buone”

 

 

Dallo spagnolo acabar

 

 

 

 

Acciavattare (napoletano)

 

 

Acciavattà/’cciavattà (tarnuése)

 

 

“Fare le cose alla meno peggio, lavorare senza cura”

 

 

Dallo spagnolo zapata

 

 

 

 

Addonne (napoletano)

 

 

‘Ndó/andó/addó (tarnuése)

 

 

“Dove”

 

 

In dialetto tarnuése anche “Dind’a ‘ndó stà?” (alla lettera:“Dentro dove sta?”)

 

 

Dallo spagnolo donde/adonde

 

 

 

 

Aggrappà (napoletano)

 

 

Mètte i ràppe (tarnuése)

 

 

“Congiungere legna, pietre o altro con grappe”.

 

 

 In dialetto tarnuése le “grappe” venivano chiamate “i ràppe”

 

 

Dallo spagnolo grapa

 

 

 

 

Aguanno (napoletano)

 

 

Auànne (tarnuése)

 

 

“Quest’anno”

 

 

Forse, dallo spagnolo osanna o ogaño/hogaño

 

 

 

 

Ammarrà (napoletano)

 

 

Ammarrà (tarnuése)

 

 

“Occupare, opporre, turare, coprire”

 

 

Dallo spagnolo amarrar e anche dal francese ammarrer

 

 

 

 

Ammascà (spagnolo)

 

 

Ammascecà (tarnuése)

 

 

“Addentare, masticare, assaggiare”

 

 

Dallo spagnolo mascar

 

 

 

 

Ammassà (napoletano)

 

 

Ammassà/’mmassà (tarnuése)

 

 

“Impastare”

 

 

Dallo spagnolo amasar

 

 

 

 

Ammulà (napoletano)

 

 

Ammulà/’mmulà (tarnuése)

 

 

“Arrotare, affilare”

 

 

In dialetto tarnuése “’Mmulà a fróffece/u curtélle” = “Affilare un paio di forbici/un coltello” ; l’arrotino viene definito “u ‘mmolafròffece”

 

 

Dallo spagnolo amolar

 

 

 

 

Amoerro/amoerre/Amuerro (napoletano)

 

 

Moère (tarnuése)

 

 

“ Drappo di seta ondato”

 

 

Dallo spagnolo muer (dal fr. moire e dall’ingl. mohair)

 

 

 

 

Aparare/aparamiènto (napoletano)

 

 

“Addobbare chiese, edifici pubblici, case private, ornare; addobbo, ornamento”

 

 

Apparàte/a ‘ppàrate (tarnuése)

 

 

“Particolare addobbo del letto nuziale consistente in una finitura ricamata sopra la quale si posizionano i cuscini che a loro volta vengono coperti con due panneggi con gli stessi ricami”

 

 

Dallo spagnolo aparar

 

 

 

 

Appostare (napoletano)

 

 

“Scommettere”

 

 

A pòste (tarnuése)

 

 

“Somma che si punta al gioco o che si impegna in una scommessa”

 

 

In dialetto tarnuése“Ffà a pòste” significa anche “Attendere qualcuno con propositi ostili, cercando di sorprenderlo all’improvviso” [anche qui s’intravvede l’alea della scommessa: “Riuscirà o meno l’interessato nell’intento?”]; si dice inoltre “Mpòste/’mbòste “ per indicare la quantità (lotto) di un prodotto da sottoporre a trasformazione (esempio: olive da trasformare in olio presso un frantoio): anche in questo caso si scorge una sorta di scommessa rispetto alla resa di olio che ne potrà risultare.

 

 

Dallo spagnolo apostar

 

 

 

 

Arrassare/arrassà (napoletano)

 

 

Arrassà/’rrassà (tarnuése)

 

 

“Allontanare, discostare, scostare; farsi in là”

 

 

Dallo spagnolo arrastrar

 

 

 

 

Arravogliare/arravuglià (napoletano)

 

 

Arrauglijà/’rrauglijà (tarnuése)

 

 

“Avvolgere, involgere, arrotolare”

 

 

Dallo spagnolo arrebujar

 

 

 

 

Arrecentare/arricentare/arrecentà/recentare (napoletano)

 

 

Rescijcarà (tarnuése)

 

 

“Risciacquare il bucato; rinnovare l’acqua nel lavare i piatti e i bicchierie”

 

 

Dallo spagnolo arrebujar

 

 

 

 

Arrennamiento (napoletano)

 

 

“Appalto di gabelle fatto per azioni; imposta diretta di consumo (restata in vigore a Napoli fino al 1806)”

 

 

Rrennemènte/ a rrènne (tarnuése)

 

 

“Prestito, cessione di un quantitativo di merce o di beni di consumo contro l’impegno di restituzione di un quantitativo equivalente o maggiore”.

 

 

Dallo spagnolo arrendamiento

 

 

 

 

Arreventare (napoletano)

 

 

‘Rreventà/ a ‘rreventà (tarnuése)

 

 

“Ridurre a mal termine”

 

 

In dialetto tarnuése “Madonna mije come sì ‘rreventàte” ed anche “ Cóme sì rraddútte” = “Madonna mia come sei ridotto”.

 

 

Dallo spagnolo reventar

 

 

 

 

Arrognare/arrugnarse/arrunchiarse (napoletano)

 

 

Arrungenàte (tarnuése)

 

 

“Contrarsi, restringersi in sé, rimpicciolirsi, raggranchiarsi, rattrappirsi, rannicchiarsi”

 

 

Forse, dallo spagnolo arrugar

 

 

 

 

Arronzare/arrunzà (napoletano)

 

 

Arrunzà/’rrunzate (tarnuése)

 

 

“Abbozzare, acciabattare, fare le cose in fretta e furia, non rifinire”

 

 

Dal dialetto di Maiorca arronsar o dallo spagnolo roncear e dal catalano arronçar

 

 

 

 

Assentare/assiènto (napoletano)

 

 

Segnà (tarnuése)

 

 

“Iscrizione, registrazione, scritturazione”

 

 

In dialetto tarnuèse “C’è jùte a segnà” = “E’ andato ad iscriversi”.

 

 

Dallo spagnolo asiento/asentar

 

 

 

 

Bàzzeca (napoletano)

 

 

Bàzzeche (tarnuése)

 

 

“Gioco di bigliardo e di carte simile alla briscola”

 

 

Dallo spagnolo báciga e anche dal francese bésigue

 

 

 

 

Boccia (spagnolo)

 

 

Boccije (tarnuése)

 

 

“Palla di legno per giocare a bocce”

 

 

Forse, dallo spagnolo bocha

 

 

 

 

Borraccia/vurraccia (napoletano)

 

 

Vurràccije (tarnuése)

 

 

“Borraccia, fiasca”

 

 

Dallo spagnolo borracha

 

 

 

 

Buttéglia (napoletano)

 

 

Buttìglije (tarnuése)

 

 

“Bottiglia, boccia di vetro”

 

 

Dallo spagnolo botella ma anche dal francese bouteille

 

 

 

 

Buffettone (napoletano)

 

 

Buffettone (tarnuése)

 

 

“Ceffone, schiaffo”

 

 

Dallo spagnolo bofetòn

 

 

 

 

Calandrèlla/calandrèlla/calandriello (napoletano)

 

 

Calandrèlle (tarnuése)

 

 

“Sole ardente, solleone”

 

 

Dallo spagnolo calenturilla diminutivo di calentura (febbre)

 

 

 

 

Capaddozzio (napoletano)

 

 

Capatàzze (tarnuése)

 

 

“Capintesta, capo, principale”

 

 

Dallo spagnolo capataz

 

 

 

 

Càpere/capè (napoletano)

 

 

Capè (tarnuése)

 

 

Entrare, essere contenuto”

 

 

In dialetto tarnuése “Ce càpe o ‘nge càpe” = “C’entra o non c’entra”

 

 

Dallo spagnolo caber

 

 

 

 

Capezza (napoletano)

 

 

“Capo, testa”

 

 

Capèzze (tarnuése)

 

 

“Redini, briglie” (che si legano alla testa del cavallo)

 

 

Dallo spagnolo cabezza

 

 

 

 

Capësciòla/capisciòla (napoletano)

 

 

Capesciòle (tarnuése)

 

 

“Fettuccia, nastro”

 

 

Dallo spagnolo capichola

 

 

 

 

Capozziéllo/capuzzièllo (napoletano)

 

 

Capuzzèlle (tarnuése)

 

 

“Arrogante, prepotente, testardo”

 

 

Dallo spagnolo cabezudo

 

 

 

 

Chìcchera (napoletano)

 

 

Chìchere (tarnuése)

 

 

“Piccola tazza per bevande”

 

 

Uno scioglilingua tarnuèse recita così:

 

 

“Tazze, chichere, chichere e tazze; tazze, chicchere, chichere, chichere e tazze”

 

 

Dallo spagnolo messicano xícara

 

 

 

 

Ciaccà/Sciaccà (napoletano)

 

 

Scijaccà (tarnuése)

 

 

“Percuotere, colpire, ferire”

 

 

Dallo spagnolo achaque

 

 

 

 

Ciappa/ciappètta (napoletano)

 

 

Cciappètte (tarnuése)

 

 

“Fermaglio, gancio, fibbia, borchia”

 

 

Dallo spagnolo chapa

 

 

 

 

Ciòffa (napoletano)

 

 

“Nastro di seta o stoffa normale cucita in modo da simulare gonfiezza (sbuffi in manica, ecc.)

