Mi si nota più se vengo stando in disparte o se non vengo?
Lorenzo Bove
Mi si nota più se vengo stando in disparte o se non vengo?
Questa è una celebre battuta tratta dal film “Ecce bombo” (1978) di Nanni Moretti. Il personaggio di Michele si pone questo dilemma esistenziale, riflettendo sull’ansia di apparire e sulle relazioni sociali: il dubbio è se sia più notato partecipando a una festa stando in disparte o non presentandosi affatto.
In chiave più attuale (48 anni dopo … quai mezzo secolo) i presidenti del consiglio dei ministri italiani preferiscono andare in televisione da Fedez, anziché “riferire” formalmente in Parlamento o “sottoporsi” alle domande dei giornalisti nelle conferenze stampa.
Giorgia Meloni è stata ospite del “Pulp Podcast” condotto da Fedez e Mr. Marra, nella puntata del 19 marzo 2026. L’intervista ha affrontato temi politici come la riforma della giustizia (in vista del Referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026), la politica estera e l’intelligence, sottolineando il crescente ruolo dei podcast nell’informazione.
Al riguardo, Mr. Marra ha precisato che l’invito era esteso a tutti i leader politici.
Si riporta, qui di seguito, qualche commento tratto da Engage – News, notizie e opinioni su pubblicità e marketing:
«Meloni da Fedez e Marra: il PodCast già oltre un milione di visualizzazioni, numeri importanti per la puntata con la Premier: un’operazione win win tra politica e creator economy, nonostante le critiche sul tono dell’intervista.

da Internet
La partecipazione di Giorgia Meloni a Pulp Podcast, il format condotto da Fedez e Davide Marra, porta a casa numeri importanti.
Secondo i dati diffusi da Reputation Manager, la puntata ha superato 1 milione di visualizzazioni in sole 20 ore, con 63 mila reazioni e oltre 13 mila commenti. Un risultato che è anche figlio del dibattito acceso fin dall’annuncio dell’intervista: la scelta della premier – poco incline a conferenze stampa e interviste tradizionali – di partecipare a un podcast dal linguaggio informale, condotto da Fedez e Marra, ha infatti attirato subito grande attenzione. I numeri di Reputation Manager lo confermano: tra il 17 e il 20 marzo si registrano circa 19 mila contenuti online dedicati al podcast, pari al 12% delle conversazioni complessive su Meloni nello stesso periodo.
Al di là dei numeri, molti osservatori concordano su un punto: l’operazione è stata sostanzialmente win win. Da un lato Meloni ha avuto l’opportunità di parlare alla vigilia del Referendum sulla Giustizia a un pubblico più giovane, e meno esposto ai media tradizionali. Dall’altro, Pulp Podcast rafforza ulteriormente il proprio posizionamento, guadagnando visibilità e legittimazione anche nel circuito dei media più istituzionali. A dire il vero, il format ha ospitato negli ultimi mesi, diversi protagonisti della politica italiana: Antonio Tajani (338 mila visualizzazioni per la puntata), Fratoianni-Calenda (440 mila), Antonio Di Pietro (367 mila). Guardando alle performance, la puntata con Meloni stacca nettamente le precedenti, ma per ora rimane dietro all’intervista a Roberto Vannacci, che nel tempo ha raggiunto 1,9 milioni.
Se la reach è indiscutibile, il sentiment racconta una storia diversa. Prima della messa in onda, i commenti positivi erano al 6,3% contro il 28,9% di negativi; dopo la pubblicazione i positivi scendono al 5,1% mentre i negativi salgono al 29,3% Le critiche si concentrano soprattutto sul tono dell’intervista, giudicata da alcuni poco incisiva: si contesta la mancanza di un autentico coinvolgimento da parte dei conduttori, il predominio del monologo della premier e l’assenza di domande scomode.
Dopo la puntata il profilo social di Giorgia Meloni che ha registrato un incremento maggiore è Instagram, dove la premier in una notte ha guadagnato 7,4mila nuovi follower.
I dati ci raccontano che l’operazione di comunicazione è pienamente riuscita in termini di hype generato, raggiunto già due giorni prima della messa in onda, commenta Andrea Barchiesi, CEO di Reputation Manager. Nel merito dei contenuti e dello stile dell’intervista il fatto che chi contesta avanzi le stesse critiche che si muovono alla Premier anche in altre occasioni ci dice una cosa molto importante che vale in generale sulla comunicazione, anche per il mondo delle aziende: quando si cambia mezzo di comunicazione non si può replicare lo stesso schema che si utilizza su altri mezzi profondamente diversi. È necessario studiare un nuovo registro e un nuovo linguaggio per parlare realmente al nuovo target».
Ebbene, il Referendum costituzionale del 22 e 23 marzo si è poi concluso con il risultato del 54% per i NO e 46% per i SI, con uno scarto di oltre due milioni di voti a favore del NO alla riforma della Giustizia; una vera dèbacle per il Governo e per la Presidente del Consiglio, che si era spesa in prima persona per la predetta riforma, anche ricorrendo … a Fedez!
E, soprattutto i giovani, contrariamente alle aspettative, pur avendo incrementato la loro presenza ai seggi, hanno votato prevalentemente NO alla cosiddetta riforma “Nordio/Meloni”.
La sconfitta ha comportato qualche traballamento di poltrone nei Palazzi Alti e si presume che l’ultimo scorcio di legislatura (le nuove elezioni sono previste nell’autunno del prossimo anno 2027) non sarà facile, non solo per un inevitabile irrigidimento delle opposizioni, ma anche per alcune crepe che si sono aperte all’interno delle stesse forze di maggioranza che sostengono il Governo Meloni e che, mettendo in luce le proprie latenti “riserve mentali” hanno espresso la loro contrarietà nel segreto dell’urna referendaria, votando NO in percentuali non trascurabili.
E, qui, il dubbio amletico dell’essere o non essere: tirare a campare e farsi rosolare sulla graticola pian piano fino alle nuove elezioni del prossimo anno, oppure rimettere il mandato nelle mani del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con l’intendimento di andare ad elezioni anticipate, per poter beneficiare del buon livello di consenso attualmente ancora percepibile nell’elettorato di centro destra?Posto, naturalmente, che il Presidente Mattarella ritenga sussistenti valide motivazioni per lo scioglimento anticipato delle Camere, anziché salvaguardare i principi costituzionali riguardanti la durata quinquennale della Legislatura, conferendo un nuovo incarico ad altro soggetto designato, senza escludere il rinvio della medesima Giorgia Meloni in Parlamento per una verifica della fiducia su di un “nuovo governo” (riveduto e corretto) Meloni bis o Meloni 2, che dir si voglia. Si vocifera già di Zaia (ex Presidente della Regione Veneto) come ministro in quota Lega Nord (fautore del buon risultato dei SI registrato nella sua Regione).
Tuttavia bisogna fare i conti anche con altre quisquilie, che tali proprio non sono nella valutazione da parte di singoli parlamentari (di entrambi gli schieramenti) o di interi partiti (di maggioranza).
Infatti, in caso di scioglimento anticipato delle Camere, il Governo Meloni vedrebbe interrotto il suo percorso verso il primato di longevità (attualmente al terzo posto!) ed alcuni dei parlamentari non raggiungerebbero i limiti temporali per il conseguimento dei benefici pensionistici previsti (fissati in 4 anni, 6 mesi e un giorno).
Del resto, il tirare a campare non gioverebbe sicuramente all’Italia e a tutti noi cittadini in generale, soprattutto in questo tragico momento di scompiglio che il mondo intero sta attraversando, con diversi focolai di guerra accesi qua e là, in un processo di evidente trasformazione culturale e valoriale nei rapporti fra popoli, anche (o soprattutto) di ordine economico (petrolio & affini in Medioriente … ci dicono già qualcosa).
Chissà!
Zeppole di san Giuseppe e la Festa del Papà
Zeppole di san Giuseppe e la Festa del Papà
di Lorenzo Bove
È un rituale che si tramanda di generazione in generazione; la sua preparazione è legata a leggende e riti antichi, con origini che risalgono all’Antica Roma e alla tradizione cristiana.
La zeppola è diventata un dolce iconico della tradizione partenopea, con varianti regionali che la rendono un simbolo della cultura italiana.Più in particolare, la zeppola di san Giuseppe è un dolce della tradizione pasticcera napoletana, diffuso in tutta la Campania, il cui nome deriva dal fatto che è tipico della festa di san Giuseppe, ricorrente il 19 marzo di ogni anno, coincidente con la “Festa del Papà”.
E, dunque, un dolce della tradizione napoletana che si è man mano diffusa in tutta Italia, divenendo – per alcuni versi – il simbolo di quest’ultima festività dedicata ai papà, così come il panettone per Natale e la colomba per Pasqua.
Per cui, in questa particolare giornata dell’anno, nelle vetrine e sui banchi della maggior parte delle pasticcerie italiane, dal Nord al Sud, Isole comprese, vengono esposte in bella vista invitanti vassoi di “zeppole” farcite con crema pasticcera.

