Tag Archives: Poggio Imperiale

10
Giu

Le cave di pietra

Le cave di pietra

di Lorenzo Bove

La pietra cosiddetta “di Apricena” è una pietra calcarea estratta in Puglia alle pendici del Gargano, nel territorio compreso tra Apricena, Lesina e Poggio Imperiale.

“I materiali fanno parte delle formazioni Calcari di San Nicandro [N.d.A.: San Nicandro Garganico] del Giurassico superiore-Cretacico inferiore, e Calcareniti di Apricena del Miocene. Solitamente la pietra di Apricena e Poggio Imperiale è stratificata in banchi di spessore variabile tra i 30 e i 500 cm, con inclinazione verso sud dai 5° ai 20°. I banchi sono solitamente separati tra di loro da un leggero strato di argilla depostosi in bassi fondali marini” (…) La zona di estrazione della pietra di Apricena e Poggio Imperiale costituisce il primo polo estrattivo del meridione italiano ed il secondo bacino nazionale dopo quello di Carrara. La produzione della pietra di Apricena, infatti, copre il 90% della produzione regionale ed il 20% di quella nazionale” [1].

Una delle più recenti cave, in ordine di attivazione, sorge in prossimità della vecchia stazione ferroviaria di Poggio Imperiale, da tempo dismessa a seguito del raddoppio della linea e della variante del tracciato, ed è quella della “Gargano Marmi” S.r.l. di Gianfranco Petronzi e figli di Poggio Imperiale.

GARGANO MARMI”Srl
Via Giuseppe di Vittorio, 10
71010 Poggio Imperiale (Foggia)

Si occupa della estrazione di blocchi di pietra, che possono suddividersi nelle seguenti due tipologie:

  • blocchi squadrati: che hanno caratteristiche dimensionali varie ma con forma parallelepipeda regolare; materiale disponibile: serpeggiante Silvabella II, inoltre serpeggiante H 28, H 200, H 90 e altri;
  • blocchi informi: che sono prodotti con caratteristiche dimensionali e geometriche irregolari.
Cava di pietra della “Gargano Marmi” Srl ubicata in prossimità della vecchia stazione ferroviaria
di Poggio Imperiale
Foto by Lorenzo Bove

Ex casello ferroviario prossimo alla vecchia stazione di Poggio Imperiale acquisito e ristrutturato dalla “Gargano Marmi” S.r.l.
Foto by Alfonso Petronzi
Aree limitrofe e strada di collegamento alle cave di pietra della “Gargano Marmi” S.r.l.
Foto by Alfonso Petronzi

Immagini risalenti ad una “visita scolastica” del 2019
 presso le cave della ‘Gargano Marmi’ Srl
Foto di repertorio da facebook ‘ sei di poggio imperiale se’


La pietra di Apricena, insieme a quella di Poggio Imperiale, oltre ad essere impiegata come materiale da costruzione in Italia, viene esportata anche all’estero, principalmente in Germania, Giappone e Cina; negli scorsi anni è stata utilizzata in grande quantità anche nella realizzazione della nuova Chiesa di San Padre Pio a San Giovanni Rotondo. Anche a Poggio Imperiale ha trovato recente impiego nel restyling del suo corso principale. In particolare, nel 2010, si è provveduto alla completa ripavimentazione dei marciapiedi del Corso Vittorio Veneto, conosciuto come “il viale”, utilizzando la pietra proveniente dalle cave del suddetto bacino. Nella nuova pavimentazione sono presenti otto ovali in pietra, abbracciati da blocchi di marmo che costituiscono delle panchine ad uso pubblico e, ogni ovale, è realizzato con una varietà diversa di pietra locale, riportante le indicazioni riguardanti la loro tipologia e poesie di artisti locali.

“Le cave di estrazione intercettano un considerevole numero di fessure carsiche. Nella terra rossa contenuta nella maggior parte delle fessure è dispersa una grande quantità di ossa di organismi, oggi estinti che vissero sul Gargano tra il Miocene ed il Pliocene. Le associazioni faunistiche sono composte in prevalenza da mammiferi ed uccelli, in minor misura da anfibi e rettili”[2].

Ed è proprio in una di queste cave di pietra, quella di Pirro Nord per la precisione, che sono stati rinvenuti reperti preistorici risalenti ad un milione e cinquecentomila anni fa. Si tratta di ossa appartenenti a grossi mammiferi estinti, come la tigre dai denti a sciabola, il bisonte, il mammuth e l’elefante, oltre a manufatti litici in selce, tra cui alcune schegge probabilmente utilizzate per il trattamento delle carcasse animali, che consentono di testimoniare come l’uomo si fosse già diffuso in Europa in un intervallo temporale fra 1,3 e 1,7 milioni di anni fa e come egli fosse già in possesso di un comportamento tecnologico complesso, finalizzato essenzialmente alla produzione di schegge per il trattamento delle carcasse animali e la lavorazione del legno.

Nel corso dei millenni, l’area è stata poi interessata dalle dominazioni dei Greci e dei Romani, dei Goti e dei Longobardi, dei Bizantini e dei Normanni, degli Spagnoli e dei Francesi. Di Lesina, nello specifico, si sa che l’origine del suo nome risale all’epoca romana, quando il comune veniva denominato “Alexina”.

Si presume che molti ruderi dell’antica Alexina siano oggi sommersi nel lago di Lesina e, probabilmente, in passato, l’area cittadina doveva giungere fino all’isolotto di san Clemente.

Nel Medioevo il territorio di Lesina faceva invece parte del Ducato di Benevento, possedimento dei Longobardi, rappresentando la più importante delle sue 34 contee.

