Home ArticoliFotoContattiVai al Sito
Cerca per parola chiave
 

Ci sono 4 persone collegate

< settembre 2010 >
L
M
M
G
V
S
D
  
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
     
             



Titolo
Nessun sondaggio disponibile.







09/09/2010 @ 2.49.54
script eseguito in 16 ms



\\ Home Page : Storico : Divagazioni (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Lorenzo (del 11/06/2010 @ 20:59:50, in Divagazioni, linkato 124 volte)

Pittore, incisore e scultore di fama internazionale, ma anche poeta e scrittore.

Giuseppe Bosich nasce a Tempio Pausania (Sassari) in Sardegna nel 1945 e, giovanissimo, si trasferisce in “continente” dove matura e sviluppa le sue brillanti doti artistiche, raggiungendo livelli di straordinaria notorietà.

Le sue opere varcano i confini nazionali toccando le più importanti mete non solo europee ma anche mondiali.

 

Giuseppe Bosich

La via secca e la via umida

(Olio su tela) 150X120

“Sue opere sono nei Musei di Melbourne e di Sidney e in altre citta` in Italia e all’estero” (dall’Enciclopedia della Sardegna, pag. 70).

Fa poi ritorno nella sua amata isola ed attualmente vive e lavora a Ghilarza (Oristano).

Ho avuto il privilegio di conoscere questo geniale artista tanti anni fa; eravamo entrambi molto giovani quando le nostre strade si sono per qualche tempo incrociate in occasione della comune esperienza “a servizio della Patria” in quel di Trieste, Roma, Rimini e Bologna.

Roma, 16.5.1965

Quattro giovani amici in posa sulla terrazza del Pincio

Giuseppe Bosich (secondo da destra) e, a seguire, il sottoscritto (terzo da destra)

Giuseppe Bosich muoveva allora i suoi primi passi nel campo della pittura ed ogni occasione era buona per disegnare e dipingere, mettendo in luce da subito le sue qualità artistiche.

Lo ricordo come un giovanotto estroso, bizzarro, fantasioso, creativo, geniale, stravagante, originale, particolare, singolare.

Certamente non posso dire che fosse o si sentisse un conformista.

Ci siamo poi persi di vista e ognuno di noi ha rincorso, per quanto possibile, le proprie aspettative inseguendo i rispettivi sogni ed aspirazioni.

Ma internet consente oggi di mantenere un diffuso livello di informazione nei campi più disparati, ed è proprio navigando su internet che ho avuto l’opportunità di visitare tanti siti che parlano proprio di questo geniale “maestro”.

Ciò mi ha naturalmente consentito di poter apprezzare il prestigioso livello artistico e di notorietà internazionale raggiunto dal mio amico Giuseppe Bosich nei diversi campi in cui negli anni si è cimentato.

Tra le tantissime ed interessanti “scoperte”, ho ad esempio appreso che un’opera di Giuseppe Bosich era presente finanche a Pechino in occasione dei XXIX Giochi Olimpici Estivi 2008 all’Esposizione d’Arte “Spirito Olimpico italiano” presso Casa Italia CONI, all’Haidian Exibition Center di Pechino.

E così, a distanza di ben quarantacinque anni (quasi mezzo secolo), il 15 maggio scorso, giorno del suo 65° compleanno, l’ho rintracciato telefonicamente a Ghilarza, in Sardegna, per salutarlo e scambiare quattro chiacchiere con lui, da "vecchi" buoni amici.

E’ stato un piacevole tuffo nel passato e i bei ricordi giovanili sono ritornati subito alla mente in tutta la loro gaiezza e spensieratezza.

Ho espresso all’amico Giuseppe i miei rallegramenti, augurandogli ancora molti anni di successi e traguardi sempre più ambiziosi.

Ci siamo reciprocamente promessi di rivederci, quanto prima, in Sardegna o in “continente”.

 

Giuseppe BOSICH

 (informazioni tratte dai diversi siti internet)

La sua prima mostra personale, curata da Enzo Rossi – Ròiss è del 1967 alla “Galleria la Barcaccia” di Reggio Emilia cui hanno fatto seguito oltre 500 mostre, tra cui:

Personali:

1970: Maison de la Jeunesse. (Gouaches, a cura di S. Carta). Parigi. 1972 : Die Tangente Club. (Gouaches, a cura di S. Carta). Karlsruhe. 1979: Stadhuis, Grote Markt. (Tecniche miste, a cura di D. Piessen). Oudenaarde (Belgio). 1990: Fondazione Museo Alternativo “Remo Brindisi” (Tecniche miste e oli, a cura di E.Rossi – Ròiss): Lido di Spina (FE): 2002: Galleria Battifoglio. (Oli e sculture). Montecarlo. 2003. Galleria degli artisti contemporanei, Sa Corona Arrubia (CA). (Oli, sculture e grafica; a cura di P. Sirena). Villanovaforru (CA). 2003: Palazzo dei Congressi (Oli, a cura di J. Serra). Capri. 2005: Club La Meridiana, Casinalbo. (Oli, a cura di E. Rossi-Ròiss). Modena. 2005: Galleria Daugava, Riga. (Oli, a cura di E. Rossi-Ròiss). 2007: Galleria La Bacheca. (Oli e sculture). Cagliari.

Collettive:

1968: Mostra Mercato Viaggiante, Pro Loco. Tempio Pausania (SS). 1969: Galleria Comunale, “+ proposta – proposta =”, dada-surrrealista. Oristano. 1974: Mood Gallery, grafica internazionale (Dalì, Ernst, Man Ray, Masson ecc.). Milano. 1975: Studio Modern Art, grafica internazionale (Brindisi, Messina, ecc.). Milano. 1977: Redford House Gallery (Humor Graphic-Escatologic, a cura di L. Consigli). Londra. 1984: Hotel Parco dei Principi, “Pitagora 2000”, Roma. 1986: Galleria V. Emanuele (Humor Graphic-Movie, a cura di L. Consigli), Milano. 1993: EXMA, “Inciso Altrove”, Maestri del fantastico, a cura di R. Margonari. Cagliari. 1993: The Artist and the Book, Museum of Modern Art, Italy. New York. 1998: Foyer d’arte del Teatro Navile, L’eros degli artisti, a cura di E. Rossi-Ròiss. Bologna.

