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Poggio Imperiale, la Porta della Puglia e del Gargano.

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Un luogo privilegiato di osservazione
sul passato, presente e futuro.
Sul mondo intero.
(l.b.)
27
Feb

La filastrocca del “vorrei”

La filastrocca del “vorrei”

di Lorenzo Bove

Dai ricordi della mia fanciullezza spunta ogni tanto una filastrocca antica che recitava mio nonno Lorenzo, soprattutto negli ultimi anni della sua vita terrena, e che con le due mie sorelle, Giovanna e Gina abbiamo continuato poi, nel tempo, a ricordare, limitandoci però ai primi due versi:


“Vorrei morire e non vorrei la morte / Per vedere chi mi piange forte”


Ne avevo fatto menzione anche in uno dei miei libri, “Tarranòve tra gli anni 40 e 60 del secolo scorso”, Edizioni del Poggio 2021, alla pagina 78.

Stralcio della pagina 78 libro citato

Non ricordavamo o ignoravamo addirittura il resto della poesia e, col passare degli anni, ci eravamo quasi fatti persuasi che, forse, quei versi fossero frutto del suo estro, della sua vena poetica, soprattutto con l’avvicinarsi della sua dipartita.

Ma, qualche giorno fa, uno dei nipoti di mia sorella Giovanna – nello specifico Daniele, uno dei tre figli di Marialuisa – dopo aver sentito pronunciare da sua nonna (forse per l’ennesima volta) quei due versi, ha provato a fare una ricerca su Internet, scoprendo che si tratta, in particolare, di un’antica filastrocca, denominata “La filastrocca del ‘vorrei’ “.

“Vorrei e non vorrei la morte,

vorrei vedere chi mi piange forte;

vorrei vedere chi mi piange assai,

vorrei vedere chi non mi scorda mai.

Vorrei e non vorrei morire,

vorrei veder chi mi viene a seguire;

vorrei veder chi mi porta la cassa,

per veder come la gente passa”.

E, dunque, si trattava molto probabilmente di reminiscenze scolastiche del nonno Lorenzo, che egli aveva in animo di trasmetterci e delle quali noi nipoti avevamo però memorizzato solo la prima parte.

La curiosità mi ha poi preso la mano e ho provato anch’io ad approfondire l’argomento, pervenendo alle seguenti conclusioni.

La filastrocca appare in 26 libri dal 1844 al 2007 e, nel libro “Poesia popolare italiana – Studj di Alessandro d’Ancona” di Alessandro D’Ancona, F. Vigo Editore, 1878, pagg. 476, la poesia è riportata alla pag. 157:

“Vorrei morire e non vorrei la morte;

Vorrei veder chi mi piange più forte;

Vorrei morire e star sulle finestre;

Vorrei veder chi mi cuce la veste;

 Vorrei morire e stare sulla scala;

Vorrei veder chi mi porta la bara;

Vorrei morire e vorrei alzar la voce;

Vorrei veder chi mi porta la croce”.

E, qui di seguito, altre versioni, di autori per lo più sconosciuti:

 Vorria morì e non vorria la morte,
Vorria vedè sto munno trapassà;
Vorria vedere chi mme chiagne forte
Si mamma mmia o sorema carnale;
Mamma mmi chiagne pe na notte
Sorema pe na notte duoi semmane.

Variante di Lecce e Caballino (Terra d’Otranto) :

Ulia murire e nun vulia la morte,
Vulia de ‘n autru mundu trapassare;
Ulia vedire ci mme chiange forte,
Ci mme sona a murtoriu le campane;
Ca nc’è la mamma mmia ci chiange forte,
Ca quiddha sula nun sse po‘ scurdare.
Cu bisciu ci mme chiangi e ‘rita forte.

Variante di Toscana:

Vorrei morir di morte piccinina;
Morta la sera e viva la mattina;
Vorrei morire e non vorrei morire;
Vorrei veder chi mi piange e chi ride;
Vorrei morire e non vorrei la morte;
Vorrei veder chi mi piange più forte;
Vorrei morire e star sulle finestre;
Vorrei veder chi mi cuce la veste;
Vorrei morire e stare sulla scala;
Vorrei veder chi mi porta la bara;
Vorrei morire e vorrei alzar la voce;
Vorrei veder chi mi porta la croce.



Variante Ligure:

Vurrë’ murire e nun vurrë ‘ la morte,
Vurrë’ savëi chi mi pianse ciü ‘ forte;
Mi piangerà più fort’ la mamma mia
E poi appressu la seignura mia;
La mamma mia mi piangerà cun gli occhi,
La mia scignura cun gli occhi e col cuore.


Variante Umbra:

Vorrei morire e non vorrei la morte,
Vorrei vedè chi mi piangesse forte;
Vorrei morire e stare sur un pero,
Vorrei vede’ chi mi piange da vero;
Vorrei morire e star su ‘na rametta,
Vorrei vedè chi mi piangesse in fretta;
Vorrei morire e star sur una noce,
Vorrei vedè chi mi porta la croce;
Vorrei morire e stare sur un’ara,
Vorrei vedè chi mi porta la bara.

Una filastrocca, quindi, molto diffusa e con un unico filo conduttore: la morte e il desiderio, la malcelata curiosità di poter sbirciare, osservare senza farsi notare, socchiudendo gli occhi, per concentrare la vista su determinate persone, al fine di percepire alcuni loro atteggiamenti e comportamenti, nell’ora cruciale del proprio trapasso nell’aldilà.

E poter così smascherare la meschinità e la grettezza di alcuni individui che gli vivevano accanto.

“Vorrei morire e non vorrei la morte” … avere ancora un’ultima possibilità; quella di poter verificare, fino in fondo, la profondità dei valori di bene, affetto, amore, palesati nei suoi confronti dalle persone che riempivano la propria vita.

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Copertina del libro citato

23
Feb

La grande Kermesse di primavera del 2026

La grande Kermesse di primavera del 2026

di Lorenzo Bove

Ad un mese esatto dalla grande kermesse del 22 e 23 marzo prossimo venturo che misurerà, nella prossima primavera, il livello di competizione politica alla quale gli italiani verranno chiamati, qualche riflessione nel merito si ritiene opportuno farla.

È proprio così’, per lo meno dal mio punto di vista, lo scontro è solo ed esclusivamente di natura politica; e non si spiega diversamente!

La nostra Carta Costituzionale (il nostro Vangelo, la nostra Bibbia), viene – ancora una volta – messa in discussione in alcuni dei suoi punti nevralgici, la Giustizia, e le riforme preannunciate dall’attuale Governo non hanno raccolto il necessario consenso parlamentare (in termini di quorum) previsto dalla Costituzione stessa, ragione per cui occorre interpellare al riguardo gli elettori attraverso un apposito Referendum.

