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Ott

L’Abbazia Sacra di San Michele della Chiusa

L’Abbazia Sacra di San Michele della Chiusa, denominata semplicemente “Sacra di San Michele”, è uno dei monumenti più scenografici di tutto il Piemonte e non a caso è stato scelto come simbolo della Regione medesima.

Arroccata su di uno sperone roccioso, in cima al monte Pirchirano, essa domina la Val di Susa dai suoi 962 metri di altezza, regalando alla valle un profilo inconfondibile e decisamente suggestivo. La sua fondazione è databile tra il 983 e il 987 e risulta essere uno tra i più grandi complessi architettonici religiosi di epoca romanica di tutta Europa.

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All’osservatore attento, l’ubicazione della Sacra di San Michele in un contesto montuoso ed incantevole al tempo stesso, richiama immediatamente alla mente gli altri due importanti insediamenti micaelici del Gargano (Monte Sant’Angelo)  e della Normandia, in Francia (Mont-Saint-Michel). E non è un caso che la Sacra di San Michele si trova al centro di una via di pellegrinaggio di oltre duemila chilometri che unisce quasi tutta l’Europa occidentale da Mont-Saint-Michel a Monte Sant’Angelo e che proseguendo sulla stessa linea retta porta infine a Gerusalemme.

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Anche noi abbiamo voluto visitare questo stupendo luogo sacro e lo abbiamo fatto proprio il 29 di settembre scorso, giorno dedicato alla festa di San Michele Arcangelo, partecipando quindi anche ai solenni riti religiosi celebrati nell’occasione della festa patronale: Santa Messa celebrata dal S.E. il Vescovo in concelebrazione con le Comunità ecclesiali della Valle, accompagnata dai cantori della Federazione delle Cantorie Valsusine.

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Giunti sulla sommità dello sperone roccioso, di fronte all’impressionante Abbazia, ci siamo sentiti come avvolti in un alone di mistero (sembrava di vivere in un’altra epoca storica), ma nel contempo ci è sembrato di toccare il cielo con un dito; un luogo carico di spiritualità, ove si puo’ unire alla preghiera, l’ammirazione dell’arte, della natura e dell’architettura, e  tutto questo nel medesimo contesto.

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Il culto dell’Arcangelo, dall’Oriente si diffuse e si sviluppò nelle regioni mediterranee, in particolare in Italia, dove giunse assieme all’espansione del cristianesimo.

Nel V secolo sul promontorio del Gargano sorse il più antico e più famoso luogo di culto micaelico dell’occidente, il Santuario di San Michele a Monte Sant’Angelo. Molto presto questo Santuario divenne un luogo importante per la diffusione del culto micaelico in Europa e in Italia e rappresentò il modello ideale per tutti i santuari angelici successivi, che furono appunto eretti “a somiglianza” di quello garganico: le cime dei monti, i colli, i luoghi elevati, le grotte profonde furono dalle origini considerate come la sede più appropriata per il culto degli angeli e di Michele in particolare.

In Francia nel 708 o 709, su un altro promontorio, sulla costa della Normandia, fu consacrato all’Angelo un santuario detto di “Mont-Saint-Michel au péril de la mer” a causa del fenomeno dell’alta e bassa marea che rendeva (e rende ancora) pericoloso quel luogo. E così anche la Sacra di San Michele nasce e cresce attorno al culto di San Michele, che approdò in Val di Susa nei secoli V o VI. La sua ubicazione è localizzata sulla “ Via Michelita o  Via Angelica”, un tragitto che molti pellegrini percorrevano nel Medioevo e che  unisce, come si è detto, le Basiliche di Mont-Saint Michel in Normandia, la Sacra di San Michele in Piemonte e Monte Sant’Angelo in Puglia. La leggenda vuole che questo percorso sia stato tracciato dalla spada di San Michele durante la lotta contro il demonio, allorchè si sarebbe creata una fenditura (si dice che sia ancora presente, ma invisibile) che collega le tre basiliche dedicate a San Michele Arcangelo. Inoltre, questo tragitto è parte integrante di quel lungo “cammino” rappresentato dalla “Via Francigena”, l’antica via che univa Canterbury a Roma e poi ai porti della Puglia verso Gerusalemme (oggi riscoperta dai moderni “viandanti”, che si mettono in cammino lungo un percorso splendido e sorprendente; dal 2001 l’Associazione Europea delle Vie Francigene coordina lo sviluppo e la valorizzazione di un itinerario che attraversando l’Italia e l’Europa ripercorre la storia del nostro continente).

