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09/09/2010 @ 2.51.58
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Lorenzo (del 28/07/2010 @ 23:55:01, in Viaggi, linkato 82 volte)

Mi sono avventurato con mia moglie, nei giorni scorsi, alla ricerca della Basilicata Antica, della Storia e dell’Archeologia, in una terra i cui uomini risultano affini per cultura alla gente di Puglia.

VENOSA (la città di Orazio)

Sorge su uno sperone di origine vulcanica, a valle del monte Vulture; cittadina dalle antiche origini e dagli illustri testimoni, fonte di grande fascino per le lunghe vicende storiche che l’hanno segnata e per i suoi monumenti densi di mistero. Secoli di storia, racchiusi in uno splendido borgo, patria del grande Orazio, uno dei maggiori poeti dell’epoca romana, e di Carlo Gesualdo Principe di Venosa del periodo rinascimentale. “Città del vino” per la produzione del noto “Aglianico”, Venosa è annoverata tra i “Borghi più belli d’Italia”.

L’itinerario archeologico

Si parte dal “Parco Archeologico” dove sono visibili le terme, la”domus”, il complesso episcopale e i resti dell’Anfiteatro, testimonianza di una continua occupazione dalla fase repubblicana romana all’età medioevale inoltrata. Accanto al parco archeologico si sviluppa il “complesso della SS. Trinità”, uno tra i più interessanti monumenti dell’Italia meridionale che ospita la tomba di Roberto il Guiscardo, dei suoi fratelli e della prima moglie Aberada. La chiesa vecchia, sorta in età paleocristiana su tempio pagano e ampliata a partire dell’ultimo quarto dell’XI secolo con la chiesa nuova – rimasta incompiuta – è un capolavoro dell’architettura benedettina. Nelle vicinanze, si trovano le Catacombe ebraico-cristiane, scoperte nel 1853, ma già conosciute nel IX secolo, articolate in vari nuclei di notevole interesse storico e archeologico. Infine a nove chilometri dall’abitato, è possibile visitare il Sito Paleolitico di Notarchirico, costituito da un’area museale coperta con numerose testimonianze della presenza umana in epoca preistorica e, sulla strada di ritorno verso la città, la Tomba di Marco Claudio Marcello.

L’itinerario storico religioso

La Venosa antica comincia dalla fontana angioina o dei “Pilieri”, antica porta cittadina da cui si raggiunge il maestoso “Castello Ducale Pirro del Balzo”, che ospita il Museo Archeologico Nazionale con reperti dell’epoca pre-romana fino al tardo impero e ai normanni. Da lì, si può proseguire verso le “antiche fornaci” per giungere alla fontana detta la “Romanesca” e risalire poi fino alla Piazza Orazio Flacco, che ospita il monumento al poeta latino. A seguire “Palazzo Calvini” e la Cattedrale di S. Andrea per arrivare, infine, a quella che la tradizione indica come la “Casa di Orazio”.

MELFI (la città delle Costituzioni)

Cittadina medioevale, nota per essere stata la sede amministrativa dell’imperatore Federico II di Svevia, da cui emanò le famose Costituzioni, si erge maestosa su di una collina raccolta da una cinta muraria unica nell’Italia meridionale.

L’abitato è dominato dal bellissimo Castello normanno-svevo, risultato di interventi a più riprese nel corso dei secoli. Costruito dapprima dai normanni, fu ampliato da Federico II di Svevia; Carlo D’Angiò vi aggiunse poi alcune torri, quindi i Caracciolo e poi i Doria lasciarono la loro impronta. L’ingresso attuale del castello, che si apre sulla città sul versante orientale, era dotato i ponte levatoio. Le torri sono dieci, di cui sette rettangolari e tre pentagonali. Nel corpo centrale è stato istituito il “Museo Archeologico Nazionale del Vulture Melfese” con ricca collezione di reperti rinvenuti nell’area del Vulture. Di rilievo lo stupendo sarcofago del II secolo d.C., ritrovato a Rapolla nel 1866.

Nel borgo

Dalla “Porta Venosina”, una delle sei porte di Melfi ancora esistenti, è possibile ammirare una piccola parte delle antiche mura della città e l’affascinante panorama del Vulture. Dell’edificio normanno della Cattedrale dedicata all’Assunta, edificato nel 1153, è rimasto solo il campanile, mentre il corpo dell’edificio fu quasi interamente rifatto nel XVIII secolo in stile barocco. Accanto alla Cattedrale il monumentale complesso del “Palazzo Vescovile”, uno dei più belli d’Italia, opera del secolo XVIII.

Nei dintorni

A circa tre chilometri da Melfi, si trova la “Cripta di Santa Margherita”, la più importante chiesa rupestre del melfese, interamente scavata nel tufo, risalente al XIII secolo. L’interno della grotta è ricoperto di affreschi dove misticità ed arte si fondono nella rappresentazione di una moltitudine di santi raffigurati in stile bizantino e in stile catalano. Sulla parete dell’altare centrale un ciclo di pitture racconta la vita e il martirio di Santa Margherita. La bellezza e la ricchezza delle pitture rupestri all’interno della cripta trovano il loro punto focale in un dipinto alquanto particolare, “Il monito dei morti”, dove tre personaggi dividono la parete con due scheletri minuziosamente ritratti in una “danza macabra”, una sorta di “monito ai vivi” riguardo al loro inesorabile destino. Solo di recente, dopo diverse ipotesi, gli studiosi hanno stabilito l’identità di quelle figure che sembra rappresentino l’Imperatore Federico II con il figlio Corradino e la sua terza moglie, Isabella d’Inghilterra.

Ulteriori visite interessanti in zona a RIONERO, città delle famose "acque minerali", ed ai Laghi di Monticchio.

ACERENZA (la città “Cattedrale”)

Posta su una rupe di olre 800 metrinell’alta valle del Bradano, viene definita “Città Cattedrale” poiché si raccoglie intorno al suo splendido Duomo, simbolo della cittadina e monumento dichiarato di interesse nazionale. Le sue origini sono antichissime, dal neolitico fino all’epoca romana, attraverso la dominazione dei Goti, Longobardi e Bizantini. Nel 1059 durante il Concilio di Melfi, il vescovo Godano fu insignito della dignità di arcivescovo metropolita con giurisdizione su tutta l’antica Lucania, avendo posto i buoni uffici tra i Normanni e il Papato. L’Arcivescovo Arnaldo poi con i finanziamenti di Roberto il Guiscardo fece erigere la maestosa Cattedrale. Fu governata in successione da svevi, angioini, aragonesi per divenire infine cittadina feudale. Il centro medioevale è stato inserito tra i “Borghi più belli d’Italia”. Acerenza è anche “Città del vino” per la produzione del’ottimo vino Aglianico del Vulture.

La Cattedrale, simbolo della città

La Cattedrale, dedicata a S. Maria Assunta e a S. Canio, è uno dei monumenti più importanti della Basilicata. Fu costruita nell’undicesimo secolo sull’area della chiesa paleocristiana, a sua volta sorta su un tempio pagano dedicato a Ercole Acheruntino. La realizzazione voluta dall’arcivescovo Arnaldo già abate dell’abbazia di Cluny fu costruita sotto la direzione di architetti francesi che si ispirarono al monastero benedettino francese. Nella cripta, realizzata sotto il presbitero nel 1524, uno degli esempi più interessanti del Rinascimento nel Mezzogiorno d’Italia, si conserva un pregevole sarcofago dei conti Ferillo, un’antica acquasantiera e gli affreschi cinquecenteschi attribuiti a Giovanni Todisco di Abriola.

Il borgo

Il caratteristico centro storico conserva quasi intatta la struttura medioevale fatta di viuzze che si intersecano tra loro. A fianco della Cattedrale si può ammirare il palazzo cinquecentesco, ex sede della Pretura e , lungo i vicoli del borgo, diversi palazzi gentilizi settecenteschi con portali in pietra che riportano spesso lo stemma delle antiche famiglie. Ne è un esempio il Palazzo Gaia, nei pressi di Porta San Canio. Nei locali restaurati del castello medioevale si può visitare il museo diocesano, con reperti archeologici di epoca greca e romana, tre cui il busto dell’imperatore romano Giuliano l’Apostata, e una ricca collezione di oggetti d’arte sacra. Altra tappa è il museo dei legni intagliati, una collezione di 3000 pezzi dell’artigianato contadino e pastorale, sito nel monastero del XV secolo. In via delle Cantine, la visita alle antiche grotte per la lavorazione e conservazione del vino Aglianico, tutte interamente scavate nella roccia.

