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Poggio Imperiale, la Porta della Puglia e del Gargano.

Un poggio, un'altura,
un dolce declivio.
Un luogo privilegiato di osservazione
sul passato, presente e futuro.
Sul mondo intero.
(l.b.)
25
Apr

La vecchia stazione di Tarranòve, il “Lecce – Milano” e l’epopea della “Valigia delle Indie”

La vecchia stazione ferroviaria di Tarranòve, 

il “Lecce – Milano” e l’epopea della “Valigia delle Indie”

di Lorenzo Bove

La vecchia stazione di Poggio Imperiale

L’originaria stazione di Tarranòve (Poggio Imperiale), ubicata sulla linea ferroviaria Adriatica, a una cinquantina di chilometri a nord di Foggia e a un centinaio a sud di Pescara, aveva un’intensità di frequentazione di viaggiatori abbastanza sostenuta per l’epoca. In particolare, si trattava di pendolari diretti soprattutto a San Severo, la città di riferimento della zona per la presenza di scuole medie e superiori, uffici pubblici e privati, attività commerciali di ogni genere, mercati all’ingrosso e rionali, presidi medici e ospedalieri, curia e seminario vescovile ed altro, con circa 50.000 abitanti, già capoluogo di Capitanata e Molise fino al 1584, ed importante centro dell’Alto Tavoliere della Puglia, definita la “città dei campanili”. E, oltre agli abitanti di Poggio Imperiale, il cui nucleo urbano distava circa 2,5 km, essa serviva anche quelli di Lesina, a 7,5 km, in quanto l’ubicazione della loro stazione ferroviaria risultava essere molto più scomoda, con un collegamento stradale assicurato dal torpedone/corriera Lesina-Poggio Imperiale-Scalo FS e viceversa.

Stazione ferroviaria di Poggio Imperiale
risalente al periodo antecedente all’elettrificazione.
Attualmente dismessa a seguito dei lavori
di raddoppio della linea ferroviaria
e variante del  tracciato.

Dipinto di Giacomo Fina (Mimì per gli amici)
da Internet

Dai ricordi del periodo della mia fanciullezza e prima giovinezza, negli anni 50/60 del secolo scorso, mi tornano alla mente lo sbuffare delle locomotive a vapore, accompagnato dal loro inconfondibile fischio ed il viso sudato dei fuochisti (gli aiuti macchinisti addetti all’alimentazione del carbone), che durante la sosta del treno in stazione raggiungevano la fontanella per sciacquarsi le mani e il viso. E il suono della campanella che preannunciava l’arrivo dei treni da Apricena (da sud) o da Lesina (da nord). Il “Signori in carrozza” del capotreno e dei conduttori (che chiamavamo controllori) nel mentre provvedevano alla chiusura di tutte le porte (ce n’erano veramente tante) delle carrozze, e il capostazione con berretto rosso, fischietto e paletta (verde) che dava la partenza al treno. Ed ancora il carrettino trainato dall’asinello di cumpà Gesèppe (compare Giuseppe) che faceva da spola tra la stazione e il paese di Tarranòve per il trasporto estemporaneo di merce ed anche persone. La gigantesca palma, l’albero che donava alla stazione una certa aura di importanza, la vasca dei pesci nei pressi della fontanella e il giardino ben piantumato, curato e a tempo debito gradevolmente fiorito. Poi anche lì arrivò l’elettrificazione (quella della tratta Termoli – San Severo – Foggia risale al 31 marzo1957 per una lunghezza di 86,5 km.)  e con essa le locomotive a vapore lasciarono il posto ai locomotori elettrici ed anche la circolazione ferroviaria subì una trasformazione radicale riguardo alla segnaletica, i consensi, la manovra dei deviatoi, le cabine ed altri enti di piazzale; il necessario adattamento del sistema alle nuove esigenze, per garantire un servizio più efficiente e sostenibile, in piena sicurezza.

Sono nato a Poggio Imperiale il 19 aprile del 1945, contestualmente alla fine della seconda guerra mondiale – a ridosso di quel 25 aprile del quale oggi (25 aprile 2026) ricorre l’81° anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo – nel pieno dello scintillante XX secolo, detto pure Novecento ed anche il secolo breve, che è stato un periodo storico senza precedenti, caratterizzato da una serie di eventi (a parte le due Guerre Mondiali) e trasformazioni radicali, in termini politici, culturali, sociali e tecnologici, che hanno letteralmente plasmato il mondo, lasciando un’impronta indelebile sulla società odierna, ridefinendo i concetti di tempo, spazio e comunicazione.

Lorenzo Bove nella vecchia stazione di Poggio Imperiale
a 18 anni, nel 1963
Foto by Lorenzo Bove

E mi rivedo giovanissimo studentello di scuola Media e poi studente delle Superiori, che di prima mattina (la ‘corriera’ proveniente da Lesina e diretta alla stazione partiva alle 6 e 20 dalla piazza di Poggio Imperiale e il treno per San Severo alle ore 7 e 10) soggiornava, insieme ai suoi coetanei e agli altri viaggiatori, per almeno una mezz’oretta, in quell’isola sperduta che tuttavia nell’occasione diventava un mondo variegato fatto di incontri, saluti e abbracci, scambio di opinioni, battute spiritose, litigi, approcci amorosi e cose del genere, all’aperto oppure, soprattutto d’inverno (la località era molto ventilata, tant’è che veniva denominata “la stazione dei sette venti”), nella sala di attesa fornita di un paio di panche in legno e di una stufa alimentata a carbone coke (quello delle locomotive a vapore) o a legna (ricavata dalle traversine ferroviarie tolte d’opera), che sprigionava fumo e odori poco gradevoli, ragione per cui la permanenza al suo interno era limitata al tempo strettamente necessario per darsi una scaldatina.

Diverse sono state le generazioni che sono passate da quella stazione per i motivi più disparati, e penso che in ciascuno dei suoi frequentatori (me compreso) sia rimasto un piccolo e incancellabile ricordo, impresso magari inconsciamente in qualche cassetto della memoria, ma che immancabilmente ritorna alla mente in particolari momenti della nostra vita, quando meno te l’aspetti!

Da sinistra: Lorenzo Bove, Fernando Chiaromonte, Vittorio Nista, Franco Sampietro, Alfonso Chiaromonte,  in viaggio nella Littorina da Poggio Imperiale a San Severo nell’anno 1963
Foto by Lorenzo Bove

La metafora della stazione ferroviaria, in genere, è un simbolo potente che rappresenta la vita e le sue scelte. Ogni partenza e arrivo simboleggia un momento significativo, mentre le scelte che facciamo influenzano il nostro percorso. La stazione ferroviaria, come un’immagine semplice ma energica, ci invita a riflettere sul valore delle scelte e delle persone che incontriamo lungo il nostro viaggio.


Prima pagina de “Il Giorno”
del 22 aprile 2026

Prendo in prestito il “messaggio” pubblicato in prima pagina del quotidiano “Il Giorno” del 22 aprile 2026, in occasione della “Giornata della Terra 2026”:

Ogni luogo

merita di essere

destinazione

e non ricordo

Un’occasione per pensare a un futuro più attento

alle esigenze del mondo che ci ospita

per rilevare che se è vero che la destinazione è importante per tutti noi, e quindi da preservare e curare, la stazione risulta essere l’allegoria della partenza, e cioè l’inizio del percorso/viaggio per poterla raggiungere ed anche – di converso – del suo arrivo (a destinazione).

E, dunque, non può esistere destinazione senza una stazione, di partenza e di arrivo o, magari, solo di transito!

L’attivazione della vecchia stazione di Poggio Imperiale risale alla metà del 1800 e la linea ferroviaria Adriatica rappresentò una tappa importante dell’unificazione d’Italia in generale e della Capitanata in particolare con il resto del territorio italiano.

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Vecchia stazione
di Poggio Imperiale
Sopra: linea non elettrificata
Sotto: linea elettrificata
Foto di repertorio da Internet
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Il “Lecce – Milano”

Nella stazione di Poggio Imperiale normalmente fermavano solo treni viaggiatori locali e treni merci, e a proposito di questi ultimi, un notevole sviluppo di traffico era connesso all’esistente raccordo ferroviario con le vicine cave di pietra, ed il piazzale di stazione era ben attrezzato in tal senso. Inoltre, frequente era anche l’attività di carico e scarico delle mandrie di pecore provenienti in appositi carri ferroviari dal Molise e dall’Abruzzo – e viceversa – nei periodi di transumanza, con l’ausilio di apposite pedane  in legno e carrelli metallici (in origine la transumanza delle pecore veniva fatta a piedi attraverso i tratturi).

Ma la stazione di Poggio Imperiale, in particolare, godeva dell’esclusivo privilegio di avere la fermata del treno diretto Lecce-Milano la mattina, verso le sette, e del corrispondente Milano-Lecce, la sera verso le 19,00. E questo evitava ai passeggeri locali di doversi recare preventivamente a San Severo (sud) oppure a Termoli (nord), con fastidiosi cambi di treni: salire a Poggio Imperiale e scendere direttamente a Milano, con tutti bagagli, non era cosa da sottovalutare per l’epoca.

Da Poggio Imperiale a Milano si impiegavano dodici interminabili ore, comunque sempre meno del tempo impiegato dai viaggiatori provenienti da Lecce, che erano in viaggio già dalla sera precedente e che di ore ne impiegavano 24.

L’odissea del treno Lecce-Milano è una narrazione complessa che attraversa la storia d’Italia, rappresentando un collegamento fondamentale tra il profondo Sud e il Nord industriale, spesso caratterizzato da lunghi viaggi, cambiamenti tecnologici ed anche da notevoli disagi operativi. Storicamente, il treno tra Lecce e Milano è stato il simbolo di lunghe traversate per intere generazioni, collegando la Puglia alla Lombardia in un viaggio che aveva una durata estenuante.

Storicamente noto come treno degli emigranti, il Lecce-Milano (e i relativi convogli verso Torino/Svizzera/altro) ha unito il Sud al Nord Italia attraverso storie, sacrifici, con ‘arrembaggi’ per accaparrarsi un posto a sedere e … tanti viaggiatori sdraiati di notte, alla meno peggio, anche per terra nei corridoi.

Convogli che partivano la sera e arrivavano a Milano (con vetture dirette) e nelle altre città industriali (previo sgancio e riaggancio delle vetture ad altri convogli), la sera del giorno successivo e a volte anche oltre.