Negli anni 1965-67 frequenta a Fermignano (Ancona) lo studio dell’incisore Walter Piacesi, dell’Accademia Urbinate; a Bologna lo studio dell’incisore Carlo Leoni (allievo di Giorgio Morandi), apprendendo le tecniche d’incisione e stampa calcografica. Trasferitosi in Sardegna, frequenta nel 1967-68 l’Istituto d’arte di Oristano (corso di ceramica). Negli anni ’70 a Milano frequenta il pittore Luigi Dalla Vigna, con cui approfondisce le tecniche pittoriche; tramite lui conosce e frequenta Renzo Modesti, poeta e gallerista, Patrick Waldberg, teorico del surrealismo, Maurice Henry, artista e storico del surrealismo, Ibraim Kodra, pittore cubista, G. Spadaccini, editore di grafica internazionale e Antonio Agriesti, poeta e studioso di simbolismo; con quest’ultimo pubblicano “Il volo della Farfalla”, ”Comedia/Qometa”, “I Resti” e “Poesie Nere” con sue illustrazioni originali in lito o all’acquaforte. Nel 1976 inizia la sua collaborazione con il Gruppo coordinato da Luciano Consigli:“Humor Graphic”; illustra il libro di Giovanni Dore “Gli strumenti della musica popolare della Sardegna”,edizioni 3T, Cagliari. Nel 1981 esce, per le Edizioni Svolta, Bologna, a cura di Renzo Modesti il suo “Catalogo delle opere multiple della grafica e delle sculture”: Nel 1986 ritorna in Sardegna e nel 1988 illustra, di Peppetto Pau, il poemetto “Libellule Scarlatte” e la raccolta di poesie “Il galoppo delle Stagioni”; di Mele Agro (Antonio Agriesti), il libro “Micromitologie”: tutti editi dalla casa Editrice s’Alvure di Oristano. Per le Edizioni Tipografia Ghilarzese realizza con Antonio Agriesti la cartella “Il Corvo”, illustrando la poesia alchemica di E.A.Poe, con sei sue litografie. Ancora per le Edizioni S’Alvure, esce, lo stesso anno, a cura di Salvatore Naitza il catalogo monografico “Sculture”; nel 1990 cura la cartella d’arte “Vizi e Virtù” e nel 1991 “Lo Zodiaco”. Nel 1992 esce, a cura di Renzo Margonari, il catalogo monografico “Pitture” e illustra il libro di Mimmo Bua: “Storie, Fiabe, Miti, Riti del mondo contadino oristanese” corredato dall’omonima cartella contenente 12 litografie. Nel 1993 è presente, con Mimmo Bua e Pietro De Rosa nella raccolta di racconti “Frammenti di Memoria Trina”. Nel 1994 ha, inoltre, curato il volume “I Tarocchi” di AA.VV. e la omonima cartella d’arte. Sempre nel 1994 per il CDE – Nuoro esce a sua cura “Grillincubi”, e per le edizioni s’Alvure illustra il libro di Mimmo Bua “Il Bestiario di Sandaliotis”, realizzando l’omonima cartella con 12 incisioni. Nel 1995 il CDE – Nuoro pubblica “Il buco in gola”, una raccolta di sue poesie, racconti e disegni; nel 1997 per le Edizioni Grafica Mediterranea di Bolotana illustra , di Mimmo Bua, “Il Riso dell’Ornitorinco – bestiario surreale” corredato dall’omonima cartella con 24 incisioni. Nel 1999 per s’Alvure illustra, di Mimmo Bua: “Contos torrados dae attesu”, “lo specchio e la caverna”, “Chimbe Upanishad in sardu logudoresu”; nel 1999 illustra e cura per le Edizioni Tipografia Artigiana, Oristano, il libro “Poesie” di Peppetto Pau, corredato dell’omonima cartella contenente 12 serigrafie a colori. Nel 2003 viene pubblicato da s’Alvure il volume “Bosich – Letture simboliche e interpretazioni critiche a cura di Flaminia Fanari e Paolo Sirena con antologia critica,biografia e schede a cura di Antonio Agriesti. Nel 2006 è presente con due immagini a colori nel volume “L’Autonomia in cornice – le opere del Parlamento Sardo”, edizioni del Consiglio Regionale della Sardegna; nel volume “Il Segno nel Libro”, edizioni Ilisso, Nuoro, con tre immagini a colori e scheda critica. I suoi campi di ricerca spaziano dalla grafica (tutte le tecniche calcografiche, serigrafiche, xilografiche e litografiche) alla pittura (ad olio, su carta e su tela, gouaches e acquerelli) alla scultura (ceramica, bronzo, polimaterico, vetro-cristallo). A Milano ha prodotto una copiosa serie di piccole sculture polimateriche, specialmente in bronzo, nel laboratorio di Adriano Vallin mentre nella fonderia Battaglia ha realizzato una serie di grandi sculture in bronzo, esportate in Australia. Per Adriano Berengo, Fine Arts Glass Studio and Gallery, Murano, realizza sculture in vetro-cristallo. Progetta e coordina la realizzazione di cartelle d’arte (corredate di opere grafiche originali), edizione di poesie e prose per vari editori, e per l’Associazione Amici della Grafica, poi Associazione Amici dell’Arte (di cui è presidente). Nel 2000 ha prodotto una serie di sculture in terracotta nell’atelier di Lello Porru a Sanluri (CA). Più volte docente di tecniche calcografiche, grafiche e pittoriche.

Fra tanti, inoltre, hanno scritto o si sono occupati di lui:

E.Albuzzi, V.Accame, M.Adinolfi, U.Adinolfi, W.Aldrovandi, F.Amati, P.Amatiello, A.Amore, V.Angelini, M.Arca, R.Armenia, E.Arosio, G.Atzeni, S.Atzeni, S.Atzori, S.Autuori, B.Bandinu, G.Barosco, R.Boccaccini, C.Bonasi, E.Bonerandi, M.Brigaglia, R.Brindisi, A.Buatti, M.Bussagli, G.Bruzzone, E.Cadoni, A.Caggiano, F.Cajani, A.Campus, F.Carta, L.Cavallari, C.V.Cattaneo, D.Cara, M.Casalini, G.Caserza, M.Ceccarelli, F.Cerulla, F.Ciccatelli, G.Colomo, M.Conte, E. Contini, V.Coppa, S.Corrias, F.Cossu, M.A.Cossu, M.A.Cucca, G.Dainese, A.De Logu, G.De Santis, F. De Silva, G.Di Paolo, G.Dorfles, G.Ducceschi, G.Englaro, Lello Fadda, LivioFadda, E.Fanciulli, A.Felletti, R.Ferrara, S.Ferro, G.Filippini, L.Floris, R.Forni, N.Fourbil, T.Galante, A.Gallo, C.Gentile, G.Gentile, G.Ghion, S.Grasso, P.F.Greci, A.Klavina, A.M.Janin, V.Lamberti, L.Lazzari, F.Licchiello, F.Loverci, M.Lunetta, G.Maesano, E.Maglia, M.Magnani, P.Malaspina, G.Mameli, M.Manunza, F.Mariani, L.Marongiu, G.Masia, M.L.Mazzini, A.Menesini, M.Monaldi, D.Mori, A.Mundula, R.Mura, G.Murtas, M.Murzi, A.Natale, C.Nosari, E.Olmetto, J.Onnis, A.Orbana, G.Pagano, P.Pantoli, G.Pellegrini, M.Pepe, R.Perrotta, U.Piersanti, G.Pileri, G.Pisconti, J.Piessen, G.Pulina, A.Racioppi, D.B.Ranedda, R.Ripa, G.Rivellini, L.Rojch, A.Romagnino, L.Rosselli, G.Salvatore, R.Sanesi, E.Sanna, M.Santoro,J.H.Sattler, M.G.Scano, G.Schirru, D.Signora, T.Simula, M.Spignesi, N.Tancredi, P.G.Tiddia, S.Tola, G.Trevisan, A.Turnu, T.Ulleri, M.Vacca, R.Vanali, A.Vandenberg, Z.Vasino, M.Verzeletti, L.Villa, L.Vincenzi, R. Zucca, G.L.Zucchini.

E’ annualmente quotato in tutti i cataloghi nazionali d’Arte.

Sue opere sono state battute alla Brerarte e Finarte di Milano

 

 

 

 

 

 
Di Lorenzo (del 18/04/2010 @ 21:00:00, in Divagazioni, linkato 479 volte)

Nei giorni scorsi, a Foggia, ho avuto il piacere di salire a bordo di alcuni storici modelli di Fiat 500 di un tempo, perfettamente funzionanti e con sfavillanti carrozzerie.

L’opportunità mi è stata offerta da Luigi Nigri, “Gino” per gli amici, un brillante imprenditore edile foggiano, appassionato di auto storiche.

“Gino”, per la cronaca, è il marito della mia amatissima nipote Marialuisa, la figlia di una delle mie due sorelle.

Una Fiat 500 “Abarth” nera con tettuccio a scacchi bianchi del 1969;

Una Fiat 500 “Sport” bianca con fasce laterali rosse;

Una Fiat 500 “L” (lusso) bianca del 1971;

Una Fiat 500 “Giardiniera” rosso corallo del 1974 prodotta da Autobianchi (la denominazione originale è “Giardiniera” e non “Giardinetta” come invece soventemente definita).

Tutte le autovetture sono state sottoposte a completo “restyling” della carrozzeria, motore, rivestimenti e accessori, con pezzi originali ovvero attraverso la loro fedele ricostruzione.

Dei veri gioiellini!

Le auto sono regolarmente iscritte all’ASI (Automobilclub Storico Italiano) e partecipano ai vari “Raduni” nazionali.

Un tuffo nel passato … e, vuoi mettere, lo “sfizio” di circolare in città (a Foggia) … con una “Giardiniera rosso corallo” … sotto lo sguardo curioso, attento, incredulo ed anche divertito della gente che ti osserva!

La Storia della Fiat 500

[da Wikipedia, l'enciclopedia libera].