 

 

Ciòffe/‘ngiuffate (tarnuése)

 

 

“Di abito femminile con gonfiezze e sbuffi/di persona che indossa un abito con gonfiezze e sbuffi”

 

 

Dallo spagnolo chofe

 

 

 

 

Compremento (napoletano)

 

 

Cumplemènde (tarnuése)

 

 

“Attenzione, regali, generosità usata in occasione ordinariamente di feste, visite, ospitalità, momenti d’allegria, ecc.”

 

 

Dallo spagnolo cumplir

 

 

 

 

Comprìanno (napoletano)

 

 

Combleànne (tarnuèse)

 

 

“Compleanno, anniversario”

 

 

Dallo spagnolo cumpleaños

 

 

 

 

Cosere (napoletano)

 

 

Còscije (tarnuése)

 

 

“Cucire”

 

 

Dallo spagnolo cosèr

 

 

 

 

Crianza (napoletano)

 

 

Creanze (tarnuése)

 

 

“Educazione,maniere civili, buona educazione”

 

 

Dallo spagnolo crianza

 

 

 

 

Desditta/disdetta (napoletano)

 

 

Desdètte/sdètte (tarnuése)

 

 

“Disgrazia, infortunio; sfortuna, sventura”

 

 

Dallo spagnolo desdicha

 

 

 

 

Don/donno/donna (napoletano)

 

 

Don/donna (tarnuése)

 

 

“Titolo onorifico che si premette ai nomi propri di persona”

 

 

Dallo spagnolo don e doña

 

 

 

 

Fanfarone/fanfarone (napoletano)

 

 

Fanfarròne (tarnuése)

 

 

“Chiacchierone, vanesio, ciarliero, faccendone, millantatore”

 

 

Dallo spagnolo fanfarrón

 

 

 

 

Friso (napoletano)

 

 

Frìse (tarnuése)

 

 

“Fregio, fregio per abiti, ornamento, laccio, trina”

 

 

Dallo spagnolo friso

 

 

 

 

Frìsole/frìsule/fasùle/ (napoletano)

 

 

Fascijùle (tarnuése)

 

 

“Denaro, denari, monete”

 

 

In dialetto tarnuése “Fascijùle cucìvele” = “Denaro contante”

 

 

Dallo spagnolo frìsoles

 

 

 

 

Fùnneco (napoletano)

 

 

“Fondaco, specie di corte abitata tutt’intorno da povera gente, così detta dall’essere già stata ognuna di esse ricetto di esercenti uno stesso mestiere o traffico”

 

 

 

 

Fùneche (tarnuése)

 

 

“Negozio di tessuti”

 

 

A Poggio Imperiale c’era “ U fùneche de Pagliapaglie”

 

 

Dallo spagnolo fóndago

 

 

 

 

Giarra (napoletano)

 

 

Ggiàrre (tarnuése)

 

 

“Giara, brocca”

 

 

Dallo spagnolo jarra

 

 

 

 

Gnògno (napoletano)

 

 

Gnògnere (tarnuése)

 

 

“Chi fa l’indiano, lo gnorri”

 

 

Dallo spagnolo ñoño

 

 

 

 

Grancascia (napoletano)

 

 

‘Rancascije/ ‘rangascije (tarnuése)

 

 

“Grancassa, grande tamburo”

 

 

In dialetto tarnuése “U ‘rangascijere” corrispondeva al suonatore di grancassa.

 

 

Dallo spagnolo gran caja

 

 

 

 

Guappo (napoletano)

 

 

“Bravaccio, smargiasso, camorrista”

 

 

Uàppe (tarnuése)

 

 

“Smargiasso; ostentare coraggio, eleganza; sfoggiare”

 

 

Dallo spagnolo guapo

 

 

 

 

Incartamènto (napoletano)

 

 

‘Ncartaménde (tarnuése)

 

 

“Fascicolo, inserto”

 

 

Dallo spagnolo encartamiento

 

 

 

 

Lazzaro (napoletano)

 

 

“Plebeo, becero, ragazzo lacero e scostumato, costretto a tutti i mestieri per vivere”

 

 

- Lazzarièllo = monello, scostumato, fanciullo della plebe;

 

 

- Lazzaróne = uomo rozzo e scostumato.

 

 

Lazzaróne (tarnuése)

 

 

“Persona dominata da furbesca avidità o da un’indisponente pigrizia”

 

 

Dallo spagnolo lázaro

 

 

 

 

Limpeto (napoletano)

 

 

Lìmpete (tarnuése)

 

 

“Limpido, pulito”

 

 

Dallo spagnolo limpiar

 

 

 

 

Linto (napoletano)

 

 

Lìnde (tarnuése)

 

 

“Lindo”

 

 

Linde e pinde = “Curato nel vestire, tirato a lucido, in ghingheri”

 

 

Dallo spagnolo lindo

 

 

 

 

Mandiglia/Mantiglia (napoletano)

 

 

“Sorta di mantellina, mantellina di seta nera; copertina per avvolgere i bambini in fasce” dallo spagnolo mantilla

 

 

O anche “zinale in pelle o tela forte; grembiule” dallo spagnolo mandil

 

 

Mandère/Mantère (tarnuése)

 

 

“Zinale di tela pesante” per lo più utilizzato dagli artigiani (muratori, calzolai, ecc.) dallo spagnolo mandil

 

 

 

 

Matta (napoletano)

 

 

Màtte (tarnuése)

 

 

“Nel gioco delle carte napoletane la “matta” è il sette di denari cui si assegna il numero dei punti che si vuole, da uno a dieci”

 

 

Dallo spagnolo mata

 

 

 

 

Mazzamauriéllo (napoletano)

 

 

Scazzamaurèlle (tarnuése)

 

 

“Piccolo demonio; spirito folletto, burlone e dispettoso, delle credenze e del folclore popolare”

 

 

Dallo spagnolo matamoros

 

 

 

 

Mazzamórra (napoletano)

 

 

Zavórre (tarnuése)

 

 

“Tritume, frantumi, sbriciolatura di qualsiasi cosa”

 

 

In dialetto tarnuése è usato soprattutto per indicare frantumi di tufo, mattone, ecc.

 

 

Dallo spagnolo mazamorra

 

 

 

 

Mmerrezzare/’mmerrezzà/’mmerrezzuto (napoletano)

 

 

‘Mbreggijate (tarnuèse)

 

 

“Andare in caldo, imbizzarrito, eccitato”

 

 

Forse, dallo spagnolo bizarrear/bizarro

 

 

 

 

Mpattare/’mpattà (napoletano)

 

 

Appattà/ppattà (tarnuése)

 

 

“Andar del pari, di pari passo; uscire a buone condizioni, a buoni patti; aggiustare qualche controversia; termine di gioco: ‘pattare, fare patta, chiudere la partita alla pari’ ”

 

 

Dallo spagnolo empatar

 

 

 

 

Mpellecciare/mpellecciatura (napoletano)

 

 

‘Mpellecciàture/’mbellecciàture (tarnuése)

 

 

“Coprire di legno più gentile i lavori di legno dozzinale; impiallacciatura”

 

 

Dallo spagnolo empelechar

 

 

 

 

Maccaturo (napoletano)

 

 

Maccature/maccutrèlle (tarnuése)

 

 

“Fazzoletto da naso; fazzoletto in generale”

 

 

Dallo spagnolo mocador

 

 

 

 

Muntone/ammontonare/ammuntunà (napoletano)

 

 

Mendóne/ammundenà (tarnuése)

 

 

“Mucchio, ponticello, piccola massa di checchessia; ammucchiare”

 

 

Dallo spagnolo montón

 

 

 

 

 ‘Ncarrare/’ncarrà/’ngarrà (napoletano)

 

 

‘Ngarrà (tarnuése) “Andare dritto allo scopo, imbroccare, indovinare, prendere la giusta via in un dubbio o problema”

 

 

In dialetto tarnuése Sgarrà” significa invece l’esatto contrario.