Inoltre, nei paraggi di Acerenza, è ancora visibile un antico insediamento denominato “La città dei Palmenti”, ove sono presenti innumerevoli grotte che un tempo assolvevano alle identiche funzioni, in prossimità dei vigneti.

IL VALLO DI DIANO - PADULA – LA CERTOSA DI SAN LORENZO

Il Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano preserva nei suoi 181.048 ettari di territorio protetto, un patrimonio di inestimabile valore, frutto dell’armonica integrazione tra ambienti naturali e opera dell’uomo, incessante ma per fortuna equilibrata.

Nel cuore del Vallo di Diano sorge la cittadina di Padula, che pur ricadendo nel territorio campano della provincia di Salerno, mostra molte affinità con la confinante terra di Basilicata.

La “Certosa di San Lorenzo”, conosciuta in tutta Europa per la sua magnificenza architettonica, spicca maestosa a valle dell’insediamento urbano di Padula, che si presenta abbarbicata su uno sperone roccioso, in un dedalo di viuzze lastricate di scale e scalini. In una di quelle case, su in cima nel vecchio borgo, è nato nel 1869 Joe Petrosino, il poliziotto americano che sfidò per primo la mafia italo – americana e che nel 1909 venne barbaramente ammazzato a Palermo, in Sicilia. La visita guidata della casa – museo di Joe Petrosino è davvero interessante.

La Certosa di San Lorenzo

Ubicata sotto la collina dove sorge il paese di Padula, è uno dei monasteri più grandi nel mondo e tra quelli di maggior interesse in Europa per magnificenza architettonica e copiosità di tesori artistici. L'edificio originario su cui sarà costruita la Certosa, la Grancia di San Lorenzo dell'Abbazia di Montevergine, già appartenuta ai monaci Basiliani, fu donata nel 1306 dal conte di Marsico e signore del Vallo di Diano, il normanno Tommaso Sanseverino, ai Certosini: ordine religioso fondato nel 1084 da San Brunone in Francia, a Chartreuse. Sulla decisione del conte Tommaso di fondare la Certosa pesò senz'altro la volontà di porre un sigillo al vincolo di fedeltà che lo legava alla dinastia francese degli angioini, i quali nutrivano una particolare benevolenza in favore dell'ordine dei certosini: in tal modo rafforzò l'appoggio angioino alla sua posizione di signore del Vallo di Diano che, naturalmente, egli svolgeva per contraccambio in funzione anti aragonese; il Vallo di Diano, infatti, era cruciale territorio di collegamento fra la Campania e la Calabria, quest'ultima sotto il controllo della dinastia aragonese. In secondo luogo, inoltre, Tommaso Sanseverino potè contare sulla preziosa opera di bonifica che i Certosini svolsero nella valle invasa dalle paludi, a causa delle piene del fiume Tanagro, non più adeguatamente governate per secoli dopo la caduta dell'impero romano. La Certosa di San Lorenzo fu progettata secondo la struttura tipica delle certose, che rispecchiava la vita religiosa e pratica dell'ordine. L'organizzazione degli spazi seguiva la distinzione tra una parte alta, dove alloggiavano i padri certosini, conducendovi una vita intimamente religiosa ed ascetica; e una parte bassa, cioè gli ambienti che, per la loro collocazione bassa, per l'appunto, erano adatti all'esercizio delle attività mondane. Qui stavano i conversi, che avevano il compito di curare i rapporti con le comunità residenti nel territorio circostante, di amministrare i beni delll'ordine, di sovrintendere alle attività agricole ed artigianali. Un muro molto esteso, pensato a scopo di difesa, circonda il monastero. Immediatamente dietro le mura vi erano gli orti. Dopo Avere varcato il portale d'ingresso si potevano osservare i depositi, le stalle ed il ricovero per i pellegrini. Anche la chiesa era divisa tra una parte alta, riservata ai padri, e una parte bassa, per i conversi. La Certosa, pur avendo subito profonde trasformazioni nel corso dei secoli, ha conservato la sua struttura delle origini. Per quanto riguarda i particolari, invece, rimangono soltanto le volte della chiesa ed elementi architettonici vari trasferiti dalla loro ubicazione originaria per essere riutilizzati in altri ambienti. La porta della chiesa è del '300. Al '400 risalgono il bassorilievo in pietra al lato delle scale che conducono alla foresteria e, probabilmente, la bella scala a chiocciola che porta alla biblioteca. Nel '500 furono costruiti, in particolare, i due cori della chiesa, una riservata ai padri e l'altra ai conversi, e il chiostro della foresteria. I lavori per la ristrutturazione e l'ampliamento del chiostro grande si protrassero oltre la metà del '600. In questo secolo la chiesa fu impreziosita con arredi sacri in argento. Nel corso del '700 fu edificato il refettorio attuale, mentre i vari ambienti furono abbelliti con decorazioni in stucco. Passato il Regno di Napoli sotto il dominio della Francia di Napoleone Bonaparte, gli ordini religiosi furono soppressi, e così la Certosa di Padula cadde in disgrazia: essa fu spogliata del suo patrimonio di libri, d'archivi e d'arte, dei suoi tesori in oro ed argento, del Tabernacolo in bronzo, oggi nuovamente collocato nella sagrestia del Convento. Cessata la dominazione francese, i certosini poterono tornare nel monastero. L'antica magnificenza rimase però soltanto un ricordo nostalgico d'altri tempi e, anzi, vi fu una progressiva decadenza che portò nel 1866 alla soppressione del monastero. Nel 1882 la Certosa fu dichiarata monumento nazionale e affidata alle cure del Ministero dell'Istruzione Pubblica. Ciò nonostante non seguirono interventi concreti di recupero, così il peggioramento del suo stato proseguì. Solo a partire dal 1982, quando il monastero fu affidato alla Soprintendenza dei Beni Ambientali, Architettonici, Artistici e Storici di Salerno, furono avviati lavori importanti di restauro e promosse iniziative di valorizzazione.

Oggi la Certosa, divenuto centro vitale d'iniziative culturali d'ampio respiro, ospita il Museo Archeologico della Lucania Occidentale e laboratori di restauro altamente qualificati.

Dal 1998 il monumento è stato dichiarato dall’UNESCO “Patrimonio dell’Umanità”.

Nel surreale paesaggio dei giardini della monumentale Certosa di San Lorenzo, si è tenuta anche quest’anno, per la quarta volta, nei giorni 23, 24 e 25 luglio 2010, la trentesima edizione del Concorso Ippico Internazionale.

Nota:

Molte delle informazioni riportate sono tratte da depliant, brochure e materiale vario pubblicati dall’Agenzia di Promozione Territoriale di Basilicata.  

 
Di Lorenzo (del 27/04/2010 @ 15:50:00, in Viaggi, linkato 191 volte)

A pochi chilometri da Monte Sant’Angelo, sul Gargano, tra picchi rocciosi, gole e strapiombi a guisa di canyon, in uno scenario che mette in luce gioielli naturalistici di straordinaria bellezza, si scorgono i tanti eremi rupestri che hanno un tempo caratterizzato quel lembo di terra che circonda l’antica Abbazia di santa Maria di Pulsano.

Un piccolo universo sconosciuto e dal fascino irresistibile.

L’Abbazia di santa Maria di Pulsano sul Gargano, edificata sull’omonimo colle del Gargano in onore della santa Madre di Dio sul cadere del VI secolo per opera del monaco-papa san Gregorio Magno,  è stata luogo di monaci, eremiti e cenobiti, orientali e latini, che nel corso dei secoli ha avuto alterne vicende.

Agli inizi del XII scolo fu ricostruita ad opera di “san Giovanni eremita, il Pulsanese”, detto tardivamente da Matera, pellegrino al santuario micaelico del Gargano [a Monte Sant’Angelo si erge, come noto, il Santuario di San Michele Arcangelo], dalla cui austera testimonianza di vita scaturì una famiglia monastica autonoma, l’Ordine monastico degli Eremiti Pulsanesi, detti anche gli “Scalzi”, i quali rifacendosi rigidamente alla regola di san Benedetto e alla tradizione monastica orientale già presente a Pulsano, ebbero in questo monastero garganico la loro Casa Madre, da cui dipesero circa 40 monasteri, sparsi non solo nel Gargano ma anche nel resto d’Italia.