La “500” è una utilitaria della casa torinese FIAT, prodotta dal 1936 al 1955 nella prima versione, anche detta "Topolino", e dal 1957 sino al 1975, nella seconda versione, anche detta "Nuova 500".

Fiat Topolino (fonte: Wikipedia)

La Fiat 500 è senza dubbio fra le automobili italiane più famose.

Il 15 giugno 1936 viene messa in vendita la FIAT 500 A, poi soprannominata "Topolino". Una vetturetta modesta per tecnica e prestazioni, il cui prezzo era di 8.900 lire: venti volte lo stipendio medio di un operaio specializzato. Tuttavia, la "Topolino" riuscirà ad ottenere un discreto successo, anche grazie alla "fame di automobili degli Italiani". Infatti, nell'Italia del 1936 circolano solamente 222.000 automezzi (di ogni tipo, compresi quelli pubblici e militari) per oltre 42 milioni di abitanti. All'incirca, un veicolo ogni 200 persone. Un rapporto dieci volte inferiore a quello della Francia e quaranta volte inferiore a quello degli Stati Uniti nello stesso anno. La produzione della "500-Topolino", con piccoli aggiornamenti nella 500B, continuò anche nel dopoguerra fino ad arrivare a 519.847 esemplari a cui si devono aggiungere i modelli fabbricati dalla licenziataria francese Simca 52.507 esemplari per un totale di 572. 354 esemplari. La "500 C" del 1949 era invece quello che chiameremmo oggi un "restyling" con nuovo motore a valvole in testa e un frontale diverso e ammodernato con i fari incassati nella carrozzeria. Sia della 500B che della 500C venne realizzata la versione familiare, denominata "giardiniera", la prima delle quali aveva le fiancate rivestite in legno.

Nel secondo dopoguerra la FIAT era governata da Vittorio Valletta, cui era affidato il compito di motorizzare la nuova Italia repubblicana; ma se negli anni trenta il progetto "Topolino" era stato scarsamente innovativo, negli anni cinquanta era sicuramente superato. La diminuzione delle vendite ed il basso numero di vetture esportate, contribuì a far comprendere alla dirigenza aziendale la necessità di costruire una vettura più moderna ed economica.

Valletta, quindi, incaricò Dante Giacosa di realizzare la nuova vettura, compito arduo dato che l'azienda aveva disponibilità economiche veramente modeste, sia per i motivi già detti, sia per i bombardamenti che l'avevano pesantemente colpita. I tempi necessari per la progettazione e la messa in produzione del nuovo propulsore erano però incompatibili con l'urgenza aziendale di immettere un nuovo modello sul mercato, ragione per cui, mentre la progettazione della futura "500" proseguiva, Giacosa decise di utilizzare i medesimi schemi e linee base per realizzare un'automobile che potesse utilizzare una motorizzazione quadricilindrica, facilmente realizzabile sulla scorta dell'esperienza aziendale maturata con la produzione della "Topolino".

Nacque così la "600", un ibrido tra passato e futuro, che la Fiat mise in vendita nel 1955 ottenendo un immediato successo. Le esigenze dell'azienda vennero così soddisfatte, le catene di montaggio funzionavano a pieno ritmo e, finalmente, Giacosa poté dedicarsi con calma al motore della "Nuova 500".

La vettura venne presentata in anteprima al Presidente del Consiglio, il democristiano Adone Zoli, nei giardini del Viminale il 1º luglio 1957; seguì, il 2 luglio un cocktail allo Sporting Club di Torino per i giornalisti specializzati per essere presentata al pubblico il 4 luglio 1957.

Il nome di Nuova 500 fu scelto per sottolineare la sua discendenza dalla 500 Topolino, arrivata alla versione "C" e uscita di produzione pochi anni prima. La velocità massima era di 85 km/h. Il prezzo di lancio 490.000 lire, piuttosto alto se paragonato a quello di della 600 superiore di appena 150.000 lire, che aveva quattro posti veri e non due più due di fortuna.

L'accoglienza del pubblico è tuttavia piuttosto tiepida rispetto alle previsioni, se non addirittura fredda. La nuova piccola vettura appare troppo spartana agli occhi dei più, ormai usi alla vista delle luccicanti cromature che adornano le altre automobili. Il cliente-tipo ipotizzato dall'azienda è il vecchio proprietario di Topolino e chi usa piccole motociclette per gli spostamenti quotidiani, tanto che nella parata inaugurale partita dagli stabilimenti Mirafiori le nuove 500 sfilano davanti a una Gilera Saturno del 1956 con marmitta Abarth, motocicletta assai famosa in quegli anni e di prezzo paragonabile.

Molti di questi vedono però di mal occhio i soli due posti e la giudicano troppo costosa rispetto alla sorella maggiore: meglio accantonare qualche soldo in più e acquistare la 600. Anche le prestazioni sono motivo di critica, il motore è poco elastico, la potenza modesta, la velocità massima un po' troppo bassa, il motore bicilindrico vibra troppo ai bassi regimi ed è troppo rumoroso agli alti. Basterebbe forse poco di più per accontentare la clientela, e l'azienda corre ai ripari.

Nel settembre dello stesso anno esce una versione lievemente revisionata, con l'aggiunta alla lista degli optional delle coppe ruota cromate, ma non basta. Si pensa allora a un aggiornamento sostanzioso e si lavora sia sul motore sia sull'allestimento. Il primo viene rivisto nel carburatore (Weber 24IMB2) nella fasatura e nell'alzata delle valvole migliorandone l'erogazione ed elevandone la potenza alla soglia dei 15 cv a 4000 giri al minuto, il secondo si arricchisce di molti dettagli ritenuti irrinunciabili come le modanature cromate sulle fiancate e i finestrini discendenti. La velocità massima sale a 90 km/h.

A partire dal novembre 1957 la Nuova 500 viene quindi commercializzata in due versioni: Economica (quella della presentazione, venduta a 465.000 lire anziché 490.000) e Normale, l'allestimento migliorato descritto sopra, venduta a 490.000 lire. Caso unico nella storia dell'automobile, i proprietari delle Nuova 500 Economica vendute prima del lancio della Normale, ricevono la differenza di 25.000 lire tramite assegno e vengono invitati presso le Stazioni di Servizio autorizzate Fiat per l'aggiornamento gratuito del motore.

È importante osservare che la 500 economica non fu la prima 500 prodotta. Questo ruolo spetta alla cosiddetta prima serie che restò in produzione solo tre mesi: dal luglio 1957 al settembre 1957. Il nome ufficiale delle prima serie è Nuova 500; le serie successive conservano questo nome ma gli affiancano una denominazione esplicativa (Economica, Normale, America, Sport, Giardiniera D, Giardiniera F e Giardiniera Autobianchi, D, F, L, R; nelle varianti trasformabile e tetto apribile) quasi mai indicata sul corpo della vettura in modo chiaro ed inequivocabile.

Per questi motivi un esemplare originale della prima serie è oggi di eccezionale rarità.

La produzione dal 1971 avviene non solo a Torino ma anche a Desio nello stabilimento dell'Autobianchi per la 500 Giardiniera e in Sicilia a Termini Imerese in provincia di Palermo. In seguito viene spostata interamente nello stabilimento siciliano.

Esce di produzione il 1º agosto del 1975, dopo ben 18 anni dal lancio della prima serie del 1957; l'ultimo esemplare costruito porta il numero di telaio 5.231.518.

Naturalmente non bisogna dimenticare le "speciali", ovvero le versioni costruite in piccola serie, destinate alla nascente categoria delle "automobiliste", oppure ad esaudire una richiesta elitaria e, fino ad allora, inimmaginabile: la seconda macchina.

Menzione speciale meritano infine le versioni sportive allestite dai preparatori, in particolare Abarth e Giannini entrate subito nel mito e vittoriose in molte competizioni. Il massimo concorrente dell'Abarth per la personalizzazione della piccola di casa Fiat, fu senza dubbio il carrozziere romano Giannini.

Nel 1991 la Fiat lanciò una “nuova piccola utilitaria”, la Fiat Cinquecento, che fu prodotta fino al 1998.

Nel 2007 la Fiat ha immesso infine sul mercato una nuova 500, disegnata appositamente affinché lo stile ricordi molto la versione nata cinquant'anni prima.  