La cinematografia ha esplorato le esperienze degli emigranti italiani, in particolare quelli che partivano dalla Puglia verso Milano e Torino, rievocando le partenze da Lecce, dove il viaggio era una prova di resistenza, talvolta con carrozze “centoporte”. Film come “Emigranti Espréss” di Mario Perrotta, che narra le storie di emigranti e documentari come “Fata Morgana” di Lino del Fra, il treno degli emigranti che dalle regioni del sud dell’Italia si spostano al nord per cercare un lavoro, offrono una visione complessiva delle esperienze migratorie. Ed anche il film “Cafè Express” di Nanni Loy, con Nino Manfredi (anche se il treno percorre linea Tirrenica), è in un certo qual modo significativo in proposito.

Queste opere (perché tali sono da definire) non solo raccontano il calvario, il via crucis degli emigranti, ma anche la loro resilienza e la loro speranza per un futuro migliore.

Oltre che nel cinema anche nella letteratura si rinvengono interessanti riferimenti, come nel libro “Il treno da Lecce a Milano” di Roberto Vitale; un racconto che offre un viaggio attraverso l’Italia, tra stazioni e paesaggi, intrecciando una storia d’amore che si sviluppa tra telefonate interrotte, portieri d’albergo e treni persi, creando un’atmosfera di nostalgia e avventura.

Solitamente la composizione del treno Lecce – Milano poteva includere vetture postali, cuccette e carrozze di prima e seconda classe (un tempo c’era anche la III classe), e la storia è segnata da lunghe attese e convogli pieni, rievocando – come già detto – l’emigrazione verso il nord Italia e l’Europa; disagi che talvolta trasformavano, appunto, il viaggio in una vera e propria odissea.

Solitamente la composizione del treno Lecce – Milano poteva includere vetture postali, cuccette e carrozze di prima e seconda classe (un tempo c’era anche la III classe), e la storia è segnata da lunghe attese e convogli pieni, rievocando – come già detto – l’emigrazione verso il nord Italia e l’Europa; disagi che talvolta trasformavano, appunto, il viaggio in una vera e propria odissea.

Sullo sfondo, la vecchia stazione ferroviaria di Poggio Imperiale (Foggia).
In primo piano, un treno partito da Poggio Imperiale in direzione nord Italia.
Nella foto la linea ferroviaria risulta già elettrificata ed il treno è trainato 
 da un locomotore elettrico E.645
in circolazione dal 1958
Foto tratta da Facebook
“Conosci Poggio Imperiale”

Oggi il tragitto Lecce-Milano Centrale è coperto anche dai treni “Frecciarossa” in circa 8 ore e mezza (che si riducono a cinque sulla tratta Termoli-Milano, di interesse dei Tarnuìse (gli abitanti di Poggio Imperiale), simbolo dell’alta velocità che ha virtualmente accorciato le distanze.

L’epopea della “Valigia delle Indie”

Ma vi è di più: i binari della vecchia stazione di Poggio Imperiale hanno avuto anche, ai primordi della sua esistenza, un altro (e poco noto) privilegio: quello di accogliere il passaggio di un treno da favola, conosciuto come “La valigia delle Indie”, il celebre convoglio internazionale che collegava Londra a Bombay (oggi Mumbai) e Calcutta tra il 1870 e il 1914. Il tratto ferroviario italiano, che dal confine francese proseguiva per Torino e, via Bologna, portava a Brindisi (transitando quindi da Poggio Imperiale), era una parte importante dell’intero viaggio: complessivamente, tra il percorso in treno e quello via mare con il piroscafo, durava circa 22 giorni. 

In origine si trattava proprio di una “valigia/baule” che veniva spedita ogni settimana ed era composta da più di cento cassette, contenenti ognuna intorno a 1.800 lettere o 220 giornali, che divennero oltre trecento quando, a partire dal 1858, una volta al mese era inclusa anche la posta diretta in Cina e Australia, mettendo così in contatto la Gran Bretagna con le Indie, la Cina e l’Australia, facenti parte del vastissimo impero coloniale inglese.

Il convoglio, spesso chiamato anche Peninsular Express, era un treno di lusso gestito dalla stessa compagnia dell’Orient Express (CIWL), dotato di carrozze letto, vettura ristorante e bagagliai specifici per la posta imperiale britannica. 

Non aveva fermata a Poggio Imperiale, ma immancabilmente vi è transitato per ben 40 lunghi anni.

E, considerata l’epoca, con scambi manovrati a mano, linea a semplice binario con necessità di gestire quindi incroci e precedenze, circolazione ferroviaria regolata attraverso l’interscambio di informazioni telegrafiche (codice Morse) … chissà se il favoloso treno si è mai trovato nella necessità di effettuare qualche fermata di servizio purenella stazione di Poggio Imperiale: non c’è da scommetterci ma neanche da escluderlo.

Il rango e l’autorevolezza dei dignitari e dei facoltosi passeggeri diretti in India e viceversa in Gran Bretagna, che potrebbero essersi soffermati solamente ad osservare il paesaggio di Poggio Imperiale, o il fatto che potrebbero aver scambiato qualche parola con il personale ferroviario o viaggiatori del posto presenti in stazione, sebbene come semplice e remota ipotesi, offre lo spunto per perdersi solo per un attimo in fantasiose divagazioni sul tema, che non guastano mai. Chissà!

Non sapremo mai dei segreti, delle tresche o degli eventuali intrighi dei diplomatici che hanno preso posto e viaggiato in quelle vetture letto o che hanno consumato i loro pasti seduti ai tavoli della carrozza ristorante, serviti impeccabilmente dal personale di bordo, né delle loro consorti, dame di compagnia, dei loro figli e di quant’altro potrebbe essere accaduto nel corso dei loro viaggi in quegli anni, durante il transito del treno dalla stazione di Poggio Imperiale.

Ma forse la scrittrice e drammaturga britannica Agatha (Mary Clarissa) Christie, celebre come “regina del giallo” per oltre 60 romanzi, più di 150 racconti e 18 opere teatrali tradotti in più di 100 lingue, con vendite superiori ai due miliardi di copie, vissuta in quel periodo (1890 – 1976), potrebbe aver recepito al riguardo spunti interessanti o magari semplicemente pettegolezzi che, opportunamente rielaborati, potrebbero essere stati poi riportati in qualche suo romanzo, tipo “Assassinio sull’Orient Express”, in un immaginario turbinìo di servizi segreti, intelligence, 007 in missioni speciali o spie come la celebre Mata Hari (1876 – 1917), pseudonimo di Margaretha Geetruida Zelle, agente segreta olandese, condannata infine alla pena capitale per la sua attività di spionaggio durante la prima guerra mondiale.

E mi tornano alla mente pure le scene tragicomiche del film “Destinazione Piovarolo”, l’immaginaria e sperduta stazione nella quale era prevista la fermata di un solo treno al giorno, dove Totò capostazione si vede costretto, suo malgrado, a causa di una presunta frana della montagna adiacente alla stazione, a fermare nella notte (utilizzando gli appositi petardi posati sui binari) un treno rapido, sul quale viaggiava nientemeno che il ministro delle comunicazioni.

Orbene, la cosiddetta“Valigia delle Indie” (in inglese: Indian Mail Route) era dunque un percorso internazionale che collegava Londra a Bombay nel periodo 1870 – 1914. Attivo sia per lo scambio della posta sia per viaggiatori, metteva in contatto la Gran Bretagna all’India: in treno sulla tratta Londra – Dover (in Gran Bretagna), via mare da Dover (Gran Bretagna) a Calais (Francia), in treno sulle tratte francesi e italiane fino a Brindisi e ancora via mare con il piroscafo da Brindisi a Bombay, attraverso l’Egitto (Port Said, canale di Suez e Mar Rosso), ed infine di nuovo in treno in India da Bombay a Calcutta, dove prendeva il nome di Imperial Indian Mail.

Locomotiva a vapore serie 180bis
della Rete ferroviaria Adriatica utilizzata nel tratto italiano
Foto di repertorio da Internet

Inizialmente, per raggiungere le sue colonie indiane via mare, la Gran Bretagna doveva far percorrere alle proprie navi il periplo dell’Africa doppiando il Capo di Buona Speranza con un viaggio che durava cento giorni. Questo collegamento, già noto come la “Valigia delle Indie”, era in principio principalmente un servizio postale. Nel 1829 le cose cambiarono allorché Thomas Fletcher Waghorn, un ex ufficiale della Royal Navy, propose di passare attraverso l’Egitto ed il Mar Rosso; in tal modo per raggiungere Bombay il viaggio si sarebbe ridotto a 60 giorni.

Poiché il canale di Suez è stato aperto solo nel 1869, questo nuovo percorso prevedeva che le navi provenienti dall’India giungessero a Suez, dove merci e passeggeri trasbordavano e quindi a dorso di cammello pervenivano ad Alessandria d’Egitto, attraverso il deserto. Qui i piroscafi della “Peninsular and Oriental” (P&O) salpavano dirigendosi verso lo stretto di Gibilterra e, attraversatolo, costeggiando la penisola iberica fino allo stretto della Manica, raggiungevano Dover e si era finalmente in patria.

Dal 1839 avvenne un’ulteriore modifica del percorso: il collegamento navale fu limitato da Alessandria al porto di Marsiglia e da qui, via terra, merci e passeggeri giungevano a Boulogne. Non restava che traversare la Manica per essere in Gran Bretagna.

Era stato poi l’avvio dei lavori per lo scavo del canale di Suez a far pensare all’utilizzo del porto di Brindisi, ritenuto interessante per la sua posizione geografica, per l’imbarco della “Valigia delle Indie”. Inizialmente, nel 1862, si prevedeva di far arrivare il treno sino ad Ancona, da dove, via mare, la Valigia avrebbe proseguito sino a Brindisi e da qui, ancora via mare, ad Alessandria d’Egitto. Si scelse poi di utilizzare il treno sino allo scalo pugliese, per diminuire i tempi di percorrenza. Infatti le tratte via mare richiedevano più tempo e facendo proseguire il convoglio fino Brindisi, situata all’estremità meridionale della Penisola Italiana, si poteva effettuare un percorso in treno più lungo rispetto a qualsiasi altra soluzione, prima dell’imbarco per l’Egitto, ma senz’altro più veloce. Nella città pugliese furono avviati una serie di lavori per migliorare la viabilità interna, furono aperti alberghi e realizzate nuove strutture portuali. Il convoglio che partiva da Londra sarebbe giunto a Brindisi in 44 ore e a Bombay in 22 giorni, contro i 25 giorni necessari con la partenza da Marsiglia. La linea ferroviario-marittima sarebbe stata gestita dalla più grande compagnia di navigazione europea del XIX secolo: l’Oriental Steam Navigation Company.