 

 

Dallo spagnolo engarrar

 

 

 

 

‘Ngrifare(se)/’ngrifàrse (napoletano)

 

 

 ‘Ngrefà (tarnuése)

 

 

“Impennarsi, erigersi, rizzarsi; alterarsi, stizzirsi”

 

 

In dialetto tarnuèse “Ce sonne ngrefàte i carne” = “M’ è venuta la pelle d’oca”.

 

 

Dallo spagnolo engrifarse

 

 

 

 

‘Ntroppecare/’ntruppecà/’ntruppeco (napoletano)

 

 

‘Ndruppecà/’ndrùppeche (tarnuése)

 

 

“Inciampare, intoppare; inciampo intoppo, pietra d’inciampo”

 

 

Dallo spagnolo trompicar

 

 

 

 

Nturcigliare/’nturciglià (napoletano)

 

 

‘Nturcelijà /’ndurcelijà/’ndurcenijà (tarnuése)

 

 

Attoricigliare, torcere”

 

 

Dal casigliano antico entorcer

 

 

 

 

Pacca (napoletano)

 

 

Pàcche (tarnuése)

 

 

“Natica”

 

 

In dialetto tarnuése a volte si dice:“A pàcche de sòrdete” (alla lettera “alla natica di tua sorella”) per fare un complimento alla sorella di un amico, mentre in altre circostanze la medesima

 

 

espressione assume un tono (volgare) ed offensivo.

 

 

Dallo spagnolo paca, ma forse più propriamente dal longobardo pakka corrispondente al tedesco Becke (coscia [del cavallo]; natica).

 

 

 

 

Padejare/padià (napoletano)

 

 

Pedeijàte/Peteijàte (tarnuése)

 

 

“Sopportare, patire, soffrire”

 

 

In dialetto tarnuése “Na zampane m’è pedeijàte tutt’a nuttate”= “Una zanzara mi ha tediato per l’intera nottata”.

 

 

Dallo spagnolo padecer

 

 

 

 

Paliare/palià/paliàta/paliatòne (napoletano)

 

 

Palià/paliàte/paliatòne (tarnuése)

 

 

“Bastonare, percuotere; bastonatura; solenne bastonatura”

 

 

Dallo spagnolo apelear, evoluzione dello spagnolo antico padir

 

 

 

 

Palomma (napoletano)

 

 

Pàlomme (tarnuèse)

 

 

“Farfalla”

 

 

- palùmmo (napoletano)

 

 

- palùmme (tarnuése)

 

 

“Colombo”

 

 

Forse, dallo spagnolo paloma

 

 

 

 

Papello (napoletano)

 

 

Papìlle (tarnuése)

 

 

“Decreto, carta, documento”

 

 

Dallo spagnolo papel

 

 

 

 

Paragge (napoletano)

 

 

“Vicinanze, dintorni, luoghi vicini”

 

 

Paràgge (tarnuése)

 

 

“Pari d’età”

 

 

Dallo spagnolo paraje

 

 

 

 

Paraguànto (napoletano)

 

 

Parauànte (tarnuése)

 

 

“Retribuzione per i servigi ottenuti o per amorevolezza e cortesia; presente, mancia”

 

 

Dallo spagnolo para guantes

 

 

Nota: In origine serviva per poter acquistare un paio di guanti.

 

 

 

 

Passiare/passià (napoletano)

 

 

Passià (tarnuése)

 

 

“Passeggiare; passeggiare lentamente senza meta”

 

 

Dallo spagnolo pasear

 

 

 

 

Pastìglia (napoletano)

 

 

Pastìglije (tarnuése)

 

 

 “ Medicinale in pillole di forma rotonda o ovaloide”

 

 

Dallo spagnolo pastilla

 

 

 

 

Pellècchia (napoletano)

 

 

Pellècchije (tarnuése)

 

 

“Pelle aggrinzata, flaccida”

 

 

Dallo spagnolo pelleja

 

 

 

 

Percalla (spagnolo)

 

 

Percalle (tarnuése)

 

 

“Tela di cotone, specie di tela di bambagina pregiata”

 

 

Forse, dallo spagnolo percal ma anche dal francese percale

 

 

 

 

Pistàgna (napoletano)

 

 

Pestàgne (tarnuése)

 

 

“Collaretto, colletto”

 

 

Dallo spagnolo pestaña

 

 

 

 

Porfìa/proffediare/proffedià (napoletano)

 

 

Preffedià (tarnuèse)

 

 

“Ostinarsi, contrastare, perfidiare”

 

 

Dallo spagnolo porfìa

 

 

 

 

Priézza (napoletano)

 

 

Priézze (tarnuése)

 

 

“Viva gioia, allegrezza, contentezza”

 

 

Dallo spagnolo prear ma anche dal francese preisier

 

 

 

 

Primèra/premmera (napoletano)

 

 

Premère (tarnuése)

 

 

“La primiera nel gioco di carte del tressette”

 

 

Dallo spagnolo primiera

 

 

 

 

Quagliata (napoletano)

 

 

Quaglijàte (tarnuése)

 

 

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“Latte rappreso”

 

 

In dialetto tarnuése (in tono ironico sarcastico) si dice:“Mó l’à pròpije (o pròbbete) quaglijàte”, per significare: “Ora hai proprio concluso l’opera”.

 

 

Dallo spagnolo cuajada

 

 

 

 

Retrètto (napoletano)

 

 

“Camerino per bisogni corporali, gabinetto, ritirata”

 

 

Retrè (tarnuése)

 

 

“Pannelli leggeri che consentono di tenere divisi ambienti diversi “

 

 

Dallo spagnolo retrete ma anche dal francese retrait

 

 

 

 

Salimòja (napoletano)

 

 

Salamòrije (tarnuése)

 

 

Acqua salata per conservarvi pesci, olive, ecc.”

 

 

Dallo spagnolo salmuera

 

 

 

 

Sbalanzà/sbalanzo (napoletano)

 

 

Sbalanzà/sbalànze (tarnuése)

 

 

“Lanciare, risospingere violentemente, scrollarsi di dosso; spinta, urto che si prende per reggersi in mancanza di equilibio”

 

 

Dallo spagnolo abalanzar

 

 

 

 

Sbarejare/sbareà (napoletano)

 

 

Sbalijà (tarnuése)

 

 

“Vaneggiare, delirare, farneticare”

 

 

Dallo spagnolo desvariar

 

 

 

 

Scamozze/scamorza (napoletano)

 

 

Scamorze (tarnuése)

 

 

“Sorta di caciocavallo fresco a forma di piccola borsa allungata” ed anche “Persona assai sciocca, babbeo”.

 

 

Dallo spagnolo escamocho

 

 

 

 

Scampare/scampà (napoletano)

 

 

Scampagnà (tarnuése)

 

 

“Cessare di piovere, tornare il sereno”

 

 

Dallo spagnolo escampar

 

 

 

 

Scapéce/ascapéce (napoletano)

 

 

Scapéce (tarnuése)

 

 

“Modo di condire fritture di zucchine, di pesci ed altri cibi con aglio, aceto ed erbe aromatiche”

 

 

Dallo spagnolo escasbeche

 

 

 

 

Scapezzare (napoletano)

 

 

Scapezzà (tarnuése)

 

 

“ Piegare la testa, chinare il capo; tagliare il collo”

 

 

In dialetto tarnuése “Scapezzà” o anche “Scapezzà de sonne” vuol dire “Cader morto di sonno, cascar dal sonno”.

 

 

Forse, dallo spagnolo descabezar

 

 

 

 

Sciàrra/fà sciàrra (napoletano)

 

 

Scijàrre/ffà scijàrre (tarnuése)

 

 

“Rissa, briga, contesa; prendere briga, entrare in contrasto, rompere un’amicizia”

 

 

Improbabile derivazione dallo spagnolo charrada, più probabile derivazione dall’arabo šarra

 

 

 

 

Scorriato/scurriàto (napoletano)

 

 

Scuriàte (tarnuése)

 

 

“Frusta, sferza”

 

 

U scuriàte veniva utilizzato per incitare i cavalli a correre più forte, senza frustrarli, ma solamente facendolo “scruccà” (schioccare) nell’aria.