 
Di Lorenzo (del 28/02/2010 @ 19:10:45, in Divagazioni, linkato 344 volte)

In questi giorni è in programmazione in molte sale cinematografiche del modo l’ultima opera di Clint Eastwood in veste di Regista e Produttore: il film “Invictus”.

Anch’io non ho voluto perdere l’occasione di assistere alla … “partita di rugby che ha consacrato il Sud Africa libero”: oltre due ore di intenso spettacolo che tocca la profondità dell’anima.

 

 

Il film originariamente intitolato “The Human Factor” è stato ribattezzato “Invictus”, una parola latina che significa “Invincibile”, e che si riferisce ad un poema spesso recitato da Mandela, composto da William Ernest Henley nel 1875.

“Sotto i colpi d'ascia della sorte,

il mio capo sanguina, ma non si china.

Non importa quanto sia stretta la porta,

quanto piena di castighi la vita.

Io sono il padrone del mio destino:

Io sono il capitano della mia anima”.

(William Ernest Henley)

Clint Eastwood , Regista, ormai da tempo persegue con il suo cinema una ricerca nel profondo degli elementi che possono provare a conciliare gli opposti, senza che nessuno perda la propria identità.

 E questo film racconta giustappunto di un popolo che ha sorpreso il mondo costruendo una nazione sui diritti e non sulla vendetta, grazie al suo Presidente, Nelson Mandela, che ha saputo serenamente ispirarli nonostante i 27 anni di carcere duro trascorsi a “Robben Island”.

L’ex detenuto matricola n. 46664 parla di … "sorprenderli con la generosità; comprensione; io so cosa i bianchi ci hanno tolto ma questo è il momento di costruire una nazione".

 

La finale della Coppa del Mondo del 1995 è stata, per molta gente, solo un’emozionante partita di rugby, ma per il Sud Africa ha rappresentato un momento cruciale della storia del Paese, un’esperienza condivisa che ha aiutato a sanare le ferite del passato e a infondere speranza per il futuro.

L’artefice di questo evento epocale è stato il Presidente Nelson Mandela e i protagonisti i giocatori della squadra sudafricana di rugby, gli “Springboks”, guidati dal loro capitano.

 

 

Nelson Mandela è il Presidente appena eletto del Sud Africa. Il suo intento primario è quello di avviare un processo di riconciliazione nazionale. Per far ciò si deve scontrare con forti resistenze sia dalla parte dei bianchi che da quella dei neri.

Ma “Madiba”, come lo chiamano affettuosamente e rispettosamente i suoi più stretti collaboratori, non intende demordere. C’è uno sport molto diffuso nel Paese: il rugby e c’è una squadra, gli “Springboks”, che catalizza l’attenzione di tutti, sia che si interessino di sport sia che non se ne occupino.

In generale nel Paese il gioco del rugby, amato dai bianchi, è odiato dai neri che preferiscono il gioco del calcio. Nei sobborghi di Johannesburg si dice che … "il calcio è uno sport da signorine giocato da duri, mentre il rugby è uno sport da duri giocato da signorine".

E, quindi, poichè gli “Springboks”, squadra formata da tutti bianchi con un solo giocatore nero, sono uno dei simboli dell’apartheid, Mandela decide di puntare proprio su di loro in vista dei Mondiali di rugby che stanno per giocare in Sud Africa nel 1995.

Il suo punto di riferimento per riuscire nell’operazione di riunire la Nazione intorno alla squadra è il suo capitano François Pienaar, interpretato nel film dall’attore Matt Damon.

Da alcune dichiarazioni di Clint Eastwood: “La storia si svolge in un momento cruciale della presidenza di Mandela. Penso che abbia dimostrato grande saggezza nel comprendere lo sport nello sforzo di riconciliazione del Paese. Sapeva che bisognava unire tutti, trovare un modo per fare appello all’orgoglio nazionale, agendo sull’unica cosa che allora avevano in comune. Sapeva che la popolazione bianca e la popolazione nera avrebbero dovuto lavorare come una squadra o il Paese sarebbe fallito, così come ha mostrato grande creatività nell’usare lo sport come mezzo per raggiungere un fine (…). Non avrei girato il film in nessun altro posto che non fosse il Sud Africa. Devi stare lì, hai bisogno della gente, hai bisogno dei luoghi. Volevamo questa autenticità. La maggior parte del cast e delle nostre comparse sono sudafricani. In Sud Africa hanno anche un buon settore cinematografico, quindi abbiamo creato un bel gruppo di americani e sudafricani anche dal punto di vista tecnico (…). Quando siamo andati a Robben Island, siamo stati colpiti dalla ristrettezza degli spazi. E passare lì dentro 27 anni, forse i migliori della tua vita, e uscirne senza rancore è un’impresa”.

Ciò che Clint Eastwood racconta nel film non è frutto della fantasia di uno sceneggiatore, ma trae origine dai fatti narrati nel libro di John Carlin “Playing the Enemy: Nelson Mandela and the Game That Made a Nation”.

Eastwood ne trae un film, assolutamente classico, dal quale traspare, attraverso Morgan Freeman (l’attore che interpreta Mandela) la sua profonda ammirazione per Nelson Mandela.

Un ottimo film: Clint Eastwood, l’attore che interpretava il cowboy preferito Sergio Leone con sigaro, cappello e poncho sulle spalle, sta dimostrando di essere un altrettanto bravo regista.

“Il Cinema deve essere spettacolo,

è questo che il pubblico vuole.

E per me lo spettacolo più bello è quello del Mito”.

(Sergio Leone)

 

 

Nota

Alcune parti del testo sono tratte da recensioni di:

“Europa * Cinemas” – Fice (Federazione italiana cinema d’essai)

 www.cinemarondinella.it

info@cinemarondinella.it  

 
Di Lorenzo (del 27/01/2010 @ 21:30:00, in Divagazioni, linkato 197 volte)

Singolare iniziativa di un “poggioimperialese” che ha pazientemente ricercato e raccolto, negli anni, antichi attrezzi agricoli ed artigianali, ma anche macchinari un po’più sofisticati di un tempo; strumenti di arti e mestieri oltre che per il diletto, il gioco e lo sport; arredi ed attrezzature domestiche per la cucina, l’illuminazione, il riscaldamento e l’igiene personale; stampe, quadri, libri, fotografie; mezzi di trasporto (biciclette, moto, ecc.), oggetti di culto e tanto altro materiale.

Attrezzature agricole varie

In molti casi gli oggetti raccolti sono stati sottoposti ad un attento restauro, riportandoli alla loro originaria funzionalità.

Tutto questo ad opera di un “pimpante” sessantenne “poggioimperialese”.

Si tratta di Leonardo Iadarola, classe 1948”, per gli amici “Nardino”; uno dei figli del più noto Nazario Iadarola: “Lazzàr(e) u bidéll(e)”, un riferimento storico per diverse generazione – me compreso - nei ricordi delle “elementari” frequentate a Poggio Imperiale.

Macchinario agricolo

Giovanissimo, nel 1961, “Nardino” si è trasferito in Lombardia, a Milano, ove ha avuto l’opportunità e la perseveranza di specializzarsi, acquisendo la qualifica di “tubista industriale”.

Nel 1977 ha fatto ritorno in paese per mettere a frutto la propria capacità professionale, raggiungendo livelli di tutto rispetto.

Ed è proprio qui, a Poggio Imperiale, che ha “scoperto” la sua passione per le cose antiche, cominciando pian piano a raccoglierle e a conservarle in alcuni angoli dei suoi “capannoni industriali”, allestendo gradualmente una notevole “esposizione”.

Macchina per la cucitura delle pelli

Oggi, la raccolta di “Nardino” può ben definirsi una “collezione” a pieno titolo, sia per quanto attiene alla quantità degli oggetti, sia con riguardo alla varietà degli articoli disponibili.

Arnesi di vario genere

Ho avuto modo di visitare i capannoni con mia moglie, nei primissimi giorni di gennaio 2010, nel corso della nostra permanenza in paese per le festività di fine anno, e devo dire - ad onor del vero - che siamo rimasti inizialmente stupiti e poi via via affascinati dalla presenza di tanto materiale, che richiama alla mente un tempo che non c’è più.