I più famosi sono stati i monasteri pulsanesi di Toscana, ubicati lungo la “via francigena” da Pavia a Roma, e quelli delle isole slave dell’Adriatico, Mljet e Hvar, dirimpettaie del nostro Gargano.

L’Abbazia nelle forme attuali, gravemente danneggiate da un sisma nell’anno 1646, fu edificata ad opera del beato Gioele, “sacerdos et magister”, nativo di Monte Sant’Angelo e terzo abate generale dei monaci Pulsanesi.

La chiesa abbaziale, di stile romanico e con il presbiterio ricavato in una grotta naturale, al termine dei lavori di costruzione, fu solennemente dedicata dal papa Alessandro III il 30 gennaio 1177, il quale consacrò anche l’altare “quadrato”, uno dei pochi esempi di altari bizantini ancora presenti in Italia.

I monaci furono presenti stabilmente su questo colle fino alla soppressione “murattiana” del 1809.

Intorno all’Abbazia, su spuntoni rocciosi e pareti scoscese , vero santo deserto monastico garganico, sono disseminati ben “24 eremi rupestri “ collegati tra loro da sentieri, patrimonio davvero unico ed irripetibile del nostro territorio.

Per anni il complesso è stato in una situazione di abbandono e di incuria tali da determinare attraverso furti di ignoti, un depauperamento del patrimonio artistico dell’Abbazia.

Grazie all’opera del volontariato, prima, e successivamente dei monaci, qui di nuovo presenti dal 1997, l’Abbazia è oggi rinata a nuova vita.

La laboriosa presenza della comunità monastica, latina e bizantina nella spiritualità e nella liturgia, ha fatto sì che questo luogo ritornasse ad essere un centro di spiritualità al servizio delle comunità dell’ Arcidiocesi di Manfredonia e di tutti i fedeli.

In Abbazia sono attive: un “scuola di iconografia”, che durante l’estate avvicina all’immenso patrimonio teologico-spirituale delle sante icone, numerosi giovani e adulti, insegnando loro anche le antiche tecniche di questa millenaria arte sacra; una fornita “biblioteca” di oltre 17.000 testi, liturgici, teologici, patristici, storici.

Ogni sabato, alle ore 17,30, i monaci tengono la “Lectio divina” aperta a tutti colore che desiderano approfondire e conoscere la Divina Parola, così pure nei pomeriggi delle domeniche di Avvento e Quaresima.

Durante l’estate, inoltre, sono organizzate delle “settimane bibliche”.

Seconda l’antica tradizione monastica, è attivo anche uno “scriptorium” che ha pubblicato diversi testi sull’Abbazia e sul suo rifondatore, “l’abba san Giovanni”, e che settimanalmente pubblica una rivista intitolata “Legebam et ardebam” contenente meditazioni e approfondimenti sulle letture liturgiche domenicali.

E’ attiva infine, una foresteria per l’accoglienza di quanti vogliono trascorrere e condividere con i monaci l’esperienza della preghiera e della meditazione.

[Le informazioni sono tratte da una brochure edita dall’Abbazia]

Abbazia s. Maria di Pulsano

C.P. 150 – 71037 Monte Sant’Angelo (Foggia)

Monastero e foresteria tel. 0884.561047 – c.p.p. 12319729

e-mail:info@abbaziadipulsano.org

 

L’Abbazia di santa Maria di Pulsano su Wikipedia:

“Edificata nel 591, sui resti di un antico tempio oracolare pagano dedicato a Calcante, fu affidata ai monaci dell'ordine di Sant'Equizio. Poco note sono le vicende storiche fino al XII secolo, quando, nel 1129, l'intervento di San Giovanni da Matera e della sua Congregazione Pulsanense la fece risorgere dal grave stato di abbandono in cui versava, fondando l'ordine monastico autonomo dei poveri eremiti pulsanesi. Nel 1177 fu ultimata la costruzione della chiesa abbaziale dedicata alla Santa Madre di Dio, il cui altare, sotto il quale furono poste le spoglie di San Giovanni, abate morto nel 1139, fu consacrato dal papa Alessandro III, in pellegrinaggio sul Gargano. Al termine del XIV secolo, durante il pontificato del papa Martino V, l'Ordine Pulsanense si estinse e i superstiti passarono all'Ordine benedettino, rinunciando alla regola di San Giovanni abate. Nel XV secolo furono i Celestini a prendersi cura dell'Abbazia, tutelandola dalle pretese dei signori locali, L'abbazia fu comunque affidata ad un cardinale commendatario che l'amministrava da Roma. Tra i Celestini è da ricordare il monaco garganico Ludovico Giordani che da abate costruì due altari laterali nella chiesa Abbaziale di Pulsano, oggi distrutti, e il Monastero dei Celestini in Manfredonia. Nel 1646 fu danneggiata da un violento terremoto che travolse l'archivio e la biblioteca. In seguito furono i Celestini di Manfredonia a reggere Santa Maria di Pulsano sino all'emanazione delle leggi napoleoniche del 1806. Giuseppe Bonaparte soppresse definitivamente la presenza di un ordine monastico e autorizzò i fittuari dei beni a ritenere in enfiteusi i pagamenti. Nel 1842 il sacerdote montanaro Nicola Bisceglia riceve ufficialmente in enfiteusi dal Demanio il complesso del protomonastero pulsanense per “sottrarlo all'abbandono e agli atti vandalici dei pastori e pecorai”, ad eccezione della chiesa soggetta alla giurisdizione dell'Ordine diocesano. Nel 1966 è stata trafugata la pregevole e venerata icona della Madre di Dio di Pulsano, non ancora ritrovata, opera di quella scuola bizantino – italiana, detta dei “Ritardatari”, fiorita in Puglia nel XII secolo e nel XIII secolo. Finalmente nel 1997, grazie anche all'interessamento dell'arcivescovo Vincenzo D'Addario, la chiesa abbaziale è stata riaperta al culto pubblico e vi è stata fondata la comunità monastica di Pulsano, di diritto diocesano, birituale: latina e bizantina. Oggi, grazie anche al contributo e alla concreta collaborazione di numerosi cittadini, presenta una comunità attiva ed attenta alle esigenze spirituali del nostro tempo”.  

 
Di Lorenzo (del 18/11/2009 @ 00:01:00, in Viaggi, linkato 356 volte)

Nella scorsa primavera, in aereo, nel corso del viaggio di ritorno dagli Stati Uniti d’America, complice l’insonnia che solitamente accompagna me e mia moglie in tutti i trasferimenti, di qualsiasi tipo, abbiamo avuto modo di goderci l’aurora di un nuovo giorno che pian piano cominciava a delinearsi.

Uno spettacolo unico nel suo genere.

La luce dell'aurora assume inizialmente tonalità di colore lilla-lavanda per poi passare ad un più surreale pesca-arancio.

 

 

In quota, dal finestrino dell’aereo, dal buio più profondo della notte abbiamo iniziato a scorgere le prime lievi note di luce; un momento affascinante in cui le ombre della notte lentamente si diradano e comincia ad avanzare un chiarore che illumina lentamente e sempre di più il cielo.

 

 

L’aurora è stata nei secoli molto amata dai poeti e dai pensatori, e continua ad esserlo tuttora, perché rappresenta un momento magico e misterioso al tempo stesso.

Omero magnifica la dea Aurora, sia nell’Odissea che nell’Iliade, attribuendole “dita di rosa”, circa venti volte nei suoi versi: “ Quando, figlia di luce, brillò l’Aurora dita rosate ...”.

A questa dea era attribuito il dono di aprire le porte del Cielo al carro del Sole semplicemente con il tocco delle dita color di rosa.

Quella che i romani chiamavano Aurora era la dea Eos della mitologia greca.

Appartiene alla prima generazione divina, quella dei Titani.

E’, infatti, figlia di Iperione e di Teia e sorella di Elio e di Selene; secondo altre tradizioni, era figlia di Pallante.

Con Astreo, un dio della stessa stirpe, generò i Venti: Zefiro, Borea e Noto, e così la "Fiaccola dell’Aurora" e gli Astri.

La sua leggenda è totalmente costellata dei suoi amori: un tempo, si racconta, si era unita ad Ares, attirandosi così la collera di Afrodite, che l’aveva punita facendone un’eterna innamorata.