Con il passare dei secoli, Lesina ha subito periodi di decadenza, principalmente a causa dell’innalzamento del livello del mare, terremoti e maremoti.

“Apricena, conosciuta anche come Precìna, ha una storia ricca di leggende e documenti storici, La sua origine è legata a Federico II di Svevia, che decise di far intavolare un banchetto a base di carne di cinghiale in quel luogo. Questa leggenda è stata confermata da un’epigrafe lapidea risalente al XIII secolo. Inoltre, ci sono indizi che Apricena possa risalire al VII-VIII secolo a.C., con origini che potrebbero derivare da Uriate o da un insediamento romano denominato Collatia. La città ha anche un importante storia feudale e culturale, con la presenza di Saraceni e una lunga storia di resistenza contro le pretese dei baroni vicini”[3].

E, nella profondità di alcune delle cave di questo esteso bacino marmifero, da tempo dismesse ed opportunamente messe in sicurezza, in uno scenario naturale di esclusiva originalità e bellezza, ogni anno durante il periodo estivo si svolge lo straordinario evento “Suoni in cava”, che ha raggiunto elevati livelli di notorietà e risonanza nazionale ed internazionale.

‘Suoni in cava’ ad Apricena
Foto di repertorio da Internet



[1] Pietra di Apricena – Wikipedia

[2] Cfr. Le paleofaune delle Cave di Apricena e di Poggio Imperiale – Ente parco nazionale del Gargano

[3] Cfr. origini di Apricena – Cerca

25
Apr

La vecchia stazione di Tarranòve, il “Lecce – Milano” e l’epopea della “Valigia delle Indie”

La vecchia stazione ferroviaria di Tarranòve, 

il “Lecce – Milano” e l’epopea della “Valigia delle Indie”

di Lorenzo Bove

La vecchia stazione di Poggio Imperiale

L’originaria stazione di Tarranòve (Poggio Imperiale), ubicata sulla linea ferroviaria Adriatica, a una cinquantina di chilometri a nord di Foggia e a un centinaio a sud di Pescara, aveva un’intensità di frequentazione di viaggiatori abbastanza sostenuta per l’epoca. In particolare, si trattava di pendolari diretti soprattutto a San Severo, la città di riferimento della zona per la presenza di scuole medie e superiori, uffici pubblici e privati, attività commerciali di ogni genere, mercati all’ingrosso e rionali, presidi medici e ospedalieri, curia e seminario vescovile ed altro, con circa 50.000 abitanti, già capoluogo di Capitanata e Molise fino al 1584, ed importante centro dell’Alto Tavoliere della Puglia, definita la “città dei campanili”. E, oltre agli abitanti di Poggio Imperiale, il cui nucleo urbano distava circa 2,5 km, essa serviva anche quelli di Lesina, a 7,5 km, in quanto l’ubicazione della loro stazione ferroviaria risultava essere molto più scomoda, con un collegamento stradale assicurato dal torpedone/corriera Lesina-Poggio Imperiale-Scalo FS e viceversa.

Stazione ferroviaria di Poggio Imperiale
risalente al periodo antecedente all’elettrificazione.
Attualmente dismessa a seguito dei lavori
di raddoppio della linea ferroviaria
e variante del  tracciato.

Dipinto di Giacomo Fina (Mimì per gli amici)
da Internet

Dai ricordi del periodo della mia fanciullezza e prima giovinezza, negli anni 50/60 del secolo scorso, mi tornano alla mente lo sbuffare delle locomotive a vapore, accompagnato dal loro inconfondibile fischio ed il viso sudato dei fuochisti (gli aiuti macchinisti addetti all’alimentazione del carbone), che durante la sosta del treno in stazione raggiungevano la fontanella per sciacquarsi le mani e il viso. E il suono della campanella che preannunciava l’arrivo dei treni da Apricena (da sud) o da Lesina (da nord). Il “Signori in carrozza” del capotreno e dei conduttori (che chiamavamo controllori) nel mentre provvedevano alla chiusura di tutte le porte (ce n’erano veramente tante) delle carrozze, e il capostazione con berretto rosso, fischietto e paletta (verde) che dava la partenza al treno. Ed ancora il carrettino trainato dall’asinello di cumpà Gesèppe (compare Giuseppe) che faceva da spola tra la stazione e il paese di Tarranòve per il trasporto estemporaneo di merce ed anche persone. La gigantesca palma, l’albero che donava alla stazione una certa aura di importanza, la vasca dei pesci nei pressi della fontanella e il giardino ben piantumato, curato e a tempo debito gradevolmente fiorito. Poi anche lì arrivò l’elettrificazione (quella della tratta Termoli – San Severo – Foggia risale al 31 marzo1957 per una lunghezza di 86,5 km.)  e con essa le locomotive a vapore lasciarono il posto ai locomotori elettrici ed anche la circolazione ferroviaria subì una trasformazione radicale riguardo alla segnaletica, i consensi, la manovra dei deviatoi, le cabine ed altri enti di piazzale; il necessario adattamento del sistema alle nuove esigenze, per garantire un servizio più efficiente e sostenibile, in piena sicurezza.

Sono nato a Poggio Imperiale il 19 aprile del 1945, contestualmente alla fine della seconda guerra mondiale – a ridosso di quel 25 aprile del quale oggi (25 aprile 2026) ricorre l’81° anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo – nel pieno dello scintillante XX secolo, detto pure Novecento ed anche il secolo breve, che è stato un periodo storico senza precedenti, caratterizzato da una serie di eventi (a parte le due Guerre Mondiali) e trasformazioni radicali, in termini politici, culturali, sociali e tecnologici, che hanno letteralmente plasmato il mondo, lasciando un’impronta indelebile sulla società odierna, ridefinendo i concetti di tempo, spazio e comunicazione.