Ma ci sono anche altre leggende che si ricollegano più al mondo della fantasia, del surreale e della magia. Sussisterebbe una linea magica (di San Michele) ovvero il punto energetico degli equilibri europei. Proprio alla Sacra di San Michele sarebbe legato il mistero della cosiddetta linea magica di San Michele.: sembrerebbe infatti che una linea energetica unisca tre basiliche/abbazie dedicate proprio all’Arcangelo Michele. I tre punti di questa linea sarebbero: il Mont-Sain-Michel, situato in Francia nella Regione della Normandia, la Sacra di San Michele appunto e il Monte Sant’Angelo in Puglia. Secondo gli esperti di “magia bianca” il punto energetico sarebbe situato su una piccola piastrella del pavimento; posizionandosi su quel punto, sempre secondo queste teorie, si percepirebbe nitidamente la potente energia della linea magica di San Michele, che rappresenterebbe il punto energetico degli equilibri europei; punto che nella Sacra di San Michele in Piemonte si troverebbe sulla sinistra della Chiesa, subito dopo l’entrata. Ovviamente sono teorie non verificate, salvo il fatto che i tre luoghi sacri dedicati a San Michele si trovano a 1000 chilometri di distanza l’uno dall’altro, allineati lungo questa linea retta, la quale prolungata in linea d’aria, passa sopra Gerusalemme da una parte, e sopra St Michael’s Mount, in Cornovaglia sempre dedicato a San Michele e poi continua fino ad arrivare all’isola di Skellig Michael in Irlanda.

Un’altra leggenda narra di una giovane donna di nome Alda,  una ragazza molto bella, pia e devota, che – mentre stava andando al Santuario per pregare – venne improvvisamente assalita da alcuni soldati di ventura. La malcapitata fece di tutto per divincolarsi e sfuggire alla violenza gettandosi da una delle torri dell’imponente Sacra di San Michele. Precipitò nel vuoto e la sua fine sembrava inevitabile. Ma quel gesto di purezza e sacrificio impietosì talmente tanto gli angeli e la Madonna che la salvarono, facendola “atterrare” a valle sana e salva. Purtroppo la ragazza si fece prendere dalla superbia, raccontando a tutti di come era stata salvata dagli angeli e di come fosse “protetta” dal cielo. Nessuno le credeva e così, per vanità, la bell’Alda tornò sulla torre e si gettò nel vuoto. Tuttavia, considerato il futile motivo per cui la ragazza si era buttata questa volta, non ci fu nessun intervento divino a salvarla e la ragazza si sfracellò a terra. Un modo di dire locale afferma che “l’orecchio fu la parte più grande che trovarono della bell’Alda”.

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Dalle origini ai Benedettini

L’elemento peculiare della Sacra di San Michele è la sua posizione alla sommità del monte Pirchiriano, uno sperone roccioso appartenente al gruppo del Rocciavré nelle Alpi Cozie (alt. 962 metri s.l.m.). Pirchiriano è il nome antichissimo del monte, forma elegante di Porcarianus o monte dei Porci, analogamente ai vicini Caprasio, o monte delle Capre, e Musinè o monte degli Asini. Il monte vede la presenza di insediamenti umani fin dai tempi preistorici. In epoche successive viene fortificato dai Liguri e poi dai Celti sotto il dominio dei due re Cozio. Nel 63 d.c. quando le Alpi Cozie diventano Provincia Romana, il luogo, data la sua posizione strategica, viene sfruttato dai Romani come area di interesse militare, “castrum”. Dal 569 d.c. i Longobardi invadono e occupano le Alpi Cozie. E’ in questo periodo che in Valle di Susa vengono erette le famose “Chiuse dei Longobardi”. Questi innalzarono muraglie e torri attraverso la valle quando, sotto la guida del loro re Desiderio e del figlio Adelchi, si ammassarono per resistere all’entrata in Italia di Carlo Magno, re dei Franchi. Nel 773 d.c. questi ultimi, vincitori della battaglia delle Chiuse, conquistano la zona e vi rimangono fino all’888 d.c., anno in cui i Saraceni invadono le Alpi occidentali ed esercitano il loro dominio per un’ottantina di anni.

I Benedettini

Sul finire del X secolo San Giovanni Vincenzo, un discepolo di San Romualdo, inizia quassù la vita eremitica. La scelta del luogo è certamente condizionata dall’imponenza, dalla predisposizione al sacro del monte Pirchiriano e dalla preesistenza di una colonia eremitica sul monte Caprasio.

Alle soglie dell’anno mille irrompe, in quest’eremo di Giovanni Vincenzo, un personaggio che cerca redenzione da un discutibile passato: è il conte Ugo (Ugone) di Montboissier, ricco e nobile signore dell’Alvernia, recatosi a Roma per chiedere indulgenza al Papa. Questi, a titolo di penitenza, gli concede di scegliere fra un esilio di 7 anni e l’impresa di costruire un’abbazia.
Siamo alla fine del 900 quando inizia l’edificazione del monastero, affidato poi a cinque monaci benedettini.