Foto by Loren Bove
Sulle origini di questa specialità ci sono molte dispute, secondo una delle quali, pare che essa sia stata inventata a Barletta, in Puglia. La versione più riconosciuta, con pasta a bignè guarnita sopra con della crema pasticcera e una amarena sciroppata, fu portata nel 1840 dal pasticcere Pintauro in via Toledo a Napoli, che asserì di aver preso spunto da una tradizione barlettana. Pintauro trasformò e arricchì le antiche zeppole napoletane, semplici frittelle dolci partenopee di pasta di farina aromatizzata, fritte e rivestite di zucchero, la cui prima ricetta scritta risale all’appendice in dialetto napoletano del ricettario di Ippolito Cavalcanti del 1837.
Queste antiche zeppole sono ancora oggi preparate nelle case dei napoletani, e anche in pasticceria nella versione più morbida, con aggiunta di patate lessate nell’impasto di farina, comunemente note come graffe. Anche Goethe conobbe le antiche zeppole napoletane il 19 marzo del 1787, e fece una descrizione del grande smercio che se ne faceva già allora in strada.
Da notare inoltre che in Campania, in particolare nel Cilento, sono chiamate impropriamente zeppole anche certi dolci natalizi, il cui nome più corretto sarebbe scauratielli (scaldatelli) composti di acqua, olio e farina a forma di nodo e guarniti con il miele sciolto.
Gli ingredienti principali delle zeppole sono la farina, lo zucchero, le uova, il burro e l’olio di oliva, la crema pasticcera, una spolverata di zucchero a velo e le amarene sciroppate per la decorazione. Nella tradizione napoletana esistono due varianti di zeppole di san Giuseppe: fritte e al forno. In entrambi i casi le zeppole hanno forma circolare con un foro centrale del diametro di 2 cm circa e vengono guarnite ricoprendole di crema pasticcera con sopra delle amarene sciroppate. Infine il dolce viene spolverato di zucchero a velo.

Foto by Lorenzo Bove
Alcune pasticcerie provvedono anche alla farcitura interna della zeppola con la crema pasticcera, discostandosi dalla tradizione (sebbene queste ultime siano maggiormente apprezzate dalle nuove generazioni). Ultimamente si trovano anche zeppole ripiene di crema gianduia e panna.
A Napoli il nome zeppola si usa anche per indicare le cosiddette pastecresciute, specialità delle friggitorie tipiche, molto diverse e salate. In questa versione talvolta vengono aggiunti alghe di mare, acciughe salate o cicenielli (novellame del pesce azzurro pescato nel Mar Mediterraneo).
Anche le zeppole pugliesi vengono preparate per la festa di san Giuseppe, e in alcuni paesi dove si preparano le tradizionali “Tavolate di san Giuseppe” sono utilizzate come ultima pietanza, per dolce.
Sebbene negli ultimi anni si sia affermato l’uso di friggere la pasta della zeppola anche in olio di oliva, la vera zeppola pugliese veniva fritta esclusivamente nello strutto.
Venivano preparate con acqua, strutto, sale, farina, limone grattugiato e uova, fritte o cotte al forno e decorate con crema pasticcera e crema al cioccolato, oppure due o tre amarene sciroppate.
La zeppola fa parte della pasticceria pugliese ed è presente tutto l’anno, con una maggiore produzione nel periodo della festa di san Giuseppe.
Tra le varianti preparate in casa vi sono zeppole intrecciate a forma di elle minuscola, fritte e passate ancora calde nello zucchero. Queste zeppole tipicamente non hanno la crema.
Vi sono poi le zeppole calabresi, siciliane, sarde, molisane ed abruzzesi, che si differenziano tra loro per qualche particolare tipico del luogo, pur mantenendo il riferimento tradizionale alla ricorrenza della festività di san Giuseppe, coincidente ora con la Festa del Papà, che unisce materialmente o anche solo simbolicamente in un solo grande abbraccio tutti papà con i loro figli, assaporando insieme magari una fragrante zeppola di san Giuseppe.