Lorenzo Bove nella vecchia stazione di Poggio Imperiale
a 18 anni, nel 1963
Foto by Lorenzo Bove

E mi rivedo giovanissimo studentello di scuola Media e poi studente delle Superiori, che di prima mattina (la ‘corriera’ proveniente da Lesina e diretta alla stazione partiva alle 6 e 20 dalla piazza di Poggio Imperiale e il treno per San Severo alle ore 7 e 10) soggiornava, insieme ai suoi coetanei e agli altri viaggiatori, per almeno una mezz’oretta, in quell’isola sperduta che tuttavia nell’occasione diventava un mondo variegato fatto di incontri, saluti e abbracci, scambio di opinioni, battute spiritose, litigi, approcci amorosi e cose del genere, all’aperto oppure, soprattutto d’inverno (la località era molto ventilata, tant’è che veniva denominata “la stazione dei sette venti”), nella sala di attesa fornita di un paio di panche in legno e di una stufa alimentata a carbone coke (quello delle locomotive a vapore) o a legna (ricavata dalle traversine ferroviarie tolte d’opera), che sprigionava fumo e odori poco gradevoli, ragione per cui la permanenza al suo interno era limitata al tempo strettamente necessario per darsi una scaldatina.

Diverse sono state le generazioni che sono passate da quella stazione per i motivi più disparati, e penso che in ciascuno dei suoi frequentatori (me compreso) sia rimasto un piccolo e incancellabile ricordo, impresso magari inconsciamente in qualche cassetto della memoria, ma che immancabilmente ritorna alla mente in particolari momenti della nostra vita, quando meno te l’aspetti!

Da sinistra: Lorenzo Bove, Fernando Chiaromonte, Vittorio Nista, Franco Sampietro, Alfonso Chiaromonte,  in viaggio nella Littorina da Poggio Imperiale a San Severo nell’anno 1963
Foto by Lorenzo Bove

La metafora della stazione ferroviaria, in genere, è un simbolo potente che rappresenta la vita e le sue scelte. Ogni partenza e arrivo simboleggia un momento significativo, mentre le scelte che facciamo influenzano il nostro percorso. La stazione ferroviaria, come un’immagine semplice ma energica, ci invita a riflettere sul valore delle scelte e delle persone che incontriamo lungo il nostro viaggio.


Prima pagina de “Il Giorno”
del 22 aprile 2026

Prendo in prestito il “messaggio” pubblicato in prima pagina del quotidiano “Il Giorno” del 22 aprile 2026, in occasione della “Giornata della Terra 2026”:

Ogni luogo

merita di essere

destinazione

e non ricordo

Un’occasione per pensare a un futuro più attento

alle esigenze del mondo che ci ospita

per rilevare che se è vero che la destinazione è importante per tutti noi, e quindi da preservare e curare, la stazione risulta essere l’allegoria della partenza, e cioè l’inizio del percorso/viaggio per poterla raggiungere ed anche – di converso – del suo arrivo (a destinazione).

E, dunque, non può esistere destinazione senza una stazione, di partenza e di arrivo o, magari, solo di transito!

L’attivazione della vecchia stazione di Poggio Imperiale risale alla metà del 1800 e la linea ferroviaria Adriatica rappresentò una tappa importante dell’unificazione d’Italia in generale e della Capitanata in particolare con il resto del territorio italiano.

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Vecchia stazione
di Poggio Imperiale
Sopra: linea non elettrificata
Sotto: linea elettrificata
Foto di repertorio da Internet
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Il “Lecce – Milano”

Nella stazione di Poggio Imperiale normalmente fermavano solo treni viaggiatori locali e treni merci, e a proposito di questi ultimi, un notevole sviluppo di traffico era connesso all’esistente raccordo ferroviario con le vicine cave di pietra, ed il piazzale di stazione era ben attrezzato in tal senso. Inoltre, frequente era anche l’attività di carico e scarico delle mandrie di pecore provenienti in appositi carri ferroviari dal Molise e dall’Abruzzo – e viceversa – nei periodi di transumanza, con l’ausilio di apposite pedane  in legno e carrelli metallici (in origine la transumanza delle pecore veniva fatta a piedi attraverso i tratturi).

Ma la stazione di Poggio Imperiale, in particolare, godeva dell’esclusivo privilegio di avere la fermata del treno diretto Lecce-Milano la mattina, verso le sette, e del corrispondente Milano-Lecce, la sera verso le 19,00. E questo evitava ai passeggeri locali di doversi recare preventivamente a San Severo (sud) oppure a Termoli (nord), con fastidiosi cambi di treni: salire a Poggio Imperiale e scendere direttamente a Milano, con tutti bagagli, non era cosa da sottovalutare per l’epoca.

Da Poggio Imperiale a Milano si impiegavano dodici interminabili ore, comunque sempre meno del tempo impiegato dai viaggiatori provenienti da Lecce, che erano in viaggio già dalla sera precedente e che di ore ne impiegavano 24.

L’odissea del treno Lecce-Milano è una narrazione complessa che attraversa la storia d’Italia, rappresentando un collegamento fondamentale tra il profondo Sud e il Nord industriale, spesso caratterizzato da lunghi viaggi, cambiamenti tecnologici ed anche da notevoli disagi operativi. Storicamente, il treno tra Lecce e Milano è stato il simbolo di lunghe traversate per intere generazioni, collegando la Puglia alla Lombardia in un viaggio che aveva una durata estenuante.