 

 

Dallo spagnolo zurriaga

 

 

 

 

Sòga (napoletano)

 

 

Zòche (tarnuése)

 

 

“Fune, corda”

 

 

Dallo spagnolo soga

 

 

 

 

Spantare/spantà/spanto (napoletano)

 

 

Scijecantà/Scijecantàte/Scijecànte (tarnuése)

 

 

“Meravigliare, stupire; meravigliarsi, spaventarsi; sbalordimento, stupore, meraviglia; spavento, orrore”

 

 

In dialetto tarnuése “Me sònghe peglijàte ‘nu scijecànte” = “Ho preso uno spavento”

 

 

Dallo spagnolo espantar/se

 

 

 

 

Supressàta (napoletano)

 

 

Supprescijàte (tarnuése)

 

 

“Salame piccolo, salamino assai compresso”

 

 

Dalla spagnolo sobrasada

 

 

 

 

Tabbàcco (napoletano)

 

 

Tabbàkke (tarnuése)

 

 

“Tabacco”

 

 

Dallo spagnolo tabaco

 

 

 

 

Tavùto/taùto (napoletano)

 

 

Taùte (tarnuése)

 

 

“Bara, cassa mortuaria”

 

 

Dallo spagnolo ataúd e anche dall’arabo tabut

 

 

 

 

Terróne/torróne (napoletano)

 

 

Terróne (tarnuése)

 

 

“Torrone, dolce fatto con mandorle, nocciole, miele, pistacchi e

 

 

zucchero”

 

 

Dallo spagnolo turrón (altri sostengono che la voce sia un prestito dal francese touron, dal nome della città di Tours in cui nel giorno di S. Martino Turonense si usava mangiare questo dolce).

 

 

 

 

Tosello (napoletano)

 

 

“Baldacchino con sedia regale”

 

 

Tusèlle (tarnuése)

 

 

“Addobbo di chiese in occasione di particolari festeggiamenti”

 

 

Dallo spagnolo dosel

 

 

 

 

Trezzejare/terzejare/trezzià (napoletano)

 

 

“Scoprire, tirare su a poco a poco le carte da gioco”

 

 

In dialetto tarnuése a tale significato corrisponde il termine “Prezzechijà”

 

 

Trezzià (tarnuése)

 

 

“Centrare, colpire nel segno”

 

 

Dallo spagnolo terciar

 

 

 

 

Usemà/uòsemo/ìrsene a uòsemo (napoletano)

 

 

Usemà/ùseme/ìrcene a ùseme (tarnuése)

 

 

“Fiutare; fiuto, annaspamento, traccheggio; conoscere a fiuto”

 

 

Dallo spagnolo osmar

 

 

 

 

Valànza (napoletano)

 

 

Velàngele (tarnuése)

 

 

“Bilancia”

 

 

- valanzèlla (napoletano)

 

 

- velangelèlle (tarnuése)

 

 

“Bilancetta, bilancino del farmacista”

 

 

Dallo spagnolo balanza

 

 

- valanzìno (napoletano)

 

 

- mulangìne (tarnuése)

 

 

“Terzo cavallo (o asino) aggiunto al tiro a due come rinforzo”; “traversa cui tale cavallo si attacca mediante le tirelle”

 

 

Dallo spagnolo balancìn

 

 

 

 

Vorzillo/vurzillo (napoletano)

 

 

Vurzìlle (tarnuése)

 

 

“Borsellino, taschino”

 

 

Dallo spagnolo bolsillo

 

 

 

 

Vuózzo (napoletano)

 

 

Vòzze (tarnuése)

 

 

“Gonfiore, bozzo, bitorzolo”

 

 

Dallo spagnolo boza

 

 

 

 

Zembrillo (napoletano)

 

 

Zeperìlle (tarnuése)

 

 

“Omiciattolo, ragazzaccio, fanciullo”. In dialetto tarnuése è anche l’equivalente di  “scazzamaurèlle”.

 

 

Dallo spagnolo hombrecillo

 

 

 

 

Zito/zita (napoletano)

 

 

Zìte (tarnuése)

 

 

“Sposo novello, sposa novella”

 

 

Dallo spagnolo cito/cita

 

 

 

 

Zurro (napoletano)

 

 

Zurròne (tarnuése)

 

 

“Villano, zotico, rozzo”

 

 

Dallo spagnolo zurron

 

 

 

 

 

 

Dal libro di Lorenzo Bove

“Ddummànne a l’acquarúle se l’acqu’è fréscijche” - Detti, motti, proverbi e modi di dire Tarnuíse

 Edizioni del Poggio, 2008  

 

 

E’ noto che il francese è la lingua che nel corso dei secoli ha maggiormente influito sull’italiano.

Anche a Napoli, così come in tutto il Mezzogiorno, la presenza dei francesi si è alternata con quella di altri popoli dominatori, per cui si è avuto un afflusso di “francesismi” che si sono amalgamati con quelli di altre lingue (soprattutto lo spagnolo), creando sovrapposizioni che rendono a volte difficoltosa l’individuazione sicura dell’origine del termine.

Interessante, al riguardo, si è rivelata nella ricerca uno studio effettuato e pubblicato nel 2005 dall’Università degli Studi di Trieste. Si tratta di “Francesismi nel dialetto napoletano” di Alessia Mignone, a cura di Marcello Marinucci.

Si riscontrano, nel testo citato, termini napoletani corrispondenti o molto simili a quelli “tarnuíse”.

Proviamo a ricercare quindi, con un po’ di pazienza e con un pizzico di curiosità, le assonanze tra i due dialetti, confrontandone prima i rispettivi significati per poi avventurarci alla scoperta della loro possibile origine.

 Accattare (napoletano)

 Accattà (tarnuése)

 “Comprare, acquistare”

 - Accatt’e binne (napoletano)

 - ‘Ccatt’e vènne (tarnuése)

 “Compra e vende, bottegaio”

 Una derivazione dal normanno acatar

 Adacciare (napoletano)

 ‘Ddaccià (tarnuése)

 “Tagliuzzare la carne, ridurre la carne a pezzi”.

 Adattamento del francese antico hachier

 Allum(m)are (napoletano)

 “Accendere una luce, il fuoco, una candela e simili”

 U lumìne (tarnuése)

 “Fiammifero per accendere il fuoco, una candela e simili”

 Dal francese antico a(l)lumer

 Ammarrà(re) (napoletano)

 Ammarrà (tarnuése)

 “Socchiudere, accostare o chiudere del tutto porte, finestre, ecc.”

 Dal francese amarrer

 Ammuccià (napoletano)

 Ammuccià (tarnuése)

 “Tacere, essere costretto a fare silenzio, subire un’offesa senza protestare; nascondere”

 Dal francese antico soi mucier (francese se musser)

 Argentière (napoletano)

 “Chi lavora o vende oggetti d’argento, inargentatore di oggetti”

 ‘A ‘rgendière (tarnuése)

 “Credenza contenente cristalleria, posateria ed altro”

 Dal francese argentier

 Arrangià (napoletano)

 ‘Rrangià (tarnuése)

 “Accomodare, aggiustare alla meno peggio, rabberciare, cercare di trarre il miglior partito da una circostanza o da un affare; cercare alla meglio di uscire da un malanno o da una situazione scomoda”

 Dal francese arranger

 Assisa (napoletano)

 “Calmiere, prezzo imposto dal magistrato comunale ai commestibili di uso comune”. Il detto “mettere l’assisa a le cetrole” significa “ valutare male, giudicare senza competenze”

 Scèse (tarnuése)

 “Mmètte a scèse ‘u pèsce” (svegliarsi prestissimo); il detto dialettale tarnuèse deriverebbe dalla tassa (francese: accise) applicata il mattino presto al pesce appena pescato.