Amò e portò con sé numerosi giovani noti per la loro straordinaria bellezza, come Orione, Cefalo e Titone, che divenne suo sposo.

Ovidio la chiama infatti "sposa di Titone", mentre Dante nomina Aurora nel canto II e nel canto IX del Purgatorio , dove è citata come "la concubina di Titone antico".

Anche nelle musica l’Aurora ha sempre ispirato compositori classici e moderni.  

Dell’Aurora ritroviamo “le rosee sue dita” nella “Mattinata” di Ruggero Leoncavallo, scritta per Enrico Caruso nel 1903 e successivamente cantata anche da Luciano Pavarotti e da Al Bano (nella sua versione rivisitata).

L’aurora di bianco vestita

Già l’uscio dischiude al gran sol;

Di già con le rosee sue dita

Carezza de’ fiori lo stuol!

C’è anche una splendida opera lirica sulla riconquista del Santo Sepolcro, di Andrea Arnaboldi tratta dalla "Gerusalemme Liberata" di Torquato Tasso, intitolata: " L'Aurora di Gerusalemme ".

Ed ancora, Eros Ramazzotti così canta nella sua canzone dal titolo “L’Aurora”:

. … sarà sarà l'aurora

per me sarà cosi

sarà sarà di più

 ancora tutto il chiaro che farà...

 
Di Lorenzo (del 25/09/2009 @ 18:40:25, in Viaggi, linkato 240 volte)

Il Lago di Lesina

Il Lago di Lesina ha un’origine simile a quella del vicino Lago di Varano: un antico golfo “chiuso” dai sedimenti marini, separato dal Mar Adriatico da un cordone sabbioso largo circa 800 metri, detto Bosco Isola. Rappresenta una delle più grandi lagune del Mediterraneo meridionale e deve la sua fama alla pescosità delle acque, ricche soprattutto di anguille. La laguna è collegata al mare attraverso due canali artificiali, denominati Acquarotta e Schiapparo, e riceve acque dolci da piccoli fiumi e canali di bonifica. Nei periodi di bassa marea, a poca distanza dal centro abitato di Lesina, affiora nel lago l’isoletta di San Clemente.

Lago di Lesina

Punta Pietre Nere

Si tratta di elementi geologoci dalle caratteristiche davvero singolari e rare, che emergono dalla spiaggia di Lesina Marina in prossimità della foce del canale Acquarotta, e si presentano come un ammasso di scurissimi affioramenti di formazione geologica, costituito da rocce vulcaniche risalenti al Triassico; dunque a ben 245 milioni di anni fa. Le “pietre nere” di Lesina Marina potrebbero forse essere le più antiche rocce di tutta la Puglia e dell’Italia.

L’oasi “Duna di Lesina”

In prossimità del canale Acquarotta, tra il lago di Lesina e il Mare Adriatico si trova l’oasi “Duna di Lesina, che si estende per circa 25 ettari. Si tratta di un interessante sito che costeggia il canneto e gli specchi d’acqua della riserva naturale istituita nel settore orientale del bacino. E’ uno dei tratti costieri italiani più intatti dal punto di vista naturalistico. Presenta, infatti, una ricca varietà di specie faunistiche, quali il fenicottero rosa, l’airone bianco e rosso, il cormorano, diverse specie di anatre selvatiche, il pettirosso, l’airone cinerino, il falco di palude, il martin pescatore. Tutta la parte orientale del lago costituisce, dal 1981, “Riserva Naturale per il ripopolamento animale”.

Il Bosco Isola

Il Bosco Isola è un cordone litoraneo che separa la laguna di Lesina dal mare e costituisce la più interessante testimonianza di macchia mediterranea in una striscia di terra che percorre 18 km lungo un terreno sabbioso: boschi di leccio e pino, frammisti a carpino ed olmi, odorosi di mirto, alloro e rosmarino, circondato da vaste distese di cisto ed eriche tra cui si elevano, a macchia, ginepri ed olivastri.

Le Torri (Torre Fortore – Torre Scampamorte – Torre Mileto)

Si tratta di torri costiere di avvistamento e difesa, volute già in epoca aragonese e poi dagli spagnoli fino ai “Borbone”, e costruite per infittire la difesa della costa garganica contro temute incursioni.

Torre Fortore: la sua origine risale al 1485, quando Ferdinando d’Aragona conferiva a Riccardo Orefice la facoltà di costruire una torre di difesa del porto e della spiaggia di Fortore.

Torre Scampamorte: risale all’epoca del viceregno spagnolo, secolo XVI, e venne eretta dov’era un tempo la foce del canale S. Andrea, oggi interrata.

Torre Mileto: è la stazione balneare del comune di San Nicandro Garganico ed è situata sulla fascia costiera tra i laghi di Lesina e Varano. Il toponimo, che impropriamente identifica anche una parte dell'istmo che separa il Lago di Lesina dal mare, è riferito invece proprio alla torre, probabilmente una delle più grandi ed antiche della costa adriatica, nonché il punto della terraferma più vicino in assoluto alle Isole Tremiti per la distanza di sole 11 miglia.

Il Parco Archeologico di Monte Elio

A poca distanza da Torre Mileto, si trova il Monte D’Elio. E’ un rilievo roccioso che divide la Laguna di Lesina dalla Laguna di Varano, coperto in buona parte da fitti boschi di leccio. L’intera area, che versava in un profondo stato di degrado, è stata valorizzata attraverso la realizzazione del Parco Archeologico e Ambientale, ove sono stati riportati alla luce i ruderi di un antico borgo medievale. Una delle testimonianze più significative è costituita dai resti della bellissima Chiesa di Santa Maria. Gli altri reperti portati alla luce dagli archeologi risalirebbero al X sec. c.a. In epoca medievale vi sorgeva l’antica città di Devia, con la Chiesa romanica di Santa Maria che, attorno all’anno Mille, risultava concessa all’abate di Santa Maria delle Tremiti, come testimonia un antico documento dell’epoca.

Chiesa Monte Elio

La Dolina Pozzatina

Al 13mo chilometro della strada provinciale che da San Nicandro Garganico porta a San Marco in Lamis, si trova la Dolina Pozzatina. E’ una sorta di grande anfiteatro naturale dalla forma ellittica, originata dall’erosione dell’acqua per circa 100 metri di profondità ed un perimetro pressoché circolare di 1.850 metri complessivi. E’ una delle maggiori doline d’Italia, nonché la più grande della Puglia. Lateralmente è ricoperta di vegetazione spontanea di leccio, alaterno, lentisco, cerro, frassino, acero e olmo. Il territorio circostante è caratterizzato da un altopiano carsico con depressioni doliniformi e substrato geologico di calcare cretacico. Le condizioni di frescura, l’umidità e la profondità del sedimento che si accumula sul fondo, creano un microclima che determina la differenziazione di vegetazione tra l’ambiente interno e quello circostante.

Il Lago di Varano

In contrada Chianca, a circa 8 chilometri da Ischitella, si trova il Lago di Varano, che si estende su una superficie di circa 53 kmq.

Lago di Varano

La sua formazione geologica è relativamente recente (1000 d.C. c.a.). Il cordone litoraneo che chiude l’ampio golfo si sarebbe formato in seguito al continuo deposito di materiale solido trasportato dalle correnti del medio-basso Adriatico. Esso possiede una ricca vegetazione di pini d’Aleppo, ginepri e lentischi, dove vi dimorano cormorari, gabbiani, cuculi e tortore. Tra le lagune italiane, la laguna di Varano è una delle più interessanti ed atipiche; infatti, le sue caratteristiche morfologiche, fatte di coste alte e a picco e la profondità dei suoi fondali di 5,5 metri, la discostano molto dalla tipologia delle altre lagune, caratterizzate da sponde ed acque basse. Il Lago è collegato al mare per mezzo delle foci di Capoiale e di Varano, che ne elevano la salinità ed evitano l’impaludamento della zona. Alcuni studiosi antichi, tra cui Strabone, Pomponio Mela e Tolomeo, si riferivano, nelle loro opere, ad un’insenatura, un ampio golfo “incastonato” nelle pareti scoscese del Gargano nord, che si estendeva da Rodi fino all’odierna Torre Mileto, denominato “Sinus Uriae”.  

 
Di Lorenzo (del 15/06/2009 @ 18:48:28, in Viaggi, linkato 307 volte)

Suscita sempre un certo fascino ritornare ad Assisi e visitare la tomba e i luoghi di san Francesco.