Storicamente noto come treno degli emigranti, il Lecce-Milano (e i relativi convogli verso Torino/Svizzera/altro) ha unito il Sud al Nord Italia attraverso storie, sacrifici, con ‘arrembaggi’ per accaparrarsi un posto a sedere e … tanti viaggiatori sdraiati di notte, alla meno peggio, anche per terra nei corridoi.

Convogli che partivano la sera e arrivavano a Milano (con vetture dirette) e nelle altre città industriali (previo sgancio e riaggancio delle vetture ad altri convogli), la sera del giorno successivo e a volte anche oltre.

La cinematografia ha esplorato le esperienze degli emigranti italiani, in particolare quelli che partivano dalla Puglia verso Milano e Torino, rievocando le partenze da Lecce, dove il viaggio era una prova di resistenza, talvolta con carrozze “centoporte”. Film come “Emigranti Espréss” di Mario Perrotta, che narra le storie di emigranti e documentari come “Fata Morgana” di Lino del Fra, il treno degli emigranti che dalle regioni del sud dell’Italia si spostano al nord per cercare un lavoro, offrono una visione complessiva delle esperienze migratorie. Ed anche il film “Cafè Express” di Nanni Loy, con Nino Manfredi (anche se il treno percorre linea Tirrenica), è in un certo qual modo significativo in proposito.

Queste opere (perché tali sono da definire) non solo raccontano il calvario, il via crucis degli emigranti, ma anche la loro resilienza e la loro speranza per un futuro migliore.

Oltre che nel cinema anche nella letteratura si rinvengono interessanti riferimenti, come nel libro “Il treno da Lecce a Milano” di Roberto Vitale; un racconto che offre un viaggio attraverso l’Italia, tra stazioni e paesaggi, intrecciando una storia d’amore che si sviluppa tra telefonate interrotte, portieri d’albergo e treni persi, creando un’atmosfera di nostalgia e avventura.

Solitamente la composizione del treno Lecce – Milano poteva includere vetture postali, cuccette e carrozze di prima e seconda classe (un tempo c’era anche la III classe), e la storia è segnata da lunghe attese e convogli pieni, rievocando – come già detto – l’emigrazione verso il nord Italia e l’Europa; disagi che talvolta trasformavano, appunto, il viaggio in una vera e propria odissea.

Solitamente la composizione del treno Lecce – Milano poteva includere vetture postali, cuccette e carrozze di prima e seconda classe (un tempo c’era anche la III classe), e la storia è segnata da lunghe attese e convogli pieni, rievocando – come già detto – l’emigrazione verso il nord Italia e l’Europa; disagi che talvolta trasformavano, appunto, il viaggio in una vera e propria odissea.

Sullo sfondo, la vecchia stazione ferroviaria di Poggio Imperiale (Foggia).
In primo piano, un treno partito da Poggio Imperiale in direzione nord Italia.
Nella foto la linea ferroviaria risulta già elettrificata ed il treno è trainato 
 da un locomotore elettrico E.645
in circolazione dal 1958
Foto tratta da Facebook
“Conosci Poggio Imperiale”

Oggi il tragitto Lecce-Milano Centrale è coperto anche dai treni “Frecciarossa” in circa 8 ore e mezza (che si riducono a cinque sulla tratta Termoli-Milano, di interesse dei Tarnuìse (gli abitanti di Poggio Imperiale), simbolo dell’alta velocità che ha virtualmente accorciato le distanze.

L’epopea della “Valigia delle Indie”

Ma vi è di più: i binari della vecchia stazione di Poggio Imperiale hanno avuto anche, ai primordi della sua esistenza, un altro (e poco noto) privilegio: quello di accogliere il passaggio di un treno da favola, conosciuto come “La valigia delle Indie”, il celebre convoglio internazionale che collegava Londra a Bombay (oggi Mumbai) e Calcutta tra il 1870 e il 1914. Il tratto ferroviario italiano, che dal confine francese proseguiva per Torino e, via Bologna, portava a Brindisi (transitando quindi da Poggio Imperiale), era una parte importante dell’intero viaggio: complessivamente, tra il percorso in treno e quello via mare con il piroscafo, durava circa 22 giorni. 

In origine si trattava proprio di una “valigia/baule” che veniva spedita ogni settimana ed era composta da più di cento cassette, contenenti ognuna intorno a 1.800 lettere o 220 giornali, che divennero oltre trecento quando, a partire dal 1858, una volta al mese era inclusa anche la posta diretta in Cina e Australia, mettendo così in contatto la Gran Bretagna con le Indie, la Cina e l’Australia, facenti parte del vastissimo impero coloniale inglese.

Il convoglio, spesso chiamato anche Peninsular Express, era un treno di lusso gestito dalla stessa compagnia dell’Orient Express (CIWL), dotato di carrozze letto, vettura ristorante e bagagliai specifici per la posta imperiale britannica. 

Non aveva fermata a Poggio Imperiale, ma immancabilmente vi è transitato per ben 40 lunghi anni.

E, considerata l’epoca, con scambi manovrati a mano, linea a semplice binario con necessità di gestire quindi incroci e precedenze, circolazione ferroviaria regolata attraverso l’interscambio di informazioni telegrafiche (codice Morse) … chissà se il favoloso treno si è mai trovato nella necessità di effettuare qualche fermata di servizio purenella stazione di Poggio Imperiale: non c’è da scommetterci ma neanche da escluderlo.

Il rango e l’autorevolezza dei dignitari e dei facoltosi passeggeri diretti in India e viceversa in Gran Bretagna, che potrebbero essersi soffermati solamente ad osservare il paesaggio di Poggio Imperiale, o il fatto che potrebbero aver scambiato qualche parola con il personale ferroviario o viaggiatori del posto presenti in stazione, sebbene come semplice e remota ipotesi, offre lo spunto per perdersi solo per un attimo in fantasiose divagazioni sul tema, che non guastano mai. Chissà!