Il primo viaggio ufficiale della “Valigia delle Indie” avvenne il 25 ottobre 1870: era il primo piroscafo della società inglese Peninsular and Oriental Steam Navigation Company (“P&O”) a partire dal porto di Brindisi per Alessandria, da dove la ferrovia portava passeggeri e merci sino a Suez e qui venivano imbarcati su un’altra nave diretta in India. E, dal 5 gennaio 1872 la “Valigia delle Indie” transitò per la prima volta dall’appena inaugurato ‘Traforo ferroviario del Frejus’.

Tuttavia, nel prosieguo del tempo, per adeguare il porto di Brindisi al nuovo e più intenso traffico sopravvenuto, la società inglese chiese all’Italia di attrezzarlo con nuove strutture e banchine, ma il governo italiano ritenne di non dare seguito a queste richieste, così la società inglese ripiegò sul porto francese di Marsiglia, che pian piano riconquistò i piroscafi della P&O sino al definitivo abbandono del porto pugliese avvenuto nel 1914. Così dopo 40 anni, il collegamento della “Valigia delle Indie” da Brindisi venne definitivamente soppresso.

Sembra tuttavia che l’abbandono dello scalo di Brindisi fosse dovuto anche (o soprattutto) a motivi di ordine politico-militare. Infatti a quel tempo spiravano già venti di guerra [Prima Guerra Mondiale] e l’Italia aveva da tempo aderito alla Triplice Alleanza (Germania, Austria-Ungheria e Italia), stringendo un patto con le nazioni ora potenzialmente nemiche della Gran Bretagna e della Francia. La circolazione di un treno importante sul quale viaggiavano la corrispondenza e i valori provenienti di massima da queste due nazioni ingenerava evidenti timori.

Se l’Indian Mail era il viaggio che portava gli inglesi fino a Bombay e alle lontane colonie indiane, il Peninsular-Express era il leggendario convoglio che univa per ferrovia Londra con Brindisi. Il collegamento settimanale partiva da Londra il venerdì alle 21 e toccava Calais e Parigi. Inizialmente e fino al 1871 un treno apposito valicava da Saint-Jean-de-Maurienne a Susa il Colle del Moncenisio, con un dislivello di 1588 metri attraverso una ferrovia a cremagliera Sistema Fell, mentre dal 1871 transitava invece da Modane, attraverso il nuovo Traforo del Frejus, arrivando in territorio italiano nel pomeriggio del sabato successivo.

Cartello esplicativo sulla costa dei trabocchi (Abruzzo),  che ricorda il passaggio della Valigia delle Indie sulla ferrovia Adriatica
Foto ri repertorio da Internet

Qui era pronta una locomotiva della ex Rete Adriatica (italiana) per proseguire il viaggio verso Torino, Piacenza, Bologna, Ancona, Castellamare Adriatico (oggi Pescara), Foggia, Bari e il Porto di Brindisi, dove arrivava puntuale alle 18 della domenica dopo 45 ore esatte di viaggio.

A Brindisi, i passeggeri e la posta venivano imbarcati sui piroscafi della Peninsular and Oriental Steam Navigation Company (P&O) diretti in Egitto e poi in India attraverso il canale di Suez.

Il convoglio vero e proprio era composto da due bagagliai, una carrozza ristorante, e due vetture letti della Compagnie Internationale des Wagons-Lits (CIWL).

Le cinque carrozze a carrelli che lo componevano rispondevano all’esigenza principale del treno che era la velocità affidata ad una locomotiva a vapore capace di raggiungere la notevole velocità per quei tempi di 100 km/h e mantenere medie elevate per lunghi tratti.

La “Valigia delle Indie” (Indian Mail) non effettuava una fermata regolare presso la stazione di Poggio Imperiale, ma il suo transito è strettamente legato alla storia di questa tratta ferroviaria e a un evento inaugurale del 1863 che coinvolse il Re d’Italia Vittorio Emanuele II. 

Al riguardo, si può ragionevolmente ritenere che la realizzazione della linea ferroviaria Adriatica, o quanto meno la sua accelerazione, abbia molto a che vedere con l’esigenza di creare le condizioni per il transito del treno in questione, peraltro sollecitata proprio dalle Autorità e dalla Corona d’Inghilterra.

Risulta infatti che, subito dopo la proclamazione del Regno d’Italia e la costruzione delle prime ferrovie, il governo italiano aveva cercato di dimostrare che il tragitto ferroviario dalla frontiera francese ad Ancona, e di lì via mare a Suez, fosse la via più conveniente che la Valigia potesse percorrere.

Il cambio di tragitto si realizzo però solo qualche anno dopo, quando entrò in funzione la ferrovia Ancona-Brindisi (inaugurata nel 1865) e il porto di Brindisi divenne utilizzabile dalla grande navigazione. Il governo britannico inviò in Italia il capitano Tyler, che in un dettagliato rapporto confermò che la via di Brindisi non solo era più breve di quella di Marsiglia, ma abbreviava la corsa marittima ed aumentava il viaggio per ferrovia (da 1.337 a 2.385 km), offrendo minori eventualità di ritardi e maggiore risparmio di tempo. 

Tyler concludeva la sua relazione affermando che la via d’Italia diveniva di tutta convenienza per la Valigia delle Indie, e poteva adottarsi fin dal giugno 1868, quando, aperta sul Moncenisio la ferrovia Fell, l’intero viaggio fra Londra ed Alessandria d’Egitto si sarebbe potuto compiere in 150 ore, contro le 190 della via di Marsiglia.

Ed ecco, qui di seguito, alcuni dettagli che riguardano, nell’ambito della realizzazione della linea ferroviaria Adriatica, specificamente la stazione di Poggio Imperiale:

  • naugurazione della tratta: nel settembre 1863, il Treno Reale (con a bordo il Re Vittorio Emanuele II) inaugurò la nuova tratta Ortona-Poggio Imperiale della linea ferroviaria ferrovia Adriatica;
  • La fermata dello “Zero”: Durante l’inaugurazione, il convoglio si fermò in una località vicina alla (originaria) stazione di Poggio Imperiale denominata lo “Zero”, così chiamata per il segnale a disco con un cerchio tracciato al lato del binario (che stava a significare il punto preciso del termine della tratta Ortona-Poggio Imperiale);
  • Ruolo strategico: Sebbene la “Valigia delle Indie” fermasse principalmente in grandi snodi, la tratta Ortona-Poggio Imperiale fu fondamentale per permettere al convoglio internazionale di percorrere l’intera costa adriatica. 

Note:

Gli spunti, i riferimenti e le informazioni relativi alla “Valigia delle Indie” sono tratti e o riportati da vari Siti Internet, tra cui:

https://it.Wikipedia.org Valigia delle Indie

https://www.brindisiweb.it La Valigia delle Indie

https://www.posteesocietà.it La Valigia delle Indie – Storia postale italiana

Rassegna fotografica della “Valigia delle Indie”

(Foto di repertorio internazionale da Internet)

 

Manifesto con il percorso completo Londra-Brindisi-Bombay de “La valigia delle Indie”
il cui tratto ferroviario era denominato “Peninsular Express”


Treno rapido Calais-Brindisi della “Valigia delle Indie”

Vettura ristorante della CIWL in servizio sul “Peninsular Express”

ALa “Valigia delle Indie” nella stazione di Pescara
(all’epoca denominata
Castellammare Adriatico


Passeggeri della “Valigia delle Indie” durante il trasbordo a Brindisi

Raddoppio della linea ferroviaria, la dismissione dell’originaria stazione e la nuova Fermata di Poggio Imperiale

L’originaria stazione di Poggio Imperiale è stata dismessa nel 2003, contestualmente all’attivazione del raddoppio della linea ferroviaria, che ha comportato una variante del tracciato della tratta Ripalta – San Severo, con la realizzazione della nuova “Fermata di Poggio Imperiale” in altro sito del territorio.

La tratta effettivamente dismessa si estende per circa 18,6 km, iniziando circa 4 km dopo la stazione, oggi chiusa, di Ripalta e terminando 7,693 km prima di S. Severo.

La vecchia stazione di Poggio Imperiale dismessa, Foto di repertorio da Internet

La nuova stazione di Poggio Imperiale è una “Fermata ferroviaria” posta sulla nuova linea Adriatica, che serve prevalentemente il centro abitato di Poggio Imperiale, distante circa 3 km.

Fermano esclusivamente treni regionali e bus sostitutivi di Trenitalia con direzione Foggia (sud) e Termoli (nord), nelle cui stazioni ferroviarie è possibile trovare le necessarie coincidenze, anche con treni ad alta velocità, per tutte le destinazioni italiane ed estere.

La nuova Fermata ferroviaria di Poggio Imperiale, Foto di repertorio da Internet


13
Apr

La “morale”

La “morale”

di Lorenzo Bove

La “morale” è l’insieme dei principi e dei valori che guidano l’individuo e la collettività nel distinguere il bene dal male e nel conformare il proprio comportamento.

Le favole di Esopo (VI sec. a.C.) e Fedro (I sec. d.C.) sono racconti brevi e allegorici che usano animali come protagonisti per illustrare vizi, virtù e comportamenti umani, offrendo una morale universale.

Esopo, greco, ha fondato il genere, mentre Fedro, latino, ha rielaborato e versificato le storie di Esopo con un tono spesso più pessimista e realistico.

Esopo racconta in prosa, concentrandosi sull’insegnamento etico, mentre Fedro rielabora il materiale esopico in versi, arricchendolo con la sua esperienza nella Roma imperiale.

Le storie, come “La volpe e l’uva”, “La cicala e la formica” o “Il lupo e l’agnello”, trattano di astuzia, arroganza, ingiustizia sociale e la necessità di saggezza nella vita quotidiana.

Gli animali incarnano stereotipi fissi: il leone è il potente, la volpe l’astuta, il lupo il prepotente e l’agnello la vittima innocente.

Le favole trasmettono importanti insegnamenti morali, educando i lettori su valori fondamentali come l’onestà, la gentilezza e la perseveranza.

Le favole sono strumenti educativi preziosi, spesso utilizzate per insegnare ai bambini lezioni di vita attraverso storie semplici e personaggi antropomorfi (che hanno sembianze di uomo o sono raffigurati in sembianze umane).

Queste narrazioni non solo intrattengono, ma offrono anche spunti di riflessione su comportamenti e valori.

