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09/09/2010 @ 2.27.14
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Lorenzo (del 22/03/2010 @ 17:13:55, in Storia, linkato 99 volte)

Il 21/10/2088 ho pubblicato su questo mio stesso sito www.paginedipoggio.com => Blog “Come la penso io!”  l’articolo dal titolo “YAD VASHEM IL MUSEO DELL’OLOCAUSTO DI GERUSALEMME: la didascalia contestata”, per parlare delle emozioni che avevo provato l’anno prima, in occasione della visita al Museo con mia moglie.

L’articolo risulta essere stato “linkato” oltre 1000 volte e diversi sono i “commenti” pervenuti.

Riporto qui di seguito, per gli interessati che avessero voglia di approfondire poi l’argomento sul sito internet http://www.vaticanfiles.splinder.com, il “commento” inviato dal Prof. Matteo Luigi Napolitano il giorno 8/2/2010:

« Ho avuto l'onore di far parte della delegazione vaticana, incaricata di una missione scientifica a Yad Va-shem, preparatoria della visita del Santo Padre. L'8 e 9 marzo 2009 abbiamo discusso a porte chiuse della questione di Pio XII e della didascalia. I nostri lavori di "commissione mista" Vaticano-Yad Va-shem saranno resi noti quest'anno, con un volume di atti di quella conferenza (che doveva restare segreta ma di cui si seppe presto; come si può vedere anche su You Tube). Posso assicurare che i lavori si sono svolti in un clima di grande dialogo e di comprensione, e che la didascalia in questione, per come è formulata, anche a Yad Va-shem non è condivisa da molti. Sulla didascalia ho fatto uno studio approfondito che si potrà leggere su vaticanfiles.splinder.com. Matteo Luigi Napolitano».

Sul Prof. Matteo Luigi Napolitano

[Dal sito internet: http://www.vatican.va]:

Il 23 agosto 2005 il Prof. Matteo Luigi Napolitano è stato nominato delegato del Pontificio Comitato di Scienze Storiche presso l’International Committee for the History of the Second World War, in sostituzione di P. Pierre Blet che ha lasciato la carica per sopraggiunti limiti di età.

Matteo Luigi Napolitano, nato nel 1962 a S. Severo (Foggia), insegna Storia delle Relazioni internazionali all’Università degli Studi del Molise. È autore dei volumi "Mussolini e la Conferenza di Locarno" (Urbino, 1996), "Un ponte tra Vangelo e cultura" (con Ornella di Pumpo, Roma, 1998), "Pio XII tra guerra e pace" (Roma, 2002), "Il Papa che salvò gli Ebrei" (con Andrea Tornielli, Casale Monferrato, 2004), "Angelo Giuseppe Roncalli/Giovanni XXIII" (Milano 2004), "Pacelli Roncalli e i battesimi della Shoah" (con Andrea Tornielli, Casale Monferrato, 2005). Ha pubblicato diversi saggi di storia diplomatica e delle relazioni internazionali, fra i quali "Reassessing Italy’s Postwar Choices" (1995), "Trieste 1948: un problema diplomatico e nazionale"(1998), "Pio e il XII e il Nazismo" (2001), "La Santa Sede e la Germania nazista" (2003). Si occupa di storia della diplomazia vaticana, di relazioni euro-atlantiche e di documentazione sul nazismo e sulla Guerra fredda. Collabora con la rivista "La Civiltà Cattolica".

[Dal sitio internet: http://polistampa.com]:

(…) Dirige la collana «Officine di Storia europea» dell’Istituto Poligrafico dello Stato, per la quale ha curato il volume Le possibili Europe. Storia, diritti, conflitti (2009) e Diplomazia delle risorse. Le materie prime e il sistema internazionale nel Novecento (con Massimiliano Guderzo, 2004). Ha pubblicato, inoltre, diversi saggi di storia diplomatica e delle relazioni internazionali.

Opere a cura di Matteo Luigi Napolitano su LeonardoLibri:

Diplomazia delle risorse. Le materie prime e il sistema internazionale nel Novecento. a cura di Massimiliano Guderzo, Matteo Luigi Napolitano. © Polistampa 2004, cm 17x24, pp. 596, br., € 28,00

L’America Latina tra guerra fredda e globalizzazione. a cura di Massimiliano Cricco, Maria Eleonora Guasconi, Matteo Luigi Napolitano. © Polistampa 2010, cm 17x24, pp. 168, br., € 14,00

 
Di Lorenzo (del 08/03/2010 @ 13:50:00, in Storia, linkato 131 volte)

Anche a Poggio Imperiale il “Giorno del Ricordo” … per non dimenticare.