Non sapremo mai dei segreti, delle tresche o degli eventuali intrighi dei diplomatici che hanno preso posto e viaggiato in quelle vetture letto o che hanno consumato i loro pasti seduti ai tavoli della carrozza ristorante, serviti impeccabilmente dal personale di bordo, né delle loro consorti, dame di compagnia, dei loro figli e di quant’altro potrebbe essere accaduto nel corso dei loro viaggi in quegli anni, durante il transito del treno dalla stazione di Poggio Imperiale.

Ma forse la scrittrice e drammaturga britannica Agatha (Mary Clarissa) Christie, celebre come “regina del giallo” per oltre 60 romanzi, più di 150 racconti e 18 opere teatrali tradotti in più di 100 lingue, con vendite superiori ai due miliardi di copie, vissuta in quel periodo (1890 – 1976), potrebbe aver recepito al riguardo spunti interessanti o magari semplicemente pettegolezzi che, opportunamente rielaborati, potrebbero essere stati poi riportati in qualche suo romanzo, tipo “Assassinio sull’Orient Express”, in un immaginario turbinìo di servizi segreti, intelligence, 007 in missioni speciali o spie come la celebre Mata Hari (1876 – 1917), pseudonimo di Margaretha Geetruida Zelle, agente segreta olandese, condannata infine alla pena capitale per la sua attività di spionaggio durante la prima guerra mondiale.

E mi tornano alla mente pure le scene tragicomiche del film “Destinazione Piovarolo”, l’immaginaria e sperduta stazione nella quale era prevista la fermata di un solo treno al giorno, dove Totò capostazione si vede costretto, suo malgrado, a causa di una presunta frana della montagna adiacente alla stazione, a fermare nella notte (utilizzando gli appositi petardi posati sui binari) un treno rapido, sul quale viaggiava nientemeno che il ministro delle comunicazioni.

Orbene, la cosiddetta“Valigia delle Indie” (in inglese: Indian Mail Route) era dunque un percorso internazionale che collegava Londra a Bombay nel periodo 1870 – 1914. Attivo sia per lo scambio della posta sia per viaggiatori, metteva in contatto la Gran Bretagna all’India: in treno sulla tratta Londra – Dover (in Gran Bretagna), via mare da Dover (Gran Bretagna) a Calais (Francia), in treno sulle tratte francesi e italiane fino a Brindisi e ancora via mare con il piroscafo da Brindisi a Bombay, attraverso l’Egitto (Port Said, canale di Suez e Mar Rosso), ed infine di nuovo in treno in India da Bombay a Calcutta, dove prendeva il nome di Imperial Indian Mail.

Locomotiva a vapore serie 180bis
della Rete ferroviaria Adriatica utilizzata nel tratto italiano
Foto di repertorio da Internet

Inizialmente, per raggiungere le sue colonie indiane via mare, la Gran Bretagna doveva far percorrere alle proprie navi il periplo dell’Africa doppiando il Capo di Buona Speranza con un viaggio che durava cento giorni. Questo collegamento, già noto come la “Valigia delle Indie”, era in principio principalmente un servizio postale. Nel 1829 le cose cambiarono allorché Thomas Fletcher Waghorn, un ex ufficiale della Royal Navy, propose di passare attraverso l’Egitto ed il Mar Rosso; in tal modo per raggiungere Bombay il viaggio si sarebbe ridotto a 60 giorni.

Poiché il canale di Suez è stato aperto solo nel 1869, questo nuovo percorso prevedeva che le navi provenienti dall’India giungessero a Suez, dove merci e passeggeri trasbordavano e quindi a dorso di cammello pervenivano ad Alessandria d’Egitto, attraverso il deserto. Qui i piroscafi della “Peninsular and Oriental” (P&O) salpavano dirigendosi verso lo stretto di Gibilterra e, attraversatolo, costeggiando la penisola iberica fino allo stretto della Manica, raggiungevano Dover e si era finalmente in patria.

Dal 1839 avvenne un’ulteriore modifica del percorso: il collegamento navale fu limitato da Alessandria al porto di Marsiglia e da qui, via terra, merci e passeggeri giungevano a Boulogne. Non restava che traversare la Manica per essere in Gran Bretagna.

Era stato poi l’avvio dei lavori per lo scavo del canale di Suez a far pensare all’utilizzo del porto di Brindisi, ritenuto interessante per la sua posizione geografica, per l’imbarco della “Valigia delle Indie”. Inizialmente, nel 1862, si prevedeva di far arrivare il treno sino ad Ancona, da dove, via mare, la Valigia avrebbe proseguito sino a Brindisi e da qui, ancora via mare, ad Alessandria d’Egitto. Si scelse poi di utilizzare il treno sino allo scalo pugliese, per diminuire i tempi di percorrenza. Infatti le tratte via mare richiedevano più tempo e facendo proseguire il convoglio fino Brindisi, situata all’estremità meridionale della Penisola Italiana, si poteva effettuare un percorso in treno più lungo rispetto a qualsiasi altra soluzione, prima dell’imbarco per l’Egitto, ma senz’altro più veloce. Nella città pugliese furono avviati una serie di lavori per migliorare la viabilità interna, furono aperti alberghi e realizzate nuove strutture portuali. Il convoglio che partiva da Londra sarebbe giunto a Brindisi in 44 ore e a Bombay in 22 giorni, contro i 25 giorni necessari con la partenza da Marsiglia. La linea ferroviario-marittima sarebbe stata gestita dalla più grande compagnia di navigazione europea del XIX secolo: l’Oriental Steam Navigation Company.