Nel tempo, anche un certo tipo di produzione di pellicole cinematografiche degli anni 50 del secolo scorso, nell’immediato dopoguerra (epoca in cui ho vissuto la mia fanciullezza), ha focalizzato la sua attenzione su personaggi e fatti di costume realistici, con il sottinteso intento – implicito, ma chiaro ed evidente nella sua logica allusione – di continuare a mantenere vivi proprio quegli insegnamenti morali prima rievocati, non tanto per i bambini, quanto per la popolazione adulta.

Filmetti comici di Totò, Aldo Fabrizi, Peppino De Filippo (senza trascurare il Teatro del fratello Eduardo e la sorella Titina), Nino Taranto e tanti altri, che anche noi ragazzi andavamo a vedere nei Cinema dei paesi e delle città, in piena spensieratezza “per farci quattro risate” – dicevamo un tempo – ma che ci fornivano (magari a nostra insaputa) gli anticorpi necessari per la nostra formazione e per affrontare poi i nostri futuri rapporti di relazione.

E ho trovato davvero interessante un articolo scritto in proposito, nei giorni scorsi, dal giornalista e scrittore Francesco Palmieri su Il Foglio, che riporto integralmente qui di seguito:

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Dalla pagina Cultura – Magazine de: Il Foglio quotidiano del 4 aprile 2026

«« Settant’anni fa “La banda degli onesti”, che i critici chiamarono “filmetto”

Tre borghesi minimi provano a inventarsi falsari ma non ci riescono perché troppo onesti. La critica lo liquidò con bonario compatimento. Il pubblico lo amò subito. Oggi è un classico, con milioni di visualizzazioni e battute ancora memorabili

di Francesco Palmieri

Foto di Repertorio

In una Pasqua di settant’anni dopo, con le fosse piene del senno di poi, col nostro sguardo presbite che da lontano vede benissimo, siamo tutti d’accordo nel definire indimenticabile quel film: La banda degli onesti. E’ stato più volte riproposto in videocassetta e dvd, le televisioni di tanto in tanto lo rimandano, Amazon l’ha messo su Prime, totalizza su YouTube milioni di visualizzazioni, le sue battute restano memorabili e i cacciatori di location comparano le foto di com’era allora e com’è adesso la Roma che ospitò quei set. Si lavorò nel freddo e con la consueta fretta, nel gennaio del 1956, per portare quel film come divagazione pasquale nelle sale mentre Totò sfornava un titolo dopo l’altro: snobbato (è un eufemismo) dalla critica, ma amato dal pubblico dei semplici (alias il popolo, o “la ggente”). Non sorprende perciò che sul momento, a rileggere le critiche, fu sogguardata con bonario compatimento intellettuale la vicenda di tre piccoli o minimi borghesi – un portinaio, un umile tipografo, un imbianchino mammone – che provano a falsificare le banconote da diecimila lire ma sono troppo onesti. Non trovando il coraggio di spacciarle, finiranno per bruciare oggetto e tentazioni del reato mai commesso ma soltanto corteggiato. Al più, il film fu giudicato piacevole, spassoso, con diversi sprazzi comici grazie all’abilità di Peppino De Filippo (il tipografo Lo Turco), al talento di Totò (il portiere Bonocore), alle pose da “babbasone” di Giacomo Furia (l’imbianchino Cardone), che fu ben più di un caratterista.

Per compensare gli elogi quasi involontari, che affioravano tra le righe delle recensioni come fiori dalla mota, la stampa abbondò con i diminutivi: La banda degli onesti non era un film ma un “filmetto”; le figure dei personaggi erano “figurine”; la storia – scritta da Age & Scarpelli – una “storiella”; quello diretto da Camillo Mastrocinque non un lavoro, ma un “lavoretto”. Quasi a nessuno interessò approfondire la dichiarata esposizione di un apologo affisso sin dal titolo a quella parola magica così abusata nel pubblico dibattito italiano, allora come dopo: onestà (con o senza il pennacchio del “tà-tà” di cui pure è stata decorata).

Se negli anni Sessanta Sergio Leone ci regalò la Trilogia del dollaro, possiamo individuare nel decennio precedente (da semplici abusivi della critica cinematografica) perlomeno una Trilogia dell’onestà, ripartita tra registi e sceneggiatori vari ma accomunata dal nome di Totò: Guardie e ladri del 1951, La banda degli onesti del 1956 e I tartassati del 1959. Arriverà due anni dopo, come Giù la testa di Leone sarà successivo alla sua Trilogia, il Totò truffa ‘62 con Nino Taranto per la prima volta “spalla” cinematografica del principe de Curtis.

Curioso, ma è così, anche per Guardie e ladri e I tartassati, Aldo Fabrizi comprimario, gli occhiuti critici s’appuntarono più sulla resa attoriale e sulla “storiella” che sui contenuti, come se – “a prescindere” avrebbe detto il principe – quel tipo di pellicole non fosse legittimato a rimandare un “messaggio”. Ma il tempo risistema le cose e le rimette a posto anche per questo tempo nostro di aspra polarizzazione, dove o sei bianco o sei nero, o buono o cattivo, di qua o di là e al diavolo le sfumature, le mezze misure, le insondabili ragioni della vita che non è mai così semplice. Nel finale di Guardie e ladri, regia a quattro mani di Monicelli e Steno, il brigadiere Bottoni (Fabrizi) si scusa col piccolo mariuolo Esposito/Totò perché deve arrestarlo, si scusa dopo che lo ha visto a tavola in famiglia nelle vesti di un padre che s’affanna a sostenere la baracca. Se non lo porta in questura, il brigadiere sarà processato per esserselo fatto scappare dopo la cattura tre mesi prima, e Totò deve quasi convincerlo a onorare il dovere perché anche lui capisce le ragioni dell’altro. Nel frattempo i loro parenti si sono conosciuti e una storia d’amore tra i rispettivi giovani è sbocciata.

Succede così anche ne I tartassati di Steno, dove Fabrizi veste i panni del rigoroso maresciallo della tributaria Topponi, che al termine di una verifica contabile annuncia una multa di quindici milioni al commerciante Pezzella/Totò. Per l’evasore c’è un’estrema, illecita possibilità suggerita dal maldestro fiscalista (Louis de Funès): trafugare la borsa di Topponi con tutti i documenti, ma alla fine Totò, per salvare la carriera al disperato maresciallo, deciderà di restituirgli il maltolto. Nel frattempo, i rispettivi figli si sono conosciuti e innamorati. Il finanziere e l’evasore s’accingono a diventare consuoceri e giocheranno al Totocalcio perché hai visto mai: quei quindici milioni potrebbero arrivare da lì. Storielle, lavoretti, figurine? Ma se quei film si sono impreziositi con il tempo, tra le sbiadite celluloidi di innumerevoli pellicole gravide di “messaggi”, vuol dire che qualcosa superava la retorica, le gag e le battute. Che la favola insegnava, nella lotta tra l’illegalità e la legge, che le colpe dei padri non ricadono sui figli né le loro rivalità ne condizionano il futuro. Succederà lo stesso in Totò truffa ‘62: le irragionevoli ragioni dell’amore vagheggiano confetti e ignorano i papà. Se il mondo non si può spaccare in due come una mela, c’è una torta nuziale per dessert (anche per la signorina Lo Turco e Bonocore figlio).

Fu pure questo la commedia all’italiana, con il pregio oraziano e imperdonabile di raccontare elementari verità ridendo. La degenerazione nel patetico? Il finale di Guardie e ladri la sfiorò ma non l’attinse, notava Paolo Isotta nel libro postumo San Totò, che di quei film restituiva un altro pregio poco rilevato: le colonne sonore di Alessandro Cicognini, artista di primo livello che dirigeva il Conservatorio di Reggio Calabria quando il musicologo napoletano, allora ventunenne, esordì nella docenza (uomo severo con gli altri e con se stesso, Cicognini in un momento di sconforto prese il fascio delle sue composizioni “serie” e andò a gettarlo nell’Aniene). Sono volti e sono nomi che il tempo presbite accarezza con grazia: come quello di Giacomo Furia, il terzo degli “onesti”, su cui Francesca Crisci ha scritto una monografia nel 2020, cinque anni dopo la sua morte. Maschera ben sfruttata al cinema, Furia assurse in quel film, come nel celebre episodio delle pizze a credito con Sophia Loren ne L’oro di Napoli, al rango di coprotagonista. Molti avranno dimenticato come si chiamava, ma tutti appena lo rivedono ne riconoscono la faccia settant’anni dopo. Lavorò in centoquaranta produzioni, diverse con Totò, quest’attore per caso il cui nome all’anagrafe fu corretto in Giacomo Matteo però era stato registrato Giacomo Matteotti Furia, perché nacque sei mesi dopo l’omicidio del parlamentare socialista e suo padre, antifascista, protestò così: per interposta prole. Finché, quando lo iscrisse alla prima elementare, non arrivarono i carabinieri in classe. Cresciuto, mentre studiava Economia e commercio arrotondò dando lezioni di matematica a Luigi De Filippo, il figlio di Peppino, ma Eduardo girando per casa ne scrutò la faccia e gli mutò il destino. Prima il teatro, a dispetto dei futuri suoceri che lo reclamavano bancario, quindi il cinema.

Peppino Marotta, sempre troppo severo con Totò quanto gli scrittori engagé lo erano con lui perché “oleografico”, quando recensì La banda degli onesti sull’Europeo riservò a Furia le parole più affettuose: “A me i vezzi, l’irresistibile boccuccia a cuore, i femminei sgomenti di Giacomo Furia, mi deliziarono. E bravo don Giacomino: era inoltre Pasqua a Napoli, figuratevi, l’apoteosi dell’agnello che voi, come attore, gentilmente accarezzate e schernite”. Pasqua quell’anno cadde il primo aprile, ma i complimenti non furono per scherzo. Sebbene anche Marotta per la trama ricorresse al diminutivo (“raccontino”), ne colse il senso che altri snobbarono: “La nativa incapacità a delinquere degli umili personaggi, il congeniale orrore del crimine, davanti al quale sbiadisce ogni miraggio di ricchezza e di gioia”.

Certo i contraffattori e i truffatori d’oggi, spesso trasferitisi nel mondo digitale, hanno molti meno scrupoli. Siamo tutti meno ingenui e loro sono più spietati né s’accontentano di comprarsi un cappotto o le scarpe con lo scrocchio come i borghesi minimi di quella Roma lì, dove sono riconoscibili gli angoli della Suburra, il Ponte di Ferro, il caseggiato in viale delle Milizie, piazza Gimma. Questi e altri luoghi dove fu girato il film ospitano ormai negozi d’altro genere, ci sono molte più macchine in giro e colpisce il paragone con i muri cittadini allora immacolati. Non c’erano graffitari.