Le divergenze politiche che sono emerse nel corso dei lavori parlamentari tra la maggioranza di governo e l’opposizione hanno indotto il Governo a porre, di volta in volta, nei quattro passaggi di rito, il cosiddetto “voto di fiducia” (che in politichese significa: uno per tutti e tutti per uno, altrimenti tutti a casa!), vanificando, di fatto, lo spirito della “condivisione” (anche in seno alla stessa maggioranza) che deve invece caratterizzare delicati interventi di siffatta natura.

E questo, al di là delle valutazioni di merito, ha favorito ed alimentato a dismisura il livello di scontro tra le due posizioni contrapposte, trasformando peraltro – come spesso accade – una giusta o semplicemente discutibile causa in una vera e propria competizione politica.

Anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha sentito addirittura il bisogno di scendere in campo per svelenire gli animi.

Personalmente ritengo che in materia di riforme costituzionali sia sempre opportuno seguire la via di un’apposita Commissione Bicamerale aperta anche ad esperti di alto livello, emulando quanto fatto ai tempi dall’Assemblea Costituente, che ebbe in Italia un ruolo cruciale nella stesura

della Costituzione della Repubblica Italiana, approvata il 27 dicembre 1947 ed entrata in vigore il 1° gennaio 1948.

Leggo in questi giorni che la Magistratura  avrebbe prevaricato la Politica (di governo), e che tutto ciò non va bene, per la semplice ragione – si sostiene – che quest’ultima deterrebbe una sorta di mandato popolare conferitole con la vittoria elettorale, dimenticando (o ignorando) che in democrazia (come  del resto anche in Italia) vige la tripartizione dei Poteri dello Stato: Legislativo (Parlamento) che fa le leggi, Esecutivo (Governo) che “esegue” ovvero amministra, e Giudiziario (Magistratura) che giudica la correttezza dei comportamenti in relazione al dettato legislativo.

E la dice lunga questa leggenda metropolitana, facendo sorgere il dubbio che … nel combinato disposto … della campagna referendaria in corso, prevalga la malcelata voglia di fare l’esatto contrario, ovvero sottoporre al Potere Esecutivo (Governo) quello Giudiziario (Magistratura), come avviene in tutti gli Stati autoritari che conosciamo.

Tuttavia, negli ultimi tempi, anche Stati democratici, non sospetti, si stanno allenando a farlo (gli Stati Uniti di Trump ci dicono qualcosa?).

Ma sorvoliamo pure su tutti questi pregiudizi, magari privi di fondamento, e auspichiamo che la Politica (in generale) si sforzi di tenere la barra dritta, cercando per quanto possibile di mantenere saldi i principi di Montesquieu, in particolare la sua teoria della separazione dei poteri, fondamentale per una politica moderna e democratica; non solo in termini di semplice facciata, ma nella concretezza dei fatti.

“Dal dire al fare c’è di mezzo il mare” – recita un vecchio andante – volendo significare che c’è un enorme divario tra le cose che si dicono e le cose che poi si fanno.

Forse, ancor prima di pensare di riformare la nostra Carta Costituzionale, sarebbe bene approfondirne tutti gli aspetti in essa contenuti, e cercare di metterli in pratica con lo stesso spirito dei nostri padri costituenti.

Abbiamo comunque già maturato esperienze al riguardo (la modifica del Titolo V riguardante le autonomie territoriali ci serva da monito!) e ci stiamo ancora leccando le ferite, cercando di rimediarvi in qualche modo, registrando puntualmente rilievi di incostituzionalità da parte della Corte Costituzionale.

La grande Kermesse di primavera prossima ventura è alle porte!

Costituzione della Repubblica Italiana
Foto di repertorio da Internet

31
Gen

È volata via come una colomba

È volata via come una colomba

di Lorenzo Bove

Giusto un mese fa, il 31 dicembre 2025, veniva a mancare una persona cara della nostra famiglia, l’indimenticata Evelina, sorella di mia moglie, che ricorderemo nel corso della Santa Messa delle ore 18,30 di domani, domenica 1° febbraio 2026, nella Basilica di Santo Stefano di Sesto San Giovanni.

Il suo ricordo in una mia poesia scritta nell’occasione, allorquando negli occhi di mia moglie ho scorto, insieme alla tristezza della circostanza, gli autentici sentimenti di amore per una persona cara … volata via!

É volata via come una colomba

Scorgo nei tuoi occhi, mia cara,
uno sguardo velato di tristezza,
sul tuo volto denso di mestizia.
Improvvisamente,
un senso di solitudine e ansia

ti induce a riflettere
sulla terrena vulnerabilità umana.
Ogni certezza,
conquistata con grande fatica nel tempo,
fatalmente sembra esitare.
E un vuoto incolmabile ti avvolge,
ingombrante e rumoroso al tempo stesso.
Senti il bisogno di rielaborare
la tua identità e quotidianità.

È svanita una parte di te stessa,
un legame speciale con il tuo passato,
fatto di tanto presente vissuto insieme.
Un dolore immenso.
Lo spezzarsi di una relazione
pressochè simbiotica
che durava da tutta una vita.
La sua fragilità, le sue paure
e la tua dedizione quotidiana.

Una protezione quasi materna,
sebbene fosse una delle tue sorelle,
e tu la maggiore.
E piangi la tua umana impotenza
per non aver potuto impedire
che il suo fato si compisse.
Ma la fede ti sorregge
e il tuo credo non vacilla.
É volata via come una colomba,
perdendosi tra le nuvole.
Si è forse arresa alla vita,
per ricongiungersi ai suoi,
i vostri cari mamma e papà.
Per l’eternità.

Ti sarò ora vicino, mia cara,
ancor più di prima,
ti sorreggerò con il mio amore,
finché la morte non ci separerà.

Lorenzo Bove
(poesia, scritta il 5 gennaio 2026)

La poesia è dedicata a mia moglie Elvira e l’ho scritta nei giorni immediatamente successivi alla dipartita di mia cognata Evelina, compenetrandomi pienamente nel clima di dispiacere che inondava la nostra vita e la nostra casa in quelle giornate, rese ancora più drammatiche dalla circostanza della ricorrenza del Santo Natale e del Capodanno, che hanno fatto da mesto scenario al triste evento, nel Grande Mistero della Nascita e della Morte.

L’ultimo compleanno di Evelina a casa nostra,
ai primi di settembre dello scorso anno,
subito dopo le vacanze estive.

Ciao Evelina, riposa in pace, e che la terra ti sia lieve!

Foto di repertorio
da Internet



27
Gen

Il giorno della Memoria 2026

Il Giorno della Memoria 2026

di Lorenzo Bove

Il Giorno della Memoria 2026, oggi 27 gennaio 2026, assume un valore cruciale, segnando un passaggio fondamentale nella conservazione della memoria storica, specialmente con il passare del tempo dall’olocausto.