Il primo viaggio ufficiale della “Valigia delle Indie” avvenne il 25 ottobre 1870: era il primo piroscafo della società inglese Peninsular and Oriental Steam Navigation Company (“P&O”) a partire dal porto di Brindisi per Alessandria, da dove la ferrovia portava passeggeri e merci sino a Suez e qui venivano imbarcati su un’altra nave diretta in India. E, dal 5 gennaio 1872 la “Valigia delle Indie” transitò per la prima volta dall’appena inaugurato ‘Traforo ferroviario del Frejus’.

Tuttavia, nel prosieguo del tempo, per adeguare il porto di Brindisi al nuovo e più intenso traffico sopravvenuto, la società inglese chiese all’Italia di attrezzarlo con nuove strutture e banchine, ma il governo italiano ritenne di non dare seguito a queste richieste, così la società inglese ripiegò sul porto francese di Marsiglia, che pian piano riconquistò i piroscafi della P&O sino al definitivo abbandono del porto pugliese avvenuto nel 1914. Così dopo 40 anni, il collegamento della “Valigia delle Indie” da Brindisi venne definitivamente soppresso.

Sembra tuttavia che l’abbandono dello scalo di Brindisi fosse dovuto anche (o soprattutto) a motivi di ordine politico-militare. Infatti a quel tempo spiravano già venti di guerra [Prima Guerra Mondiale] e l’Italia aveva da tempo aderito alla Triplice Alleanza (Germania, Austria-Ungheria e Italia), stringendo un patto con le nazioni ora potenzialmente nemiche della Gran Bretagna e della Francia. La circolazione di un treno importante sul quale viaggiavano la corrispondenza e i valori provenienti di massima da queste due nazioni ingenerava evidenti timori.

Se l’Indian Mail era il viaggio che portava gli inglesi fino a Bombay e alle lontane colonie indiane, il Peninsular-Express era il leggendario convoglio che univa per ferrovia Londra con Brindisi. Il collegamento settimanale partiva da Londra il venerdì alle 21 e toccava Calais e Parigi. Inizialmente e fino al 1871 un treno apposito valicava da Saint-Jean-de-Maurienne a Susa il Colle del Moncenisio, con un dislivello di 1588 metri attraverso una ferrovia a cremagliera Sistema Fell, mentre dal 1871 transitava invece da Modane, attraverso il nuovo Traforo del Frejus, arrivando in territorio italiano nel pomeriggio del sabato successivo.

Cartello esplicativo sulla costa dei trabocchi (Abruzzo),  che ricorda il passaggio della Valigia delle Indie sulla ferrovia Adriatica
Foto ri repertorio da Internet

Qui era pronta una locomotiva della ex Rete Adriatica (italiana) per proseguire il viaggio verso Torino, Piacenza, Bologna, Ancona, Castellamare Adriatico (oggi Pescara), Foggia, Bari e il Porto di Brindisi, dove arrivava puntuale alle 18 della domenica dopo 45 ore esatte di viaggio.

A Brindisi, i passeggeri e la posta venivano imbarcati sui piroscafi della Peninsular and Oriental Steam Navigation Company (P&O) diretti in Egitto e poi in India attraverso il canale di Suez.

Il convoglio vero e proprio era composto da due bagagliai, una carrozza ristorante, e due vetture letti della Compagnie Internationale des Wagons-Lits (CIWL).

Le cinque carrozze a carrelli che lo componevano rispondevano all’esigenza principale del treno che era la velocità affidata ad una locomotiva a vapore capace di raggiungere la notevole velocità per quei tempi di 100 km/h e mantenere medie elevate per lunghi tratti.

La “Valigia delle Indie” (Indian Mail) non effettuava una fermata regolare presso la stazione di Poggio Imperiale, ma il suo transito è strettamente legato alla storia di questa tratta ferroviaria e a un evento inaugurale del 1863 che coinvolse il Re d’Italia Vittorio Emanuele II. 

Al riguardo, si può ragionevolmente ritenere che la realizzazione della linea ferroviaria Adriatica, o quanto meno la sua accelerazione, abbia molto a che vedere con l’esigenza di creare le condizioni per il transito del treno in questione, peraltro sollecitata proprio dalle Autorità e dalla Corona d’Inghilterra.

Risulta infatti che, subito dopo la proclamazione del Regno d’Italia e la costruzione delle prime ferrovie, il governo italiano aveva cercato di dimostrare che il tragitto ferroviario dalla frontiera francese ad Ancona, e di lì via mare a Suez, fosse la via più conveniente che la Valigia potesse percorrere.

Il cambio di tragitto si realizzo però solo qualche anno dopo, quando entrò in funzione la ferrovia Ancona-Brindisi (inaugurata nel 1865) e il porto di Brindisi divenne utilizzabile dalla grande navigazione. Il governo britannico inviò in Italia il capitano Tyler, che in un dettagliato rapporto confermò che la via di Brindisi non solo era più breve di quella di Marsiglia, ma abbreviava la corsa marittima ed aumentava il viaggio per ferrovia (da 1.337 a 2.385 km), offrendo minori eventualità di ritardi e maggiore risparmio di tempo. 

Tyler concludeva la sua relazione affermando che la via d’Italia diveniva di tutta convenienza per la Valigia delle Indie, e poteva adottarsi fin dal giugno 1868, quando, aperta sul Moncenisio la ferrovia Fell, l’intero viaggio fra Londra ed Alessandria d’Egitto si sarebbe potuto compiere in 150 ore, contro le 190 della via di Marsiglia.