Foto by Lorenzo Bove
E non è poca cosa con quello che sta succedendo oggigiorno nel mondo, tra guerre, sovranismi e soprusi di ogni genere, con il sacrificio di tante vittime innocenti, senza alcuna plausibile ragione!
La filastrocca del “vorrei”
La filastrocca del “vorrei”
di Lorenzo Bove
Dai ricordi della mia fanciullezza spunta ogni tanto una filastrocca antica che recitava mio nonno Lorenzo, soprattutto negli ultimi anni della sua vita terrena, e che con le due mie sorelle, Giovanna e Gina abbiamo continuato poi, nel tempo, a ricordare, limitandoci però ai primi due versi:
“Vorrei morire e non vorrei la morte / Per vedere chi mi piange forte”
Ne avevo fatto menzione anche in uno dei miei libri, “Tarranòve tra gli anni 40 e 60 del secolo scorso”, Edizioni del Poggio 2021, alla pagina 78.

Non ricordavamo o ignoravamo addirittura il resto della poesia e, col passare degli anni, ci eravamo quasi fatti persuasi che, forse, quei versi fossero frutto del suo estro, della sua vena poetica, soprattutto con l’avvicinarsi della sua dipartita.
Ma, qualche giorno fa, uno dei nipoti di mia sorella Giovanna – nello specifico Daniele, uno dei tre figli di Marialuisa – dopo aver sentito pronunciare da sua nonna (forse per l’ennesima volta) quei due versi, ha provato a fare una ricerca su Internet, scoprendo che si tratta, in particolare, di un’antica filastrocca, denominata “La filastrocca del ‘vorrei’ “.
“Vorrei e non vorrei la morte,
vorrei vedere chi mi piange forte;
vorrei vedere chi mi piange assai,
vorrei vedere chi non mi scorda mai.
Vorrei e non vorrei morire,
vorrei veder chi mi viene a seguire;
vorrei veder chi mi porta la cassa,
per veder come la gente passa”.
E, dunque, si trattava molto probabilmente di reminiscenze scolastiche del nonno Lorenzo, che egli aveva in animo di trasmetterci e delle quali noi nipoti avevamo però memorizzato solo la prima parte.
La curiosità mi ha poi preso la mano e ho provato anch’io ad approfondire l’argomento, pervenendo alle seguenti conclusioni.
La filastrocca appare in 26 libri dal 1844 al 2007 e, nel libro “Poesia popolare italiana – Studj di Alessandro d’Ancona” di Alessandro D’Ancona, F. Vigo Editore, 1878, pagg. 476, la poesia è riportata alla pag. 157:
“Vorrei morire e non vorrei la morte;
Vorrei veder chi mi piange più forte;
Vorrei morire e star sulle finestre;
Vorrei veder chi mi cuce la veste;
Vorrei morire e stare sulla scala;
Vorrei veder chi mi porta la bara;
Vorrei morire e vorrei alzar la voce;
Vorrei veder chi mi porta la croce”.
E, qui di seguito, altre versioni, di autori per lo più sconosciuti:
Vorria morì e non vorria la morte,
Vorria vedè sto munno trapassà;
Vorria vedere chi mme chiagne forte
Si mamma mmia o sorema carnale;
Mamma mmi chiagne pe na notte
Sorema pe na notte duoi semmane.
Variante di Lecce e Caballino (Terra d’Otranto) :
Ulia
murire e nun vulia la morte,
Vulia de ‘n autru mundu trapassare;
Ulia vedire ci mme chiange forte,
Ci mme sona a murtoriu le campane;
Ca nc’è la mamma mmia ci chiange forte,
Ca quiddha sula nun sse po‘ scurdare.
Cu bisciu ci mme chiangi e ‘rita forte.
Variante di Toscana:
Vorrei morir di morte piccinina;
Morta la sera e viva la mattina;
Vorrei morire e non vorrei morire;
Vorrei veder chi mi piange e chi ride;
Vorrei morire e non vorrei la morte;
Vorrei veder chi mi piange più forte;
Vorrei morire e star sulle finestre;
Vorrei veder chi mi cuce la veste;
Vorrei morire e stare sulla scala;
Vorrei veder chi mi porta la bara;
Vorrei morire e vorrei alzar la voce;
Vorrei veder chi mi porta la croce.
Variante
Ligure:
Vurrë’
murire e nun vurrë ‘ la morte,
Vurrë’ savëi chi mi pianse ciü ‘ forte;
Mi piangerà più fort’ la mamma mia
E poi appressu la seignura mia;
La mamma mia mi piangerà cun gli occhi,
La mia scignura cun gli occhi e col cuore.
Variante
Umbra:
Vorrei
morire e non vorrei la morte,
Vorrei vedè chi mi piangesse forte;
Vorrei morire e stare sur un pero,
Vorrei vede’ chi mi piange da vero;
Vorrei morire e star su ‘na rametta,
Vorrei vedè chi mi piangesse in fretta;
Vorrei morire e star sur una noce,
Vorrei vedè chi mi porta la croce;
Vorrei morire e stare sur un’ara,
Vorrei vedè chi mi porta la bara.
Una filastrocca, quindi, molto diffusa e con un unico filo conduttore: la morte e il desiderio, la malcelata curiosità di poter sbirciare, osservare senza farsi notare, socchiudendo gli occhi, per concentrare la vista su determinate persone, al fine di percepire alcuni loro atteggiamenti e comportamenti, nell’ora cruciale del proprio trapasso nell’aldilà.
E poter così smascherare la meschinità e la grettezza di alcuni individui che gli vivevano accanto.
“Vorrei morire e non vorrei la morte” … avere ancora un’ultima possibilità; quella di poter verificare, fino in fondo, la profondità dei valori di bene, affetto, amore, palesati nei suoi confronti dalle persone che riempivano la propria vita.