Questa ricorrenza, che commemora le vittime del nazismo e delle leggi razziali, invita a una riflessione necessaria per il presente, costellato da numerose incognite riguardo agli scenari di guerre in atto, occupazioni, prevaricazioni e mancato rispetto del sistema regolatorio internazionale che ha garantito gli equilibri fra i popoli, occidentali in particolare, negli ultimi 80 anni, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Nella sua nota poesia “A Livella”, il grande Totò ricordava:

“Ogn’anno, il due novembre, c’è l’usanza
per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno ll’adda fà chesta crianza;
ognuno adda tené chistu penziero”.


Ma sicuramente Totò non pensava ad una ricorrenza rutinaria, stanca e di semplice facciata; presumo invece che egli ci tenesse molto al culto dei morti.

Lo precisa molto bene quando dice “Ognuno ll’adda fà chesta crianza”.

La “crianza” è un termine che ha radici nello spagnolo e nel latino, utilizzato nel dialetto napoletano per descrivere la buona educazione e la cortesia.

È un concetto che implica non solo l’importanza di rispettare e considerare gli altri, ma anche di essere educati e rispettosi nei confronti del prossimo. La “crianza” è considerata qualità innata e difficile da acquisire in età adulta, e viene spesso utilizzata in frasi come “a bbona crianza” o “ ‘o muorzo d’ ‘a crianza” (il boccone della cortesia). Questo termine riflette la profonda importanza che la comunità napoletana attribuisce alla buona educazione e alla cortesia come elementi fondamentali della vita sociale e personale.

E, dunque, prendiamo spunto da questa breve riflessione, per dare alla “giornata della memoria” la giusta importanza, onde riflettere sul nostro futuro e sulla sorte dei tanti popoli oppressi, perché i moderni ed attuali carnefici (travestiti da falsi profeti) rinsaviscano, ricercando insieme pacifiche soluzioni per una reciproca convivenza civile.

Nel suo discorso a Davos dei giorni scorsi, il primo ministro canadese Mark Carney ha invitato a prendere atto che l’ordine mondiale del dopoguerra è finito, e ha esortato le “potenze intermedie” a cooperare tra loro in modo pragmatico, per difendere i valori democratici e non finire succubi dei paesi egemoni.

Meditate gente, meditate!

Il giorno della Memoria
Foto di repertorio
da Internet

25
Gen

Una nuova società feudale

Una nuova società Feudale

di Lorenzo Bove

Durante le letture di stamattina, la mia attenzione si è soffermata sull’ interessante rubrica domenicale “Padiglione Italia” di Aldo Grasso, con un ‘pezzo’ intitolato “Rotta verso una nuova società feudale”, che riporto integralmente:

«Medioevo Prossimo Venturo. ‘Trump ci vuole vassalli’ avverte con preoccupazione il presidente francese Macron. Forse è la stessa aspirazione di Putin e di Xi Jinping. La parola vassallo è così potente da evocare da sola l’immagine di un Medioevo fatto di torrioni, guerrieri in armatura e segrete oscure. Chi erano i vassalli? Erano nobili a cui il sovrano affidava il controllo su ampie porzioni di territorio, detti feudi, in cambio di assoluta fedeltà. Così a scendere, valvassori e valvassini. Il mondo sta virando verso una nuova società feudale? Mentre nel Medioevo le catene di dipendenza erano personali oggi sono sistemiche: si sono trasformate in dazi, in tecnologia, in protezione militare.  Il vassallaggio moderno non ha servitù palesi ma ha costi di uscita proibitivi. Non prevede ordini diretti ma produce dipendenza strutturale. A tratti, però, il sovrano è diventato così arrogante da volere persino annettersi territori non suoi e da permettersi l’umiliazione pubblica nei confronti di chi dissente. Il premier canadese Mark Carney, in un discorso a Davos di grande caratura politica, ha sostenuto con determinazione, che la sottomissione alle grandi potenze non garantisce sicurezza e che la ‘nostalgia non è una strategia’. Altrimenti davvero si torna ’al vecchio ordine’, a un sistema feudale».

E, così, a quanto pare, il parere di Carney fa il paio con quello di Macron.

I tre sovrani, lancia in resta, marciano “forse” – come sostiene Aldo Grasso – uniti dalla medesima aspirazione ovvero verso una nuova società feudale?

Sono tre; e se è vero (?) che tre indizi formano una prova … allora è fatta?

Scherzi a parte, cerchiamo di restare con i piedi per terra.

Ben saldi!

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Medioevo, cavalieri con armature
in combattimento
Foto di repertorio da Internet












17
Gen

2026, che brutto risveglio!

2026, che brutto risveglio!

di Lorenzo Bove

Che brutto risveglio, questo dei primi giorni del nuovo anno, il 2026, in un mondo che sembra non più appartenerci.

Secoli di storia e di cultura volati via nel nulla, come se niente fosse.

Stamattina, spulciando qua e là sui giornali, mi sono soffermato su alcuni articoli molto interessanti.

“Onu e democrazie ‘Le guerre e il diritto’ doppia crisi” di Sabino Cassese sul ‘Corriere della Sera’, di cui riporto uno stralcio:

 “Crisi del diritto internazionale e crisi della democrazia si intrecciano. Questa è la peculiarità della situazione nel mondo. Il presidente americano (Trump) ha dichiarato di poter fare a meno del diritto internazionale e ha ritirato gli Stati Uniti da circa 70 organizzazioni e programmi internazionali; e ha annunciato altri ritiri. Si è impossessato di navi straniere in acque internazionali, facendo ricorso alle forze armate. Ha dichiarato di non volere Russia e Cina come vicini e di voler acquisire la sovranità o il controllo su territori finitimi (Groenlandia, Cuba, Colombia). Ha catturato con la forza militare il capo di uno Stato straniero (Maduro, il presidente del Venezuela), eseguendo la decisione giudiziaria di uno Stato diverso da quello di appartenenza, e congelato le risorse di quello Stato che sono al momento negli Stati Uniti. Si aggiunge l’ ’operazione militare speciale’ del presidente russo (Putin) contro la dirigenza ucraina, accusata di essere ‘nazista’ ….. omissis …

Aggiungo: E così via, come in altri casi, tipo Israele (Benjamin Netanyahu) a Gaza (Palestina) ove i principi di proporzionalità propri della legittima difesa sono stati oltremodo calpestati, con l’avallo del solito Trump, che esalta le gesta del premier israeliano in maniera a dir poco disdicevole. E, senza con questo voler minimizzare o sottovalutare o in qualche modo giustificare l’annoso problema del terrorismo di Hamas.