Utensili domestici

E’ tutto molto interessante, ma forse l’iniziativa di “Nardino” andrebbe valorizzata all’interno del del paese, ma ancor di più all’esterno, onde dare visibilità, attraverso un circuito virtuoso di mostre, visite scolastiche, circuiti turistici, ecc., alla vita, alle tradizioni, alla storia, agli usi e ai costumi dei “poggioimperialesi” che hanno vissuto prima di noi.

Ritengo che la conoscenza delle nostre radici ci consente di meglio sviluppare il nostro futuro.

Ed è bene che i giovani e le nuove generazioni ne prendano atto facendo un “tuffo nel passato” …con una visita alla “raccolta” delle “antiche cose” di “Nardino” … per poi ridestarsi … nell’epoca del benessere (e del “superfluo”) e … magari … provare a fare qualche “raffronto”!

Inoltre, al fine di non disperdere il “patrimonio” raccolto, un passaggio successivo dovrebbe riguardare la catalogazione di tutto il materiale per categoria, con descrizione e numerazione di ogni reperto, supportato da documentazione fotografica.

Tutto questo, eventualmente, nella prefigurazione di una “pubblicazione/catalogo” da mettere a disposizione dei visitatori e di tutti gli estimatori delle belle “cose antiche” di Poggio Imperiale.  

Biciclette di vario tipo

<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<

Per prendere contatti con "Nardino":

"ARTIGIANTUBI snc"

71010 Poggio Imperiale (Foggia)

Tel. 0882 994288

artigiantubisnc@tiscali.it

>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>

 
Di Lorenzo (del 18/01/2010 @ 17:38:43, in Divagazioni, linkato 157 volte)

Tra i commenti ricevuti sul mio Blog  www.paginedipoggio.com  - “Come la penso io!” - corre l’obbligo di segnalarne uno di particolare interesse.

Si tratta di un commento al mio articolo dal titolo:

L’aurora (del 18/11/2009)

Il commento, che riporto integralmente qui di seguito, è dell’autore dell’opera lirica “L’Aurora di Gerusalemme”, da me citata nel predetto articolo.

Commenti

"Buongiorno, Volevo ringraziarla per il commento sull'opera "L'aurora di Gerusalemme". Se può interessare ho scritto un'altra opera "Dante racconta l'Inferno" sulla Divina Commedia. La prima nel suo genere: www.linferno.org  Nel ringraziarla ancora invio cordiali saluti Andrea Arnaboldi (inviato il 15/01/2010)". 

Avevo riportato nel mio articolo che … a proposito dell’aurora … “C’è anche una splendida opera lirica sulla riconquista del Santo Sepolcro, di Andrea Arnaboldi tratta dalla "Gerusalemme Liberata" di Torquato Tasso, intitolata: " L'Aurora di Gerusalemme ".

L’autore ci fa ora sapere che ne ha composta anche un’altra tratta dalla Divina Commedia di Dante, dal titolo: "Dante racconta l'Inferno".

E, curiosando sul sito www.linferno.org  abbiamo acquisito qualche informazione in più sul personaggio e sulle sue opere.

Dal sito www.linferno.org

" Andrea Arnaboldi

Compositore, intraprende in giovane età gli studi di pianoforte e composizione. Diviene membro della Commissione Artistica Regionale dell'Anbima e di giurie presso prestigiosi concorsi corali nazionali. Contemporaneamente si laurea a pieni voti in scienze politiche presso l'Università Cattolica di Milano. Di formazione compositiva classica, si indirizza da sempre alla ricerca della teatralità del comporre musicale, adeguandolo ai generi musicali più disparati: dal melodramma alla musica corale polifonica, dalla canzone d'autore al dramma musicale. Sulla scorta di alcune importanti collaborazioni con Francesco Guccini e Fabrizio De Andrè, arrangia per ensemble corali opere degli stessi, all'interno di un progetto edito dalla EMI Music Italy e trasmesse regolarmente in TV e in radio. Autore eclettico, ha seguito le orme del melodramma italiano, perseguendo in particolar modo i lasciti della Scuola Verista, elaborando uno stile che coniuga l'accento drammatico del testo, nel solco della tradizione verdiana, e l'espressionismo verista, caratterizzato dall'impeto e dall'avvincente gioco timbrico sinfonico. Di grande impatto sono i suoi lavori su testi di poesia colta e a questo riguardo grande successo ha ottenuto uno dei suoi più importanti lavori, L'Aurora di Gerusalemme (2002), su libretto ispirato all'opera La Gerusalemme Liberata del Tasso. Si segnala come ultimo lavoro appunto Dante racconta l' Inferno, sulla stregua del poema dantesco di cui è autore del libretto, delle musiche e di diverse orchestrazioni " .

Complimenti Maestro !

E tantissimi auguri per un futuro costellato di ulteriori soddisfazioni ed altrettanto successo.  

 
Di Lorenzo (del 29/12/2009 @ 20:00:00, in Divagazioni, linkato 804 volte)

La delizia dei liquori di agrumi del Gargano può accompagnare, in tutte le stagioni, la fine di un buon pasto, anche con effetto digestivo.

Ma anche fuori pasto, da sorseggiare con squisiti dolcetti secchi, alla frutta, alla crema o al cioccolato, oppure semplicemente sul gelato.

Gli aranceti e i limoneti del Gargano, conferiscono al paesaggio un particolare colore, offerto proprio dai limoni e dalle arance, dando luogo ad un affascinante contrappunto con il verde-argenteo degli olivi ed il blu intenso del mare.

 Queste terre hanno dato vita a tradizioni che si tramandano da generazioni. Tra queste, una delle più importanti è sicuramente un'antica ricetta dalla quale si ricava un liquore chiamato "Limolivo" che è il parente stretto del più conosciuto "Limoncello".

 

Il Limoncello

Il “Limolivo” è uno squisito liquore amaro di ineguagliabile sapore antico. Racchiude in se l’armonia dei profumi delle arance, dei limoni e delle foglie di olivo, vera ricchezza delle aspre terre del Promontorio del Gargano. E’ lo sposalizio della natura con l’arte di racchiuderla in un liquore unico.

Il Limolivo

Tale prodotto, considerato un amaro dall’aspetto semipastoso, ha colorazione scura tipica di questa categoria di alcolici, seppure perfettamente fluido. E’ nato con l’intento di esaltare la bellissima colorazione che le foglie di olivo cedono all’alcool quando questo viene messo a contatto con esse.

Il “Limolivo” è una specialità del Gargano ed in particolare di Monte Sant’Angelo in provincia di Foggia, la località famosa per la presenza della Grotta di San Michele Arcangelo.

Si tratta di un posto affascinante da un punto di vista paesaggistico giacchè situato in collina con una bella vista sul mare; a pochi chilometri da Monte Sant'Angelo si trova la famosa località balneare di Mattinata.

Il Santuario di San Michele sorge all'incrocio delle strade che conducono a Manfredonia, a San Giovanni Rotondo, ove è sepolto Padre Pio da Pietrelcina, e alla Foresta Umbra. Entrando nel complesso, colpisce immediatamente il maestoso campanile detto anche la "Torre Angioina", eretto da Carlo I d'Angiò come ringraziamento a San Michele Arcangelo per la conquista dell'Italia meridionale, iniziato nel 1274 durante il Pontificato di Gregorio X (1271-1276), progettato dall'architetto Giordano, originario di Monte Sant’Angelo e completato nel 1282. La Torre era originariamente alta 40 metri, poi fu ridotta agli attuali 27 metri di altezza per motivi sconosciuti, secondo alcuni per effetto di un fulmine o per collocarvi le campane.

Ma lo spettacolo più affascinante, è offerto dalla Grotta di San Michele Arcangelo: la caverna, dall'irregolare volta rocciosa, che nell'arco dei secoli ha accolto milioni di pellegrini; sono presenti varie statue e bassorilievi, ma ciò che colpisce è proprio la conformazione davvero particolare della grotta, ascoltare una messa lì è esperienza emozionante per chiunque, anche per i non credenti.