Le vittime dello sterminio di massa non hanno colore politico!

In memoria delle vittime delle “foibe” (1) e dell’esodo dalle loro terre di istriani, fiumani e dalmati, un tempo cittadini italiani, si celebra in Italia il 10 febbraio di ogni anno il “Giorno del Ricordo”, istituito con la legge n. 92 del 30 marzo 2004.

 

 Il "Giorno del Ricordo"

presso la Biblioteca Multimediale

di Poggio Imperiale

La legge segna un mutamento di atteggiamento da parte della comunità nazionale nei confronti delle vittime e degli esuli di quei tragici eventi della nostra storia patria.

Questo il testo della legge:

« La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale "Giorno del Ricordo" al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale. Nella giornata [...] sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado. È altresì favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende. Tali iniziative sono, inoltre, volte a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell'Istria, di Fiume e delle coste dalmate, in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e negli anni presenti, allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica ed altresì a preservare le tradizioni delle comunità istriano-dalmate residenti nel territorio nazionale e all'estero ».

Un segnale di grande civiltà.

Con la legge n. 211 del 20 luglio 2000, l’Italia aveva istituito il “Giorno della Memoria”, aderendo in tal modo alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come giornata in commemorazione delle vittime del nazismo e dell'Olocausto e in onore di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati.

Il testo dell'articolo 1 della legge così ne definisce le finalità:

« La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati ».

  Il "Giorno del Ricordo"

presso la Biblioteca Multimediale

di Poggio Imperiale

E, quindi, anche a Poggio Imperiale, dopo il “Giorno della Memoria”, con l’interessante Mostra Bibliografica sulla Shoah e la commemorazione di tre suoi concittadini morti nel Lager nazisti - di cui ho avuto già modo di parlare nell’articolo “Tre le vittime di Poggio Imperiale nei Lager nazisti!”, pubblicato su questo stesso sito il giorno 7 febbraio 2010 - sabato 27 febbraio 2010, presso la locale “Biblioteca Multimediale”, è stato celebrato il “Giorno del Ricordo”.

Nel corso della cerimonia sono state lette testimonianze dei familiari delle vittime delle “foibe” e proiettati alcuni video.

Nell’occasione è stato ricordato il Sotto Brigadiere di terra della Regia Finanza Vincenzo De Ninno, nativo della vicina cittadina di Lesina ed in servizio a Trieste (2), barbaramente trucidato e infoibato dai partigiani titini (3) ai primi di maggio del 1945.

L’iniziativa, patrocinata dal Comune di Poggio Imperiale, è stata organizzata dall’Assessore alla Cultura Antonio Mazzarella unitamente agli “Amici della Biblioteca”.

Alla commemorazione era presente l’Assessore alla Cultura di Lesina, rappresentanti dell’A.N.F.I. (Associazione Nazionale Finanzieri Italiana) e il parroco di Poggio Imperiale don Luca De Rosa.

Lo scorso anno, proprio nella ricorrenza del “Giorno del Ricordo”, il comune di Lesina ha intitolato una piazza al suo compianto concittadino, al quale è stata intitolata anche la Sezione A.N.F.I. lesinese, che annovera tra gli iscritti pure “finanzieri” di Poggio Imperiali in servizio e in pensione.

 

Il Sotto Brigadiere di terra della Regia Finanza Vincenzo De Ninno

 

NOTE:

(1) Foibe: Cavità naturali presenti nel Carso, tra l’Istria e Trieste.

(2) La tragedia che si è consumata ha riguardato migliaia di cittadini triestini, soldati ed appartenenti alle forze di Polizia, fra i quali circa 350 Finanzieri che prestavano servizio a Trieste e nell'Istria, compresi i 97 Finanzieri prelevati dalla Caserma di Via Campo Marzio (fra questi vi era anche Vincenzo De Ninno); il 2 maggio 1945 tutti impietosamente trucidati nelle foibe per il solo motivo, come a suo tempo precisò il Presidente della Repubblica On. Scalfaro, “che molte delle persone eliminate erano colpevoli soltanto di essere italiane”.