“Giustizia, potere e la lezione di Minneapolis” di Massimo Giannini” su ‘La Repubblica’, di cui riporto uno stralcio:

“La battaglia di Minneapolis ci sembra lontana. Eppure parla anche di noi. Ci rivela le due facce della crisi post-occidentale. La prima faccia rilancia, drammatizzandolo, il dilemma novecentesco posto da Carl Schmitt: cosa succede a un Paese quando il Sovrano decide sullo ‘stato di eccezione’. La seconda faccia il quesito settecentesco risolto da Montesquieu: che succede a una democrazia quando chi comanda non riconosce più limiti o contrappesi e impedisce che il potere arresti il potere. L’inquietante torsione del diritto esercitata da Trump e la conseguente manomissione delle garanzie giudiziali – negate alle vittime e assicurate ai carnefici – sono la prova più traumatica del danno che si produce quando la politica marcia sulla magistratura, pretendendola debole ed asservita … omississ …

Aggiungo: Orbene, come si inserisce l’Italia in tutto ciò? Siamo (ancora) sicuri della vigenza del tanto decantato ‘stato di diritto’? E del rispetto dei cosiddetti pesi e contrappesi? Oppure stiamo vivendo da anni in un sotteso ‘stato di eccezione’ (periodo del Covid a parte) che vede concentrarsi nelle mani del Governo (potere esecutivo), funzioni proprie del Parlamento (potere legislativo), attraverso un dilagare di decretazioni (d’urgenza?), riducendo la Camera e il Senato a meri passacarte (richiamando ogni volta la maggioranza parlamentare al voto di fiducia) e, non di meno, anche funzioni proprie del potere giudiziario (Magistratura), attraverso meccanismi rocamboleschi (basta farsi una ripassata sulle vicende riguardanti la problematica dei migranti da ‘internare’ in Albania!).

“Il tragico e il ridicolo” da ‘Buongiorno’ di Mattia Feltri (il figlio di Vittorio) su La Stampa, che riporto integralmente:

“Il potere porta con sé una carica ridicola e tanto più è violento più sa essere tragico e ridicolo. L’accanimento degli Stati Uniti contro gli immigrati è già sia tragico sia ridicolo da quando Donald Trump ha abolito lo ius soli, ovvero il diritto di cittadinanza per chi nasce in territorio americano (l’ultima parola sarà della Corte Suprema). E cioè un paese nato con l’immigrazione, popolato con l’immigrazione e che all’immigrazione affidò la sua grandezza – di chiunque fuggisse da una persecuzione, da una guerra, dalla fame, dal suo passato – ora rinnega sé stesso e diventa un paese che affida la sua grandezza alla guerra agli immigrati [Nda: Anche i famigliari di Trump erano immigrati provenienti dalla Germania]. Venite qui, faremo grande l’America – andate via di qui, dobbiamo fare grande l’America. Non sono così sciocco da ignorare che il mondo di oggi è diverso da quello di tre secoli fa, ma un potere serio vedrebbe la tragicità e la ridicolaggine mentre va ad ammanettare gli adolescenti per ripulire il paese dagli abusivi e mentre spara in faccia ad una madre di 37 anni e poi si discolpa chiamandola terrorista. E dunque il potere potrebbe cogliere la tragicità se solo vedesse come è squadernata la sua ridicolaggine. L’Ice, il corpo speciale anti immigrazione, a Minneapolis, ha preso quattro Sioux – quattro nativi, o indiani, come li chiamavamo noi da ragazzi – e li ha trasferiti in un centro per immigrati irregolari. C’è qualcosa di più ridicolo di pronipoti di immigrati che arrestano pronipoti di nativi con l’accusa di immigrazione clandestina? E senza neanche realizzare di essere ridicoli?”.

Aggiungo: Fermate il mondo, voglio scendere!

Foto di repertorio da Internet

t


22
Dic

Nel ricordo del caro Gino

Nel ricordo del caro Gino

di Lorenzo Bove

La mattina dello scorso venerdì 19 dicembre, a pochissimi giorni dal Santo Natale, è improvvisamente venuto a mancare il caro Gino: un amico, un fratello minore, più che un nipote acquisito in quanto marito della mia adorata nipote Marialuisa, figlia di mia sorella Giovanna.

Era piacevole incontrarsi, in famiglia, a Foggia, ma anche a Poggio Imperiale ovvero a San Polo Matese, in Molise, durante le nostre vacanze estive. E si parlava piacevolmente di tutto, oltre che di lavoro; era una persona colta e competente non solo professionalmente: un noto e stimato imprenditore edile con lo studio in centro a Foggia.

Un dispiacere infinito!

La sua fulminea morte ci ha lasciati attoniti ed esterrefatti; un vuoto incolmabile per noi tutti e soprattutto per sua moglie Marialuisa e i suoi tre figli Domenico (con la sua compagna Raffaella e l’adorata  neonata Luna), Giuseppe e Daniele.

Gino amava molto la famiglia e si mostrava sempre disponibile per ogni necessità, mettendosi costantemente a disposizione del suo prossimo, senza mai risparmiarsi e soprattutto senza aspettarsi nulla in cambio.

Una persona davvero speciale!

Il ricordo del tempo passato mi ha fatto tornare ora alla mente un momento estemporaneo di una quindicina di anni orsono; una giornata trascorsa a Foggia con il caro Gino, che ho voluto – ai tempi – immortalare in un articolo pubblicato il 18 aprile 2010 su questo stesso mio Sito/Blog www.paginedipoggio.com, del quale riporto qui di seguito alcuni stralci:

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In giro per Foggia in una “mitica” 500 d’epoca!


Nei giorni scorsi, a Foggia, ho avuto il piacere di salire a bordo di alcuni storici modelli di Fiat 500 di un tempo, perfettamente funzionanti e con sfavillanti carrozzerie.

 L’opportunità mi è stata offerta da Luigi Nigri, “Gino” per gli amici, un brillante imprenditore edile foggiano, appassionato e collezionista di auto storiche.

“Gino”, per la cronaca, è il marito della mia amatissima nipote Marialuisa, la figlia di una delle mie due sorelle.



Una Fiat 500 “Abarth” nera con tettuccio a scacchi bianchi del 1969;

Una Fiat 500 “Sport” bianca con fasce laterali rosse;

Una Fiat 500 “L” (lusso) bianca del 1971;

Una Fiat 500 “Giardiniera” rosso corallo del 1974 prodotta da Autobianchi (la denominazione originale è “Giardiniera” e non “Giardinetta” come invece soventemente definita).

Tutte le autovetture sono state sottoposte a completo “restyling” della carrozzeria, motore, rivestimenti e accessori, con pezzi originali ovvero attraverso la loro fedele ricostruzione.

Dei veri gioiellini!

Le auto sono regolarmente iscritte all’ASI (Automobilclub Storico Italiano) e partecipano ai vari “Raduni” nazionali.

Un tuffo nel passato … e, vuoi mettere, lo “sfizio” di circolare in città (a Foggia) … con una “Giardiniera rosso corallo” … sotto lo sguardo curioso, attento, incredulo ed anche divertito della gente che ti osserva!