E, in tale mistico contesto, sopravvivono anche ricette semplici ed antiche; non si tratta di lunghe e difficili distillazioni o di misture dagli ingredienti segreti, cose lontanissime dalla cultura contadina, ma di semplici infusioni in alcool di prodotti della terra del Gargano.

Il “Limolivo” è uno squisito liquore amaro di ineguagliabile sapore antico; racchiude in se l'armonia dei profumi delle arance, dei limoni e delle foglie di olivo, vera ricchezza delle aspre terre del promontorio del Gargano.

Il “Limoncello” è un piacevolissimo liquore prodotto artigianalmente dalla lenta e sapiente macerazione delle profumatissime scorze di limoni del Gargano.

Il Gargano, grazie alla sua composizione calcare, produce allo stato naturale un limone dal profumo inconfondibile.

Di “Limolivo” e di “Limoncello” se ne trova in commercio di ogni tipo e marca, ma quello che si riesce a preparare in casa, con le proprie mani, seguendo le semplici ricette tramandate dalle nostre nonne, è senza dubbio il più gustoso.

 

Ricetta del LIMOLIVO

Dose ridotta (prova)

Far macerare in 400 ml di alcool etilico le bucce di 2 limoni, 2 arance e 2 mandaranci (eliminare bene la parte bianca) e 5 foglie di olivo, per 10 giorni.

Filtrare bene l’infuso.

Portare ad ebollizione 600 ml di acqua con 300 gr. di zucchero.

Preparare 100 gr. di zucchero caramellato.

Amalgamare bene con un cucchiaio di legno tutti gli ingredienti precedentemente preparati ed imbottigliare il liquore così ottenuto.

Si consiglia di tenere la bottiglia di “Limolivo” in freezer e di servire il liquore ben ghiacciato in bicchierini.

Ricetta del LIMONCELLO

Dose ridotta (prova)

Far macerare in 400 ml di alcool etilico le bucce di 2 limoni, 2 arance e 2 mandaranci e, se disponibile, anche la buccia di un cedro (eliminare bene la parte bianca), per 10 giorni.

Filtrare bene l’infuso.

Portare ad ebollizione 600 ml di acqua con 400 gr. di zucchero.

Amalgamare bene con un cucchiaio di legno tutti gli ingredienti precedentemente preparati ed imbottigliare il liquore così ottenuto.

Si consiglia di tenere la bottiglia di “Limoncello” in freezer e di servire il liquore ben ghiacciato in bicchierini.

 

 

Percorrendo la lingua di terra che separa il Mare Adriatico dal Lago di Lesina, si incontrano “Torre Fortore - Lesina Marina” e “Torre Mileto”, due località balneari facilmente raggiungibili in quanto poco distanti dai rispettivi comuni di Lesina e Sannicandro Garganico.

E il vicino casello dell’uscita di “Poggio Imperiale” dell’autostrada A 14 assicura il comodo collegamento con ogni località italiana ed europea.

La spiaggia, dalla finissima sabbia dorata, si allunga a perdita d'occhio e segue ininterrottamente il litorale, regalando uno scenario davvero suggestivo, evidenziato dall'azzurro intenso del mare che lambisce la costa.

E, a largo, proprio di fronte, le stupende Isole Tremiti.

L'economia di “Torre Fortore - Lesina Marina” e di “Torre Mileto” (o Maletta) è basata soprattutto sul turismo estivo e sulla pesca.

Oltre agli insediamenti abitativi, negli ultimi anni sono sorti numerosi villaggi turistici, moderne strutture di ricezione alberghiera, parchi acquatici e campeggi attrezzati.

 

Duna Isola del Bosco

Rara la bellezza dei paesaggi che si estendono nella selvaggia “macchia mediterranea”, conservando il fascino delle dune tra mare e lago, tra piante di mirto, rosmarino e liquirizia, cespugli di asparagina, rovi di more e rucola spontanea.

Vaste pinete, a ridosso della spiaggia, si alternano ad oliveti millenari e lussureggianti pianure, ricche di vegetazione di ogni genere, si alternano a monti frastagliati man mano che il promontorio del Gargano si fa più prossimo.

La duna, che da Torre Fortore porta a Punta Pietre Nere, fa da cornice all’insediamento turistico di Lesina Marina, con un’ampia spiaggia costeggiata da una fitta boscaglia, ricca di vegetazione e profumata di piante particolari.

 

Punta Pietre Nere

 

A “Torre Mileto”, invece, c’è anche l’alternativa di coste rocciose che si calano a picco sul mare, offrendo agli appassionati l’opportunità di effettuare immersioni subacquee per pescare o solamente per osservare gli interessanti fondali marini.

Ma cosa sta succedendo a “Torre Fortore - Lesina Marina”, ove si parla già da qualche anno di “dissesto idrogeologico”, e a “ Torre Mileto” ove si parla di abusivismo edilizio su area demaniale?

Per “Torre Fortore – Lesina Marina” si riporta un articolo del 7 agosto 2008 tratto dal sito: www.teleradioerre.it

« Lesina Marina, case a rischio per dissesto idrogeologico. L'anno scorso di questi tempi a Lesina Marina a fare paura erano le fiamme. Quest'anno invece l'acqua del mare che, tramite il canale che la collega al lago, penetra nella falda e scioglie i tetti in gesso delle cavità , quanto basta per mettere a rischio la stabilità degli edifici sovrastanti. Tre i condomini già sgomberati. Per altre 300 case, che potrebbero diventare 450, il rischio è dietro la porta. Le oltre 30mila persone che risiedono nella località di mare, a due passi da Lesina, sono fortemente preoccupate dall'aggravarsi del fenomeno del dissesto idrogeologico del quale si è occupato anche il Prefetto ……….., che si è detto favorevole alla chiusura dell'intero villaggio. Il sindaco di Lesina ……………. cerca di non creare ulteriori allarmismi ma pare abbia chiesto ad alcuni residenti di autofinanziare i sondaggi geologici per capire quali stabili sarebbero in pericolo. Se queste risposte tecniche ai possibili rischi di crollo non arriveranno entro 20 giorni, i condomini interessati dovranno essere chiusi previa ordinanza di sgombero del Comune. La situazione è tesa e si aggrava proprio nel clou della stagione estiva, scatenando preoccupazioni negli operatori che temono la crisi. Per evitare però la situazione diventi oggetto di strumentalizzazioni, il sindaco ………….. ha convocato per domani alle 19.00 all´hotel 'Lesina' una conferenza per aggiornare sulla vicenda. All'incontro parteciperanno proprietari di immobili, esperti in materia, villeggianti, operatori turistici e rappresentanti del mondo politico. Marzia Campagna ».

Con decreto del 31/10/2008, il Presidente del Consiglio dei Ministri ha dichiarato lo stato di emergenza sino al 12 dicembre 2009 stante l’accertata grave situazione di pericolo per la pubblica incolumità causata dai crolli improvvisi del suolo. Le rocce gessose sottostanti, infatti, per effetto delle infiltrazione di acqua dal canale “Acquarotta” si stanno sciogliendo. Il grave fenomeno provoca danni al demanio ed alla proprietà privata.

Il Comune di Lesina avrebbe già emanato un bando di gara pubblica per gli “Interventi di messa in sicurezza del territorio comunale in località Lesina Marina interessato da fenomeni di dissesto idrogeologico”, per un importo do oltre due milioni di euro, ed i lavori sarebbero in corso di esecuzione.

Per “Torre Mileto” si riporta un articolo del 12 luglio 2009 tratto dal sito:

 www.sannicandrogarganico.org

« Legambiente: “Giù il villaggio di Torre Mileto”.