(3) Partigiani titini: Molte delle vittime italiane barbaramente trucidate e infoibate non erano affatto militanti fascisti; erano normalissime e pacifiche persone che dimoravano negli ex territori della Jugoslavia un tempo italiani, ma anche a Trieste e località limitrofe. La caccia all’italiano faceva parte della strategia di Tito (il maresciallo Tito era il Presidente della Jugoslavia), che voleva annettersi anche Trieste ed altre zone del Friuli. I partigiani titini (da Tito), appoggiati dai partigiani comunisti italiani, effettuarono vere e proprie incursioni armate contro popolazioni inermi. E, poi, un colpo alla nuca, e giù nelle foibe. Almeno diecimila persone, negli anni drammatici a cavallo del 1945, sono state torturate e uccise dagli jugoslavi a Trieste e nell'Istria. Il 10 febbraio è il giorno che l'Italia dedica alla memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle “foibe” e dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione della “Giornata del Ricordo” del 2007, ha detto che “va ricordato l’imperdonabile orrore contro l’umanità costituito dalle “foibe”, ma egualmente l’odissea dell’esodo e del dolore e della fatica che costò a fiumani, istriani e dalmati ricostruirsi una vita nell’Italia tornata libera e indipendente ma umiliata e mutilata nella sua regione orientale. E va ricordata (…) la congiura del silenzio, la fase meno drammatica ma ancor più amara e demoralizzante dell’oblio”.  

 
Di Lorenzo (del 07/02/2010 @ 11:56:52, in Storia, linkato 206 volte)

Ernesto Braccia, Nicola Verzino e Giuseppe Zangardi

Poggio Imperiale ha voluto commemorare quest’anno i suoi tre concittadini morti nei LAGER nazisti e, più precisamente, nei campi di concentramento e di prigionia di Dachau, Gross Lubars e Kaiserslauter, in Germania.

Un evento che ha avuto luogo domenica 31 gennaio scorso presso la Biblioteca Multimediale, a conclusione di una Mostra Bibliografica sulla SHOAH allestita presso la medesima Biblioteca dal 27 al 31 gennaio, in occasione della giornata della Memoria che ricorre il giorno 27 di gennaio.

La Mostra ha registrato notevole affluenza di visitatori ed anche il circuito delle visite riservate alle scolaresche è risultato di particolare interesse.

 

Visite delle scolaresche alla Mostra Bibliografica della Shoah

 E’ importante che anche le nuove generazioni abbiano conoscenza di quanto è avvento … perché ciò non abbia mai più a ripetersi!

 “Poggio Imperiale – Dachau 65 anni dopo”

Commemorazione dei concittadini deportati e morti nei lager nazisti

Questo il tema che ha fatto da sfondo alla cerimonia di commemorazione, presieduta dal Sindaco, con l’intervento dell’Assessore alla cultura e la testimonianza di alcuni reduci del secondo conflitto mondiale.

La cittadinanza è intervenuta numerosa.

Si riporta, qui di seguito, l’articolo pubblicato dalla “Gazzetta del Mezzogiorno” del 4 febbraio 2010, concernente la manifestazione.

 

La pagina della "Gazzetta del Mezzogiorno" del 4 febbraio 2010

Si trascrive integralmente il testo dell'articolo.

« Ernesto, Nicola e Giuseppe uccisi dai nazisti. Poggio Imperiale ricorda le sue vittime nei campi di concentramento. Uno a casa non è più tornato. Gli altri due sono tornati nel paese natìo anni dopo la morte. E per la prima volta il paese che ha dato loro i natali, Poggio Imperiale, li ha voluti ricordare tutti e tre, in occasione della giornata della Memoria. La cerimonia domenica scorsa, nella biblioteca multimediale. Il ricordo, quello delle tre vittime terranovesi [anche così chiamati i poggioimperialesi] in campi di prigionia o di concentramento. Le storie di Ernesto Braccia, Nicola Verzino e Giuseppe Zangardi, tutti catturati dai tedeschi dopo la firma dell’armistizio, l’8 settembre 1943, sono state ricostruite da Antonio Mazzarella, assessore alla cultura e appassionato di storia locale, incrociando i dati ufficiali, le testimonianze orali e i ricordi delle famiglie. Ernesto Braccia nacque nel 1909 e morì il 31 gennaio del 1945 nel campo di concentramento di Gross Lubars, in Germania. Qualche elemento in più si conosce sulla vita di Nicola Verzino, nato nel 1925, morto il 27 luglio del 1945 nel campo di prigionia di Kaiserslauter, sempre in Germania. Verzino era un carabiniere e fu catturato in Francia. Fu facilmente individuato perché non volle liberarsi della divisa da carabiniere, che lo avrebbe reso facilmente riconoscibile. Sembra sia morto di stenti nel campo di prigionia. Anche Giuseppe Zangardi morì nel 1945, in uno dei campi di morte più tristemente noti nell’epopea dell’Olocausto, quello di Dachau. Sul braccio gli avevano tatuato il numero 54397. La sua morte sei settimane prima che il campo venisse liberato dalla 45esima divisione di fanteria dell’esercito americano. Diverse le sorti delle spoglie dei tre terra novesi dopo la loro morte. Ernesto Braccia e Nicola Verzino furono sepolti in fosse singole, i loro corpi quindi furono recuperati e tornarono a Poggio Imperiale il primo nel 1995, il secondo nel 1958. Il corpo di Giuseppe Zangardi invece fu tumulato in una fossa comune, e i resti mai ritrovati. Mazzarella ha incrociato le storie dei tre deportati durante la stesura del testo, “L’album dei ricordi di Poggio Imperiale narrato dalle immagini”, scritto con Giovanni Saitto. “Nello scrivere il libro, nel 2006 – spiega – e nel ricordare i nostri morti, in tutte le guerre, abbiamo fatto ricerche più dettagliate proprio sui tre deportati e quest’anno abbiamo voluto dedicare loro un ricordo più sentito, per farli conoscere anche ai più giovani”. Un ricordo che non si fermerà alla giornata della Memoria, poiché l’assessore ha annunciato che l’amministrazione comunale intitolerà ai tre deportati una piazzetta e nei prossimi mesi una delegazione si recherà a Dachau per deporre una lapide in pietra con il nome del terra novese che non è più tornato a casa [Ste. Lab.]».