Sarebbe possibile un remake? Il figlio di Steno, Enrico Vanzina, ci rivela di avere scritto su richiesta tutta una sceneggiatura per La banda dei quasi onesti, ma non se n’è fatto niente; e racconta che il 27 marzo scorso è stato invitato al Busto Arsizio Film Festival per una proiezione de I tartassati, “un film capolavoro che ho presentato giusto un anno fa persino in Lituania, naturalmente con i sottotitoli, in una rassegna della commedia promossa a Vilnius dalla nostra ambasciata e dall’Istituto italiano di cultura. Mi chiedevo dubbioso come il pubblico avrebbe reagito, invece risero tutti dalla prima inquadratura all’ultima. La questione delle tasse, l’onestà, sono temi senza tempo né confini anche se quei film ne facevano un racconto leggero, perché non c’è argomento, per quanto drammatico, che non si possa trattare col sorriso. M’illuminò una frase che mi disse Ettore Scola tanti anni fa: ‘La forza della commedia all’italiana è di non essere mai moralista, perché bisogna rispettare le ragioni degli altri e anche i personaggi più spregevoli possono avere le loro’”.

L’onestà della banda, più che un valore civico, è una privata inclinazione. Come notava Marotta. Il portiere Bonocore si gioca il posto perché rifiuta di avallare l’imbroglio propostogli dal nuovo amministratore condominiale sulle forniture di carbone per il riscaldamento. Non c’è politica in questi minima moralia né catechismo nella sceneggiatura di Age & Scarpelli: “Lasciamo perdere il qualunquismo di chi s’ammanta di onestà come di una parola altisonante. All’età mia” considera Vanzina “sono giunto alla conclusione che non esiste in quanto termine assoluto: chi mai può definire il limite dell’onestà intellettuale, di quella matrimoniale o nei confronti dei figli? Penso piuttosto che sia legata alla coscienza individuale e l’obiettivo di ciascuno sia restare fedele a se stesso, anche se da fervente cristiano capisco come certe debolezze vadano pure perdonate”.

Impressiona vedere quanti film il principe girò nel ‘56 e come almeno alcuni abbiano resistito al tempo: Totò, Peppino e la… malafemmina, Totò, Peppino e i fuorilegge, Totò Lascia o raddoppia?, il quiz televisivo con cui milioni di onest’uomini e forse pure le canaglie scoprirono la televisione rimirando la svolta fortunata di alcuni concorrenti. Nei compulsivi giocatori che bazzicano le tabaccherie d’oggi possiamo leggere gli stessi sguardi, più la rapidità febbrile imposta da una vita dove tutto è accelerato. Vizi e virtù.

S’intitolava Ero felice e non lo sapevo lo spettacolo dedicato alla Roma della sua infanzia che Maurizio Battista, uno tra i comici più popolari, portò sulle scene qualche anno fa. Ora sull’onestà Battista s’interroga pubblicamente, non a teatro ma in una fluviale serie di video postati sui social per raccontare la disavventura personale, perché è rimasto vittima di un pesante raggiro, una truffa inaspettata. Nei reel si rivolge all’individuo che ha denunciato e suscita tra i follower reazioni contrastanti: c’è chi solidarizza e chi invece lo invita a smettere perché vorrebbe la vita di un artista separata dal suo profilo pubblico. Come non chiedere a Battista cos’è l’onestà? “E’ qualcosa di molto difficile da trovare e rara da mantenere, perché magari c’è chi parte onesto però di fronte a qualche soldo salta tutto…”, confida amaramente. “E’ un valore grande ma costa caro, come la dignità”.

C’è soluzione? “Adeguarsi, questo è il segreto. Se io fossi in lei, mi adeguerei…”, suggerisce malizioso Bonocore a Lo Turco, ma sono tutte chiacchiere. All’onestà soccomberanno ancora. Almeno loro, tra i rari inguaribili »».

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Il termine “morale” deriva dal latino moralis, collegato a mos, moris (costume), e si riferisce ai principi che distinguono il bene dal male.

“Fare la morale” significa rimproverare o criticare qualcuno cercando di imporre i propri valori o principi, spesso generando sensi di colpa negli altri, la qualcosa innesca un aspetto psicologico e sociale non secondario!

“Fare la morale” può infatti essere visto come una forma di “violenza psicologica”, perché chi lo pratica cerca di far sentire gli altri in colpa o inferiori per farli conformare ai propri valori.

Questo comportamento spesso parte da un atteggiamento paternalista: chi moralizza si pone in una posizione di superiorità, ritenendo che il proprio giudizio sia più valido e giustificando critiche e pressioni con l’idea di fare del bene.

C’è differenza tra “insegnamento” e “moralizzazione”: non sempre “fare la morale” coincide con educare o guidare in modo costruttivo.

La “moralizzazione” si distingue dall’ ”insegnamento rispettoso” perché impone valori e giudizi, mentre l’educazione mira a far comprendere e scegliere consapevolmente.

In sintesi, “fare la morale” è l’atto di rimproverare o ammonire qualcuno per correggerne il comportamento secondo i propri principi morali, spesso con effetti coercitivi o psicologicamente pesanti, piuttosto che con l’intento di favorire una crescita etica condivisa.

E i cosiddetti filmetti di Totò & affini stanno giustappunto a testimoniare, pur nella loro  semplicità espositiva, questa seconda corrente di pensiero, senza alcun fraintendimento, quella cioè di “favorire una crescita etica condivisa”.


30
Mar

Mi si nota più se vengo stando in disparte o se non vengo?

Lorenzo Bove

Mi si nota più se vengo stando in disparte o se non vengo?

Questa è una celebre battuta tratta dal film “Ecce bombo” (1978) di Nanni Moretti. Il personaggio di Michele si pone questo dilemma esistenziale, riflettendo sull’ansia di apparire e sulle relazioni sociali: il dubbio è se sia più notato partecipando a una festa stando in disparte o non presentandosi affatto. 

In chiave più attuale (48 anni dopo … quai mezzo secolo) i presidenti del consiglio dei ministri italiani preferiscono andare in televisione da Fedez, anziché “riferire” formalmente in Parlamento o “sottoporsi” alle domande dei giornalisti nelle conferenze stampa.

Giorgia Meloni è stata ospite del “Pulp Podcast” condotto da Fedez e Mr. Marra, nella puntata del 19 marzo 2026. L’intervista ha affrontato temi politici come la riforma della giustizia (in vista del Referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026), la politica estera e l’intelligence, sottolineando il crescente ruolo dei podcast nell’informazione.

Al riguardo, Mr. Marra ha precisato che l’invito era esteso a tutti i leader politici.

Si riporta, qui di seguito, qualche commento tratto da Engage – News, notizie e opinioni su pubblicità e marketing:

«Meloni da Fedez e Marra: il PodCast già oltre un milione di visualizzazioni, numeri importanti per la puntata con la Premier: un’operazione win win tra politica e creator economy, nonostante le critiche sul tono dell’intervista.

Foto di repertorio
da Internet

La partecipazione di Giorgia Meloni a Pulp Podcast, il format condotto da Fedez e Davide Marra, porta a casa numeri importanti.

Secondo i dati diffusi da Reputation Manager, la puntata ha superato 1 milione di visualizzazioni in sole 20 ore, con 63 mila reazioni e oltre 13 mila commenti. Un risultato che è anche figlio del dibattito acceso fin dall’annuncio dell’intervista: la scelta della premier – poco incline a conferenze stampa e interviste tradizionali – di partecipare a un podcast dal linguaggio informale, condotto da Fedez e Marra, ha infatti attirato subito grande attenzione.  I numeri di Reputation Manager lo confermano: tra il 17 e il 20 marzo si registrano circa 19 mila contenuti online dedicati al podcast, pari al 12% delle conversazioni complessive su Meloni nello stesso periodo.

Al di là dei numeri, molti osservatori concordano su un punto: l’operazione è stata sostanzialmente win win. Da un lato Meloni ha avuto l’opportunità di parlare alla vigilia del Referendum sulla Giustizia a un pubblico più giovane, e meno esposto ai media tradizionali. Dall’altro, Pulp Podcast rafforza ulteriormente il proprio posizionamento, guadagnando visibilità e legittimazione anche nel circuito dei media più istituzionali. A dire il vero, il format ha ospitato negli ultimi mesi, diversi protagonisti della politica italiana: Antonio Tajani (338 mila visualizzazioni per la puntata), Fratoianni-Calenda (440 mila), Antonio Di Pietro (367 mila).  Guardando alle performance, la puntata con Meloni stacca nettamente le precedenti, ma per ora rimane dietro all’intervista a Roberto Vannacci, che nel tempo ha raggiunto 1,9 milioni.

Se la reach è indiscutibile, il sentiment racconta una storia diversa. Prima della messa in onda, i commenti positivi erano al 6,3% contro il 28,9% di negativi; dopo la pubblicazione i positivi scendono al 5,1% mentre i negativi salgono al 29,3% Le critiche si concentrano soprattutto sul tono dell’intervista, giudicata da alcuni poco incisiva: si contesta la mancanza di un autentico coinvolgimento da parte dei conduttori, il predominio del monologo della premier e l’assenza di domande scomode.

Dopo la puntata il profilo social di Giorgia Meloni che ha registrato un incremento maggiore è Instagram, dove la premier in una notte ha guadagnato 7,4mila nuovi follower.

I dati ci raccontano che l’operazione di comunicazione è pienamente riuscita in termini di hype generato, raggiunto già due giorni prima della messa in onda, commenta Andrea Barchiesi, CEO di Reputation Manager. Nel merito dei contenuti e dello stile dell’intervista il fatto che chi contesta avanzi le stesse critiche che si muovono alla Premier anche in altre occasioni ci dice una cosa molto importante che vale in generale sulla comunicazione, anche per il mondo delle aziende: quando si cambia mezzo di comunicazione non si può replicare lo stesso schema che si utilizza su altri mezzi profondamente diversi. È necessario studiare un nuovo registro e un nuovo linguaggio per parlare realmente al nuovo target».

Ebbene, il Referendum costituzionale del 22 e 23 marzo si è poi concluso con il risultato del 54% per i NO e 46% per i SI, con uno scarto di oltre due milioni di voti a favore del NO alla riforma della Giustizia; una vera dèbacle per il Governo e per la Presidente del Consiglio, che si era spesa in prima persona per la predetta riforma, anche ricorrendo … a Fedez!

E, soprattutto i giovani, contrariamente alle aspettative, pur avendo incrementato la loro presenza ai seggi, hanno votato prevalentemente NO alla cosiddetta riforma “Nordio/Meloni”.