La grande Kermesse di primavera del 2026
La grande Kermesse di primavera del 2026
di Lorenzo Bove
Ad un mese esatto dalla grande kermesse del 22 e 23 marzo prossimo venturo che misurerà, nella prossima primavera, il livello di competizione politica alla quale gli italiani verranno chiamati, qualche riflessione nel merito si ritiene opportuno farla.
È proprio così’, per lo meno dal mio punto di vista, lo scontro è solo ed esclusivamente di natura politica; e non si spiega diversamente!
La nostra Carta Costituzionale (il nostro Vangelo, la nostra Bibbia), viene – ancora una volta – messa in discussione in alcuni dei suoi punti nevralgici, la Giustizia, e le riforme preannunciate dall’attuale Governo non hanno raccolto il necessario consenso parlamentare (in termini di quorum) previsto dalla Costituzione stessa, ragione per cui occorre interpellare al riguardo gli elettori attraverso un apposito Referendum.
Le divergenze politiche che sono emerse nel corso dei lavori parlamentari tra la maggioranza di governo e l’opposizione hanno indotto il Governo a porre, di volta in volta, nei quattro passaggi di rito, il cosiddetto “voto di fiducia” (che in politichese significa: uno per tutti e tutti per uno, altrimenti tutti a casa!), vanificando, di fatto, lo spirito della “condivisione” (anche in seno alla stessa maggioranza) che deve invece caratterizzare delicati interventi di siffatta natura.
E questo, al di là delle valutazioni di merito, ha favorito ed alimentato a dismisura il livello di scontro tra le due posizioni contrapposte, trasformando peraltro – come spesso accade – una giusta o semplicemente discutibile causa in una vera e propria competizione politica.
Anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha sentito addirittura il bisogno di scendere in campo per svelenire gli animi.
Personalmente ritengo che in materia di riforme costituzionali sia sempre opportuno seguire la via di un’apposita Commissione Bicamerale aperta anche ad esperti di alto livello, emulando quanto fatto ai tempi dall’Assemblea Costituente, che ebbe in Italia un ruolo cruciale nella stesura
della Costituzione della Repubblica Italiana, approvata il 27 dicembre 1947 ed entrata in vigore il 1° gennaio 1948.
Leggo in questi giorni che la Magistratura avrebbe prevaricato la Politica (di governo), e che tutto ciò non va bene, per la semplice ragione – si sostiene – che quest’ultima deterrebbe una sorta di mandato popolare conferitole con la vittoria elettorale, dimenticando (o ignorando) che in democrazia (come del resto anche in Italia) vige la tripartizione dei Poteri dello Stato: Legislativo (Parlamento) che fa le leggi, Esecutivo (Governo) che “esegue” ovvero amministra, e Giudiziario (Magistratura) che giudica la correttezza dei comportamenti in relazione al dettato legislativo.
E la dice lunga questa leggenda metropolitana, facendo sorgere il dubbio che … nel combinato disposto … della campagna referendaria in corso, prevalga la malcelata voglia di fare l’esatto contrario, ovvero sottoporre al Potere Esecutivo (Governo) quello Giudiziario (Magistratura), come avviene in tutti gli Stati autoritari che conosciamo.
Tuttavia, negli ultimi tempi, anche Stati democratici, non sospetti, si stanno allenando a farlo (gli Stati Uniti di Trump ci dicono qualcosa?).
Ma sorvoliamo pure su tutti questi pregiudizi, magari privi di fondamento, e auspichiamo che la Politica (in generale) si sforzi di tenere la barra dritta, cercando per quanto possibile di mantenere saldi i principi di Montesquieu, in particolare la sua teoria della separazione dei poteri, fondamentale per una politica moderna e democratica; non solo in termini di semplice facciata, ma nella concretezza dei fatti.
“Dal dire al fare c’è di mezzo il mare” – recita un vecchio andante – volendo significare che c’è un enorme divario tra le cose che si dicono e le cose che poi si fanno.
Forse, ancor prima di pensare di riformare la nostra Carta Costituzionale, sarebbe bene approfondirne tutti gli aspetti in essa contenuti, e cercare di metterli in pratica con lo stesso spirito dei nostri padri costituenti.
Abbiamo comunque già maturato esperienze al riguardo (la modifica del Titolo V riguardante le autonomie territoriali ci serva da monito!) e ci stiamo ancora leccando le ferite, cercando di rimediarvi in qualche modo, registrando puntualmente rilievi di incostituzionalità da parte della Corte Costituzionale.
La grande Kermesse di primavera prossima ventura è alle porte!

Foto di repertorio da Internet
È volata via come una colomba
È volata via come una colomba
di Lorenzo Bove
Giusto un mese fa, il 31 dicembre 2025, veniva a mancare una persona cara della nostra famiglia, l’indimenticata Evelina, sorella di mia moglie, che ricorderemo nel corso della Santa Messa delle ore 18,30 di domani, domenica 1° febbraio 2026, nella Basilica di Santo Stefano di Sesto San Giovanni.