 

 

Ma forse i momenti più toccanti si rivivono alla “Porziuncola” e alla “Cappella del Transito”, nell’interno della Basilica di santa Maria degli Angeli, a valle, nella piana che si estende ai piedi della zona montagnosa ove sorge l’imponente complesso delle Basiliche dedicate al Santo.

La Porziuncola

La cappella, situata in una zona denominata "Portiuncula", era rimasta per lungo tempo in stato di abbandono, fin tanto che venne poi restaurata da san Francesco.

Egli qui comprese chiaramente la sua vocazione e qui fondò l'Ordine dei Frati Minori nel 1209, affidandolo alla protezione della Vergine Madre di Cristo, cui la chiesina è dedicata.

Francesco ottenne in dono dai Benedettini il luogo e la cappella per farne il centro della sua nuova Istituzione.

Il 28 marzo 1211, Chiara di Favarone di Offreduccio (la futura santa Chiara) vi ricevette dal Santo l'abito religioso, dando inizio all'Ordine delle Povere Dame (Clarisse).

Nel 1216, in una visione, Francesco ottenne da Gesù stesso l'Indulgenza conosciuta come "Indulgenza della Porziuncola" o "Perdono di Assisi", approvata dal Papa Onorio III.

Alla Porziuncola, che fu ed è il centro del francescanesimo, il Poverello radunava ogni anno i suoi frati nei Capitoli (adunanze generali), per discutere la Regola, per ritrovare di nuovo il fervore e ripartire per annunciare il Vangelo nel mondo intero.

Il Transito 

 

Si tratta di un semplice vano in pietra in cui era situata l'infermeria del primitivo convento.

San Francesco trascorse qui gli ultimi giorni della sua vita e, deposto nudo sulla nuda terra, vi morì la sera del 3 ottobre 1226, dopo aver aggiunto gli ultimi versi al suo Cantico delle creature: "Laudato sii mi' Signore, per sora nostra morte corporale da la quale nullo homo vivente po skappare: guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntate, ka la morte secunda nol farrà male."

Ogni anno, il 3 ottobre, verso il tramonto, si celebra qui solennemente la Commemorazione Nazionale del Transito del Santo, Patrono d'Italia.

Basilica di S. Maria degli Angeli

Per volere del Papa san Pio V (1566-1572), al fine di custodire le cappelle della Porziuncola, del Transito e del Roseto e altri luoghi resi sacri dalla memoria di san Francesco, e accogliere i tanti pellegrini che da ogni luogo si recano a visitarli, tra il 1569 e il 1679 venne edificata la grande Basilica di S. Maria degli Angeli.

 

 

La città statunitense di Los Angeles, prende il nome proprio da quest’ultima Basilica.

 

Los Angeles

Il nome originario di Los Angeles è “Ciudad de la Iglesia de Nuestra Senora de Los Ángeles sobre la Porziúncola de Asis”, che significa “Città della Chiesa della Nostra Signora degli Angeli della Porziuncola di Assisi.

E’ la più grande città della California e la seconda di tutti gli Stati Uniti d'America; insieme a New York e Chicago è una delle tre metropoli più importanti del paese ed è un centro economico, culturale e scientifico di rilevanza mondiale.

Diventata città il 4 aprile 1850 (cinque mesi prima che la California diventasse il trentesimo stato dell'Unione), è il capoluogo dell'omonima contea.

L'area costiera dove sarebbe sorta Los Angeles venne abitata per millenni da popolazioni native, come i Tongva (o Gabrielenos), i Chumash e altri gruppi etnici, anche più antichi.

Gli spagnoli arrivarono nel 1542, quando Juan Cabrillo esplorò la zona. Nel 1769, Gaspar de Portola guidò una spedizione nella California meridionale assieme ai francescani Junipero Serra e Juan Crespi. Gaspar de Portola chiamò un fiume che avevano scoperto "El Río de Nuestra Senora la Reina de los Ángeles de Porciúncula".

Lungo il fiume, fratel Crespi aveva notato un luogo adatto per costruire una missione, ma nel 1771 fratel Serra ne fondò una a Whittier Narrows.

Dopo un'inondazione nel 1776, la missione fu trasferita a San Gabriel. Il 4 settembre 1781, 44 coloni messicani uscirono dalla missione di San Gabriel per fondare un nuovo insediamento nel sito vicino al fiume che era stato individuato da fratel Crespi.

La città, chiamata El Pueblo de Nuestra Senora la Reina de los Ángeles sobre El Río Porciúncula, rimase un piccolo centro agricolo per decenni. Oggi i caratteri generali del Pueblo sono conservati in un piccolo quartiere storico, denominato anche "Olvera Street".  

 

 
Di Lorenzo (del 01/06/2009 @ 14:45:00, in Viaggi, linkato 352 volte)

Niagara Falls: uno spettacolo davvero unico che, da solo, vale tutto il viaggio in nordamerica!

E’ questa la sensazione che abbiamo provato io e mia moglie qualche settimana fa.

Le cascate del Niagara (in inglese: Niagara Falls), situate nel nord-est dell'America, a cavallo tra USA e Canada, sono per la loro vastità tra i più famosi salti d'acqua del mondo. La loro fama è certamente legata alla spettacolarità dello scenario, dovuto al loro vasto fronte d'acqua e all'imponente portata, stimabile in oltre 168.000 m3 al minuto nel regime di piena e circa 110.000 m3 come media.

Le cascate del Niagara viste dal lato canadese, si trovano nell’Ontario, all'interno della regione denominata “Niagara Peninsula”, a poca distanza dalla città di St. Catharines e a circa un'ora e mezza da Toronto e, dal lato statunitense, a circa mezz'ora di macchina dalla città di Buffalo e a 600 Km da New York.

Si tratta di un complesso di tre cascate distinte, anche se originate dal medesimo fiume, il Niagara. Iniziano dal versante canadese con le “Horseshoe Falls” (ferro di cavallo, per la forma semicircolare), dette talvolta anche “Canadian Falls”, separate dalle “American Falls”, sul lato statunitense, dalla “Goat Island” (Isola delle Capre), e finiscono sempre nel suolo statunitense con le più piccole “Bridal Veil Falls” (cascate a velo nuziale o velo di sposa).

Le cascate del Niagara sono famose per la loro bellezza, oltre che per la produzione di energia elettrica. Grande notorietà fu data a questo luogo dal film "Niagara" girato nel 1953 dal regista Henry Hathaway e con Marilyn Monroe come protagonista.

Esse sono, da sempre, meta tradizionale di viaggio  (di nozze) per molti americani ma anche per gente d’oltreoceano: un sito turistico fra i più famosi al mondo da oltre un secolo; una meraviglia della natura che unisce, in un unico abbraccio, le città gemelle ed omonime di “Niagara Falls” nell'Ontario (Canada) e “Niagara Falls” nello Stato di New York (Stati Uniti d’America). Con qualche piccolo fastidio per il turista che, ogni volta, quando si passa da una parte all’altra, deve sottoporsi alle operazioni doganali e di controllo di frontiera USA/Canada e viceversa.

Le cascate hanno un salto di circa 52 metri, anche se quelle americane cadono su delle rocce situate ad appena 21 metri dal bordo della cascata. Ciò a causa di un massiccio movimento franoso occorso nel 1954. La grande cascata canadese è larga circa 800 metri mentre la cascata americana ha un fronte di 323 metri.

Il nome Niagara ha origine dal termine in lingua “irochese” (pellerossa d'America), “Onguiaahra”, che significa “acque tuonanti”. Gli antichi abitanti della regione erano gli “Ongiara”, una tribù “irochese” chiamata “Neutrale” da un gruppo di coloni francesi che beneficiarono della loro mediazione per risolvere alcune dispute con altre tribù locali.

Una leggenda della zona narra di ”Lelawala”, una bella ragazza obbligata dal padre a fidanzarsi con un ragazzo che ella disprezzava.; piuttosto che sposarsi, “Lelawala” scelse di sacrificare se stessa al suo vero amore “He-No”, il “Dio Tuono”, che dimorava in una caverna dietro la “Cascata a Ferro di cavallo”. Ella “pagaiò” sulla sua canoa nelle veloci correnti del fiume Niagara e precipitò dal bordo della cascata. “He-No” la raccolse mentre precipitava ed i loro spiriti, secondo la leggenda, vivono uniti per l'eternità, nel santuario del “Dio Tuono” sotto le cascate.