La sconfitta ha comportato qualche traballamento di poltrone nei Palazzi Alti e si presume che l’ultimo scorcio di legislatura (le nuove elezioni sono previste nell’autunno del prossimo anno 2027) non sarà facile, non solo per un inevitabile irrigidimento delle opposizioni, ma anche per alcune crepe che si sono aperte all’interno delle stesse forze di maggioranza che sostengono il Governo Meloni e che, mettendo in luce le proprie latenti “riserve mentali” hanno espresso la loro contrarietà nel segreto dell’urna referendaria, votando NO in percentuali non trascurabili.

E, qui, il dubbio amletico dell’essere o non essere: tirare a campare e farsi rosolare sulla graticola pian piano fino alle nuove elezioni del prossimo anno, oppure rimettere il mandato nelle mani del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con l’intendimento di andare ad elezioni anticipate, per poter beneficiare del buon livello di consenso attualmente ancora percepibile nell’elettorato di centro destra?Posto, naturalmente, che il Presidente Mattarella ritenga sussistenti valide motivazioni per lo scioglimento anticipato delle Camere, anziché salvaguardare i principi costituzionali riguardanti la durata quinquennale della Legislatura, conferendo un nuovo incarico ad altro soggetto designato, senza escludere il rinvio della medesima Giorgia Meloni in Parlamento per una verifica della fiducia su di un “nuovo governo” (riveduto e corretto) Meloni bis o Meloni 2, che dir si voglia. Si vocifera già di Zaia (ex Presidente della Regione Veneto) come ministro in quota Lega Nord (fautore del buon risultato dei SI registrato nella sua Regione).

Tuttavia bisogna fare i conti anche con altre quisquilie, che tali proprio non sono nella valutazione da parte di singoli parlamentari (di entrambi gli schieramenti) o di interi partiti (di maggioranza).

Infatti, in caso di scioglimento anticipato delle Camere, il Governo Meloni vedrebbe interrotto il suo percorso verso il primato di longevità (attualmente al terzo posto!) ed alcuni dei parlamentari non raggiungerebbero i limiti temporali per il conseguimento dei benefici pensionistici previsti (fissati in 4 anni, 6 mesi e un giorno).

Del resto, il tirare a campare non gioverebbe sicuramente all’Italia e a tutti noi cittadini in generale, soprattutto in questo tragico momento di scompiglio che il mondo intero sta attraversando, con diversi focolai di guerra accesi qua e là, in un processo di evidente trasformazione culturale e valoriale nei rapporti fra popoli, anche (o soprattutto) di ordine economico (petrolio & affini in Medioriente … ci dicono già qualcosa).

Chissà!


19
Mar

Zeppole di san Giuseppe e la Festa del Papà

Zeppole di san Giuseppe e la Festa del Papà

di Lorenzo Bove

È un rituale che si tramanda di generazione in generazione; la sua preparazione è legata a leggende e riti antichi, con origini che risalgono all’Antica Roma e alla tradizione cristiana.

La zeppola è diventata un dolce iconico della tradizione partenopea, con varianti regionali che la rendono un simbolo della cultura italiana.Più in particolare, la zeppola di san Giuseppe è un dolce della tradizione pasticcera napoletana, diffuso in tutta la Campania, il cui nome deriva dal fatto che è tipico della festa di san Giuseppe, ricorrente il 19 marzo di ogni anno, coincidente con la “Festa del Papà”.

E, dunque, un dolce della tradizione napoletana che si è man mano diffusa in tutta Italia, divenendo –   per alcuni versi – il simbolo di quest’ultima festività dedicata ai papà, così come il panettone per Natale e la colomba per Pasqua.

Per cui, in questa particolare giornata dell’anno, nelle vetrine e sui banchi della maggior parte delle pasticcerie italiane, dal Nord al Sud, Isole comprese, vengono esposte in bella vista invitanti vassoi di “zeppole” farcite con crema pasticcera.

Esposizione di zeppole in pasticceria
Foto by Loren Bove


Sulle origini di questa specialità ci sono molte dispute, secondo una delle quali, pare che essa sia stata inventata a Barletta, in Puglia. La versione più riconosciuta, con pasta a bignè guarnita sopra con della crema pasticcera e una amarena sciroppata, fu portata nel 1840 dal pasticcere Pintauro in via Toledo a Napoli, che asserì di aver preso spunto da una tradizione barlettana. Pintauro trasformò e arricchì le antiche zeppole napoletane, semplici frittelle dolci partenopee di pasta di farina aromatizzata, fritte e rivestite di zucchero, la cui prima ricetta scritta risale all’appendice in dialetto napoletano del ricettario di Ippolito Cavalcanti del 1837.

Queste antiche zeppole sono ancora oggi preparate nelle case dei napoletani, e anche in pasticceria nella versione più morbida, con aggiunta di patate lessate nell’impasto di farina, comunemente note come graffe. Anche Goethe conobbe le antiche zeppole napoletane il 19 marzo del 1787, e fece una descrizione del grande smercio che se ne faceva già allora in strada.

Da notare inoltre che in Campania, in particolare nel Cilento, sono chiamate impropriamente zeppole anche certi dolci natalizi, il cui nome più corretto sarebbe scauratielli (scaldatelli) composti di acqua, olio e farina a forma di nodo e guarniti con il miele sciolto.

Gli ingredienti principali delle zeppole sono la farina, lo zucchero, le uova, il burro e l’olio di oliva, la crema pasticcera, una spolverata di zucchero a velo e le amarene sciroppate per la decorazione. Nella tradizione napoletana esistono due varianti di zeppole di san Giuseppe: fritte e al forno. In entrambi i casi le zeppole hanno forma circolare con un foro centrale del diametro di 2 cm circa e vengono guarnite ricoprendole di crema pasticcera con sopra delle amarene sciroppate. Infine il dolce viene spolverato di zucchero a velo.

Zeppola di san Giuseppe
Foto by Lorenzo Bove

Alcune pasticcerie provvedono anche alla farcitura interna della zeppola con la crema pasticcera, discostandosi dalla tradizione (sebbene queste ultime siano maggiormente apprezzate dalle nuove generazioni). Ultimamente si trovano anche zeppole ripiene di crema gianduia e panna.

A Napoli il nome zeppola si usa anche per indicare le cosiddette pastecresciute, specialità delle friggitorie tipiche, molto diverse e salate. In questa versione talvolta vengono aggiunti alghe di mare, acciughe salate o cicenielli (novellame del pesce azzurro pescato nel Mar Mediterraneo).

Anche le zeppole pugliesi vengono preparate per la festa di san Giuseppe, e in alcuni paesi dove si preparano le tradizionali “Tavolate di san Giuseppe” sono utilizzate come ultima pietanza, per dolce.

Sebbene negli ultimi anni si sia affermato l’uso di friggere la pasta della zeppola anche in olio di oliva, la vera zeppola pugliese veniva fritta esclusivamente nello strutto.

Venivano preparate con acqua, strutto, sale, farina, limone grattugiato e uova, fritte o cotte al forno e decorate con crema pasticcera e crema al cioccolato, oppure due o tre amarene sciroppate.

La zeppola fa parte della pasticceria pugliese ed è presente tutto l’anno, con una maggiore produzione nel periodo della festa di san Giuseppe.

Tra le varianti preparate in casa vi sono zeppole intrecciate a forma di elle minuscola, fritte e passate ancora calde nello zucchero. Queste zeppole tipicamente non hanno la crema.

 Vi sono poi le zeppole calabresi, siciliane, sarde, molisane ed abruzzesi, che si differenziano tra loro per qualche particolare tipico del luogo, pur mantenendo il riferimento tradizionale alla ricorrenza della festività di san Giuseppe, coincidente ora con la Festa del Papà, che unisce materialmente o anche solo simbolicamente in un solo grande abbraccio tutti papà con i loro figli, assaporando insieme magari una fragrante zeppola di san Giuseppe.

Zeppole di san Giuseppe
Foto by Lorenzo Bove

E non è poca cosa con quello che sta succedendo oggigiorno nel mondo, tra guerre, sovranismi e soprusi di ogni genere, con il sacrificio di tante vittime innocenti, senza alcuna plausibile ragione!


27
Feb

La filastrocca del “vorrei”

La filastrocca del “vorrei”

di Lorenzo Bove

Dai ricordi della mia fanciullezza spunta ogni tanto una filastrocca antica che recitava mio nonno Lorenzo, soprattutto negli ultimi anni della sua vita terrena, e che con le due mie sorelle, Giovanna e Gina abbiamo continuato poi, nel tempo, a ricordare, limitandoci però ai primi due versi:


“Vorrei morire e non vorrei la morte / Per vedere chi mi piange forte”


Ne avevo fatto menzione anche in uno dei miei libri, “Tarranòve tra gli anni 40 e 60 del secolo scorso”, Edizioni del Poggio 2021, alla pagina 78.

Stralcio della pagina 78 libro citato

Non ricordavamo o ignoravamo addirittura il resto della poesia e, col passare degli anni, ci eravamo quasi fatti persuasi che, forse, quei versi fossero frutto del suo estro, della sua vena poetica, soprattutto con l’avvicinarsi della sua dipartita.

Ma, qualche giorno fa, uno dei nipoti di mia sorella Giovanna – nello specifico Daniele, uno dei tre figli di Marialuisa – dopo aver sentito pronunciare da sua nonna (forse per l’ennesima volta) quei due versi, ha provato a fare una ricerca su Internet, scoprendo che si tratta, in particolare, di un’antica filastrocca, denominata “La filastrocca del ‘vorrei’ “.

“Vorrei e non vorrei la morte,

vorrei vedere chi mi piange forte;

vorrei vedere chi mi piange assai,

vorrei vedere chi non mi scorda mai.

Vorrei e non vorrei morire,

vorrei veder chi mi viene a seguire;

vorrei veder chi mi porta la cassa,

per veder come la gente passa”.

E, dunque, si trattava molto probabilmente di reminiscenze scolastiche del nonno Lorenzo, che egli aveva in animo di trasmetterci e delle quali noi nipoti avevamo però memorizzato solo la prima parte.

La curiosità mi ha poi preso la mano e ho provato anch’io ad approfondire l’argomento, pervenendo alle seguenti conclusioni.

La filastrocca appare in 26 libri dal 1844 al 2007 e, nel libro “Poesia popolare italiana – Studj di Alessandro d’Ancona” di Alessandro D’Ancona, F. Vigo Editore, 1878, pagg. 476, la poesia è riportata alla pag. 157:

“Vorrei morire e non vorrei la morte;

Vorrei veder chi mi piange più forte;

Vorrei morire e star sulle finestre;

Vorrei veder chi mi cuce la veste;

 Vorrei morire e stare sulla scala;

Vorrei veder chi mi porta la bara;

Vorrei morire e vorrei alzar la voce;

Vorrei veder chi mi porta la croce”.