Il suo ricordo in una mia poesia scritta nell’occasione, allorquando negli occhi di mia moglie ho scorto, insieme alla tristezza della circostanza, gli autentici sentimenti di amore per una persona cara … volata via!
É volata via come una colomba
Scorgo nei tuoi occhi, mia cara,
uno sguardo velato di tristezza,
sul tuo volto denso di mestizia.
Improvvisamente,
un senso di solitudine e ansia
ti induce a riflettere
sulla terrena vulnerabilità umana.
Ogni certezza,
conquistata con grande fatica nel tempo,
fatalmente sembra esitare.
E un vuoto incolmabile ti avvolge,
ingombrante e rumoroso al tempo stesso.
Senti il bisogno di rielaborare
la tua identità e quotidianità.
È svanita una parte di te stessa,
un legame speciale con il tuo passato,
fatto di tanto presente vissuto insieme.
Un dolore immenso.
Lo spezzarsi di una relazione
pressochè simbiotica
che durava da tutta una vita.
La sua fragilità, le sue paure
e la tua dedizione quotidiana.
Una protezione quasi materna,
sebbene fosse una delle tue sorelle,
e tu la maggiore.
E piangi la tua umana impotenza
per non aver potuto impedire
che il suo fato si compisse.
Ma la fede ti sorregge
e il tuo credo non vacilla.
É volata via come una colomba,
perdendosi tra le nuvole.
Si è forse arresa alla vita,
per ricongiungersi ai suoi,
i vostri cari mamma e papà.
Per l’eternità.
Ti sarò ora vicino, mia cara,
ancor più di prima,
ti sorreggerò con il mio amore,
finché la morte non ci separerà.
Lorenzo Bove
(poesia, scritta il 5 gennaio 2026)
La poesia è dedicata a mia moglie Elvira e l’ho scritta nei giorni immediatamente successivi alla dipartita di mia cognata Evelina, compenetrandomi pienamente nel clima di dispiacere che inondava la nostra vita e la nostra casa in quelle giornate, rese ancora più drammatiche dalla circostanza della ricorrenza del Santo Natale e del Capodanno, che hanno fatto da mesto scenario al triste evento, nel Grande Mistero della Nascita e della Morte.


L’ultimo compleanno di Evelina a casa nostra,
ai primi di settembre dello scorso anno,
subito dopo le vacanze estive.
Ciao Evelina, riposa in pace, e che la terra ti sia lieve!

da Internet
Il giorno della Memoria 2026
Il Giorno della Memoria 2026
di Lorenzo Bove
Il Giorno della Memoria 2026, oggi 27 gennaio 2026, assume un valore cruciale, segnando un passaggio fondamentale nella conservazione della memoria storica, specialmente con il passare del tempo dall’olocausto.
Questa ricorrenza, che commemora le vittime del nazismo e delle leggi razziali, invita a una riflessione necessaria per il presente, costellato da numerose incognite riguardo agli scenari di guerre in atto, occupazioni, prevaricazioni e mancato rispetto del sistema regolatorio internazionale che ha garantito gli equilibri fra i popoli, occidentali in particolare, negli ultimi 80 anni, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Nella sua nota poesia “A Livella”, il grande Totò ricordava:
“Ogn’anno, il due novembre, c’è l’usanza
per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno ll’adda fà chesta crianza;
ognuno adda tené chistu penziero”.
Ma sicuramente Totò non pensava ad una ricorrenza rutinaria, stanca e di semplice facciata; presumo invece che egli ci tenesse molto al culto dei morti.
Lo precisa molto bene quando dice “Ognuno ll’adda fà chesta crianza”.
La “crianza” è un termine che ha radici nello spagnolo e nel latino, utilizzato nel dialetto napoletano per descrivere la buona educazione e la cortesia.
È un concetto che implica non solo l’importanza di rispettare e considerare gli altri, ma anche di essere educati e rispettosi nei confronti del prossimo. La “crianza” è considerata qualità innata e difficile da acquisire in età adulta, e viene spesso utilizzata in frasi come “a bbona crianza” o “ ‘o muorzo d’ ‘a crianza” (il boccone della cortesia). Questo termine riflette la profonda importanza che la comunità napoletana attribuisce alla buona educazione e alla cortesia come elementi fondamentali della vita sociale e personale.
E, dunque, prendiamo spunto da questa breve riflessione, per dare alla “giornata della memoria” la giusta importanza, onde riflettere sul nostro futuro e sulla sorte dei tanti popoli oppressi, perché i moderni ed attuali carnefici (travestiti da falsi profeti) rinsaviscano, ricercando insieme pacifiche soluzioni per una reciproca convivenza civile.
Nel suo discorso a Davos dei giorni scorsi, il primo ministro canadese Mark Carney ha invitato a prendere atto che l’ordine mondiale del dopoguerra è finito, e ha esortato le “potenze intermedie” a cooperare tra loro in modo pragmatico, per difendere i valori democratici e non finire succubi dei paesi egemoni.
Meditate gente, meditate!

Foto di repertorio
da Internet
Una nuova società feudale
Una nuova società Feudale
di Lorenzo Bove
Durante le letture di stamattina, la mia attenzione si è soffermata sull’ interessante rubrica domenicale “Padiglione Italia” di Aldo Grasso, con un ‘pezzo’ intitolato “Rotta verso una nuova società feudale”, che riporto integralmente:
«Medioevo Prossimo Venturo. ‘Trump ci vuole vassalli’ avverte con preoccupazione il presidente francese Macron. Forse è la stessa aspirazione di Putin e di Xi Jinping. La parola vassallo è così potente da evocare da sola l’immagine di un Medioevo fatto di torrioni, guerrieri in armatura e segrete oscure. Chi erano i vassalli? Erano nobili a cui il sovrano affidava il controllo su ampie porzioni di territorio, detti feudi, in cambio di assoluta fedeltà. Così a scendere, valvassori e valvassini. Il mondo sta virando verso una nuova società feudale? Mentre nel Medioevo le catene di dipendenza erano personali oggi sono sistemiche: si sono trasformate in dazi, in tecnologia, in protezione militare. Il vassallaggio moderno non ha servitù palesi ma ha costi di uscita proibitivi. Non prevede ordini diretti ma produce dipendenza strutturale. A tratti, però, il sovrano è diventato così arrogante da volere persino annettersi territori non suoi e da permettersi l’umiliazione pubblica nei confronti di chi dissente. Il premier canadese Mark Carney, in un discorso a Davos di grande caratura politica, ha sostenuto con determinazione, che la sottomissione alle grandi potenze non garantisce sicurezza e che la ‘nostalgia non è una strategia’. Altrimenti davvero si torna ’al vecchio ordine’, a un sistema feudale».
E, così, a quanto pare, il parere di Carney fa il paio con quello di Macron.
I tre sovrani, lancia in resta, marciano “forse” – come sostiene Aldo Grasso – uniti dalla medesima aspirazione ovvero verso una nuova società feudale?
Sono tre; e se è vero (?) che tre indizi formano una prova … allora è fatta?
Scherzi a parte, cerchiamo di restare con i piedi per terra.
Ben saldi!