…… omissis ……

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Ed è con il ricordo di quella mattinata di una domenica primaverile in giro con te in una mitica 500 d’epoca per le vie del centro di Foggia che voglio conservare la tua memoria nel mio cuore, per il resto dei miei giorni.

Ci mancherai tanto, caro Gino, riposa in pace e che la terra ti sia lieve.

Lorenzo

Addì 22 del mese di dicembre 2025

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Gino in una foto
con la sua mitica spider rossa d’epoca

15
Dic

La cucina italiana patrimonio culturale immateriale dell’umanità

La cucina italiana patrimonio culturale immateriale dell’umanità

di Lorenzo Bove

Il giorno 10 dicembre 2025, durante la XX sessione del Comitato intergovernativo per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale tenutasi a Nuova Delhi, l’UNESCO ha ufficialmente iscritto il dossier “La cucina italiana, tra sostenibilità e diversità bioculturale” nella Lista rappresentativa del patrimonio immateriale dell’umanità.

La decisione segna un momento storico per l’Italia e per il riconoscimento globale della cultura alimentare come bene culturale fondamentale. È anche la prima volta che un’intera cucina viene iscritta come elemento del patrimonio immateriale, una pietra miliare che sottolinea l’importanza delle tradizioni culinarie nella formazione dell’identità collettiva [Stralci da “La Cucina Italiana”  https://www.lacucinaitaliana.it/article/cucina-italiana-patrimonio-immateriale-unesco/].

E, tutto ciò, secondo il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella “rafforza il prestigio italiano nel mondo”; mentre per Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio dei Ministri, rappresenta “il nostro ambasciatore più formidabile”.

Questa volta l’UNESCO non ha scelto una specialità in particolare, bensì (come si legge sui maggiori organi di stampa) una ‘filosofia di vita’ da tutelare: la cucina italiana intesa come ‘modo di pensare il cibo e di stare a tavola’, con tutte le varianti regionali.

Secondo il famoso cuoco e gastronomo italiano Massimo Bottura, “la nostra cucina è l’unica al mondo. Infatti, non è solo un insieme di piatti o ricette, ma un rito d’amore, un linguaggio fatto di gesti, di profumi e sapori che tengono unito un Paese intero. Attorno a una tavola apparecchiata l’Italia si riconosce: lì si condividono i sogni, si litiga e si fa pace, si tramandano memorie” [Stralci dal giornale “la Repubblica” di giovedì 11 dicembre 2025].

Nell’esprimere il mio personale compiacimento per il prestigioso traguardo raggiunto al riguardo dal nostro amato  bel Paese, non posso esimermi dal volgere lo sguardo a ritroso nel tempo fino al 2018, allorché procedevo alla pubblicazione del libro “IL CIBO in terra di Capitanata e nel Gargano tra storia, popolo e territorio – Tarranòve, pane, pemmedore e arija bbòne”, Edizioni del Poggio, finito di stampare nel mese di agosto del 2018, ispirato dalla semplice ragione per cui – come riportavo nella Prefazione alla pagina 17 –  allora come oggi “sono convinto che anche il cibo rappresenti un elemento di correlazione tra individuo e territorio, generando quei profumi e sapori con il potere e la magia di riportarti indietro nel tempo e nello spazio, legandoti senza margini di errore a un luogo e che parla della tua parte interiore e ti ricorda, quando ne hai bisogno, da dove vieni”. E, ancora, alla pag.20: “A mio modesto parere, il cibo è un solenne atto di amore. Questo vale sia per chi lo offre e sia per chi lo riceve; ma anche per chi lo prepara, per chi lo produce e così via … all’infinito!”.

Sicuramente, in proposito, non ritengo di essere stato un profeta – ci mancherebbe altro – non possiedo il dono della preveggenza, ovvero quella “capacità di prevedere eventi futuri e trarre da questa previsione consiglio di dirigere il comportamento proprio o altrui” [Treccani, enciclopedia e vocabolario on line], tuttavia, in verità, l’occasione dell’Anno del Cibo Italiano, indetto dal nostro Governo per il 2018, mi offrì lo spunto per rievocare giustappunto le tradizioni popolari legate al cibo della Capitanata e delGargano, partendo da Tarranòve, il mio paesello di origine, tra storia, popolo e territorio; un lavoro sul quale peraltro stavo lavorando già da qualche anno, raccogliendo materiale, foto, documentazione e testimonianze dal vivo.

Copertina del libro con alette dispiegate

Dalla quarta di copertina:

«I profumi e gli odori del cibo che ci hanno pervasi nel periodo della nostra infanzia, penetrando nelle narici e stimolando straordinari (e a volte anche inappagati) appetiti, sono indelebilmente stampati nel nostro cervello e basta solo percepirne lievi sentori per associare eventi, fatti, situazioni di un tempo lontano, che fa parte ormai di sopite reminiscenze.

L’ Anno del Cibo Italiano, indetto dal nostro Governo per il 2018, ha offerto all’autore lo spunto per rievocare le tradizioni popolari legate al cibo della Capitanata e del Gargano, l’antica Daunia, partendo da Tarranòve, il suo paesello di origine, tra storia, popolo e territorio.

Un vecchio detto paesano di Poggio Imperiale, Tarranòve in vernacolo, recitava: “Tarranòve, pane e pemmedòre e arija bbòne”.

Un invito a prendere le cose per il giusto verso e senza eccessivo affanno. E, in effetti, quel detto voleva proprio invitare alla distensione e alla serenità che solo un piccolo borgo sviluppatosi alla sommità di una collinetta (poggio) immersa in una vegetazione lussureggiante poteva offrire. In terra di Capitanata ai piedi del Gargano del quale si vanta di costituire la porta naturale.

Aria buona, quindi, e cibi semplici e genuini rappresentati da una fetta di pane pugliese, frutto del grano coltivato in quelle floride campagne, accompagnata dai rossi e squisiti pomodori locali conditi con un olio extravergine di oliva paesano la cui fragranza non ha eguali.

E in questo libro affiorano episodi, legati per la maggior parte al cibo tradizionale, che si snodano attraverso la storia, il popolo e il territorio della Capitanata e del Gargano, offrendo al lettore curiosi e interessanti spunti per fare un piacevole salto a ritroso nel passato, che si perde ormai nella notte dei tempi, ma che, paradossalmente, come d’incanto appare così vicino per via di quei delicati messaggi di amore, pace, serenità che riesce ancora a trasmetterci, oggi più che mai.

La presentazione del libro si è tenuta a Poggio Imperiale, sabato 4 agosto 2018, nell’insolito scenario dei giardinetti pubblici della locale via Attilio Lombardi, all’epoca ancora funzionanti, allestiti opportunamente per l’occasione; una serata all’insegna della cultura, condotta magistralmente ed impreziosita dagli interventi dei relatori presenti, tra musiche e canti della tradizione popolare.