Nel 1848 iniziò la costruzione di un ponte sul fiume Niagara per unire la sponda americana del fiume a quella canadese. Con l'incremento del traffico stradale, nel 1886, venne sostituito il vecchio ponte in pietra e legno con uno in ferro ancora in uso, completato nel 1897; conosciuto come il ponte Whirlpool consente il passaggio di veicoli, treni e pedoni, dal Canada agli Stati Uniti, e si trova a valle delle cascate. Nel 1941 venne poi costruito il ponte dell'arcobaleno (in inglese: Rainbow Bridge), nelle immediate vicinanze della cascata, adibito al passaggio di veicoli e pedoni; da esso si ha una spettacolare visione delle cascate nella loro interezza e dell’arcobaleno che vi si forma.

Lo spettacolo offerto da questa attrattiva naturale, porta qui annualmente circa 14 milioni di visitatori.

A questo scopo, negli anni novanta, è stata realizzata un'area turistica comprendente decine di grandi alberghi, bar, ristoranti ed anche dei Casinò, che hanno trasformato questa città in una  sorta di “Las Vegas” canadese.

Fra le attrazioni del posto, è interessante il “Maid of the Mist” (alla lettera: la fanciulla nella nebbia); un Battello turistico che consente di effettuare uno stravolgente giro sotto le cascate. Ai passeggeri viene fornito un apposito impermeabile con cappuccio per proteggersi dalla schizzi di acqua.

Il nome del battello si riferisce verosimilmente alla leggenda di ”Lelawala”, la bella ragazza che scelse di sacrificarsi al “Dio Tuono”. Perché… “nella nebbia”? Perché il salto d’acqua delle cascate crea un effetto nebbia.

Interessante anche una visita alla “Skylon Tower”; la torre (a forma di fungo) con in cima un “ristorante girevole”, dal quale si può godere una vista mozzafiato delle cascate illuminate di notte, mentre si consuma una deliziosa cena a lume di candela (noi abbiamo gustato dell’ottimo salmone canadese!)

La maggior parte delle aree adiacenti alle cascate fanno parte del Parco della Regina Vittoria, sotto il controllo della “Niagara Park Commission”, dove sono state create varie attrazioni legate all'ambiente naturale.

La penisola di Niagara è anche luogo di produzione di vini per cui sono stati realizzati percorsi e visite guidate alle cantine della zona. 

 
Di Lorenzo (del 18/05/2009 @ 19:07:02, in Viaggi, linkato 1747 volte)

Ho avuto l’opportunità di assaporare nei giorni scorsi nell’Ontario, in Canada, durante un viaggio nell’America settentrionale con mia moglie, uno sciroppo d’acero veramente squisito; una delizia che può essere gustata in tanti modi diversi.

Una natura sconfinata, tra il verde sfolgorante delle conifere e laghi, fiumi ed acqua che si susseguono senza interruzione dietro ogni curva: questo è il Canada.

Colpisce la vastità degli spazi, degli ambienti ancora incontaminati ed apprezzabile è il modo in cui tutto questo è rispettato e conservato; molti sono gli scorci che ricordano paesaggi europei, ma la differenza la fa l’estensione.

Il Canada offre molto, soprattutto per chi ama la natura ed il contatto con essa, nella sconfinatezza e nella pace.

Già gli indiani irochesi del Canada conoscevano la lavorazione della linfa estratta dalla corteccia del tronco dell’albero di acero.

In origine veniva trattata in modo da ottenerne cristalli che fungevano da surrogato dello zucchero di canna.

Solo in seguito si scoprì la possibilità di ricavarne sciroppo.

Lo sciroppo d'acero viene oggi prodotto dalle province orientali del Canada ed in alcune zone degli Stati Uniti.

La linfa viene raccolta all'inizio della primavera (in genere in marzo o aprile) quando l'acero è in stato quiescente, in aree di coltivazione note come sugarbush o sugarwoods.

La linfa ha sostanza solida di circa il 3-5%, in gran parte costituita da saccarosio. È inoltre composta da acido malico, potassio, calcio, ferro, vitamine e componenti fenoliche.

Lo sciroppo deriva dal processo di concentrazione della linfa, che si effettua in costruzioni ad hoc chiamate sugarshacks o cabanes à sucre; può essere classificato in base al grado di raffinazione (per esempio dal più al meno raffinato: fancy, grade A, grade B).

Lo sciroppo d'acero è un liquido zuccherino ottenuto dalla bollitura della linfa dell'acero da zucchero e dell'acero nero. È il dolcificante naturale meno calorico (circa 250 calorie per cento grammi) dopo la melassa; ha un alto contenuto di sali minerali.

Oltre ad essere utilizzato nei paesi freddi , per le elevate calorie e proprieta' nutrizionali, lo sciroppo d'acero e' famoso per le sue proprieta' depurative oltre che energizzanti.

Per ottenere 1 litro di sciroppo ci vogliono 40 litri di linfa d'acero. In Canada si produce ben oltre l'80% della produzione mondiale; la provincia del Québec è il principale produttore mondiale, con il 75% dello sciroppo d'acero prodotto ogni anno.

Nel New England, nel Québec ed in parti dell'Ontario, il processo di fabbricazione dello sciroppo è divenuto parte della cultura popolare: residenti delle regioni metropolitane visitano almeno una volta l'anno gli sugarshacks, dove piatti a base di sciroppo d'acero sono serviti in un'atmosfera rustica e casareccia.

La maple taffee (letteralmente: caramella d'acero) o tire sur la neige è preparata versando una specie di caramello, ottenuto concentrando ulteriormente lo sciroppo, caldissimo nella neve fredda; la caramella così realizzata viene quindi mangiata su bastoncini a mo' di lecca-lecca.

Questo succo dorato e dolcissimo è apprezzato in tutti gli Stati Uniti (e non solo). Non può mancare in nessuna cucina e su nessuna tavola della prima colazione.

Gli alberi di acero da zucchero (Acer saccharinum) crescono soprattutto in Canada e America settentrionale ed il succo, raccolto per qualche settimana, viene fatto addensare sotto effetto del calore.

Con questo procedimento in un anno si ricavano da un albero circa 40 litri di succo che, però, una volta addensato si riduce, come si è detto, ad un solo litro di sciroppo.

Esistono diverse qualità di sciroppo, a seconda del luogo di raccolta e del tipo di lavorazione. Più è chiaro, più risulta aromatico e prelibato. Il colore ambrato più chiaro e l'aroma più dolce derivano dal succo, trattato con molta attenzione, del primo giorno di raccolta primaverile.

Le qualità più economiche possono essere marrone chiaro e avere un forte gusto di caramello che copre quasi del tutto il delicato aroma dello sciroppo d'acero. Queste qualità sono tipiche dei raccolti più tardivi, addensati sotto l'effetto di un forte calore.

Negli anni, i tanti film americani hanno diffuso nel mondo l’immagine delle famiglie nordamericane raccolte per la prima colazione intorno a tavoli ove abbondano caffè, latte, cereali, pancakes, muffins e altri dolci accompagnati (naturalmente) dallo sciroppo d’acero.

Ma lo sciroppo d’acero viene usato anche in accompagnamento ai formaggi o al classico tacchino e a tante altre pietanze, oltre che per esaltare il sapore del burro fuso su pancake caldo, uova e bacon.

Ottimo anche con il gelato.

Sotto alcuni aspetti, lo sciroppo d’acero, con il suo leggero e vellutato retrogusto di caramello, è senz’altro un’ottima alternativa alle confetture di frutta e al miele. 

 
Di Lorenzo (del 11/05/2009 @ 22:35:00, in Viaggi, linkato 513 volte)

Solitamente pensiamo a “Monna Lisa” quando il nostro pensiero è rivolto alle opere di Leonardo da Vinci all’estero.

In particolare ci riferiamo alla famosa “Gioconda” esposta al Museo del Louvre di Parigi, che raffigura la fiorentina Lisa Gherardini, Monna Lisa Gherardini per la precisione.

Molto probabilmente sfugge ai più che il nostro amato Leonardo da Vinci è presente anche negli Stati Uniti d’America presso la prestigiosa “National Gallery of Art” di Washington (DC) - [Washington District of Columbia] -, con un’opera che nulla ha da invidiare alla Gioconda: si tratta del ritratto di Ginevra Benci, che ho avuto l’opportunità di apprezzare nei giorni scorsi in occasione di una mia visita al predetto museo americano, nel corso di un viaggio negli Stati Uniti con mia moglie.