“Abbattere il villaggio di Torre Mileto”. A chiederlo con forza è Legambiente che lo ha inserito nella Top Five degli ecomostri nazionali. La notizia arriva da Bari dove questa mattina la squadra di tecnici di “Goletta Verde”, proprio a bordo dell’imbarcazione ambientalista, ha illustrato le criticità del mare e delle coste pugliesi. “Abbattere è la parola d’ordine per vincere la guerra contro il cemento illegale” , ha dichiarato …………, presidente Legambiente Puglia che ha deciso di scrivere anche al sindaco di Lesina, per chiedere che si attivino al più presto le procedure per l’abbattimento di quella cerniera di cemento illegale a Torre Mileto. Altro problema, oltre l’abusivismo, è l’inquinamento alle foci dei fiumi. In Puglia, i biologi di”Goletta verde” hanno rilevato ben 9 punti critici: quattro di questi in provincia di Foggia. Fortemente inquinate le foci dell’Ofanto, del Candelaro e del Fortore, un po’ meno quella di Varano. Per la costa pugliese i dati non sono però solo negativi. La Puglia vanta un’altissima percentuale di balneabilità (98,3%), risulta anche la più premiata dopo Sardegna e Toscana sulla Guida di Legambiente e Touring Club, con ben 36 località consigliate per paesaggi, accoglienza turistica, fondali particolarmente interessanti, luoghi di interesse storico culturale e pulizia del mare e delle spiagge. Tra queste conquista quattro vele Chieuti, in provincia di Foggia ».

Pare che siano in corso trattative per la sanatoria di alcuni immobili (abusivi) realizzati al di fuori dell’area demaniale, contro l'abbattimento delle costruzioni abusive insistenti in area demaniale, per il ripristino dei principali valori ambientali del territorio, ovvero della fascia costiera fino a ottanta metri dalla battigia.

A quando la risoluzione di tutti questi problemi?

 
Di Lorenzo (del 31/08/2009 @ 22:25:00, in Divagazioni, linkato 481 volte)

La “Cantina Ferrazzano” di Poggio Imperiale è di recente costruzione e fonda le sue radici in un territorio ricco di tradizione, conciliando con i valori di un tempo le più moderne ed innovative tecniche di produzione.

Può veramente un calice di vino raccontare millenni di storia umana?

 

 

E’ grazie alla perspicacia e la determinazione di Giuseppe Ferrazzano, che dopo ben 21 anni di permanenza in Toscana, terra di grandi e pregiati vini italiani, nel 2006 è tornato al suo paese di origine, Poggio Imperiale, ed ha acquistato un podere in località “Fucicchia” per impiantarvi dei vigneti.

La passione per i vigneti e per la produzione del vino Giuseppe (Peppino per gli amici) ce l’ha nel sangue; già suo padre Michele svolgeva il mestiere di “vignaiuolo” presso i vigneti “del Conte” di Santo Spirito e di San Nazario ed ancor prima il nonno Pietro presso i vigneti e la cantina dei “Nista”.

Una passione che Peppino sta cercando ora di trasmettere anche ai suoi figli.

 

 

L’attuale varietà riguarda 3 ettari di uve “Montepulciano” dalle quali ricava un vino rosso da 13,5 gradi; 1 ettaro e mezzo di uve “Merlot” dalle quali ricava un vino rosso da 14,5 gradi ed 1 ettaro e mezzo di uve "Syrah" dalle quali ricava un vino rosso da 14 gradi.

Il sistema di “allevamento” è quello denominato “cordone speronato”, la resa è di circa 80 quintali per ettaro e la produzione avviene attraverso una diraspatura e pigiatura soffice, con maceratura di 15 giorni alla temperatura di 27 – 29° C

 

I vini prodotti hanno ottenuto la classificazione IGT Puglia (Indicazione Geografica Tipica Puglia) e sono venduti direttamente presso la cantina di produzione sfusi o imbottigliati, ma possono anche essere ordinati telefonicamente con consegna a domicilio in ogni località italiana od estera.

Oltre ai vini “Moltepulciano”, “Merlot” e “Syrah”, la “Cantina Ferrazzano ricava dalle sue uve due ulteriori speciali vini: il “Fucicchia” ed il “Rosè”.

FUCICCHIA

Il “Fucicchia” è prodotto da uve Montepulciano e Merlot, due vini di grande carattere che, combinati insieme, danno come risultato un gusto intenso e piacevole.

Robusto e di grande struttura, questo vino si sposa perfettamente con carni rosse, sughi e pietanze dal sapore intenso.

Colore: rosso rubino intenso

Varietà: Montepulciano 65% Merlot 35%

Classificazione: IGT Puglia

ROSE’

Il “Rosè” è ottenuto da uve Montepulciano ed è caratterizzato da un colore rosa limpido.

E’ un vino delicato, ma dal gusto aromatico e deciso, perfetto per accompagnare pietanze leggere come carni bianche o pesce.

Ottimo come aperitivo, servito ad una temperatura di 10 – 12° C

Colore: rosa limpido

Varietà: Montepulciano

Classificazione: IGT Puglia

 

Sull’etichetta delle bottiglie del vino rosso “Fucicchia” si legge: “Un calice di vino racconta millenni di storia umana”.

Sarà poi vero?

Varrebbe la pena togliersi il dubbio gustando di persona un buon bicchiere di vino spillato direttamente dalla botte nella cantina da Peppino.

Ma forse anche a casa propria…non è male!

La “Cantina Ferrazzano” si trova a Poggio Imperiale (Foggia) in via San Severo snc, ma è raggiungibile anche telefonicamente (TEL/FAX +39 0882 997999 – cell. +39 329 7157577) o via internet: www.cantinaferrazzano.com;  info@cantinaferrazzano.com:

 

 
Di Lorenzo (del 21/04/2009 @ 12:09:59, in Divagazioni, linkato 514 volte)

La musicalità della canzone “Malafemmena” di Totò (Antonio De Curtis) ha conquistato, con il passare degli anni, sempre maggiori schiere di estimatori, e non solo tra napoletani ed italiani in genere, confluendo ormai nel novero di quelle canzoni che illustrano ed identificano l’Italia nel mondo, come “O sole mio”, “Volare”, e tante altre.

Una canzone che è peraltro entrata nel repertorio di molti grandi artisti, anche di musica classica.

Totò non fu soltanto il grande attore che tutti conosciamo; fu anche un grande poeta dialettale ed un ottimo compositore di liriche per canzoni di grande successo.

“Malafemmena” è una canzone senza tempo, con una melodia penetrante, coinvolgente e profonda al tempo stesso; al punto che il reale significato delle parole del testo sembra svanire nel nulla.

Proprio così!

Un testo pesante; molto pesante anche per l’epoca in cui essa fu scritta da Totò.

Sono un grande ammiratore ed estimatore di Totò i cui film, poesie e canzoni hanno sicuramente contribuito alla formazione di noi ragazzi del tempo.

Sono nato nell’immediato dopoguerra e sono stato un assiduo frequentatore del “Cinema Imperiale” di Poggio Imperiale in provincia di Foggia, ove i film di Totò sono passati davvero tutti, sia quelli in bianco e nero, sia quelli a colori successivamente.

Totò non è nuovo a “battute pesanti” ovvero ad “insulti ed improperi”.

Ciò, tuttavia, sempre in contesti caratterizzati da situazioni ironiche-sarcastiche, tragicomiche od altro.

I versi della canzone “Malafemmena” trascendono invece verso un livello di “volgarità”, gratuita, se vogliamo, nei quali è veramente difficile riconoscere come autore proprio Totò.

Totò, che gli uomini li ha sempre “sckjfati”, amava le donne!

Quelle “bbone” (diceva lui) ed in verità un po’… “sckjfava” le “racchie” (diceva sempre lui).

Proprio non lo vedo Totò che apostrofa il gentil sesso con il termine “donnaccia” o che dice: “”Se tu avessi fatto ad un altro quello che hai fatto a me, quest’uomo ti avrebbe ammazzata, tu vuoi sapere perché? Perché su questa terra, donne come te non devono esistere per un uomo onesto come me””.

Ed ancora: “”Ma Dio non te lo perdona, quello che hai fatto a me!””.

Riporto, qui di seguito, l’intero testo della canzone napoletana, con la traduzione in italiano riportata tra parentesi.

Malafemmena (Donnaccia)

Si avisse fatto a n'ato

(Se tu avessi fatto ad un altro)

chello ch'e fatto a mme

(quello che hai fatto a me)

st'ommo t'avesse acciso,

(quest’uomo ti avrebbe ammazzata)

tu vuò sapé pecché?

(tu vuoi sapere perché?)

Pecché 'ncopp'a sta terra

(Perché su questa terra)

femmene comme a te

(donne come te)

non ce hanna sta pé n'ommo

(non devono esistere per un uomo)

onesto comme a me!...