in combattimento
Foto di repertorio da Internet
2026, che brutto risveglio!
2026, che brutto risveglio!
di Lorenzo Bove
Che brutto risveglio, questo dei primi giorni del nuovo anno, il 2026, in un mondo che sembra non più appartenerci.
Secoli di storia e di cultura volati via nel nulla, come se niente fosse.
Stamattina, spulciando qua e là sui giornali, mi sono soffermato su alcuni articoli molto interessanti.
“Onu e democrazie ‘Le guerre e il diritto’ doppia crisi” di Sabino Cassese sul ‘Corriere della Sera’, di cui riporto uno stralcio:
“Crisi del diritto internazionale e crisi della democrazia si intrecciano. Questa è la peculiarità della situazione nel mondo. Il presidente americano (Trump) ha dichiarato di poter fare a meno del diritto internazionale e ha ritirato gli Stati Uniti da circa 70 organizzazioni e programmi internazionali; e ha annunciato altri ritiri. Si è impossessato di navi straniere in acque internazionali, facendo ricorso alle forze armate. Ha dichiarato di non volere Russia e Cina come vicini e di voler acquisire la sovranità o il controllo su territori finitimi (Groenlandia, Cuba, Colombia). Ha catturato con la forza militare il capo di uno Stato straniero (Maduro, il presidente del Venezuela), eseguendo la decisione giudiziaria di uno Stato diverso da quello di appartenenza, e congelato le risorse di quello Stato che sono al momento negli Stati Uniti. Si aggiunge l’ ’operazione militare speciale’ del presidente russo (Putin) contro la dirigenza ucraina, accusata di essere ‘nazista’ “….. omissis …
Aggiungo: E così via, come in altri casi, tipo Israele (Benjamin Netanyahu) a Gaza (Palestina) ove i principi di proporzionalità propri della legittima difesa sono stati oltremodo calpestati, con l’avallo del solito Trump, che esalta le gesta del premier israeliano in maniera a dir poco disdicevole. E, senza con questo voler minimizzare o sottovalutare o in qualche modo giustificare l’annoso problema del terrorismo di Hamas.
“Giustizia, potere e la lezione di Minneapolis” di Massimo Giannini” su ‘La Repubblica’, di cui riporto uno stralcio:
“La battaglia di Minneapolis ci sembra lontana. Eppure parla anche di noi. Ci rivela le due facce della crisi post-occidentale. La prima faccia rilancia, drammatizzandolo, il dilemma novecentesco posto da Carl Schmitt: cosa succede a un Paese quando il Sovrano decide sullo ‘stato di eccezione’. La seconda faccia il quesito settecentesco risolto da Montesquieu: che succede a una democrazia quando chi comanda non riconosce più limiti o contrappesi e impedisce che il potere arresti il potere. L’inquietante torsione del diritto esercitata da Trump e la conseguente manomissione delle garanzie giudiziali – negate alle vittime e assicurate ai carnefici – sono la prova più traumatica del danno che si produce quando la politica marcia sulla magistratura, pretendendola debole ed asservita … omississ …
Aggiungo: Orbene, come si inserisce l’Italia in tutto ciò? Siamo (ancora) sicuri della vigenza del tanto decantato ‘stato di diritto’? E del rispetto dei cosiddetti pesi e contrappesi? Oppure stiamo vivendo da anni in un sotteso ‘stato di eccezione’ (periodo del Covid a parte) che vede concentrarsi nelle mani del Governo (potere esecutivo), funzioni proprie del Parlamento (potere legislativo), attraverso un dilagare di decretazioni (d’urgenza?), riducendo la Camera e il Senato a meri passacarte (richiamando ogni volta la maggioranza parlamentare al voto di fiducia) e, non di meno, anche funzioni proprie del potere giudiziario (Magistratura), attraverso meccanismi rocamboleschi (basta farsi una ripassata sulle vicende riguardanti la problematica dei migranti da ‘internare’ in Albania!).
“Il tragico e il ridicolo” da ‘Buongiorno’ di Mattia Feltri (il figlio di Vittorio) su La Stampa, che riporto integralmente:
“Il potere porta con sé una carica ridicola e tanto più è violento più sa essere tragico e ridicolo. L’accanimento degli Stati Uniti contro gli immigrati è già sia tragico sia ridicolo da quando Donald Trump ha abolito lo ius soli, ovvero il diritto di cittadinanza per chi nasce in territorio americano (l’ultima parola sarà della Corte Suprema). E cioè un paese nato con l’immigrazione, popolato con l’immigrazione e che all’immigrazione affidò la sua grandezza – di chiunque fuggisse da una persecuzione, da una guerra, dalla fame, dal suo passato – ora rinnega sé stesso e diventa un paese che affida la sua grandezza alla guerra agli immigrati [Nda: Anche i famigliari di Trump erano immigrati provenienti dalla Germania]. Venite qui, faremo grande l’America – andate via di qui, dobbiamo fare grande l’America. Non sono così sciocco da ignorare che il mondo di oggi è diverso da quello di tre secoli fa, ma un potere serio vedrebbe la tragicità e la ridicolaggine mentre va ad ammanettare gli adolescenti per ripulire il paese dagli abusivi e mentre spara in faccia ad una madre di 37 anni e poi si discolpa chiamandola terrorista. E dunque il potere potrebbe cogliere la tragicità se solo vedesse come è squadernata la sua ridicolaggine. L’Ice, il corpo speciale anti immigrazione, a Minneapolis, ha preso quattro Sioux – quattro nativi, o indiani, come li chiamavamo noi da ragazzi – e li ha trasferiti in un centro per immigrati irregolari. C’è qualcosa di più ridicolo di pronipoti di immigrati che arrestano pronipoti di nativi con l’accusa di immigrazione clandestina? E senza neanche realizzare di essere ridicoli?”.
Aggiungo: Fermate il mondo, voglio scendere!