Le interessanti testimonianze di un vecchio fornaio terranovese, Nicola Bonante, detto Necole Pastulle, deceduto qualche tempo dopo, hanno poi fatto varcare con la mente, ai convenuti, i limiti del tempo, con un salto a ritroso nel passato del borgo di Poggio Imperiale.

E la Compagnia Teatrale Terranovese, infine, con la sua consueta bravura, si è esibita in una farsa dialettale, dal titolo “Dind’a ‘na cas’a tarnuèse”, scritta pure questa dal sottoscritto, riscuotendo scroscianti applausi da parte del pubblico presente, intervenuto numeroso all’evento.

La serata si è conclusa infine con la degustazione di pane e pomodoro terranovese e vino locale … in tema con il contenuto del libro.

Locandina dell’evento

Ebbene, a distanza di sette anni dal 2018, alla veneranda età di 80 anni, ho inteso riproporre ora il testo del libro anche in versione digitale, al fine di consentire a chiunque di poter accedere gratuitamente alla sua lettura, consultando il mio Sito/Blog

www.paginedipoggio.com

alla pagina eBook (Scarica, sfoglia e leggi)

Copertina libro

Comunque, per chi fosse interessato, il libro in formato cartaceo è ancora disponibile [Prezzo di copertina €15,00], contattando direttamente l’Editore (Edizioni del Poggio di Poggio Imperiale) o anche l’autore (lorenzo.bove@gmail.com), ovvero on line: IBSLibri, Libreria Universitaria, Mondadori Store, Libraccio, Ancora Store, Unilibro, Amazon.


25
Nov

Giornata Mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne

Giornata Mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne

di Lorenzo Bove

La data del 25 novembre 1960, che oggi ricorre, andrebbe scolpita nella pietra, non solo per mettere in primo piano l’annoso problema della violenza contro le donne, che affligge ahimè le comunità di tutto il mondo, quanto perché gli uomini prendano coscienza (una volta per tutte) della gravità del fenomeno ancora presente anche fra le civiltà cosiddette evolute, stentando a regredire, come sarebbe invece auspicabile che fosse.

I numeri non definiscono un fenomeno, ma aiutano a interpretarlo. E su questo tema i numeri sono allarmanti. Dall’inizio dell’anno in corso a tutto il 30 settembre 2025 sono stati registrati 224 omicidi in Italia, con 73 vittime donne, di cui 60 uccise in ambito familiare/affettivo; di queste, 44 hanno trovato la morte per mano del partner/ex partner.

I dati, aggiornati dal Ministero dell’Interno, mettono in luce quanto il fenomeno della violenza sulle donne sia ampio, diffuso e strutturato. E quanto sia importante educare, sensibilizzare e informare su un tema che riguarda tutti, nessuno escluso. È stato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, oggi, uno dei primi a intervenire sulla “Giornata Mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne”.  E le sue parole sono un monito, oltre che un invito rivolto a tutti.  

Il 25 novembre del 1960, nella Repubblica Dominicana furono torturate e uccise tre sorelle, Patria, Minerva e Maria Teresa Mirabal. Eliminate dal regime di Rafael Trujillo per il loro impegno politico. Da allora, “las Mariposas” sono diventate un simbolo di resistenza e libertà. Le Nazioni Unite nel 1999 hanno scelto quel giorno drammatico, come giornata simbolo di resistenza, coraggio e libertà. Un giorno per richiamare l’attenzione su quanto si è fatto, e su quanto c’è ancora da fare. Oggi ricorre il 65esimo anniversario dell’assassinio delle sorelle Mirabal: ” la loro scelta di opporsi alla dittatura continua a ispirare intere generazioni, ricordandoci che libertà e protagonismo delle donne sono conquiste collettive da difendere e consolidare ogni giorno”, ha affermato in proposito il Presidente Mattarella. 

Per chi volesse approfondire la materia di cui trattasi, riporto ‘integralmente’, qui di seguito, il testo di un interessante articolo pubblicato oggi dall’Istituto per lo studio delle Psicoterapie a firma delle Dott.sse Angela Di Vasto e Cristina Colantuono (Cfr.: https://www.istitutopsicoterapie.com/giornata-internazionale-per-leliminazione-della-violenza-contro-le-donne-il-trauma-che-resta-e-come-curarlo/).

««Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne: il trauma che resta e come curarlo. Oggi, 25 Novembre, è la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Questa ricorrenza è stata istituita nel 1999 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (con risoluzione n. 54/134 del 17 Dicembre 1999). In molti Paesi, tra cui l’Italia, il colore esibito in questa giornata è il rosso e uno degli oggetti simbolo è un paio di scarpe rosse femminili, a rappresentare le vittime di violenza e femminicidio. ‘Ci sono persone che non fanno in tempo a rialzarsi da terra dopo una brutta caduta, che si ritrovano di nuovo stese al suolo. È un po’ come se la vita mettesse continuamente alla prova la forza di quell’anima o di quel cuore. Come se non ci fossero altre persone da condannare al male, alle gambe che tremano e a due occhi che conoscono bene il sapore delle lacrime’ (Cristofaro, 2019). La violenza contro le donne è un comportamento sempre più presente nella società moderna, le cui conseguenze non si esauriscono al momento dell’atto violento ma proseguono nel tempo, lasciando segni profondi sulla salute mentale e fisica della vittima. Cosa si intende per violenza di genere? “L’espressione ‘violenza contro le donne’ significa ogni atto di violenza fondata sul genere che provochi un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, che avvenga nella vita pubblica o privata” (ONU, 1993, art. 1). 

In base ai dati disponibili si stima che, in tutto il mondo, il 35% delle donne abbia subito violenza (sessuale e non) almeno una volta nella vita e il 38% dei casi sono vittime di femminicidio in cui il colpevole è il partner (Actionaid, 2022).

Di fatto, oltre il 75% delle violenze subìte nasce all’interno del nucleo familiare ad opera del marito, convivente, amante, fidanzato, partner, ex partner o familiari e congiunti. Di questo 75%, solo il 10% denuncia, evidenziando un forte divario tra l’incidenza reale del fenomeno e i casi effettivamente riportati. La violenza contro le donne è un fenomeno trasversale e, in quanto tale, può manifestarsi sotto varie forme: fisica, psicologica, sessuale, economica, sociale e informatica (Demetrainaiuto, 2022; Parlamento Europeo, 2024).Il quesito apparentemente semplice ma intenso è: Perché? Quale impatto? L’impatto della violenza va oltre i danni fisici, causando anche traumi psicologici permanenti. Si parla di Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD), depressione, ansia, sintomi dissociativi e abuso di sostanze. Inoltre, i comportamenti violenti tendono a prolungare il ciclo della violenza stessa perché colpiscono anche le generazioni future, ovvero i figli: infatti, i bambini che assistono a scene di violenza domestica sono a maggior rischio di sviluppare disturbi comportamentali e diventare essi stessi autori o vittime di violenza. La pandemia da COVID-19 ha esacerbato tale condizione, se si considerano le misure di isolamento a cui l’intera umanità è stata esposta (Brink et al., 2021; Campbell, 2002; Kandeğer & Naziroğlu, 2021; LaMotte & Murphy, 2017; Postmus et al., 2012). Un aspetto cruciale da valutare nelle vittime di violenza è la tendenza al suicidio: lo studio condotto da Ahmed e colleghi (2025) ha indagato le motivazioni alla base dei suicidi femminili tra le giovani donne che vivono nella regione del Punjab meridionale, in Pakistan.