 Dal francese accise “tassa, tributo indiretto a carico del

 produttore, che grava sulla produzione di determinati beni”

 Bombò (napoletano)

 Bombò (tarnuése)

 “Dolce di zucchero, caramella”

 Dal francese bon bon

 Brilocco (napoletano)

 Berlòcche (tarnuése)

 “Ciondolo per ornamento sul petto o al collo”

 Dal francese breloque

 Buatta (napoletano)

 Buatte (tarnuése)

 “Scatola”

 Dal francese boîte

 Buchè (napoletano)

 Buchè (tarnuése)

 “Fascio di fiori”

 Dal francese bouquet

 Bùccolo (napoletano)

 Bòcchele (tarnuése)

 “Ciocca di capelli arricciati, boccolo, ricciolo”

 Dal francese boucle

 Buffè (napoletano)

 Buffè (tarnuése)

 “Credenza, mobile per riporvi bicchieri, tazze”

 Dal francese buffet

 Cemmenèra (napoletano)

 Cemmenère (tarnuése)

 “Camino, fumaiolo di un’abitazione”

 Dal francese cheminée

 Ciammuòrio (napoletano)

 Ciamòrije (tarnuése)

 “Forte raffreddore dell’uomo”

 Dal francese chamoire

 Ciaràvolo (napoletano)

 Ciaràvele (tarnuése)

 “Ciarlatano, imbroglione od anche incantatore di serpenti”

 Dal francese antico charaut

 Cola (napoletano)

 Cole (tarnuése)

 “Gazza”

 Dal francese colas

 Commò (napoletano)

 Chemò (tarnuése)

 “Cassettone”

 Dal francese commode

 Cótra/e (napoletano)

 Cùtre (tarnuése)

 “Coltre, coperta”

 Dal francese antico coltre

 Cricco (napoletano)

 Crìcche (tarnuése)

 “Martinetto, binda, arnese che serve a sollevare pesi”

 - ‘ncriccà/rse (napoletano)

 - ‘ngreccà/rce (tarnuése)

 “rizzare/arsi,sollevare/arsi; agghindare/arsi;abbellire/arsi,  adornare/arsi”

 Dal francese cric

 Dammaggio (napoletano)

 Dammaije (tarnuése)

 “Danno”

 Dal francese antico damage

 Gajóla/ca (napoletano)

 Caijòle (tarnuése)

 “Gabbia, trappola per uccelli; prigione”

 Dal francese antico aiole

 Giacchètta (napoletano)

 Giacchètte (tarnuése)

 “Giacca (da uomo e, nei tailleurs, da donna)”

 Dal francese jaquette

 Guarzòne (napoletano)

 Uarzòne/Varzòne (tarnuése)

 “Dipendente di un bottegaio, fattorino, commesso, garzone”

 Dal francese antico garçon

 Guatto (napoletano)

 Uatte (tarnuése)

 “Ovatta”

 Dal francese ouate

 Jettecìa/iettecìa (napoletano)

 “Tisi, cattiva salute”

 Jettecà (tarnuése)

 “febbre convulsiva, spaventarsi”

 Dal francese hectisie poi passato a èthisie: da éthique

 Lampa (napoletano)

 Lampe/lambe anche Lampine/Lambine (tarnuése)

 “Lampada, lume acceso in cimitero o in casa dinnanzi a immagini di santi o di defunti”

 Dal francese lampe

 Lettèra (napoletano)

 Lettère (tarnuése)

 “Letto di paglia per bestiame; intelaiatura del letto, lettiera (se di legno), fusto (se di ferro)”

  Dal francese litière

 Mallardo (napoletano)

 Mallarde (tarnuése)

 “Anatra selvatica”

 Dal francese antico malart/malard

 Mam(m)à (napoletano)

 Mammà (tarnuése)

 “Mamma”

 Dal francese maman

 Marchèse (napoletano)

 Marchèse (tarnuése)

 “Mestruazione, regole femminili”

 Dal francese marquis

 Maysone/masone (napoletano)

 Mascione (tarnuése)

 “Casa, tenda, pollaio”

 Detto tarnuése: “Au mascione” = rientrare a casa, mettere a dormire, portare a letto qualcuno” [Ammasunare (napoletano) = mettere a dormire, portare a letto qualcuno]

 Dal francese maison

 Mèccia (napoletano)

 Mmèccije (tarnuése)

 “Calettatura, commettitura (tra due tavole di legno o d’altro materiale)”

 Dal francese mèche

  ‘Nciarmà(re) (napoletano)

 ‘Ngiaremà (tarnuése)

 “Incantare, ammaliare”

 Detto tarnuèse: “C’è ffàtte ‘ngiaremà fine fine/bèlle bèlle” (di chi si è fatto abbindolare come un allocco)

 Dal francese antico (en)charmer

 ‘Nguaggio (napoletano)

 “Pegno, scommessa”

  ‘Nnoglia (napoletano)

 “Salsiccia ripiena, anziché di carne scelta, di tritume di carni scadenti e di interiora di bestie macellate”

 ‘Nnoglije (tarnuése)

 “Budelle di suino trattate con sale e peperoncino ed essiccate”

 Dal francese antico andouille

 ‘Ntramèsa (napoletano)

 “Intermezzo”

 ‘Ntramèze o tramèz (tarnuése)

 “Divisorio”

 Dal francese entremise

  ‘Nzerrà (napoletano)

 ‘Nzerrà (tarnuése)

 “Serrare, chiudere”

 Dal francese antico enserrer

 Paràggio (napoletano)

 Paràggije (tarnuése)

 “Paragone, agguagliamento”

 Detto tarnuése: “Pàre paraggije (o anche parìggije), pàre d’ànne, pàre de perzòne e pàre de condezione”.

 Dal francese pariage

 Parèglia (napoletano)

 Parìglije (tarnuése)

 “Contraccambio, pariglia, coppia o paio di oggetti uguali; uguale trattamento (nella locuzione “rendere la pariglia” =“Ricambiare allo stesso modo un torto, un’offesa, ecc.”).

 In dialetto tarnuése: “’Na parìglije de fèdere de cuscìne” per indicare due federe per cuscini, ecc. Ma viene usato anche il termine “cócchije”: ad esempio “Na cócchije d’òve” per indicare due uova.

 Dal francese pareille

 Pasmà (napoletano)

 “Spasimare”

 Pasemùse (tarnuése)

 In dialetto tarnuése “pasemùse” veniva usato in particolare per indicare (in modo offensivo) un soggetto asmatico, tisico e similare.

 Dal francese antico pasmer

 Peccióne (napoletano)

 Peccióne (tarnuése)

  “Pippione (piccione, giovane dei colombi; pulcino degli altri volatili)”

 In dialetto tarnuése la locuzione “U peccióne de sòrdete”rappresenta una sorta di complimento rivolto alla bella sorella di qualcuno.

 Dal francese antico pigeon

 Pecuózzo (napoletano)

 Bezzòche (tarnuése)

 “Converso, frate laico addetto ai servizi del convento; persona eccessivamente legata a pratiche religiose, bigotto”.

 Dal francese antico bigoz

 Pènza (napoletano)

 Pènze (tarnuèse)

 "Piega cucita che serve a dar forma a un vestito”

 Dal francese pince

 Percàlla (napoletano)

 Percàlle (tarnuése)

 “Tela di cotone, specie di tela di bambagina, pregiata”

 Dal francese percale ma anche dallo spagnolo percal

 Perciare (napoletano)

 “Forare, passare da parte a parte con il succhiello”

 - Perciatièlle (napoletano)

 “Foratini, maccheroncini bucati”

 - Preccelijatelle (tarnuése)

 “Bucatini, spaghettoni”

 Dal francese antico percier

 Priézza (napoletano)

 Priézze (tarnuése)

  “Viva gioia, allegrezza, contentezza”

 Dal francese preisier ma anche dallo spagnolo prear

 Quaquìglia (napoletano)

 “Conchiglia (nome generico)”

 Cuchìglije (tarnuése)

 “Telline”

 Dal francese coquille

 Recùoncolo (napoletano)

 Rrecòne (tarnuése)

 “Ricetto, tana, angolino, cantuccio”

 Dal francese recoin

 Retrè(tto) (napoletano)

 “Camerino per bisogni corporali, gabinetto, ritirata”

 Retrè (tarnuése)

 “Pannelli leggeri che consentono di tenere divisi ambienti  diversi “

 Dal francese retrait ma anche dallo spagnolo retrete

 Sanfasò (napoletano)

 Sanfasò (tarnuése)

  “Con superficialità, senza criterio”

 Dal francese sans façon

 Sargènte (napoletano)

 Sargènde (tarnuése)

 “Morsa, arnese per stringere pezzi di legno incollati”

 Dal francese sergent

 Sarvietto (napoletano)

 Salvijette (tarnuése)

 “Tovagliolo, salvietta”

 Dal francese serviette

 Scemise (napoletano)

 Scijamise (tarnuése)

 “Paltò di stoffa leggera”

 Dal francese chemise

 Sciabbò (napoletano)

 Ggiabbò (tarnuése)

 “Davantino di stoffa, rigonfiamento di tessuto all’altezza del collo, merletto”

 Dal francese jabot

 Sciarabballo (napoletano)

 Scijarrabbà (tarnuése)

 “Calesse, barroccio”