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Nel ricordo del caro Gino
Nel ricordo del caro Gino
di Lorenzo Bove
La mattina dello scorso venerdì 19 dicembre, a pochissimi giorni dal Santo Natale, è improvvisamente venuto a mancare il caro Gino: un amico, un fratello minore, più che un nipote acquisito in quanto marito della mia adorata nipote Marialuisa, figlia di mia sorella Giovanna.
Era piacevole incontrarsi, in famiglia, a Foggia, ma anche a Poggio Imperiale ovvero a San Polo Matese, in Molise, durante le nostre vacanze estive. E si parlava piacevolmente di tutto, oltre che di lavoro; era una persona colta e competente non solo professionalmente: un noto e stimato imprenditore edile con lo studio in centro a Foggia.
Un dispiacere infinito!
La sua fulminea morte ci ha lasciati attoniti ed esterrefatti; un vuoto incolmabile per noi tutti e soprattutto per sua moglie Marialuisa e i suoi tre figli Domenico (con la sua compagna Raffaella e l’adorata neonata Luna), Giuseppe e Daniele.
Gino amava molto la famiglia e si mostrava sempre disponibile per ogni necessità, mettendosi costantemente a disposizione del suo prossimo, senza mai risparmiarsi e soprattutto senza aspettarsi nulla in cambio.
Una persona davvero speciale!
Il ricordo del tempo passato mi ha fatto tornare ora alla mente un momento estemporaneo di una quindicina di anni orsono; una giornata trascorsa a Foggia con il caro Gino, che ho voluto – ai tempi – immortalare in un articolo pubblicato il 18 aprile 2010 su questo stesso mio Sito/Blog www.paginedipoggio.com, del quale riporto qui di seguito alcuni stralci:
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In giro per Foggia in una “mitica” 500 d’epoca!
Nei giorni scorsi, a Foggia, ho avuto il piacere di salire a bordo di alcuni storici modelli di Fiat 500 di un tempo, perfettamente funzionanti e con sfavillanti carrozzerie.
L’opportunità mi è stata offerta da Luigi Nigri, “Gino” per gli amici, un brillante imprenditore edile foggiano, appassionato e collezionista di auto storiche.
“Gino”, per la cronaca, è il marito della mia amatissima nipote Marialuisa, la figlia di una delle mie due sorelle.



Una Fiat 500 “Abarth” nera con tettuccio a scacchi bianchi del 1969;
Una Fiat 500 “Sport” bianca con fasce laterali rosse;
Una Fiat 500 “L” (lusso) bianca del 1971;
Una Fiat 500 “Giardiniera” rosso corallo del 1974 prodotta da Autobianchi (la denominazione originale è “Giardiniera” e non “Giardinetta” come invece soventemente definita).
Tutte le autovetture sono state sottoposte a completo “restyling” della carrozzeria, motore, rivestimenti e accessori, con pezzi originali ovvero attraverso la loro fedele ricostruzione.
Dei veri gioiellini!
Le auto sono regolarmente iscritte all’ASI (Automobilclub Storico Italiano) e partecipano ai vari “Raduni” nazionali.
Un tuffo nel passato … e, vuoi mettere, lo “sfizio” di circolare in città (a Foggia) … con una “Giardiniera rosso corallo” … sotto lo sguardo curioso, attento, incredulo ed anche divertito della gente che ti osserva!
…… omissis ……
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Ed è con il ricordo di quella mattinata di una domenica primaverile in giro con te in una mitica 500 d’epoca per le vie del centro di Foggia che voglio conservare la tua memoria nel mio cuore, per il resto dei miei giorni.
Ci mancherai tanto, caro Gino, riposa in pace e che la terra ti sia lieve.
Lorenzo
Addì 22 del mese di dicembre 2025