I risultati evidenziano, ancora una volta, fallimenti relazionali, violenza, disperazione, torture familiari, abusi, matrimoni forzati e paura dei mariti (Ahmed et al., 2025). Sarebbe, dunque, opportuno domandarsi se la privazione dei diritti delle donne ha condotto ad un malessere perenne e, nei casi più gravi, a suicidio, quanto sarebbe importante conferire potere alle donne e garantire loro piena indipendenza, non solo economica, ma anche della propria persona? Psico-fisiologia del cervello delle vittime di violenza: cosa succede? La maggior parte degli studi presenti nella letteratura scientifica sulla violenza di genere si concentra sugli effetti a breve termine derivanti dal subire violenza, mentre gli effetti a lungo termine sono spesso sottovalutati. Lo studio condotto da Carannante et al. (2025) si è posto l’obiettivo di individuare i vari meccanismi biologici che legano lo stress alle esperienze di violenza e sono stati individuati diversi cambiamenti, tra cui: alterazioni dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), modifiche della risposta infiammatoria, variazioni epigenetiche, squilibri neurotrasmettitoriali, cambiamenti strutturali cerebrali e stress ossidativo. L’asse HPA è il principale mediatore della risposta allo stress (Welcome & Mastorakis, 2020): può essere alterato dall’esposizione cronica alla violenza. Ciò conduce a disregolazioni della dopamina e della serotonina, nonché ad infiammazione persistente, favorendo lo sviluppo di disturbi legati allo stress (Cohen et al., 2012). Anche il ruolo dell’epigenetica è sempre più oggetto di studio: ricerche recenti hanno evidenziato che la violenza domestica può associarsi a variazioni nella lunghezza dei telomeri del DNA e a modifiche nella metilazione di geni come BDNF, DRD2 e IGF2 (Piccinini et al., 2023). Si evidenziano, inoltre, alterazioni della risposta infiammatoria e immunitaria, con cambiamenti nelle citochine proinfiammatorie (IL-6, TNF- α), antinfiammatorie (IL-10) e nella proteina C-reattiva (PCR) (Humphreys et al., 2012). Infine, altri studi collegano lo stress e il PTSD ad uno squilibrio tra i principali sistemi di neurotrasmissione: quello eccitatorio (glutammato) e quello inibitorio (GABA) (Nagarathna et al., 2019). Violenza di genere e supporto psicologico: comprendere e superare il trauma: La vittima di violenza non può essere ridotta al ruolo di “persona offesa” ma deve essere considerata come un individuo sofferente, il cui equilibrio e la cui storia di vita sono stati profondamente segnati dall’esperienza traumatica. La sofferenza rappresenta, dunque, il filo conduttore che accomuna tutte le vittime di violenza, poiché nasce dall’esperienza traumatica e necessita di essere affrontata. Chi subisce violenza chiede di ricomporre i frammenti e dare senso ai sintomi di oggi alla luce degli eventi di ieri. Al di là delle singole tecniche psicoterapeutiche impiegate, l’obiettivo sarà rinforzare quelle aree dell’identità personale che sono rimaste integre anche durante il trauma, aiutando la vittima a sviluppare una nuova prospettiva che la accompagni nel riconoscimento e nel sollievo delle sue ferite psichiche (Rossi Monti, 2006). Gli elementi principali che devono accompagnare un percorso psicologico sono l’empatia, la relazione terapeutica e il racconto libero della memoria traumatica. La storia individuale che si viene in tal modo a creare rappresenta un “testo” da ascoltare, in cui la vittima possa riappropriarsi della propria identità e promuovere un’autodefinizione di sé (Di Petta, 2009; Rossi Monti, 2003).

Oggi, domani e tutti i giorni a venire Ricorda: non sei sola»».

E, per concludere, questa sera in ‘tv’, su Rai 1, per l’occasione, verrà trasmesso alle ore 21:30 il film ‘C’è ancora domani’ di Paola Cortellesi, ove la regista (nonchè protagonista) dedica il suo film alle storie di donne che hanno vissuto l’immediato dopoguerra e hanno ‘costruito’ il Paese, affrontando a testa alta le fatiche quotidiane e una società che chiude gli occhi di fronte alla violenza domestica, fisica e psicologica.

Foto di repertorio da Internet
https://www.istitutopsicoterapie.com/



27
Ott

Halloween 2025

Halloween 2025 di Lorenzo Bove

Tra qualche giorno ritorna, come avviene ormai da qualche anno anche in Italia, la festa di Halloween, che coinvolge soprattutto i più giovani, ma non solo loro, in una baraonda di iniziative di vario genere tra “scherzetti o dolcetti”,“travestimenti macabri”,“cene a tema” e quant’altro di più lugubre possibile, tra il serio e il faceto.

Halloween 2025 si festeggerà venerdì 31 ottobre, vigilia di Ognissanti (il 1° novembre) e a ridosso della Commemorazione dei Defunti del 2 novembre.

La ricorrenza dei morti è un momento dell’anno molto suggestivo nella tradizione italiana; ma lo era anche in passato, a seconda delle tradizioni locali, nel pieno rispetto di disciplinari canonici non scritti, seguiti pedissequamente dalle varie popolazioni.

A Poggio Imperiale (in origineTarranòve), era la notte dei regali: i morti si recavano nottetempo (un po’ come la Befana) nelle case dei parenti e riempivano le calze, appese dai bambini con la complicità dei loro genitori, di melecotogne, melograni, castagne, mandorle, noci, fichi secchi, ecc., od anche di carbone per quelli monelli.

La notte si lasciava la tavola apparecchiata con delle pietanze per i defunti, che sarebbero passati di lì nel corso della famosa processione collettiva di tutti i morti del paese, nel cuore della notte, partendo dal Cimitero fino alla Chiesa di san Placido Martire e ritorno al Cimitero, dopo aver fatto il giro della piazza Imperiale. E tutti a letto, sotto le coperte, poiché non era assolutamente permesso ai vivi di prendervi parte, o anche solamente cercare di guardare dal buco della serratura o di origliare: gli eventuali trasgressori sarebbero morti all’istante.