(onesto come me)

Femmena

(Donna)

Tu si na malafemmena

(Tu sei una donnaccia)

Chist'uocchie 'e fatto chiagnere..

(Questi occhi hai fatto piangere..)

Lacreme e 'nfamità.

(Lacrime di infamità)

 Femmena,

(Donna,)

Si tu peggio 'e na vipera,

(Sei tu peggiore di una vipera,)

m'e 'ntussecata l'anema,

(mi hai avvelenato l’anima)

nun pozzo cchiù campà.

(non posso più vivere).

Femmena

(Donna)

Si ddoce comme 'o zucchero

(Sei dolce come lo zucchero)

 però sta faccia d'angelo

(però questa faccia d’angelo)

te serve pe 'ngannà...

(ti serve per ingannare...)

Femmena,

(Donna,)

tu si 'a cchiù bella femmena,

(tu sei la più bella delle donne,)

 te voglio bene e t'odio

(ti voglio bene e ti odio nel contempo)

nun te pozzo scurdà...

(non posso dimenticarti…)

Te voglio ancora bene

(Ti voglio ancora bene)

Ma tu nun saie pecchè

(Ma tu non sai perché)

pecchè l'unico ammore

(perché l’unico amore)

si stata tu pe me...

(sei stata tu per me…)

E tu pe nu capriccio

(E tu per un capriccio)

 tutto 'e distrutto,ojnè,

(hai distrutto tutto, purtroppo,)

Ma Dio nun t'o perdone

(Ma Dio non te lo perdona)

chello ch'e fatto a mme!...

(quello che hai fatto a me!...)

Né è possibile dare credito alla versione che si è andata accreditando da tempo, secondo la quale Totò avrebbe dedicato la canzone alla giovanissima e bella Silvana Pampanini, che lo avrebbe rifiutato.

Traspare piuttosto la "rabbia" e il "livore" dell'uomo tradito dalla sua donna amata (...e tu per un capriccio hai distrutto tutto purtroppo...).

Così dice Silvana Pampanini (si riporta integralmente il testo pubblicato su vari Siti Internet):

“” Totò era veramente un gentleman dalla punta dei capelli fino alla punta dei piedi, era un professionista favoloso, molto signore, molto gentile e molto bravo. Totò non era bravo soltanto come attore comico, Totò era un grandissimo attore drammatico, anche se è stato sfruttato in film troppo facili, film commerciali di qua, film commerciali di la. La comicità vera è quando tu con niente fai ridere e interpreti veramente e non son soltanto facendo delle battute, la comicità non è soltanto questo. Con lui ho fatto tra l'altro 47 morto che parla, che era poi L'avaro di Molière. In 47 morto che parla c'è dentro questa beffa, c'è la satira, c'è dentro la comicità, in fondo c'è dentro un pò di tutto, non è il filmettino così. Totò aveva un'ammirazione immensa per me, certo ero molto giovane, ma con una discrezione tale, con una signorilità tale. Mi faceva capire che mi voleva molto bene, che mi voleva sposare, ne aveva parlato con papà che però gli diceva: "Totò, guardi, Silvana è una ragazzina, non ci pensa proprio a queste cose". Era sempre molto gentile e carino, nel camerino mi faceva trovare i mazzolini di fiori, quelli tutti montati con il pizzo sotto delicatissimo, il profumo, i cioccolatini. Un giorno venne da me per dirmi: "Silvana, ci pensi". Allora a me uscì quella frase che avrei voluto riprendere ma non si poteva più, ormai era detta: "Totò, io ti voglio molto bene, ma come a un padre". Ecco. Lui però ha capito e ha continuato a volermi molto bene, siamo rimasti sempre amici. Ci siamo incontrati tante volte e anzi lui mi adorava ancora di più proprio pensando che ero una ragazza a posto e che non avevo approfittato di questa situazione “”.

 

 
Di Lorenzo (del 16/12/2008 @ 18:58:52, in Divagazioni, linkato 230 volte)

I piatti della tradizione paesana “tarnuèse” (di Poggio Imperiale) sono quelli tipici della cucina pugliese in generale, ma risentono molto dell’influenza molisano-abruzzese dovuta, non solo alla vicinanza del paese alla Regione Molise, ma anche agli antichi rapporti che intercorrevano tra i due popoli ai tempi della “transumanza” delle pecore dalle montagne abruzzesi alle pianure pugliesi e viceversa.

Si tratta di piatti semplici preparati per lo più con i prodotti locali che fanno esaltare la genuinità dei cibi.

All'elencazione che segue deve essere attribuito un semplice valore indicativo e non esaustivo, poichè molteplici sono i modi di preparare, a Poggio Imperiale, verdure, pesce, carne, dolci, ecc.  

 - U cavedélle (bruschetta condita con olio, sale ed eventuale aglio e peperoncino); una varietà particolare è rappresentata dallo scijcàtta muglijere che viene bagnato e rimesso sulla graticola;

- Pane e pemmedòre (pane, pomodoro, olio, sale e origano);

- A fellàte (antipasto di salsiccia, soppressata, prosciutto, caciocavallo, ecc.);

- Cozzel’a nere e cozzel’a bianche (cozze, vongole in tutte le salse);

- Cuchijglie (telline) crude o a zuppa (ciavedèlle de cuchijglie);

- Zuppe di pescije (zuppa di pesce preparata con i prodotti locali);

- Mulagname o scarcioffele a rrechijene (melanzane o carciofi ripieni);

- Menèstre d’anguille (zuppa di anguilla con verdure di campo selvatiche);

- Panecotte (pane raffermo cotto con verdure di campo selvatiche);

- Fave e cecorije (purea di fave secche con cicoria di campo);

- Recchijetèlle, cecatèlle, laine, past’a la chitarre, ‘ndorcele o trocchele, tagliuline (pasta fatta rigorosamente a mano: orecchiette, cavatelli, pappardelle, pasta alla chitarra, troccoli, tagliolini);

- U brudétte (è il piatto di Pasqua e si prepara con agnello o capretto, asparagi selvatici locali, formaggio e uova; alcune varietà ammettono anche cardi selvatici “carducce” e finocchi);

- U jallucce a rrechijne (è il piatto di ferragosto e si prepara imbottendo accuratamente il galletto ruspante con uova, formaggio ed interiora);

- I turcenélle arrestùte (speciali fagottini preparati con le interiora dell’agnello o capretto: il fegato con formaggio, prezzemolo, sale, aglio e peperoncino viene avvolto nella rézze con le budelline);

- I brascijole (involtini di manzo, di vitello o anche di cavallo al sugo (con peperoncino piccante) con il quale vengono conditi i piatti di pasta fatta in casa;

- U rote de patàne a u furne (la classica teglia pugliese al forno: agnello o capretto, patate, lampascioni, aglio, olio e sale);

- Sausicchije e fedacàccie (salsiccia con semi di finocchio e salsiccia di fegato preparati alla brace o anche al sugo per condire i primi piatti);

- I cardarélle (i funghi cardoncelli locali preparati con aglio, prezzemolo, olio, sale e peperoncino, alla griglia, o anche in umido o semplicemente fritti indorati;

- I cucuccèlle fritte ‘ndurate (zucchine tagliate a rondelle fritte indorate);

- I nèvele (dolci natalizi: rosette di pasta fritte o al forno e condite con mosto cotto locale);

- I cavezune (dolci natalizi: calzoni di pasta al forno con ripieno di ceci passati, mosto cotto, mandorle e cioccolato);

- I scarpélle (pasta lievitata e fritta a forma di bastoncini irregolari);

- I taralluccije (i classici tarallucci con i semi di finocchio che si consumano al naturale o bagnati nel vino rosso locale);

- I puperate (dolci di pasta lievitata al forno a forma di ciambelle; alcune varietà “puperate selvaggije” vengono preparate con l’aggiunta di cacao, cioccolato, mosto cotto, mandorle, arancia grattugiata e cannella);

- I puccellàte (dolci a forma di treccia con superfice lucida di colore simile al mogano ottenuta con lo spennellamento del tuorlo d’uovo sbattuto prima di infornarli). 

 
Pagine: 1