La “National Gallery of Art” si trova in Constitution Avenue a Washington (DC) negli Stati Uniti ed è un museo di arte antica, arte moderna, bronzi ed arti decorative. Il museo espone opere di: Georges Braque, Mary Cassatt, Paul Cézanne, Giorgio De Chirico, Edgar Degas, Leonardo, fra Filippo Lippi, Amedeo Modigliani, Claude Monet, Pablo Picasso, Camille Pissarro, Jackson Pollock, Raffaello, Rembrandt, Pieter Paul Rubens, Vincent Van Gogh, Jan Vermeer, ecc.

La National Gallery of Art di Washington (DC) è una galleria di arte antica, arte moderna, e di arti decorative, costituita da opere di proprietà della nazione americana.

Venne istituita nel 1937 per decreto del Congresso degli Stati Uniti. Ma la sua collezione trae origine sostanzialmente da donazioni private. Tra esse spiccano per importanza quelle di Andrew F. Mellon, Peter A.B. Widener, Samuel H. Kress e Chester Dale.

La collezione di dipinti antichi della National Gallery of Art di Washington  (DC) è la più vasta e completa degli USA ed una delle più importanti al mondo. Stupenda è anche quella di impressionismo e post-impressionismo, dove figurano grandi capolavori di Edouard Manet e innumerevoli opere di Claude Monet, Pierre Auguste Renoir, Camille Pissarro, Paul Cézanne, Vincent van Gogh e Paul Gauguin. Meno estesa, ma in ogni caso di grande qualità, è quella di pittura e scultura del '900. Per l'importanza delle opere si possono citare i nomi di Pablo Picasso, Henri Matisse, André Derain, Georges Braque, Amedeo Modigliani, Giorgio De Chirico. Splendida anche la selezione di arte americana del dopoguerra, in particolare Jackson Pollock, Mark Rothko, Morris Louis, Alexander Calder, ecc. Su tutte svettano capolavori, come Famiglia di saltimbanchi (1905) di Pablo Picasso e Number 1 (1950) di Jackson Pollock.

La splendida collezione della National Gallery of Art ha sede in due edifici, che si ergono al centro del Mall (1). Un corridoio sotterraneo, comprendente vari servizi, li collega l'uno all'altro. Il più antico dei due, inaugurato nel 1941, è stato progettato da John Russell Pope. Ha l'aspetto di un grande complesso neoclassico, imponente ma elegante, nel suo rivestimento in marmo rosa del Tennessee.

Il Ritratto di Ginevra de' Benci di Leonardo da Vinci.

Il Ritratto di Ginevra de' Benci è un dipinto di Leonardo da Vinci, a tempera ed olio su tavola (38,8 x 36,7 cm), realizzato tra il 1474 ed il 1478. Le mani dovevano essere in una posizione emblematica, come nei più famosi ritratti di Leonardo, e secondo alcune testimonianze dell'epoca dovevano assomigliare nella posa a quelle della Dama del mazzolino di Verrocchio.

Fonti antiche documentano il rapporto fra Leonardo e Giovanni Benci, marito di Ginevra, ma forse intercedette anche Tommaso Benci, poeta discepolo di Marsilio Ficino ed amico di Leonardo.

La donna rappresentata, fra le più aggraziate della Firenze del tempo, non viene solo descritta con inoppugnabile abilità pittorica, ma anche esaltata come esempio di virtù.

Il retro del dipinto riporta, infatti, la scritta “VIRTVTEM FORMA DECORAT” (La forma decora la virtù), concetto di chiara ascendenza neoplatonica, già citato nella botticelliana "Primavera", secondo cui la bellezza del corpo rispecchia quella dello spirito.

La Benci è pure esempio di purezza, come suggerisce il ginepro che le fa da sfondo. L'ombra del ginepro esalta il chiarore espressivo del volto della donna, il colore della cui pelle evolve poi in quello dell'acconciatura e, successivamente, in quello della veste e dello sfondo paesaggistico, secondo un continuum cromatico che testimonia la capacità vinciana nell'uso del timbro bruno-castano in varie tonalità.

La National Gallery of Art di Washington (DC) è un museo molto frequentato, non solo dagli statunitensi ma da visitatori provenienti da tutto il mondo, e quindi l’opera di Leonardo da Vinci ben rappresenta l’Italia in maniera universale.

(1) Il “National Mall” è un ampio viale monumentale di Washington (D.C.), che si estende per circa 3 chilometri in direzione est-ovest dal Campidoglio al Lincoln Memorial. È fiancheggiato a nord dalla Constitution Avenue e a sud dalla Indipendence Avenue. Fa parte del "National Mall & Memorial Parks", un parco amministrato dal National Park Service, un ente governativo che gestisce tutti i Parchi nazionali degli Stati Uniti. Al suo interno, circa 1800 metri a ovest del Campidoglio, svetta il Washington Monument, un'obelisco rivestito di granito alto oltre 169 metri. Poco a nord del Washington Monument si trova la Casa Bianca. L'idea di realizzare un viale monumentale nel cuore di Washington spetta all'architetto francese Pierre Charles L'Enfant, che ne delineò un progetto nel 1791. Tuttavia la sua effettiva esecuzione risale all'inizio del XX secolo da parte della Commissione McMillan, che tra l'altro fece spostare la stazione ferroviaria principale della città, la Union Station, da un'area lungo l'attuale viale ad una nuova posizione lungo la Massachusetts Avenue. 

 
Di Lorenzo (del 28/12/2008 @ 21:57:12, in Viaggi, linkato 636 volte)


Non poteva mancare, nell’occasione del mio viaggio in ISRAELE della primavera dello scorso anno con mia moglie, una visita a QUMRAN, in prossimità del Mar Morto, alla “scoperta” dei ROTOLI DEL MAR MORTO.

Un’avventura veramente interessante.

Il sito archeologico è ben attrezzato sia sotto il profilo del comfort che della logistica in generale.

Prima della visita vera e propria, viene proposta - in una apposita saletta dedicata - la proiezione di un filmato che ripercorre la storia di Qumran, degli “Esseni” e del ritrovamento dei famosi Rotoli.

Successivamente si passa a visitare la (ricostruzione della) grotta nella quale i Rotoli vennero effettivamente rinvenuti.

Qumran, situata ad ovest della strada Kaliah-Sodoma, a nord-ovest del Mar Morto, era abitata da Ebrei già nell’ottavo secolo a.C.

La fama di Qumram viene dagli “Esseni” che lì abitarono e studiarono nel corso di due secoli (dalla fine del periodo di Hashmonaim fino alla grande rivolta contro i romani).

Questi lasciarono nelle grotte situate nei dintorni magnifici manoscritti che conosciamo oggi come i “Rotoli del Mar Morto”



Gli “Esseni” arrivarono a Qumran verso la fine del secondo secolo a.C. e nel 31 a.C., durante il periodo Erodiano, si verificò un forte terremoto e il luogo fu abbandonato.

Circa 250 anni dopo, durante il periodo di Archelao (figlio di Erode il Grande, 4 a.C. – 6 d.C.) gli “Esseni” ritornarono a Qumran e la ricostruirono.

Nel 68 d.C. i romani conquistarono Qumran ma poi lasciarono il posto.

Le ultime tracce di abitazione risalgono al periodo della ribellione di Bar-Kochba (132-135 d.C.) quando membri del governo romano vi si insediarono nuovamente.

Allorchè anche questi ultimi lasciarono definitivamente il sito, Qumran venne complemente abbandonata e dimenticata.

Solo in epoca recente, e più precisamente nel 1947, un beduino in cerca di una pecora smarrita gettò un sasso all’interno di una grotta del luogo, colpendo casualmente alcuni antichi vasi di terracotta contenenti dei rotoli, che cominciarono poi a passare di mano senza alcuna particolare rilevanza.

Si chiamava Mohammed el-Hamed - detto “il Lupo” - l'autore della sensazionale scoperta, che avvenne in quella vallata rocciosa e inospitale nei pressi del Mar Morto, allora appartenente alla Palestina sotto mandato britannico.

Il giovane beduino udì, dopo aver lanciato il sasso, un rumore sordo, come di un vaso rotto ed il giorno dopo trovò il coraggio di inoltrarsi nella grotta e lì trovò decine di giare, alcune intere, altre spezzate contenenti rotoli scritti in lingue antiche, parole che lui non poteva comprendere.