 Dal francese char a bancs

 Scignò (napoletano)

 Scijgnò (tarnuése)

 “Ciocca di capelli finti inseriti tra quelli veri”

 Dal francese chignon

 Sciovè (napoletano) “Mal riuscito”

 - sciuè sciuè (napoletano)

 - scijuè scijuè (tarnuése)

 “Alla buona, superficialmente, con semplicità”

 Dal francese èchouè

 Sgarrà(re) (napoletano)

 Sgarrà (tarnuése)

 “Sbagliare, commettere un errore”

 Dal francese antico esg(u)arer; francese moderno égarer/s’egarer

 Spingula (napoletano)

 Spingule (tarnuése)

 “Spilla”

 Dal francese espingle

 Spionà(re) (napoletano)

 “Far la spia, osservare indiscretamente ciò che si fa in casa d’altri”

 Spijà (tarnuése)

 “Guardare”

 Dal francese espionner

 Tirab(b)usciò (napoletano)

 Tirabbuscijò (tarnuése)

 “Cavatappi”

 Dal francese tire-bouchon

 Tulètta (napoletano)

 Toilètte (tarnuése)

 “Mobile fornito di cassetti e specchio, che si usa per pettinarsi e truccarsi; abbigliamento, acconciatura; l’insieme dei capi di abbigliamento occorrente per vestirsi”

 Il mobile con specchi fornito di bacile e brocca in porcellana in dialetto tarnuése veniva chiamato anhe “u lavàbbe”

Dal francese (table de) toilette

Tuppo (napoletano)

Tuppe (tarnuése)

“Ciuffo di capelli che le donne portano annodato e fermato  dietro la testa”

 Dal francese toup

 Turnése (napoletano)

 Turnése (tarnuése)

 "Tornese (antica moneta napoletana); denaro”

 Dal francese antico torneis (coniato nella città di Tours)

 Zénzole (napoletano)

 Céncele (tarnuése)

 “Cenci, stracci di panno”. In dialetto tarnuése si dice anche “cenciòne” (vecchio indumento)

 Dal francese antico cince

 

Dal libro di Lorenzo Bove

“Ddummànne a l’acquarúle se l’acqu’è fréscijche” - Detti, motti, proverbi e modi di dire Tarnuíse

 Edizioni del Poggio, 2008  

 

 

Il dialetto “Tarnuése” (di Poggio Imperiale) risente dell’influenza di un numero considerevole di dialetti e lingue dovuta alla variegazione della provenienza della sua popolazione.

Al primo posto viene il dialetto o “lingua napoletana”, non foss’altro che per l’appartenenza del territorio al Regno di Napoli.

Non si deve, poi, dimenticare lo specifico apporto del Principe Placido Imperiale e del suo “entourage" campano in tutto il processo di costituzione del nuovo insediamento, che ha ulteriormente esaltato l’integrazione del dialetto napoletano nella parlata “tarnuése” originaria, piuttosto che nei dialetti parlati negli altri paesi viciniori.

Ne è prova il fatto che i dialetti parlati a Lesina, Apricena, San Nicandro Garganico e San Paolo Civitate, presentano ancora oggi delle diversità rispetto al “tarnuèse”, nonostante la naturale tendenza all’omogeneizzazione.

Il “napoletano” si è ulteriormente affermato a Poggio Imperiale in relazione alle frequentazioni dei suoi abitanti a Napoli per motivi di studi, ma anche per l’apprendimento delle arti e dei mestieri.

Ragione per cui il “napoletano“ ha cominciato con il rappresentare il modo di parlare “forbito” del ceto più abbiente.

La destinazione a Poggio Imperiale di famiglie provenienti da diverse destinazioni da parte del Principe Imperiale, ha finito comunque con l’influenzare e dunque modificare nel tempo lo stesso dialetto napoletano.

Sono giunte a Poggio Imperiale famiglie provenienti dall’Albania, dalla Campania, dalla Basilicata e dalla Calabria oltre che da diversi paesi della stessa Puglia.

Già da ragazzo, mi incuriosiva la ricerca delle assonanze con il dialetto napoletano quando al “Cinema Imperiale” - una sorta di ”Nuovo Cinema Paradiso” (dal film di Giuseppe Tornatore, vincitore dell’Oscar nell’anno 1990 quale miglior film straniero, prodotto da Franco Cristalli, musiche di Ennio Morricone, Titanus Distribuzioni) - proiettavano i film di Totò, Eduardo, Peppino e Titina De Filippo, Dante, Beniamino e Pupella Maggio.

Altrettanta curiosità mi destavano alcuni termini dialettali del tipo:

Accattà = comprare

Addaccià = tagliuzzare la carne

Ammarrà = chiudere, sprangare

Ammuccià = nascondere

Au mascìone = a casa

Buàtte = barattolo

Buffè = credenza

Chemò = cassettone

Retrè = divisorio

E, ciò, fintanto che non ho avuto poi modo di poter appurare che si trattava di “francesismi” che avevano in origine influenzato il dialetto napoletano e, conseguentemente, il dialetto “tarnuèse”.

Mi incuriosiva, inoltre, il fatto che i “tarnuìse” (i miei concittadini poggioimperialesi) abitualmente, nella pronuncia, non facessero molta distinzione tra la lettera “B” e la “V”.

Infatti, nomi propri di persona, come Berardo, Berardino, in dialetto "tarnuèse" venivano pronunciati rispettivamente “Velàrde” e “Velardìne”.

Così anche molti termini, aventi iniziale per “B”, che subivano la medesima sorte, come ad esempio:

Bacio = Vuàscije

Barbiere = Varevère

Barca = Vàrche

Basso = Vàscije

Basta = Avàste

Beato = Vijàte

Bilancia = Velàngele

Bosco = Vòsche

Botte = Vótte

Braccia = Vràccije

Braciere = Vrascère

Braghe = Vràche

Broccolo = Vròcchele

Boragine = Vurràijene

Borraccia = Vurràccije

Sicuramente ciò è dovuto all’influenza della lingua spagnola nel dialetto napoletano che ha a sua volta influenzato quello “tarnuèse”.

In particolare, la “B” e la “V” in spagnolo hanno, tra loro, sempre lo stesso suono, diversamente dai due corrispondenti suoni italiani che sono invece ben differenziati tra loro.

In realtà una leggera differenza di suono c’è anche nella lingua spagnola, a seconda del contesto in cui la “B” e la “V” si trovano, anche se la distinzione fonetica non risulta così marcata come nella nostra lingua.

La “b” si chiama “be” lunga o “be de buro”, la “v” invece “be” corta o “be de vaca” (pronunciata baca). In Catalogna parlano di “be” [alta] e di “be” [baixa] per “v”.

La circostanza che la pronuncia della “B” e della “V” sia identica comporta tutta una serie di problemi ortografici anche per gli stessi spagnoli.

E’ caratteristica, a questo proposito, la domanda: “¿Còme se escribe, con be o con uve”?

Peraltro la cosa rappresenta una delle maggiori difficoltà degli spagnoli nell’affrontare la lingua italiana, ove è marcata la distinzione fonetica tra la “bi” e la “vi”.

Ma l’influenza spagnola nel dialetto “tarnuèse” non si limita solo ad aspetti legati alla semplice pronuncia di alcune consonanti, ma va ben oltre. Infatti, considerevole è la presenza nel nostro dialetto “tarnuése” anche di termini di lingua spagnola. 

 

Dal libro di Lorenzo Bove

“Ddummànne a l’acquarúle se l’acqu’è fréscijche” - Detti, motti, proverbi e modi di dire Tarnuíse

 Edizioni del Poggio, 2008  

 

Nel dialetto tarnuése, dall’unione degli avverbi “dentro” (dinde) e “dove” ("andó" o anche ‘ndó” o "addó", dallo spagnolo “donde/adonde”), si è formato “Dind’a ‘ndó” (dentro dove).

Proviamo ad assistere ad un simpatico duetto domestico ove qualcuno cerca qualcosa che non riesce a trovare.

Personaggio A:

“Pìglijme nu pòche quèlla còse”

[Prendimi per favore quella cosa…citando il nome dell’oggetto ricercato]

Personaggio B:

"Ndó stà?”

[Dov’è?]

Personaggio A:

“Dind’a lò…(buffè, chemò, ecc.)”

[E’ dentro lì…(credenza, cassettone, ecc.) vicino a te]

Personaggio B:

“Dind’a qua?”

 [Proprio dentro qui?]