E, qui di seguito, altre versioni, di autori per lo più sconosciuti:

 Vorria morì e non vorria la morte,
Vorria vedè sto munno trapassà;
Vorria vedere chi mme chiagne forte
Si mamma mmia o sorema carnale;
Mamma mmi chiagne pe na notte
Sorema pe na notte duoi semmane.

Variante di Lecce e Caballino (Terra d’Otranto) :

Ulia murire e nun vulia la morte,
Vulia de ‘n autru mundu trapassare;
Ulia vedire ci mme chiange forte,
Ci mme sona a murtoriu le campane;
Ca nc’è la mamma mmia ci chiange forte,
Ca quiddha sula nun sse po‘ scurdare.
Cu bisciu ci mme chiangi e ‘rita forte.

Variante di Toscana:

Vorrei morir di morte piccinina;
Morta la sera e viva la mattina;
Vorrei morire e non vorrei morire;
Vorrei veder chi mi piange e chi ride;
Vorrei morire e non vorrei la morte;
Vorrei veder chi mi piange più forte;
Vorrei morire e star sulle finestre;
Vorrei veder chi mi cuce la veste;
Vorrei morire e stare sulla scala;
Vorrei veder chi mi porta la bara;
Vorrei morire e vorrei alzar la voce;
Vorrei veder chi mi porta la croce.



Variante Ligure:

Vurrë’ murire e nun vurrë ‘ la morte,
Vurrë’ savëi chi mi pianse ciü ‘ forte;
Mi piangerà più fort’ la mamma mia
E poi appressu la seignura mia;
La mamma mia mi piangerà cun gli occhi,
La mia scignura cun gli occhi e col cuore.


Variante Umbra:

Vorrei morire e non vorrei la morte,
Vorrei vedè chi mi piangesse forte;
Vorrei morire e stare sur un pero,
Vorrei vede’ chi mi piange da vero;
Vorrei morire e star su ‘na rametta,
Vorrei vedè chi mi piangesse in fretta;
Vorrei morire e star sur una noce,
Vorrei vedè chi mi porta la croce;
Vorrei morire e stare sur un’ara,
Vorrei vedè chi mi porta la bara.

Una filastrocca, quindi, molto diffusa e con un unico filo conduttore: la morte e il desiderio, la malcelata curiosità di poter sbirciare, osservare senza farsi notare, socchiudendo gli occhi, per concentrare la vista su determinate persone, al fine di percepire alcuni loro atteggiamenti e comportamenti, nell’ora cruciale del proprio trapasso nell’aldilà.

E poter così smascherare la meschinità e la grettezza di alcuni individui che gli vivevano accanto.

“Vorrei morire e non vorrei la morte” … avere ancora un’ultima possibilità; quella di poter verificare, fino in fondo, la profondità dei valori di bene, affetto, amore, palesati nei suoi confronti dalle persone che riempivano la propria vita.

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Copertina del libro citato

23
Feb

La grande Kermesse di primavera del 2026

La grande Kermesse di primavera del 2026

di Lorenzo Bove

Ad un mese esatto dalla grande kermesse del 22 e 23 marzo prossimo venturo che misurerà, nella prossima primavera, il livello di competizione politica alla quale gli italiani verranno chiamati, qualche riflessione nel merito si ritiene opportuno farla.

È proprio così’, per lo meno dal mio punto di vista, lo scontro è solo ed esclusivamente di natura politica; e non si spiega diversamente!

La nostra Carta Costituzionale (il nostro Vangelo, la nostra Bibbia), viene – ancora una volta – messa in discussione in alcuni dei suoi punti nevralgici, la Giustizia, e le riforme preannunciate dall’attuale Governo non hanno raccolto il necessario consenso parlamentare (in termini di quorum) previsto dalla Costituzione stessa, ragione per cui occorre interpellare al riguardo gli elettori attraverso un apposito Referendum.

Le divergenze politiche che sono emerse nel corso dei lavori parlamentari tra la maggioranza di governo e l’opposizione hanno indotto il Governo a porre, di volta in volta, nei quattro passaggi di rito, il cosiddetto “voto di fiducia” (che in politichese significa: uno per tutti e tutti per uno, altrimenti tutti a casa!), vanificando, di fatto, lo spirito della “condivisione” (anche in seno alla stessa maggioranza) che deve invece caratterizzare delicati interventi di siffatta natura.

E questo, al di là delle valutazioni di merito, ha favorito ed alimentato a dismisura il livello di scontro tra le due posizioni contrapposte, trasformando peraltro – come spesso accade – una giusta o semplicemente discutibile causa in una vera e propria competizione politica.

Anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha sentito addirittura il bisogno di scendere in campo per svelenire gli animi.

Personalmente ritengo che in materia di riforme costituzionali sia sempre opportuno seguire la via di un’apposita Commissione Bicamerale aperta anche ad esperti di alto livello, emulando quanto fatto ai tempi dall’Assemblea Costituente, che ebbe in Italia un ruolo cruciale nella stesura

della Costituzione della Repubblica Italiana, approvata il 27 dicembre 1947 ed entrata in vigore il 1° gennaio 1948.

Leggo in questi giorni che la Magistratura  avrebbe prevaricato la Politica (di governo), e che tutto ciò non va bene, per la semplice ragione – si sostiene – che quest’ultima deterrebbe una sorta di mandato popolare conferitole con la vittoria elettorale, dimenticando (o ignorando) che in democrazia (come  del resto anche in Italia) vige la tripartizione dei Poteri dello Stato: Legislativo (Parlamento) che fa le leggi, Esecutivo (Governo) che “esegue” ovvero amministra, e Giudiziario (Magistratura) che giudica la correttezza dei comportamenti in relazione al dettato legislativo.

E la dice lunga questa leggenda metropolitana, facendo sorgere il dubbio che … nel combinato disposto … della campagna referendaria in corso, prevalga la malcelata voglia di fare l’esatto contrario, ovvero sottoporre al Potere Esecutivo (Governo) quello Giudiziario (Magistratura), come avviene in tutti gli Stati autoritari che conosciamo.

Tuttavia, negli ultimi tempi, anche Stati democratici, non sospetti, si stanno allenando a farlo (gli Stati Uniti di Trump ci dicono qualcosa?).

Ma sorvoliamo pure su tutti questi pregiudizi, magari privi di fondamento, e auspichiamo che la Politica (in generale) si sforzi di tenere la barra dritta, cercando per quanto possibile di mantenere saldi i principi di Montesquieu, in particolare la sua teoria della separazione dei poteri, fondamentale per una politica moderna e democratica; non solo in termini di semplice facciata, ma nella concretezza dei fatti.

“Dal dire al fare c’è di mezzo il mare” – recita un vecchio andante – volendo significare che c’è un enorme divario tra le cose che si dicono e le cose che poi si fanno.

Forse, ancor prima di pensare di riformare la nostra Carta Costituzionale, sarebbe bene approfondirne tutti gli aspetti in essa contenuti, e cercare di metterli in pratica con lo stesso spirito dei nostri padri costituenti.

Abbiamo comunque già maturato esperienze al riguardo (la modifica del Titolo V riguardante le autonomie territoriali ci serva da monito!) e ci stiamo ancora leccando le ferite, cercando di rimediarvi in qualche modo, registrando puntualmente rilievi di incostituzionalità da parte della Corte Costituzionale.

La grande Kermesse di primavera prossima ventura è alle porte!

Costituzione della Repubblica Italiana
Foto di repertorio da Internet

31
Gen

È volata via come una colomba

È volata via come una colomba

di Lorenzo Bove

Giusto un mese fa, il 31 dicembre 2025, veniva a mancare una persona cara della nostra famiglia, l’indimenticata Evelina, sorella di mia moglie, che ricorderemo nel corso della Santa Messa delle ore 18,30 di domani, domenica 1° febbraio 2026, nella Basilica di Santo Stefano di Sesto San Giovanni.

Il suo ricordo in una mia poesia scritta nell’occasione, allorquando negli occhi di mia moglie ho scorto, insieme alla tristezza della circostanza, gli autentici sentimenti di amore per una persona cara … volata via!

É volata via come una colomba

Scorgo nei tuoi occhi, mia cara,
uno sguardo velato di tristezza,
sul tuo volto denso di mestizia.
Improvvisamente,
un senso di solitudine e ansia

ti induce a riflettere
sulla terrena vulnerabilità umana.
Ogni certezza,
conquistata con grande fatica nel tempo,
fatalmente sembra esitare.
E un vuoto incolmabile ti avvolge,
ingombrante e rumoroso al tempo stesso.
Senti il bisogno di rielaborare
la tua identità e quotidianità.

È svanita una parte di te stessa,
un legame speciale con il tuo passato,
fatto di tanto presente vissuto insieme.
Un dolore immenso.
Lo spezzarsi di una relazione
pressochè simbiotica
che durava da tutta una vita.
La sua fragilità, le sue paure
e la tua dedizione quotidiana.

Una protezione quasi materna,
sebbene fosse una delle tue sorelle,
e tu la maggiore.
E piangi la tua umana impotenza
per non aver potuto impedire
che il suo fato si compisse.
Ma la fede ti sorregge
e il tuo credo non vacilla.
É volata via come una colomba,
perdendosi tra le nuvole.
Si è forse arresa alla vita,
per ricongiungersi ai suoi,
i vostri cari mamma e papà.
Per l’eternità.

Ti sarò ora vicino, mia cara,
ancor più di prima,
ti sorreggerò con il mio amore,
finché la morte non ci separerà.

Lorenzo Bove
(poesia, scritta il 5 gennaio 2026)

La poesia è dedicata a mia moglie Elvira e l’ho scritta nei giorni immediatamente successivi alla dipartita di mia cognata Evelina, compenetrandomi pienamente nel clima di dispiacere che inondava la nostra vita e la nostra casa in quelle giornate, rese ancora più drammatiche dalla circostanza della ricorrenza del Santo Natale e del Capodanno, che hanno fatto da mesto scenario al triste evento, nel Grande Mistero della Nascita e della Morte.

L’ultimo compleanno di Evelina a casa nostra,
ai primi di settembre dello scorso anno,
subito dopo le vacanze estive.

Ciao Evelina, riposa in pace, e che la terra ti sia lieve!