Fu invece il Frate Roland de Vaux, venuto a sapere della scoperta, a dare inizio agli scavi nella zona dal 1951 al 1956, accompagnato da un gruppo di archeologi francesi.

Cominciò così la ricerca sull’attività degli “Esseni”.

Vennero rinvenuti altri rotoli e delle costruzioni antiche che rafforzarono la teoria che Qumran era di fatto il nucleo dell’attività “Essena”.

Le grotte sono localizzate in dirupi di difficile accesso (adatto a nascondigli per manoscritti) e le varie costruzioni servivano per i vari usi. I rotoli, trovati in vasi di terracotta, si conservarono per duemila anni (grazie al clima particolarmente arido); essi contengono brani del Vecchio Testamento, gli Apocrifi e altri scritti “Esseni”.

Una parte dei rotoli trovati sono visibili nel EICHAL HA’SEFER (museo del libro) che è parte del museo di Israele.

Gli “Esseni” erano asceti che davano grande importanza alla purità (e quindi ai bagni e alle abluzioni rituali). Conducevano vita comunitaria, ma ciò non impediva loro di costruire capanne e tende per una vita di isolamento.

Avevano sale per assemblee, refettorio, cucina comune, bagni rituali ed anche camere per lavanderia.

Non mancava infine il cimitero della comunità.

Caratteristica era la loro sala di scrittura, con tavoli e portapenne: qui gli “Esseni” evidentemente scrissero la maggior parte dei rotoli trovati nelle grotte.

I rotoli di Qumran sono pergamene scritte in aramaico, greco ed ebraico. La loro datazione viene collocata tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C.

Con ogni probabilità questi scritti di ambiente giudaico sono la migliore fonte che abbiamo per conoscere la Palestina ai tempi di Gesù.

In tutto furono scoperte 11 grotte, l'ultima nel 1956, e i frammenti rinvenuti circa 15mila appartenenti a 800-850 manoscritti.

Le autorità giordane che avevano appena guadagnato il controllo del territorio, costituirono un team di studiosi di varia nazionalità che monopolizzò lo studio dei Rotoli.

Durante tutti gli anni '50 le migliaia di frammenti vennero ricongiunti, identificati e infine tradotti.

Nel 1967 Qumran e le terre circostanti cambiarono nuovamente di mano. Il controllo della Cisgiordania passò ad Israele e con esso anche l'intera collezione dei rotoli.

Scoppiarono diverse incomprensioni tra le autorità israeliane e alcuni membri del comitato di ricerca, la cui direzione venne interamente sostituita.

Infine l’Autorità dei Parchi Nazionali destinò il sito a Parco Archeologico aperto al pubblico.

In loco c’è un comodo parcheggio, locali di ristoro, servizi e negozietti di souvenir.

Il percorso archeologico e ben segnalato e ricco di tavole esplicative plurilingue.


 
Di Lorenzo (del 21/12/2008 @ 18:55:12, in Viaggi, linkato 773 volte)

Natale è alle porte e i convulsi preparativi che vedono coinvolti giovani, vecchi e bambini nella corsa ai regali e agli acquisti per le imminenti Festività di Fine Anno sono in dirittura d’arrivo, in un’atmosfera di consueta gaiezza e partecipazione, nonostante la crisi finanziaria ed economica che sta interessando e preoccupando il mondo intero.

Le previsioni, stando ai soloni dell’informazione, erano addirittura catastrofiche e prefiguravano un Natale senza luminarie, niente regali e tutti a casa a lume di candela.

Ma, a quanto pare, così non è!

Anche le abbondanti nevicate dei giorni scorsi fanno ben sperare per un pienone nelle località turistiche invernali e le prenotazioni di viaggi, verso le capitali europee e le altre località esotiche, sembrano mantenere il livello degli altri anni.

I centri urbani dei paesi e delle città sono festosamente illuminate di luci scintillanti e tanti alberi di Natale sono stati issati nelle piazze e nelle case, in molte delle quali offre la sua testimonianza il Presepe, con la sua grotta, i pastori, le pecorelle, i Magi, ecc.

Ma c’è un simbolo che accomuna tutte queste manifestazioni esteriori natalizie: è la “stella cometa”.

E la troviamo nelle luminarie, sugli alberi di Natale e naturalmente nei Presepi.

Ma cos’è e cosa simboleggia la “stella cometa”?

 Il Vangelo di Matteo è l’unica fonte del Nuovo Testamento che parla di questo oggetto, indicandolo col nome di «stella». Il testo completo riporta che «Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: “Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo”. All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: “A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele”. Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: “Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo”. Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese […]. Erode, accortosi che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù, corrispondenti al tempo su cui era stato informato dai Magi» (Mt 2,1-12.16).

Quindi per “Stella di Betlemme”, impropriamente detta “stella cometa”, si intende il fenomeno astronomico che, secondo il racconto del Vangelo di Matteo, guidò i Re Magi a fare visita a Gesù appena nato.

Il fondamento storico del racconto è discusso. Storici laicisti e alcuni biblisti cristiani lo vedono come un particolare leggendario. Altri biblisti cristiani ne ammettono la veridicità, e in particolare sarebbe da identificare con una triplice congiunzione di Giove e Saturno verificatasi nel 7 a.C. Il particolare ha comunque avuto una straordinaria fortuna artistica, in particolare nelle rappresentazioni della Natività e del Presepe.

La comune denominazione di "stella cometa" risale al fatto che Giotto, a inizio XIV secolo, la disegnò appunto come una cometa, impressionato dal recente passaggio della Cometa di Halley.

Ho avuto l’opportunità di visitare con mia moglie in Terra Santa, in primavera dello sorso anno, a Betlemme, il luogo dove è nato Gesù.

 Il punto preciso della “Natività” è contrassegnato da una “stella”.

Dopo i vangeli, la più antica testimonianza sul luogo della nascita di Gesù è del filosofo e martire Giustino, originario di Flavia Neapolis, odierna Nablus, in Palestina: "Al momento della nascita del bambino a Betlemme, poiché non aveva dove soggiornare in quel villaggio, Giuseppe si fermò in una grotta prossima all'abitato e, mentre si trovavano là, Maria partorì il Cristo e lo depose in una mangiatoia, dove i Magi, venuti dall'Arabia lo trovarono".

Questa medesima grotta fu circondata dalle magnifiche costruzioni dell'imperatore Costantino e di sua madre Elena non molto dopo il 325 d. C., come narra lo storico Eusebio di Cesarea, contemporaneo ai fatti.

Nel 386, san Girolamo si stabilì nei pressi della basilica, con la nobile matrona romana Paola e altri seguaci, vivendo vita monastica, dedicandosi allo studio della Bibbia e producendo la sua celebre versione latina (Vulgata), che divenne poi ufficiale nella chiesa d'Occidente. Il suo sepolcro, così come quello dei suoi compagni e compagne, fu scavato nelle immediate vicinanze della grotta medesima.

La basilica del IV sec. fu sostituita nel VI sec. da un'altra di dimensioni maggiori, che è quella ancora oggi in piedi.

In epoca crociata (XII sec.) le pareti furono abbellite di preziosi mosaici dai fondi incrostati d'oro e di madreperla, dei quali rimangono ampi frammenti con scene del nuovo Testamento (nel transetto, con iscrizioni latine) e la rappresentazione simbolica di concili ecumenici (nella navata, con iscrizioni greche). Al di sopra delle colonne della navata in una fila di medaglioni sono raffigurati gli antenati di Gesù (con diciture latine). Uno degli angeli adoranti della parete sinistra ha ai piedi una iscrizione (in latino e in siriaco) con il nome dell'artista, il pittore Basilio.

Scavi fatti negli anni 1934-35 (dal governo mandatario inglese) hanno riportato alla luce considerevoli resti dei mosaici pavimentali della basilica costantiniana, alcuni dei quali sono visibili tanto nella navata che nel transetto della basilica.

 I francescani, che dimorano a Betlemme dal 1347, posseggono accanto alla basilica della Natività il proprio convento e una chiesa (dedicata alla santa martire Caterina) che serve principalmente per le necessità della comunità cristiana cattolica locale di rito latino.

 La nostra visita a Betlemme si è conclusa con un pranzo preparato da frati francescani. 

 
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