Un momento della commemorazione del 31 gennaio 2010

In primo piano l'Assessore alla cultura ed il Sindaco sullo sfondo

 La manifestazione è stata organizzata dall’Assessorato alla Cultura in collaborazione con gli amici della Biblioteca Comunale di Poggio Imperiale.

Il Giorno della Memoria … per non dimenticare … mai!

Il 21.10.2008 ho pubblicato su questo mio stesso sito www.paginedipoggio.com => (Blog: Come la penso io! ), nella sezione “Viaggi”, un articolo dal titolo: «YAD VASHEM IL MUSEO DELL’OLOCAUSTO: la didascalia contestata ».

L’articolo risulta, ad oggi, linkato ben 926 volte: è segno che ha destato interesse.

Quella sintesi di viaggio aveva l’intento di partecipare anche ad altri le emozioni provate nel corso della visita che io e mia moglie avevamo fatto nella primavera del 2007 allo Yad Vashem di Gerusalemme.

Dicevo, allora, che “Lo Yad Vashem è il memoriale dei sei milioni di ebrei deportati e uccisi dai nazisti. Tante foto, documenti, lettere, indumenti di ogni tipo, ricostruzione fedele di campi di concentramento e di tradotte (treni) militari, libri, oggetti personali dei deportati, ecc. Una cosa davvero toccante, che ti lascia dentro un senso di pietà e di impotenza al tempo stesso, ma che ti scatena anche sentimenti di rabbia per tutto quanto è potuto accadere”.

Ma i crimini commessi dai nazisti nei campi di concentramento non riguardano naturalmente solo gli ebrei; riguardano anche tanti altri uomini e donne, compresi i nostri tre concittadini che la comunità di Poggio Imperiale ha voluto commemorare e, a buona ragione, l’intera umanità per l’efferatezza con cui sono stati perpetrati.

In proposito, Renzo Gattegna, Presidente Unione Comunità Ebraiche Italiane, sostiene che “nei campi di concentramento nazisti sono stati commessi crimini di incredibile efferatezza. Tali crimini non furono commessi solo contro il popolo ebraico e gli altri popoli e categorie oppressi, ma contro tutta l’umanità, segnando una sorta di punto di non ritorno nella Storia. L’umanità esige che ciò che è avvenuto non accada più, in nessun luogo e in nessun tempo. E’ di enorme importanza che le nuove e future generazioni facciano proprio questo insegnamento nel modo più vivo e partecipato possibile, stimolando il dibattito, le domande, i “perché” indispensabili per la comprensione di quei tragici eventi. Favorendo noi una riflessione vivace nei ragazzi, renderemo forse il servizio migliore a questo Giorno che, per essere vissuto nel modo più autentico, necessita di un pensiero non statico, non nozionistico. Occorre fornire alle nuove generazione gli strumenti, anche empirici, per riflettere su cosa l’umanità è stata in grado di fare, perché non accada mai più. Questo, forse, è il senso più vero del Giorno della Memoria, ed è un bene prezioso per tutti”.