Foto di repertorio
da Internet



27
Gen

Il giorno della Memoria 2026

Il Giorno della Memoria 2026

di Lorenzo Bove

Il Giorno della Memoria 2026, oggi 27 gennaio 2026, assume un valore cruciale, segnando un passaggio fondamentale nella conservazione della memoria storica, specialmente con il passare del tempo dall’olocausto.

Questa ricorrenza, che commemora le vittime del nazismo e delle leggi razziali, invita a una riflessione necessaria per il presente, costellato da numerose incognite riguardo agli scenari di guerre in atto, occupazioni, prevaricazioni e mancato rispetto del sistema regolatorio internazionale che ha garantito gli equilibri fra i popoli, occidentali in particolare, negli ultimi 80 anni, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Nella sua nota poesia “A Livella”, il grande Totò ricordava:

“Ogn’anno, il due novembre, c’è l’usanza
per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno ll’adda fà chesta crianza;
ognuno adda tené chistu penziero”.


Ma sicuramente Totò non pensava ad una ricorrenza rutinaria, stanca e di semplice facciata; presumo invece che egli ci tenesse molto al culto dei morti.

Lo precisa molto bene quando dice “Ognuno ll’adda fà chesta crianza”.

La “crianza” è un termine che ha radici nello spagnolo e nel latino, utilizzato nel dialetto napoletano per descrivere la buona educazione e la cortesia.

È un concetto che implica non solo l’importanza di rispettare e considerare gli altri, ma anche di essere educati e rispettosi nei confronti del prossimo. La “crianza” è considerata qualità innata e difficile da acquisire in età adulta, e viene spesso utilizzata in frasi come “a bbona crianza” o “ ‘o muorzo d’ ‘a crianza” (il boccone della cortesia). Questo termine riflette la profonda importanza che la comunità napoletana attribuisce alla buona educazione e alla cortesia come elementi fondamentali della vita sociale e personale.

E, dunque, prendiamo spunto da questa breve riflessione, per dare alla “giornata della memoria” la giusta importanza, onde riflettere sul nostro futuro e sulla sorte dei tanti popoli oppressi, perché i moderni ed attuali carnefici (travestiti da falsi profeti) rinsaviscano, ricercando insieme pacifiche soluzioni per una reciproca convivenza civile.

Nel suo discorso a Davos dei giorni scorsi, il primo ministro canadese Mark Carney ha invitato a prendere atto che l’ordine mondiale del dopoguerra è finito, e ha esortato le “potenze intermedie” a cooperare tra loro in modo pragmatico, per difendere i valori democratici e non finire succubi dei paesi egemoni.

Meditate gente, meditate!

Il giorno della Memoria
Foto di repertorio
da Internet

25
Gen

Una nuova società feudale

Una nuova società Feudale

di Lorenzo Bove

Durante le letture di stamattina, la mia attenzione si è soffermata sull’ interessante rubrica domenicale “Padiglione Italia” di Aldo Grasso, con un ‘pezzo’ intitolato “Rotta verso una nuova società feudale”, che riporto integralmente:

«Medioevo Prossimo Venturo. ‘Trump ci vuole vassalli’ avverte con preoccupazione il presidente francese Macron. Forse è la stessa aspirazione di Putin e di Xi Jinping. La parola vassallo è così potente da evocare da sola l’immagine di un Medioevo fatto di torrioni, guerrieri in armatura e segrete oscure. Chi erano i vassalli? Erano nobili a cui il sovrano affidava il controllo su ampie porzioni di territorio, detti feudi, in cambio di assoluta fedeltà. Così a scendere, valvassori e valvassini. Il mondo sta virando verso una nuova società feudale? Mentre nel Medioevo le catene di dipendenza erano personali oggi sono sistemiche: si sono trasformate in dazi, in tecnologia, in protezione militare.  Il vassallaggio moderno non ha servitù palesi ma ha costi di uscita proibitivi. Non prevede ordini diretti ma produce dipendenza strutturale. A tratti, però, il sovrano è diventato così arrogante da volere persino annettersi territori non suoi e da permettersi l’umiliazione pubblica nei confronti di chi dissente. Il premier canadese Mark Carney, in un discorso a Davos di grande caratura politica, ha sostenuto con determinazione, che la sottomissione alle grandi potenze non garantisce sicurezza e che la ‘nostalgia non è una strategia’. Altrimenti davvero si torna ’al vecchio ordine’, a un sistema feudale».

E, così, a quanto pare, il parere di Carney fa il paio con quello di Macron.

I tre sovrani, lancia in resta, marciano “forse” – come sostiene Aldo Grasso – uniti dalla medesima aspirazione ovvero verso una nuova società feudale?

Sono tre; e se è vero (?) che tre indizi formano una prova … allora è fatta?

Scherzi a parte, cerchiamo di restare con i piedi per terra.

Ben saldi!

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Medioevo, cavalieri con armature
in combattimento
Foto di repertorio da Internet












17
Gen

2026, che brutto risveglio!

2026, che brutto risveglio!

di Lorenzo Bove

Che brutto risveglio, questo dei primi giorni del nuovo anno, il 2026, in un mondo che sembra non più appartenerci.

Secoli di storia e di cultura volati via nel nulla, come se niente fosse.

Stamattina, spulciando qua e là sui giornali, mi sono soffermato su alcuni articoli molto interessanti.

“Onu e democrazie ‘Le guerre e il diritto’ doppia crisi” di Sabino Cassese sul ‘Corriere della Sera’, di cui riporto uno stralcio:

 “Crisi del diritto internazionale e crisi della democrazia si intrecciano. Questa è la peculiarità della situazione nel mondo. Il presidente americano (Trump) ha dichiarato di poter fare a meno del diritto internazionale e ha ritirato gli Stati Uniti da circa 70 organizzazioni e programmi internazionali; e ha annunciato altri ritiri. Si è impossessato di navi straniere in acque internazionali, facendo ricorso alle forze armate. Ha dichiarato di non volere Russia e Cina come vicini e di voler acquisire la sovranità o il controllo su territori finitimi (Groenlandia, Cuba, Colombia). Ha catturato con la forza militare il capo di uno Stato straniero (Maduro, il presidente del Venezuela), eseguendo la decisione giudiziaria di uno Stato diverso da quello di appartenenza, e congelato le risorse di quello Stato che sono al momento negli Stati Uniti. Si aggiunge l’ ’operazione militare speciale’ del presidente russo (Putin) contro la dirigenza ucraina, accusata di essere ‘nazista’ ….. omissis …

Aggiungo: E così via, come in altri casi, tipo Israele (Benjamin Netanyahu) a Gaza (Palestina) ove i principi di proporzionalità propri della legittima difesa sono stati oltremodo calpestati, con l’avallo del solito Trump, che esalta le gesta del premier israeliano in maniera a dir poco disdicevole. E, senza con questo voler minimizzare o sottovalutare o in qualche modo giustificare l’annoso problema del terrorismo di Hamas.

“Giustizia, potere e la lezione di Minneapolis” di Massimo Giannini” su ‘La Repubblica’, di cui riporto uno stralcio:

“La battaglia di Minneapolis ci sembra lontana. Eppure parla anche di noi. Ci rivela le due facce della crisi post-occidentale. La prima faccia rilancia, drammatizzandolo, il dilemma novecentesco posto da Carl Schmitt: cosa succede a un Paese quando il Sovrano decide sullo ‘stato di eccezione’. La seconda faccia il quesito settecentesco risolto da Montesquieu: che succede a una democrazia quando chi comanda non riconosce più limiti o contrappesi e impedisce che il potere arresti il potere. L’inquietante torsione del diritto esercitata da Trump e la conseguente manomissione delle garanzie giudiziali – negate alle vittime e assicurate ai carnefici – sono la prova più traumatica del danno che si produce quando la politica marcia sulla magistratura, pretendendola debole ed asservita … omississ …

Aggiungo: Orbene, come si inserisce l’Italia in tutto ciò? Siamo (ancora) sicuri della vigenza del tanto decantato ‘stato di diritto’? E del rispetto dei cosiddetti pesi e contrappesi? Oppure stiamo vivendo da anni in un sotteso ‘stato di eccezione’ (periodo del Covid a parte) che vede concentrarsi nelle mani del Governo (potere esecutivo), funzioni proprie del Parlamento (potere legislativo), attraverso un dilagare di decretazioni (d’urgenza?), riducendo la Camera e il Senato a meri passacarte (richiamando ogni volta la maggioranza parlamentare al voto di fiducia) e, non di meno, anche funzioni proprie del potere giudiziario (Magistratura), attraverso meccanismi rocamboleschi (basta farsi una ripassata sulle vicende riguardanti la problematica dei migranti da ‘internare’ in Albania!).

“Il tragico e il ridicolo” da ‘Buongiorno’ di Mattia Feltri (il figlio di Vittorio) su La Stampa, che riporto integralmente:

“Il potere porta con sé una carica ridicola e tanto più è violento più sa essere tragico e ridicolo. L’accanimento degli Stati Uniti contro gli immigrati è già sia tragico sia ridicolo da quando Donald Trump ha abolito lo ius soli, ovvero il diritto di cittadinanza per chi nasce in territorio americano (l’ultima parola sarà della Corte Suprema). E cioè un paese nato con l’immigrazione, popolato con l’immigrazione e che all’immigrazione affidò la sua grandezza – di chiunque fuggisse da una persecuzione, da una guerra, dalla fame, dal suo passato – ora rinnega sé stesso e diventa un paese che affida la sua grandezza alla guerra agli immigrati [Nda: Anche i famigliari di Trump erano immigrati provenienti dalla Germania]. Venite qui, faremo grande l’America – andate via di qui, dobbiamo fare grande l’America. Non sono così sciocco da ignorare che il mondo di oggi è diverso da quello di tre secoli fa, ma un potere serio vedrebbe la tragicità e la ridicolaggine mentre va ad ammanettare gli adolescenti per ripulire il paese dagli abusivi e mentre spara in faccia ad una madre di 37 anni e poi si discolpa chiamandola terrorista. E dunque il potere potrebbe cogliere la tragicità se solo vedesse come è squadernata la sua ridicolaggine. L’Ice, il corpo speciale anti immigrazione, a Minneapolis, ha preso quattro Sioux – quattro nativi, o indiani, come li chiamavamo noi da ragazzi – e li ha trasferiti in un centro per immigrati irregolari. C’è qualcosa di più ridicolo di pronipoti di immigrati che arrestano pronipoti di nativi con l’accusa di immigrazione clandestina? E senza neanche realizzare di essere ridicoli?”.

Aggiungo: Fermate il mondo, voglio scendere!

Foto di repertorio da Internet

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