Personaggio A:

“Sine, dind’a lò”

[Si, proprio dentro lì]

Personaggio B:

“M’a qua ‘nge stà”

[Ma qui non c’è]

Personaggio A:

“ Allóre vide dind’a là…(a rrmàdije, u baùglije, ecc.)”

[Allora guarda in quell’altro posto…(armadio, baule, ecc.)]

Personaggio B:

"Nge sta manghe dind’a là”

[Non cè neanche là (lontano da chi parla e da chi ascolta)]

Personaggio A:

“Allóre, se ‘nge stà qua,‘nge stà lò e mànghe a là…dind’a ‘ndó stà?"

[Allora, se non è qui, non è lì e nemmeno là…dentro dove sta?]

Come si può notare “Dind’a ‘ndó” (dentro dove) possiede una musicalità assimilabile al suono di campane

<< …Din…dan…dó ! >>

 

Dal libro di Lorenzo Bove

“Ddummànne a l’acquarúle se l’acqu’è fréscijche” - Detti, motti, proverbi e modi di dire Tarnuíse

 Edizioni del Poggio, 2008   

 

 

 

Ogni anno, da qualche tempo, con l’avvicinarsi delle festività di novembre di “ Ognissanti” e della “Commemorazione dei Defunti”, che si celebrano rispettivamente l’uno e il due di novembre, si accendono dibattiti e soprattutto sorgono polemiche sulla festa di “Halloween” che ha ormai, a quanto pare, contagiato anche le nostre giovani generazioni sull’intero territorio nazionale.

La più recente tradizione vuole che i bambini, travestiti da streghe, zombie, fantasmi e vampiri, la sera (o anche la notte) del 31 ottobre bussino alle porte urlando con tono minaccioso: "Dolcetto o scherzetto” ?

Le vetrine dei negozi si riempiono di costumi per ogni tipo di travestimento e dolciumi vari oltre che di zucche svuotate e intagliate con volti minacciosi, pronte per porvi una candela accesa all'interno.

Tanti scherzi, tanta allegria.  

“Proprio come negli Stati Uniti d’America”, dice la gente, criticando l’affare commerciale che si è venuto ad insidiare anche qui da noi, a maggior ragione in un contesto religioso di massimo rilievo per la Chiesa Cattolica, che dedica per l’appunto i primi due giorni di novembre a tutti i santi e a tutti i morti.

Ma è veramente tutta americana la festa di “Halloween”?

Personalmente nutro al riguardo seri dubbi, tant’è che già nel mio libro “Ddummànne a l’acquarùle se l’acqu’è fréscijche - Detti, motti, proverbi e modi di dire Tarnùise” - Edizioni del Poggio, ho avuto modo di affrontare lo specifico tema, riportando fedelmente alcune usanze paesane di un tempo in occasione della ricorrenza della Commemorazione dei Defunti, di cui trascrivo uno stralcio.

Un’altra usanza tarnuése, che interessava per lo più i bambini, prendeva corso in occasione della ricorrenza dei Morti quando, con lunghe calze di cotone pesante sulle spalle, essi facevano il giro delle case dei parenti e conoscenti per raccogliere doni propiziatori rappresentati da melecotogne, melagrane, fichi secchi, mandorle, ecc. Anch’essi avevano un ritornello che caratterizzava il loro giro di questua, che faceva così:

Ceciòtte, ceciòtte

A l’aneme d’i mòrte

Ceciuttèlle, ceciuttèlle

A l’àneme d’i murtecèlle

(Lacrime, lacrime per le anime dei morti…lacrimucce, lacrimucce per le anime dei morticini)”.

 Ma vi è di più; la sera precedente i bambini appendevano la calza alla porta della loro casa affinchè i “cari defunti” potessero durante la notte riempirla di doni (che erano poi sempre melecotogne, melagrane, fichi secchi, mandorle, ecc. per quelli bravi e carbone per i più cattivi).

Dunque, anche all’epoca a Poggio Imperiale l’evento veniva accolto in allegria e  con i defunti si stabiliva, in un certo senso, un contatto quasi fisico, amplificando i toni della festa e sdrammatizzando il concetto della morte.

La festa di “Halloween” rappresenta un'usanza tipicamente statunitense, ma probabilmente deriva da tradizioni importate da immigrati europei.

La presenza nella cultura contadina di zucche svuotate o, più spesso in Europa, di fantocci rappresentanti streghe e di rape vuote illuminate, è documentato anche in alcune località del Piemonte, della Campania, del Friuli, dell'Emilia-Romagna, dell'alto Lazio e della Toscana.

Anche in varie località della Sardegna la notte della Commemorazione dei Defunti si svolgono riti che hanno strette similitudini con la tipica festa di “Halloween” d' oltreoceano. A Pattada si incidono le zucche e all' interno viene accesa una candela, mentre in altri paesi si svolge il rito delle "Is Animeddas" (Le Streghe), del "Su bene 'e is animas", o del “su mortu mortu”, dove i bambini travestiti bussano alle porte chiedendo doni.

Con riguardo quindi alle origini americane della festa di “Halloween”, è forse vero l’esatto contrario, nel senso che negli Stati Uniti inizialmente si trattava di festeggiamenti legati alle diverse tradizioni riferite alla ricorrenza di “Ognissanti”, le cui caratteristiche discendevano dalle culture degli immigrati e alla fede religiosa personale, fino ad arrivare alle moderne celebrazioni che sono poi rimbalzate (forse con caratteristiche un tantino più consumistiche) in Europa ed anche in Italia.

 

P.S. I bambini statunitensi, durante la festa di “Halloween”, travestiti da streghe, zombie, fantasmi e vampiri, bussano alle porte urlando con tono minaccioso: “Trick or treat" (trick = scherzo; treat = piacere, godimento). Per allontanare la sfortuna è necessario bussare a 13 porte diverse. “Trick or treat “ riporta alla mente i famosi “tric trac” (o trikke trakke), una sorta di mortaretti che un tempo venivano incendiati e fatti esplodere in occasioni festose.

Chissà se la denominazione dei “tric trac” è da farsi risalire proprio al detto “trick or treat “. 

 

“Tutti sono convinti che la globalizzazione aumenti la cultura, la conoscenza, la creatività, ma non è detto che sia vero, perché essa distrugge anche le culture, le tradizioni, le lingue, le letterature locali. Ancora nel secolo scorso in Italia c’erano scrittori, poeti e cantanti milanesi, genovesi, romani, napoletani amati e ammirati nel loro ambiente. E c’erano migliaia di laboratori artigianali, boutiques in cui trovavi degli stupendi prodotti artigianali. Oggi dovunque tu vada - a Milano, a Firenze, a Saint-Tropez, a Tokio, a Manila, a New York – trovi gli stessi vestiti, lo stesso gusto. Nelle librerie gli stessi libri, nei cinema gli stessi film, nelle televisioni gli stessi format, e senti discutere le stesse idee…". 

Così scrive Francesco Alberoni lunedi 8 settembre 2008, in prima pagina, sul Corriere della Sera, concludendo, poi, che “Per tener viva la diversità culturale e conservare accesa la creatività bisogna che ciascuno partecipi e competa nel sistema di comunicazione globale, ma nello stesso tempo ogni nazione, ogni popolo, ogni città deve conservare le sue radici, la sua lingua, la sua tradizione e farle fiorire. Non dobbiamo aver paura di essere diversi, di rifiutare il tipo di arte, di cinema, di libri, di spettacoli televisivi ammirati da tutti. Dobbiamo imparare a giudicare e a scegliere con la nostra testa, e sforzarci di realizzare solo cose che consideriamo veramente belle e di valore. Certo, agire così richiede uno sforzo individuale molto più grande, ma è l’unico modo per tenerci fuori dal gregge e poter dare anche noi un contributo utile”.

Ebbene, il mio libro dal titolo insolito “Ddummànne a l’acquarùle se l’acqu’è fréscijche” - Detti, motti, proverbi e modi di dire “Tarnuìse” (poggioimperialesi) – Edizioni del Poggio, intende offrire, nel suo piccolo, l’opportunità di fermare il tempo sulle origini di una piccola comunità (Poggio Imperiale in provincia di Foggia) e immortalare in modo indelebile le sue immagini.

Un lavoro che si prefigge lo scopo di lasciare traccia del linguaggio e delle espressioni di un tempo che non c’è più, ma che rappresenta un prezioso patrimonio da non disperdere, per fornire soprattutto alle giovani generazioni testimonianza di una tradizione che deve necessariamente sopravvivere, poiché non ci può essere futuro senza memoria.