Da “Il senso del Giorno della Memoria” di Renzo Gattegna

[Sito internet: htpp://www.ucei.it/giornodella memoria ]   

 
Di Lorenzo (del 13/07/2009 @ 09:11:15, in Storia, linkato 356 volte)

San Placido Martire è il patrono di Poggio Imperiale ed Alfonso Chiaromonte ha dedicato al Santo il suo recente libro “San Placido Martire patrono di Poggio Imperiale” – Edizioni del Poggio, 2008; un’opera molto interessante che mette in luce aspetti della vita, del martirio e del culto del Santo, venerato non solo a Poggio Imperiale ma anche in Sicilia, a Messina, a Biancavilla (Catania) e a Castel di Lucio (Messina) , oltre che a Montecarotto, nelle Marche, tra Senigallia e Jesi, e a San Benedetto Belbo in provincia di Cuneo, un borgo delle Langhe.

Ma, evidentemente, statue, effigi e simulacri del Santo sono presenti in tante altre Chiese sia in Italia che in giro per il mondo.

 

Santuario di Vicoforte

Basilica della Natività di Maria

Regina Montis Regalis

Ne ho scoperta una, recentemente, nell’interno del Santuario di Vicoforte, in provincia di Cuneo, e non escludo che proprio la vicinanza dell’insediamento benedettino di San Benedetto Belbo abbia potuto influenzare la scelta di realizzare a suo tempo, nell’ambito del Santuario, fra le tante belle cappelle, anche una dedicata a San Benedetto, nell’interno della quale è presente una statua di San Placido Martire.

Il collegamento con San Benedetto sicuramente è dovuto al fatto che Placido venne da fanciullo affidato dal padre proprio a questi, perché fosse istruito nelle varie discipline e soprattutto perché fosse guidato nella via delle virtù e della perfezione cristiana, alla stessa stregua dell’altro martire Mauro, che salvò peraltro Placido dall’annegamento in un fiume mentre attingeva l’acqua per Benedetto, ed i figli di altri nobili patrizi romani dell’epoca.

Il Santuario di Vicoforte, situato nell'omonimo comune della provincia di Cuneo, è una chiesa monumentale tra le più importanti del Piemonte; la sua cupola ellittica è la più grande di tale forma nel mondo.

Il complesso trae le sue origini da un santuario medievale, composto da un modesto pilone decorato da un affresco quattrocentesco raffigurante la Madonna col Bambino.

Intorno al 1590, durante una battuta di caccia, un cacciatore colpì per sbaglio l'immagine della Vergine, che secondo la leggenda sanguinò. La realtà vede invece il cacciatore pentito che appende il suo archibugio al pilone e inizia una grande raccolta di fondi per riparare il danno ed espiare così il suo peccato.

Ancora oggi l'archibugio è conservato in una cappella del Santuario, accanto all'affresco deturpato.

Nel giro di pochi anni questo luogo divenne meta di pellegrinaggi ed attirò anche il Duca Carlo Emanuele 1° di Savoia, che nel 1596 commissionò la costruzione di un grande santuario all'architetto di corte Ascanio Vitozzi. La morte del Duca (che volle essere seppellito nel Santuario) e dell'architetto però pose un freno alla costruzione, la quale venne ripresa solo nel Settecento allorché Francesco Gallo costruí la grande cupola ellittica, alta 74 metri e di diametri pari a 25 e 36 metri.

Si narra che dovette andare lui stesso a togliere le impalcature, perché nessuno pensava che una struttura di quel tipo potesse reggere.

Le decorazioni in affresco degli oltre seimila metri quadrati di superficie furono poi completate nel 1752 da Mattia Bortoloni e Felice Biella; nel 1709 lo scultore Giuseppe Gagini assunse l’incarico di realizzare il monumento con la statua di Margherita di Savoia, figlia del Duca, terminato nel 1714.

Il Santuario assunse la forma attuale nel 1884, quando vennero costruiti i campanili e le tre facciate.

All’interno, tra le tante magnificenze, la cappella di San Benedetto è la prima a destra ed ospita, sul lato destro, il mausoleo di Margherita di Savoia, figlia del Duca Carlo Emanuele 1°, con la bella statua opera dello scultore genovese Giuseppe Gagini (1709) così come le quattro statue d’angolo rappresentanti Santa Geltrude, San Mauro, San Placido e Santa Cunegonda.

 

Stuatua di San Placido Martire

                                                                       

Particolare della statua di San Placido Martire

 

Quindi i martiri Placido e Mauro ancora insieme nella cappella di San Benedetto, il loro maestro.

Per maggiori approfondimenti su San Placido Martire si rimanda alla lettura del libro citato di Alfonso Chiaromonte.

Buona lettura ! 

 

Ho appreso con molto piacere che l’Azione Cattolica di Poggio Imperiale in collaborazione con la Parrocchia S. Placido Martire e con il patrocinio del Comune di Poggio Imperiale ha organizzato la VIA CRUCIS VIVENTE che si è tenuta la sera della Domenica delle Palme lungo la via Vittorio Veneto.