con la sua mitica spider rossa d’epoca
La cucina italiana patrimonio culturale immateriale dell’umanità
La cucina italiana patrimonio culturale immateriale dell’umanità
di Lorenzo Bove
Il giorno 10 dicembre 2025, durante la XX sessione del Comitato intergovernativo per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale tenutasi a Nuova Delhi, l’UNESCO ha ufficialmente iscritto il dossier “La cucina italiana, tra sostenibilità e diversità bioculturale” nella Lista rappresentativa del patrimonio immateriale dell’umanità.
La decisione segna un momento storico per l’Italia e per il riconoscimento globale della cultura alimentare come bene culturale fondamentale. È anche la prima volta che un’intera cucina viene iscritta come elemento del patrimonio immateriale, una pietra miliare che sottolinea l’importanza delle tradizioni culinarie nella formazione dell’identità collettiva [Stralci da “La Cucina Italiana” https://www.lacucinaitaliana.it/article/cucina-italiana-patrimonio-immateriale-unesco/].
E, tutto ciò, secondo il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella “rafforza il prestigio italiano nel mondo”; mentre per Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio dei Ministri, rappresenta “il nostro ambasciatore più formidabile”.
Questa volta l’UNESCO non ha scelto una specialità in particolare, bensì (come si legge sui maggiori organi di stampa) una ‘filosofia di vita’ da tutelare: la cucina italiana intesa come ‘modo di pensare il cibo e di stare a tavola’, con tutte le varianti regionali.
Secondo il famoso cuoco e gastronomo italiano Massimo Bottura, “la nostra cucina è l’unica al mondo. Infatti, non è solo un insieme di piatti o ricette, ma un rito d’amore, un linguaggio fatto di gesti, di profumi e sapori che tengono unito un Paese intero. Attorno a una tavola apparecchiata l’Italia si riconosce: lì si condividono i sogni, si litiga e si fa pace, si tramandano memorie” [Stralci dal giornale “la Repubblica” di giovedì 11 dicembre 2025].
Nell’esprimere il mio personale compiacimento per il prestigioso traguardo raggiunto al riguardo dal nostro amato bel Paese, non posso esimermi dal volgere lo sguardo a ritroso nel tempo fino al 2018, allorché procedevo alla pubblicazione del libro “IL CIBO in terra di Capitanata e nel Gargano tra storia, popolo e territorio – Tarranòve, pane, pemmedore e arija bbòne”, Edizioni del Poggio, finito di stampare nel mese di agosto del 2018, ispirato dalla semplice ragione per cui – come riportavo nella Prefazione alla pagina 17 – allora come oggi “sono convinto che anche il cibo rappresenti un elemento di correlazione tra individuo e territorio, generando quei profumi e sapori con il potere e la magia di riportarti indietro nel tempo e nello spazio, legandoti senza margini di errore a un luogo e che parla della tua parte interiore e ti ricorda, quando ne hai bisogno, da dove vieni”. E, ancora, alla pag.20: “A mio modesto parere, il cibo è un solenne atto di amore. Questo vale sia per chi lo offre e sia per chi lo riceve; ma anche per chi lo prepara, per chi lo produce e così via … all’infinito!”.
Sicuramente, in proposito, non ritengo di essere stato un profeta – ci mancherebbe altro – non possiedo il dono della preveggenza, ovvero quella “capacità di prevedere eventi futuri e trarre da questa previsione consiglio di dirigere il comportamento proprio o altrui” [Treccani, enciclopedia e vocabolario on line], tuttavia, in verità, l’occasione dell’Anno del Cibo Italiano, indetto dal nostro Governo per il 2018, mi offrì lo spunto per rievocare giustappunto le tradizioni popolari legate al cibo della Capitanata e delGargano, partendo da Tarranòve, il mio paesello di origine, tra storia, popolo e territorio; un lavoro sul quale peraltro stavo lavorando già da qualche anno, raccogliendo materiale, foto, documentazione e testimonianze dal vivo.

Dalla quarta di copertina:
«I profumi e gli odori del cibo che ci hanno pervasi nel periodo della nostra infanzia, penetrando nelle narici e stimolando straordinari (e a volte anche inappagati) appetiti, sono indelebilmente stampati nel nostro cervello e basta solo percepirne lievi sentori per associare eventi, fatti, situazioni di un tempo lontano, che fa parte ormai di sopite reminiscenze.
L’ Anno del Cibo Italiano, indetto dal nostro Governo per il 2018, ha offerto all’autore lo spunto per rievocare le tradizioni popolari legate al cibo della Capitanata e del Gargano, l’antica Daunia, partendo da Tarranòve, il suo paesello di origine, tra storia, popolo e territorio.
Un vecchio detto paesano di Poggio Imperiale, Tarranòve in vernacolo, recitava: “Tarranòve, pane e pemmedòre e arija bbòne”.
Un invito a prendere le cose per il giusto verso e senza eccessivo affanno. E, in effetti, quel detto voleva proprio invitare alla distensione e alla serenità che solo un piccolo borgo sviluppatosi alla sommità di una collinetta (poggio) immersa in una vegetazione lussureggiante poteva offrire. In terra di Capitanata ai piedi del Gargano del quale si vanta di costituire la porta naturale.
Aria buona, quindi, e cibi semplici e genuini rappresentati da una fetta di pane pugliese, frutto del grano coltivato in quelle floride campagne, accompagnata dai rossi e squisiti pomodori locali conditi con un olio extravergine di oliva paesano la cui fragranza non ha eguali.
E in questo libro affiorano episodi, legati per la maggior parte al cibo tradizionale, che si snodano attraverso la storia, il popolo e il territorio della Capitanata e del Gargano, offrendo al lettore curiosi e interessanti spunti per fare un piacevole salto a ritroso nel passato, che si perde ormai nella notte dei tempi, ma che, paradossalmente, come d’incanto appare così vicino per via di quei delicati messaggi di amore, pace, serenità che riesce ancora a trasmetterci, oggi più che mai.
La presentazione del libro si è tenuta a Poggio Imperiale, sabato 4 agosto 2018, nell’insolito scenario dei giardinetti pubblici della locale via Attilio Lombardi, all’epoca ancora funzionanti, allestiti opportunamente per l’occasione; una serata all’insegna della cultura, condotta magistralmente ed impreziosita dagli interventi dei relatori presenti, tra musiche e canti della tradizione popolare.
Le interessanti testimonianze di un vecchio fornaio terranovese, Nicola Bonante, detto Necole Pastulle, deceduto qualche tempo dopo, hanno poi fatto varcare con la mente, ai convenuti, i limiti del tempo, con un salto a ritroso nel passato del borgo di Poggio Imperiale.
E la Compagnia Teatrale Terranovese, infine, con la sua consueta bravura, si è esibita in una farsa dialettale, dal titolo “Dind’a ‘na cas’a tarnuèse”, scritta pure questa dal sottoscritto, riscuotendo scroscianti applausi da parte del pubblico presente, intervenuto numeroso all’evento.
La serata si è conclusa infine con la degustazione di pane e pomodoro terranovese e vino locale … in tema con il contenuto del libro.

Ebbene, a distanza di sette anni dal 2018, alla veneranda età di 80 anni, ho inteso riproporre ora il testo del libro anche in versione digitale, al fine di consentire a chiunque di poter accedere gratuitamente alla sua lettura, consultando il mio Sito/Blog
alla pagina eBook (Scarica, sfoglia e leggi)

Comunque, per chi fosse interessato, il libro in formato cartaceo è ancora disponibile [Prezzo di copertina €15,00], contattando direttamente l’Editore (Edizioni del Poggio di Poggio Imperiale) o anche l’autore (lorenzo.bove@gmail.com), ovvero on line: IBSLibri, Libreria Universitaria, Mondadori Store, Libraccio, Ancora Store, Unilibro, Amazon.