E, di giorno, i bambini, trascinandosi sulle spalle lunghi calzettoni, facevano il giro dei parenti per la questua di regali (gli stessi di quelli sopra menzionati), intonando una tipica filastrocca locale, che faceva così:

Cecijotte cecijotte a l’aneme d’i morte

Cecijotte cecijuttèlle a l’aneme d’i murtecèlle

Lacrime lacrime per l’anima dei morti

Lacrime lacrimucce per l’anima dei morticini

E, tra le varie tradizioni del territorio, si rinviene il cosiddetto “grano dei morti”, una pietanza (oggi diremmo: un dessert) che veniva preparato per l’occasione, e del quale ho ampiamente parlato in un mio articolo pubblicato il 27 ottobre del 2009 su questo mio stesso Sito/Blog www.paginedipoggio.com, che riporto qui di seguito, per chi volesse approfondire l’argomento.

Il “grano dei morti”

Le tonde zucche arancioni e i primi freddi autunnali annunciano la prossima festa di “Halloween” che da qualche tempo sta prendendo piede anche nel nostro paese.

Una zucca di Halloween
Foto by Lorenzo Bove

Negli Stati Uniti d’America è in uso mettere in giardino, la sera del 31 ottobre, sulla finestra o davanti alla porta di ingresso, grandi zucche arancioni svuotate della polpa in cui sono intagliati occhi accigliati, nasi satanici e bocche senza denti nel cui interno vengono infilate grosse candele accese.

La luce delle candele, penetrando dalle cavita’, crea effetti singolari e sinistri e questa sorta di “teschi” che originariamente avrebbero dovuto allontanare le occulte presenze, oggi acquistano un valore di “festoso” invito.

“Halloween” diventa quasi una gara tra chi possiede piu’ zucche e tra chi riesce a creare le facce piu’ originali, terribili e spiritose.

I giovani, travestiti da fantasmi, scheletri e streghe, si riuniscono in gruppi girando di casa in casa mimando il ritorno dei defunti e ripetendo “Trick or Treat”, che significa “Inganno o Offerta”; “Scherzo o Dolce”.

Pure da noi è ormai un classico, tra bambini, ragazzi e giovani, ripetere il motto: “Scherzetto o Dolcetto?”, “omologandosi” di fatto ai loro coetanei statunitensi.

E, questo, pare che si registri non solo in Italia, ma via via in ogni parte del mondo!

Le nuove usanze vanno così a sostituire le vecchie e consuete tradizioni che, in ogni paese, caratterizzavano un tempo la “festività dei morti”.

Nella tradizione “foggiana”, ad esempio, il “grano” faceva parte delle celebrazioni rituali “dei morti”.

Si usava mangiarlo in novembre in suffragio dei morti e rappresentava uno dei cibi rituali che scandivano il tempo della festa e del lavoro nella civiltà contadina.

E tale tradizione continua ancora oggi.

Una ciotola di “grano dei morti”
Foto by Lorenzo Bove

Il grano viene cotto ed amalgamato al mosto cotto, arricchito con chicchi di melograno e cioccolato fondente spezzettato, e quindi servito in ciotole individuali per essere gustato a fine pasto come dolce al cucchiaio, in abbinamento a un vino da dessert.

La tradizione del “grano dei morti” è presente, oltre che in Puglia, anche in altre regioni meridionali come la Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia.

E sono tante le varietà degli ingredienti che in ogni località vengono aggiunti al grano cotto; si va dalla cannella alle noci o mandorle sgusciate, zucchero, cedro candito, uva passa ed altro.

E’ una specialità che si tramanda da generazioni nel “foggiano” per la ricorrenza dei morti.

Ingredienti per la preparazione
del “grano dei morti” nel foggiano

Foto by Lorenzo Bove

 Nell’area salentina questo dolce è detto “colva” o “coliba”, termine preso in prestito dal bizantino “kolba” che, a sua volta, deriva dal greco “koliva”; in altre parti della Puglia e’ conosciuto col termine dialettale di “cicc cuott”.

Nell’antica Grecia gli ingredienti di questo particolare dolce, grano e melograno combinati insieme, erano offerti a Demetra, dea dell’agricoltura e alla figlia Kore che, rapita da Fiutone, nell’Ade aveva assaporato i chicchi rossi.

Ancora oggi, in qualche parte della Grecia, fino a quaranta giorni dopo un decesso, si consuma grano cotto sulla tomba del defunto.

A partire dal neolitico, in area egea, il culto dei morti appare in tutta evidenza collegato con i riti stagionali della fertilità, e del ciclo del grano in particolare, nei quali il rifiorire della vita in primavera era messo in relazione con la resurrezione dalla tomba.

La dimensione magico-religiosa che accompagnava il lavoro agricolo era parte di un più complesso universo mitico-rituale.

Con le feste della “mietitura” si conclude il ciclo della spiga. Un ciclo che ha avuto inizio 7/8 mesi prima, al momento della semina, quando i chicchi sono stati introdotti nel seno della terra e affidati alle sue forze sotterranee.

La spiga, dal momento in cui si è alzata e irrobustita sullo stelo (aprile-maggio), si è tratta fuori dall’influenza delle potenze sotterranee. Anche esse però vanno ringraziate per quanto hanno fatto.

Se infatti la Commemorazione dei defunti apre il mese di novembre e la semina, i riti della rinascita primaverile, del periodo marzo-aprile, sono le ultime feste dei morti. In esse si saluta la vita nuova mentre si esprime gratitudine alle entità che hanno sostenuto il processo generativo.

Questo passaggio è nel Cristianesimo riassunto ed esplicitato dalla stessa vicenda del Cristo.

Il Risorto, non a caso, reca in mano un mazzo di spighe: egli è il Signore delle spighe.

La Settimana Santa è pertanto il luogo e il tempo del ritorno e del passaggio; è l’ultima festa della Terra e dei Morti.

La semina è dunque indissolubilmente correlata al culto delle divinità sotterranee e dei morti.

La coltivazione del grano risale a 5000 anni fa e sin dall’antichità ha rappresentato un alimento principale, semplice e nutriente.

Il grano è un cereale che si distingue in “grano duro” a frattura vitrea idoneo per la trasformazione in semola e pasta e “grano tenero” a frattura farinosa per la farina, per farne pane e dolci.

Tra prodotti tipici pugliesi più famosi figura il pane di Altamura, l’unico pane in Italia in grado di fregiarsi del marchio DOP.

Dal grano duro coltivato in Puglia non si produce solo pane, ma anche pasta fresca, come le orecchiette, il cui formato si erge a simbolo della Regione nel mondo intero.

N.d.A.: Il “grano dei morti” riportato nelle foto sopra riportate è stato preparato da Elvira Antonietta Palmieri, secondo la ricetta tradizionale della cognata (foggiana di residenza) Giovanna Bove.

Halloween 2025
Foto di repertorio da Internet

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