Il gruppo dei giovani ha inteso riproporre così, dopo 13 anni, l’analoga manifestazione organizzata dalla Confraternita del Sacro Cuore nel 1993.


Sono state circa quaranta le comparse, la maggior parte delle quali giovani, ma tanti anche gli adulti, di cui alcuni presenti già nella precedente esperienza del 1993.

Ripercorrere la drammaticità degli ultimi giorni di Gesù rappresenta sempre un momento di profonda riflessione, che si amplifica notevolmente se si ha l’opportunità di visitare a Gerusalemme, in Terra Santa, i luoghi ove duemila anni fa la “passione di Cristo” si è realmente consumata.

Ho personalmente vissuto nella primavera di due anni or sono, con mia moglie, questa indimenticabile avventura, lungo tutto il percorso della vita del Nazareno, a partire da Betlemme, luogo dalla nascita, Nazareth e Galilea dove è vissuto ed infine Gerusalemme dove è stato crocefisso, è morto e fu sepolto e, poi, il terzo giorno è risuscitato da morte ed è salito al cielo.

Ma anche in Italia, a Roma per la precisione, esistono preziose testimonianze collegate alla crocefissione di Gesù, nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, detta anche “Basilica Sessoriana”.

Nella prima metà del III secolo d.C. l'area dove oggi sorge la Basilica era occupata da una villa imperiale iniziata da Settimio Severo e conclusa da Elagabalo, che comprendeva il palazzo imperiale Sessonarium, residenza nel secolo successivo dell'imperatrice Elena, madre di Costantino. Nella metà del 400 un atrio di questo palazzo fu trasformato in basilica cristiana, prendendo il nome di Basilica Eleniana o Sessoriana.

Si ritiene sulla base di una « tradizione antichissima che una parte della “Croce” del Signore sia stata portata a Roma e collocata nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Ne danno conferma gli antichi rituali medievali delle funzioni papali, che fissano la Stazione del Venerdì Santo proprio a S. Croce. In quell'occasione il Pontefice in persona procedeva scalzo dalla Basilica Lateranense e processionalmente, con il clero e il popolo, andava alla “Hierusalem” romana per adorarvi il “Legno” della vera Croce. Ulteriore prova di quanto fosse radicata la convinzione che in quest'antica basilica romana vi fosse la vera Reliquia della Croce sono gli svariati frammenti del Sacro Legno prelevati dalla Reliquia Sessoriana per essere donati dai Pontefici a personalità e santuari. S. Gregorio Magno ne mandò una particella in dono a Reccaredo, re dei Visigoti; Leone X ne fece estrarre una parte per donarla a Francesco I, re di Francia (1515); Urbano VIII (1623-1644) volle donarne una parte alla Basilica Vaticana; anche Pio VI, Pio VII e Pio IX fecero prelevare altre particelle.

Anche per quanto riguarda il “Chiodo” la tradizione è antichissima e costante. Molti storici del IV sec, infatti, narrano che S. Elena trovò anche i chiodi con i quali Gesù era stato crocifisso e che ne fece mettere uno nel freno del cavallo di Costantino e un altro nella corona. Infine, uno lo portò con sé a Roma dove è anticamente annoverato tra le Reliquie Sessoriane.

Per la reliquia del “Titolo” - la tavoletta di legno che riportava l'imputazione formulata da Pilato nei confronti di Gesù in tre lingue - ebraico, greco e latino - la tradizione ad un certo punto lascia il passo alla storia. Stefano Infessura nel suo “Diario”, in data 1 febbraio 1492, racconta che questa reliquia fu casualmente ritrovata durante dei lavori di restauro in Basilica voluti dal card. Mendoza. Chiusa in una cassettina con il sigillo del card. Caccianemici - titolare di S. Croce e poi papa col nome di Lucio II (1144-45) - era stata murata “ab antiquo” nell'arco che separa il transetto dalla navata centrale. Nell'antichità le reliquie venivano spesso messe in alto nelle chiese per preservarle dai furti, ma nel caso del “Titolo” pare se ne fosse poi persa memoria, poiché erano cadute le lettere musive che ne indicavano la collocazione. Ad ogni modo la notizia del ritrovamento fece molto scalpore all'epoca, anche perché coincise con la riconquista spagnola di Granada, ultima roccaforte degli Arabi in Occidente. Papa Alessandro VI il 29/7/1496 emise la bolla “Admirabile sacramentum” con cui autenticava il ritrovamento del “Titolo” e concedeva l'indulgenza plenaria a coloro che avessero visitato S. Croce l'ultima domenica di gennaio.