Ed ecco, qui di seguito, alcuni dettagli che riguardano, nell’ambito della realizzazione della linea ferroviaria Adriatica, specificamente la stazione di Poggio Imperiale:

  • naugurazione della tratta: nel settembre 1863, il Treno Reale (con a bordo il Re Vittorio Emanuele II) inaugurò la nuova tratta Ortona-Poggio Imperiale della linea ferroviaria ferrovia Adriatica;
  • La fermata dello “Zero”: Durante l’inaugurazione, il convoglio si fermò in una località vicina alla (originaria) stazione di Poggio Imperiale denominata lo “Zero”, così chiamata per il segnale a disco con un cerchio tracciato al lato del binario (che stava a significare il punto preciso del termine della tratta Ortona-Poggio Imperiale);
  • Ruolo strategico: Sebbene la “Valigia delle Indie” fermasse principalmente in grandi snodi, la tratta Ortona-Poggio Imperiale fu fondamentale per permettere al convoglio internazionale di percorrere l’intera costa adriatica. 

Note:

Gli spunti, i riferimenti e le informazioni relativi alla “Valigia delle Indie” sono tratti e o riportati da vari Siti Internet, tra cui:

https://it.Wikipedia.org Valigia delle Indie

https://www.brindisiweb.it La Valigia delle Indie

https://www.posteesocietà.it La Valigia delle Indie – Storia postale italiana

Rassegna fotografica della “Valigia delle Indie”

(Foto di repertorio internazionale da Internet)

 

Manifesto con il percorso completo Londra-Brindisi-Bombay de “La valigia delle Indie”
il cui tratto ferroviario era denominato “Peninsular Express”


Treno rapido Calais-Brindisi della “Valigia delle Indie”

Vettura ristorante della CIWL in servizio sul “Peninsular Express”

ALa “Valigia delle Indie” nella stazione di Pescara
(all’epoca denominata
Castellammare Adriatico


Passeggeri della “Valigia delle Indie” durante il trasbordo a Brindisi

Raddoppio della linea ferroviaria, la dismissione dell’originaria stazione e la nuova Fermata di Poggio Imperiale

L’originaria stazione di Poggio Imperiale è stata dismessa nel 2003, contestualmente all’attivazione del raddoppio della linea ferroviaria, che ha comportato una variante del tracciato della tratta Ripalta – San Severo, con la realizzazione della nuova “Fermata di Poggio Imperiale” in altro sito del territorio.

La tratta effettivamente dismessa si estende per circa 18,6 km, iniziando circa 4 km dopo la stazione, oggi chiusa, di Ripalta e terminando 7,693 km prima di S. Severo.

La vecchia stazione di Poggio Imperiale dismessa, Foto di repertorio da Internet

La nuova stazione di Poggio Imperiale è una “Fermata ferroviaria” posta sulla nuova linea Adriatica, che serve prevalentemente il centro abitato di Poggio Imperiale, distante circa 3 km.

Fermano esclusivamente treni regionali e bus sostitutivi di Trenitalia con direzione Foggia (sud) e Termoli (nord), nelle cui stazioni ferroviarie è possibile trovare le necessarie coincidenze, anche con treni ad alta velocità, per tutte le destinazioni italiane ed estere.

La nuova Fermata ferroviaria di Poggio Imperiale, Foto di repertorio da Internet

27
Ott

Halloween 2025

Halloween 2025 di Lorenzo Bove

Tra qualche giorno ritorna, come avviene ormai da qualche anno anche in Italia, la festa di Halloween, che coinvolge soprattutto i più giovani, ma non solo loro, in una baraonda di iniziative di vario genere tra “scherzetti o dolcetti”,“travestimenti macabri”,“cene a tema” e quant’altro di più lugubre possibile, tra il serio e il faceto.

Halloween 2025 si festeggerà venerdì 31 ottobre, vigilia di Ognissanti (il 1° novembre) e a ridosso della Commemorazione dei Defunti del 2 novembre.

La ricorrenza dei morti è un momento dell’anno molto suggestivo nella tradizione italiana; ma lo era anche in passato, a seconda delle tradizioni locali, nel pieno rispetto di disciplinari canonici non scritti, seguiti pedissequamente dalle varie popolazioni.

A Poggio Imperiale (in origineTarranòve), era la notte dei regali: i morti si recavano nottetempo (un po’ come la Befana) nelle case dei parenti e riempivano le calze, appese dai bambini con la complicità dei loro genitori, di melecotogne, melograni, castagne, mandorle, noci, fichi secchi, ecc., od anche di carbone per quelli monelli.

La notte si lasciava la tavola apparecchiata con delle pietanze per i defunti, che sarebbero passati di lì nel corso della famosa processione collettiva di tutti i morti del paese, nel cuore della notte, partendo dal Cimitero fino alla Chiesa di san Placido Martire e ritorno al Cimitero, dopo aver fatto il giro della piazza Imperiale. E tutti a letto, sotto le coperte, poiché non era assolutamente permesso ai vivi di prendervi parte, o anche solamente cercare di guardare dal buco della serratura o di origliare: gli eventuali trasgressori sarebbero morti all’istante.

E, di giorno, i bambini, trascinandosi sulle spalle lunghi calzettoni, facevano il giro dei parenti per la questua di regali (gli stessi di quelli sopra menzionati), intonando una tipica filastrocca locale, che faceva così:

Cecijotte cecijotte a l’aneme d’i morte

Cecijotte cecijuttèlle a l’aneme d’i murtecèlle

Lacrime lacrime per l’anima dei morti

Lacrime lacrimucce per l’anima dei morticini

E, tra le varie tradizioni del territorio, si rinviene il cosiddetto “grano dei morti”, una pietanza (oggi diremmo: un dessert) che veniva preparato per l’occasione, e del quale ho ampiamente parlato in un mio articolo pubblicato il 27 ottobre del 2009 su questo mio stesso Sito/Blog www.paginedipoggio.com, che riporto qui di seguito, per chi volesse approfondire l’argomento.