Tramite l’iniziativa di Ugo di Montboissier e il sistematico reclutamento di abati e monaci in Alvernia, sul Pirchiriano si sviluppa un punto di sosta per pellegrini di alto livello sociale, quasi un centro culturale internazionale.
L’ambizione autonomistica è viva fin dall’inizio della storia del monastero, preoccupato di sottrarsi alla giurisdizione dei vescovi di Torino: in particolare nel secolo XI i monaci, con il loro più famoso abate Benedetto II, si schierano decisamente in favore della riforma centralistica romana. Ottenuta presto l’autonomia e l’indipendenza dall’autorità temporale e da quella del vescovo, l’abbazia, grazie ad un’ampia e intensa ospitalità, può favorire gli scambi non solo di ordine pratico ma di profondo significato spirituale, che contribuiscono a creare il patrimonio comune di una grande civiltà religiosa. È in questo periodo che la Sacra estende i propri possedimenti in Italia e in Europa, sui quali esercita diritti spirituali, amministrativi, civili e penali.

Dagli inizi fin verso la prima metà del 1300 il monastero vive la sua stagione più favorevole sotto la guida degli abati benedettini, alla quale segue mezzo secolo di decadenza.
Nel 1379 il malgoverno dell’abate Pietro di Fongeret, induce Amedeo VI di Savoia (il conte Verde) a chiedere alla Santa Sede l’abolizione della figura dell’abate monaco, cui si sostituisce quella del commendatario. Con la nomina dei commendatari incomincia l’agonia del monastero: dal 1381 al 1622 i monaci furono governati da priori, mentre gli abati commendatari, sempre lontani dal monastero, ne godevano le rendite. Uno di essi, il cardinale Maurizio di Savoia, nel 1622 convinse Papa Gregorio XV a sopprimere il monastero, abitato ormai soltanto da tre monaci.
Le rendite che servivano al mantenimento dei monaci furono destinate alla costruzione della Collegiata dei Canonici di Giaveno, i quali successero agli scomparsi monaci negli obblighi verso il monastero: a loro appartenne la cura e il servizio del Santuario fino al 1629. Così ebbe fine il potente ordine benedettino della Chiusa, dopo una vita di più di seicento anni.

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I Padri Rosminiani e gli Ascritti

Dopo seicento anni di vita benedettina, la Sacra resta quasi abbandonata per oltre due secoli! Nel 1836 Re Carlo Alberto di Savoia, desideroso di far risorgere il monumento che era stato l’onore della Chiesa piemontese e del suo casato, pensò di collocarvi stabilmente una congregazione religiosa. Offre l’opera ad Antonio Rosmini, giovane fondatore dell’Istituto della Carità, che l’accetta, trovandola conforme allo spirito della sua congregazione. Papa Gregorio XVI, con Breve dell’agosto 1836, nomina i Rosminiani amministratori della Sacra e delle superstiti rendite abbaziali. Contemporaneamente, il re affida loro in custodia le salme di ventiquattro reali di casa Savoia, traslate dal Duomo di Torino, ora tumulate in santuario entro pesanti sarcofagi di pietra. La scelta di questa antica abbazia evidenzia la prospettiva della spiritualità di Antonio Rosmini che, negli scritti Ascetici, richiama costantemente ai suoi religiosi la priorità della vita contemplativa, quale fonte ed alimento che dà senso e sapore ad ogni attività esterna: nella vita attiva il consacrato entra solo dietro chiamata della provvidenza e tutte le opere, in qualsiasi luogo o tempo, sono per lui buone se lo perfezionano nella carità di Dio. I padri Rosminiani restano alla Sacra anche dopo la legge dell’incameramento dei beni ecclesiastici del 1867 che spogliava la comunità religiosa dei pochi averi necessari per un dignitoso sostentamento e un minimo di manutenzione all’edificio. Essi vi sono tuttora, mentre le mura sacrensi echeggiano d’un insolito fervore di iniziative, favorito dalla visita del Santo Padre Giovanni Paolo II (14/7/1991), promosso e confortato dalla presenza dei collaboratori e di tanti volontari, sostenuto da enti pubblici e privati, soprattutto dalla Regione, dopo che la legge speciale del 21/12/1994 ha riconosciuto “La Sacra monumento simbolo del Piemonte”.

Accanto ai Padri Rosminiani opera da qualche anno un gruppo di Ascritti rosminiani, anch’essi membri effettivi dell’Istituto della Carità, la Congregazione religiosa fondata da Antonio Rosmini sul monte Calvario di Domodossola nel 1828. Pur non avendo i voti di povertà castità e obbedienza, essi chiedono di unirsi alla Congregazione spiritualmente, partecipando alla comunione dei beni spirituali. L’ascrizione riunisce quindi cristiani, sacerdoti, chierici e laici, che, vivendo nel mondo, desiderano conseguire la perfezione cristiana in comunione spirituale con l’Istituto della Carità. Rosmini, nel libro delle Costituzioni, presenta l’ascrizione come una fratellanza che si stabilisce tra i membri consacrati e gli ascritti per aiutarsi scambievolmente nella propria santificazione e nell’esercizio delle opere di carità. Identico è lo scopo: la perfezione cristiana mediante la carità evangelica vissuta in tutta la sua estensione. Il gruppo di ascritti della Sacra si ritrova ogni terzo sabato del mese per approfondire la spiritualità rosminiana e per la celebrazione dell’Eucarestia.

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