Inoltre, a S. Croce sono custodite anche “due Spine” che si ritiene provengano dalla Corona che cinse il capo di Gesù. La tradizione non attribuisce a S. Elena il ritrovamento della Corona di Spine. Di questa reliquia si sa però che era venerata a Costantinopoli già ai tempi di Giustiniano. Durante l'Impero Latino d'Oriente (1204-1261) ne vennero in possesso i Veneziani. Nel 1238, poi, l'ebbe S. Luigi Re di Francia, che la pose nella Cappella del Palazzo Reale. Successivamente passò alla chiesa abbaziale di S. Dionigi (1791) e infine nel 1806 fu trasferita a Notre Dame, dove è conservata tuttora.

Nel corso dei secoli S. Croce si è arricchita di “altre reliquie”, quali i “frammenti” della grotta di Betlemme, del S. Sepolcro e della colonna della Flagellazione, il “patibulum” del Buon Ladrone e la “falange” del dito di S. Tommaso…».

 

Da “Basilica di Santa Croce in Gerusalemme” Le Reliquie Sessoriane (a cura di E. Stolfi) http://www.basilicasantacroce.com/basilica_reliquie.aspx 

 
Di Lorenzo (del 22/11/2008 @ 00:35:05, in Storia, linkato 530 volte)

La via Francigena è un itinerario che appartiene alla storia, una via maestra percorsa in passato da migliaia di pellegrini in viaggio per Roma.

Si sviluppa su di un percorso di 1.600 chilometri e a partire dal 1994 è stata dichiarata "Itinerario Culturale del Consiglio d'Europa" assumendo, alla pari del “Camino de Santiago”, una dignità sovranazionale.

La storia narra che fu Sigerico, Arcivescovo di Canterbury, recandosi a Roma in visita al Papa Giovanni XV, a segnare l’inizio del cammino, noto come Via Francigena, determinando la nascita di uno dei più importanti itinerari di pellegrinaggio.

Il pellegrinaggio a Roma, in visita alla tomba dell'apostolo Pietro, era nel Medioevo una delle tre “peregrinationes maiores” insieme a Gerusalemme in Terra Santa e a Santiago di Compostela in Spagna, al sepolcro dell'Apostolo Santiago (San Giacomo Maggiore).

I pellegrini provenienti soprattutto dalla Francia cominciarono ad entrare in Italia dal passo del Monginevro, dando così alla strada che conduceva a Roma il nome di Francigena, cioè dei francesi.

All'inizio del secondo millenio l'Europa fu particolarmente percorsa da una moltitudine di pellegrini diretti ai Luoghi Santi della religione cristiana per motivi devozionali.

Il pellegrinaggio in epoca medioevale doveva compiersi, a scopo penitenziale, prevalentemente a piedi con un tragitto di 20-25 chilometri al giorno e gli ultimi tratti venivano solitamente percorsi in ginocchio; in taluni  particolari casi con il fardello di un macigno sulle spalle.

Riguardo alla via Francigena, la relazione di viaggio più antica risale al 990 ed è compiuta, come si è detto, da Sigerico - arcivescovo di Canterbury - di ritorno da Roma dove aveva ricevuto il “Pallio” dalle mani del Papa (“Pallio” derivato dal latino “pallium”, mantello di lana, è un paramento liturgico usato nella Chiesa cattolica, originariamente riservato al Papa, ma per molti secoli concesso da lui agli arcivescovi metropoliti e ai primati come simbolo della giurisdizione loro delegata dalla Santa Sede).

L'arcivescovo inglese descrisse le 79 tappe del suo itinerario verso Canterbury, annotandole in un diario dal quale si evince che la Francigena non era propriamente una via ma piuttosto un sistema viario con molte alternative.

La via Francigena rappresentava dunque la strada o meglio il fascio dei percorsi che dai paesi d’oltrelpe portava i pellegrini a Roma.

Ma sicuramente delle tre grandi direttrici del pellegrinaggio medioevale, il “pasagium ultramarinum” per raggiungere la Terra Santa rappresentava il viaggio più avventuroso e pericoloso, forse anche rispetto al “Camino de Santiago” che dai Pirenei conduceva alla punta più avanzata della penisola Iberica.

 


Per andare in Terra Santa bisognava percorrere in senso trasversale l’Italia a sud di Roma fino ai porti pugliesi di Brindisi e di Otranto, ma anche a quelli di Manfredonia e di Bari, che consentivano l’imbarco per il Libano e per la Palestina.

I pellegrini, usciti da Roma, si incamminavano quindi lungo percorsi che conducevano verso la Puglia ed il Gargano in particolare.