I detti, motti, proverbi e modi di dire rappresentano una sorta di banca dati ove poter attingere informazioni e ricercare le fondamenta di una civiltà, di un popolo, di una comunità.

Non costa nulla chiedersi che cosa le tradizioni ci hanno insegnato e quindi in questo lavoro vengono analizzati, in particolare, i detti, motti, proverbi e modi di dire dei tarnùise, che rappresentano uno spaccato della vita degli abitanti di Poggio Imperiale di un tempo.

I nostri detti, motti, proverbi e modi di dire rivelano un linguaggio semplice, che si traduce in quelle mille forme che rappresentano la vita nel suo molteplice manifestarsi.

Una rappresentazione della saggezza della nostra terra che si alimenta alla fonte dei ricordi e tiene sempre viva la fiamma del sentimento che sorregge il culto del passato.

La locuzione “Ddummànne a l’acquarúle se l’acqu’è fréscijche”, che è anche il titolo del libro, vuole pertanto essere semplicemente un pretesto per introdurre il lettore in un’atmosfera di ricordi di un mondo che non c’è più:

- un mondo magico fatto di cunde (racconti), di storie infinite che affascinavano adulti e bambini au frìiscijche ‘nnanz’i porte (al fresco fuori dalle proprie case), nelle calde serate d’estate illuminate dal chiaro di luna, o intorno ai camini scoppiettanti o ai vrascére (bracieri) nelle fredde serate invernali, quando le strade erano appena illuminate dalla flebile luce notturna e ai ragazzi veniva proibito di uscire di casa perché (sulla base di una fantastica diceria popolare) circolava minaccioso u pumpenàre (il lupo mannaro);

- un mondo magico fatto di giochi di gruppo all’aperto “attingolò”, “a cavalle lónghe”, “a nnammùcciùne”, “a mazzapívete”, “a gnàgnele…ticte, tacte e palùmme”, riservati per lo più ai soli ragazzi, mentre le ragazze giocavano a “zanchètte” od altro; ma anche di giochi collettivi, tipo “sèggija ferrìzze, sèggija ferrìzze, chi c’jàveze e chi ce ‘mbìzze”, improvvisati in occasione di feste come “Carnuàle” (Carnevale), “parendàte” (feste di fidanzamento), “spusalìzije” (feste di matrimonio), ecc.;

- un mondo magico fatto di profumi della nostra terra e di sapori dei nostri cibi;

- un mondo magico fatto di cummèdije (acquiloni) che si libravano nell’aria sospinti dalla leggera brezza primaverile che spazzava via le nuvole e accendeva di azzurro il cielo tarnuése, nell’incantesimo degli sguardi dei ragazzi che correvano srotolando il loro gliòmmere (gomitolo) di vammàce (cotone grezzo usato solitamente per confezionare calzettoni pesanti dei contadini).

“Ddummànne a l’acquarúle se l’acqu’è fréscijche” è un modo di dire che rappresenta, forse più di tutti gli altri, la quintessenza del modo di essere e dell’indole di noialtri poggimperialesi (tarnuíse), poiché raccoglie in poche parole il senso della più intima natura del temperamento di una comunità unica, se vogliamo, nel suo genere.

Una comunità semplice ma determinata nel raggiungimento degli obiettivi che si è prefissata di conseguire.
Una comunità che, per le note vicissitudini, ha dovuto lottare per la propria affermazione, scontrandosi con posizioni e realtà precostituite e dunque ostili al cambiamento, ma con quell’innata lealtà ed onestà intellettuale che ha sempre contraddistinto la sua azione.

Tutto questo potrebbe aver creato nel tarnuése un certo senso di diffidenza, che si manifesta attraverso quel caratteristico atteggiamento dubbioso, di sospetto, classico di chi non si fida ciecamente a prima vista e che ha bisogno di sfidare l’interlocutore per metterlo alla prova.

Ma lo fa comunque con estrema ironia e senza malizia o cattiveria. Per un tarnuése, ad esempio, è del tutto scontato che l’ortolano dirà sempre che i suoi prodotti ortofrutticoli sono freschi e che lo stesso farà il pescivendolo, anche quando i rispettivi prodotti messi in vendita non dovessero risultare propriamente tali.

E allora egli cercherà di prevenire l’eventuale fregatura ponendosi in una condizione di difesa preventiva, almeno sul piano psicologico, per evitare di passare da stupido, pronunciando battute dal sapore ironico - sarcastico nei riguardi del venditore, del tipo:“Acquarú(le)…jè fréscijche l’acque ?”, che rappresenta, per l’appunto, una vera e propria sfida ovvero una provocazione finalizzata a stimolare la reazione dell’interlocutore, che si spera sia sempre positiva.

Ma non sempre è così: a volte infatti l’interlocutore reagisce negativamente fornendo risposte a tono, anche se nella stragrande maggioranza dei casi, però, gli effetti si dimostrano invece sufficientemente apprezzabili, attraverso una maggiore attenzione e cortesia che in seguito, solitamente, viene riservata al tarnuése.

Questo è dovuto probabilmente anche al fatto che molti dei venditori ambulanti gravitanti nell’ambito del paese sono forestieri ed è un po’ come prendere le distanze per chiarire, da subito, che non ci si trova di fronte ad un allocco o ad uno sprovveduto.

“Ddummànne a l’acquarúle se l’acqu’è fréscijche”, alla lettera, significa: “ Chiedi al venditore di acqua se l’acqua è fresca”, tuttavia si tratta di un modo per rappresentare una “cosa ovvia e scontata”, come per dire che è del tutto pacifico che la risposta del “venditore di acqua” sarà positiva, nel senso che egli non dirà mai che la sua acqua non è fresca, anche di fronte all’evidenza.

Il detto è da farsi risalire al tempo in cui Poggio Imperiale era sfornito di rete idrica (e fognaria) cittadina e l’acqua potabile veniva approvvigionata direttamente presso il Pozzo comunale (da qui, via del Pozzo) ovvero acquistata da un venditore, chiamato acquarùle, che la portava in paese in barili caricati a dorso d’asino (successivamente anche con una grande botte allestita su di un carretto trainato da cavallo).

Ogni asino, attrezzato con idonea bardatura (‘a vàrde) portava quattro barili (due per parte), accompagnato a piedi da Lazzàre ‘u cecàte (Nazario Iadarola) nel percorso che conduceva dal Pozzo comunale fino all’altezza del Palazzo De Cicco, in prossimità di una delle due torrette posteriori del palazzo, in particolare di quella ubicata lato Comune, dopo aver superato il tratto della mulattiera in salita e non affatto agevole.

Presso il predetto “punto di ritrovo” i tarnuìse facevano la fila in attesa dell’acquarúle e non di rado sorgevano tra di loro liti e risse (facévane a sciàrre e ce frecàvene de botte) per la disputa delle rispettive posizioni nella fila.

Il primo della fila prendeva in mano le briglie dell’asino (‘a capézze) e “faceva strada”, precedendo l’animale da soma verso la propria abitazione per il “servizio a domicilio”, seguito da Lazzàre ‘u cecàte.

Qui i barili contenenti l’acqua potabile venivano svuotati direttamente nelle saròle, consistenti in grossi recipienti di terracotta (tipo giare con larga apertura nella parte superiore sulla quale veniva collocato un coperchio di legno). La saròle piena costituiva la provvista idrica di ogni casa e l’acqua veniva attinta con un’ apposita brocchetta in alluminio ( u secchijettélle).

La quantità di acqua richiesta all’acquarúle veniva espressa con una misura definita salma che rappresentava la capacità di acqua contenuta nei barili.

Solitamente si diceva: “Pùrteme ‘na salma d’acque”, per indicare un intero carico di quattro barili caricati a dorso dell’asino, che era sufficiente per riempire una saròle.

Si usava inoltre dire “trovare l’acqua” e più precisamente “v’a trùve l’acque” (alla lettera: vai a cercare l’acqua), indifferentemente, sia quando ci si doveva recare al Pozzo comunale, sia quando si doveva andare a far la fila dietro al Palazzo De Cicco.

Ebbene, come si è visto, da un semplice modo di dire, come “Ddummànne a l’acquarúle se l’acqu’è fréscijche”, si possono aprire scenari fantastici che consentono di immergersi con l’immaginazione in un mondo ormai trascorso, ma che ci consente di poter cogliere aspetti interessanti e sicuramente utili per il nostro futuro e quello delle future generazioni.

Il tarnuése che giovane più non è avrà l’opportunità di rinfrescare i ricordi sopiti e i giovani l’occasione per scoprire aspetti del patrimonio del passato della loro comunità poco noti.

 
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