Di queste strade ci parla il libro “Roma-Gerusalemme. Lungo le Vie Francigene del Sud” recentemente pubblicato dall’Associazione “Civita”.

La pubblicazione è stata realizzata nell’ambito dell’omonimo progetto promosso dalla medesima Associazione “Civita” e reso possibile grazie alla collaborazione e al sostegno finanziario di Banco di Napoli e Finmeccanica.

L’opera, presentata in occasione di uno specifico convegno svoltosi a Napoli il 4 luglio 2008, offre una ricostruzione storica, artistica e religiosa degli itinerari di pellegrinaggio nel Meridione che conducevano nel Medioevo i pellegrini verso i porti pugliesi di imbarco per la Terra Santa.

Capua era per tutti il punto di raccolta e da qui ci si immetteva nella via Appia Traiana, la grande strada imperiale che portava a Benevento.

Dopo Benevento la direttrice si divideva in tre direzioni.

Sono le cosiddette vie dell’Angelo, i percorsi che, attraverso i valichi dell’Appennino, conducono tutti al Santuario di San Michele Arcangelo.

Oggi si va nel Gargano per pregare sulla tomba di San Pio da Pietrelcina, mentre nel Medioevo ci si andava per sostare nel luogo dell’Arcangelo.

Tanto i Crociati prima di salire sulle navi che da Manfredonia e da Bari, da Brindisi e da Otranto li avrebbero portati in Terra Santa, quanto i pellegrini che si preparavano al “pasagium ultramarinum”, si fermavano in vetta al Gargano.

Fin quassù salivano in preghiera, prima della guerra, i duchi lombardi, gli strateghi bizantini, i conti franchi ed i baroni tedeschi. Perché tutta la Cristianità sapeva che al termine dell’Italia, in cima a una montagna alta sul mare come la prua di una nave gigantesca, c’era il tempio dell’Angelo Guerriero.

Il Santuario di San Michele Arcangelo di fondazione antichissima (fra V e VI secolo) esiste ancora ed è la principale attrattiva della cittadina che da lui prende il nome (Monte Sant'Angelo in provincia di Foggia).


 

Entrando in chiesa, una porta in bronzo divisa in dodici pannelli intarsiati e decorati d’argento e di rame lascia il visitatore stupito e ammirato. Detta porta, commissionata nel 1076 a una bottega di Costantinopoli, è uno dei capolavori assoluti dell’arte bizantina nel suo momento più alto.

Qualcosa di emozionante prova il turista di oggi quando scende nella grotta dell’Arcangelo che si trova nel cuore della basilica.

Fuori dal Santuario, in cima al promontorio roccioso del Gargano, con il verde Adriatico di fronte e tutto intorno un deserto aspro e bellissimo di rocce, di pascoli, di boschi, il viaggiatore di oggi come il viandante di un tempo capisce che questo è veramente “finis terrae”, l’ultimo avamposto dell’Europa cristiana.

Questa è la via Francigena del sud: la strada dei pellegrini, la via della fede e della speranza.

 

Note:

- Le foto (l.b.) riguardano due vedute di Monte Sant'Angelo scattate lo scorso mese di ottobre;

- Alcuni spunti sono tratti dall'articolo di Antonio Paolucci pubblicato su "Il Sole 24 Ore" del 31 agosto 2008, Arte/Itinerari d'arte "Via Francigena del Sud".

 
Di Lorenzo (del 14/10/2008 @ 23:05:02, in Storia, linkato 476 volte)

La Chiesa Matrice di Poggio Imperiale è dedicata a San Placido in omaggio al Principe Placido Imperiale fondatore del paese.

E fu lo stesso Principe Placido Imperiale, persona molto influente alla Corte di Napoli, a commissionare e donare, nella seconda metà del settecento, una tela rappresentante San Placido, per testimoniare la sua devozione al Santo e trasmettere il culto ai suoi coloni.

L’opera venne commissionata personalmente a Francesco De Mura che già lavorava all’Annunziatella a Napoli. La tela, di inestimabile valore, è stata recentemente restaurata e raffigura San Placido in ginocchio che prega la Madonna con Gesù Bambino in braccio mentre, dal basso, un putto gli offre un ostensorio.

Nella Chiesa Matrice di Poggio Imperiale vi è dunque una delle più belle tele di arte barocca della Capitanata di notevole importanza artistica ed economica.

Per maggiori dettagli si rimanda alla lettura del recente libro di Alfonso Chiaromonte “San Placido Martire” Patrono di Poggio Imperiale – Edizioni del Poggio, 2008.

 

 
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