Il “grano dei morti”

Le tonde zucche arancioni e i primi freddi autunnali annunciano la prossima festa di “Halloween” che da qualche tempo sta prendendo piede anche nel nostro paese.

Una zucca di Halloween
Foto by Lorenzo Bove

Negli Stati Uniti d’America è in uso mettere in giardino, la sera del 31 ottobre, sulla finestra o davanti alla porta di ingresso, grandi zucche arancioni svuotate della polpa in cui sono intagliati occhi accigliati, nasi satanici e bocche senza denti nel cui interno vengono infilate grosse candele accese.

La luce delle candele, penetrando dalle cavita’, crea effetti singolari e sinistri e questa sorta di “teschi” che originariamente avrebbero dovuto allontanare le occulte presenze, oggi acquistano un valore di “festoso” invito.

“Halloween” diventa quasi una gara tra chi possiede piu’ zucche e tra chi riesce a creare le facce piu’ originali, terribili e spiritose.

I giovani, travestiti da fantasmi, scheletri e streghe, si riuniscono in gruppi girando di casa in casa mimando il ritorno dei defunti e ripetendo “Trick or Treat”, che significa “Inganno o Offerta”; “Scherzo o Dolce”.

Pure da noi è ormai un classico, tra bambini, ragazzi e giovani, ripetere il motto: “Scherzetto o Dolcetto?”, “omologandosi” di fatto ai loro coetanei statunitensi.

E, questo, pare che si registri non solo in Italia, ma via via in ogni parte del mondo!

Le nuove usanze vanno così a sostituire le vecchie e consuete tradizioni che, in ogni paese, caratterizzavano un tempo la “festività dei morti”.

Nella tradizione “foggiana”, ad esempio, il “grano” faceva parte delle celebrazioni rituali “dei morti”.

Si usava mangiarlo in novembre in suffragio dei morti e rappresentava uno dei cibi rituali che scandivano il tempo della festa e del lavoro nella civiltà contadina.

E tale tradizione continua ancora oggi.

Una ciotola di “grano dei morti”
Foto by Lorenzo Bove

Il grano viene cotto ed amalgamato al mosto cotto, arricchito con chicchi di melograno e cioccolato fondente spezzettato, e quindi servito in ciotole individuali per essere gustato a fine pasto come dolce al cucchiaio, in abbinamento a un vino da dessert.

La tradizione del “grano dei morti” è presente, oltre che in Puglia, anche in altre regioni meridionali come la Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia.

E sono tante le varietà degli ingredienti che in ogni località vengono aggiunti al grano cotto; si va dalla cannella alle noci o mandorle sgusciate, zucchero, cedro candito, uva passa ed altro.

E’ una specialità che si tramanda da generazioni nel “foggiano” per la ricorrenza dei morti.

Ingredienti per la preparazione
del “grano dei morti” nel foggiano

Foto by Lorenzo Bove

 Nell’area salentina questo dolce è detto “colva” o “coliba”, termine preso in prestito dal bizantino “kolba” che, a sua volta, deriva dal greco “koliva”; in altre parti della Puglia e’ conosciuto col termine dialettale di “cicc cuott”.

Nell’antica Grecia gli ingredienti di questo particolare dolce, grano e melograno combinati insieme, erano offerti a Demetra, dea dell’agricoltura e alla figlia Kore che, rapita da Fiutone, nell’Ade aveva assaporato i chicchi rossi.

Ancora oggi, in qualche parte della Grecia, fino a quaranta giorni dopo un decesso, si consuma grano cotto sulla tomba del defunto.

A partire dal neolitico, in area egea, il culto dei morti appare in tutta evidenza collegato con i riti stagionali della fertilità, e del ciclo del grano in particolare, nei quali il rifiorire della vita in primavera era messo in relazione con la resurrezione dalla tomba.

La dimensione magico-religiosa che accompagnava il lavoro agricolo era parte di un più complesso universo mitico-rituale.

Con le feste della “mietitura” si conclude il ciclo della spiga. Un ciclo che ha avuto inizio 7/8 mesi prima, al momento della semina, quando i chicchi sono stati introdotti nel seno della terra e affidati alle sue forze sotterranee.

La spiga, dal momento in cui si è alzata e irrobustita sullo stelo (aprile-maggio), si è tratta fuori dall’influenza delle potenze sotterranee. Anche esse però vanno ringraziate per quanto hanno fatto.

Se infatti la Commemorazione dei defunti apre il mese di novembre e la semina, i riti della rinascita primaverile, del periodo marzo-aprile, sono le ultime feste dei morti. In esse si saluta la vita nuova mentre si esprime gratitudine alle entità che hanno sostenuto il processo generativo.

Questo passaggio è nel Cristianesimo riassunto ed esplicitato dalla stessa vicenda del Cristo.

Il Risorto, non a caso, reca in mano un mazzo di spighe: egli è il Signore delle spighe.

La Settimana Santa è pertanto il luogo e il tempo del ritorno e del passaggio; è l’ultima festa della Terra e dei Morti.

La semina è dunque indissolubilmente correlata al culto delle divinità sotterranee e dei morti.

La coltivazione del grano risale a 5000 anni fa e sin dall’antichità ha rappresentato un alimento principale, semplice e nutriente.

Il grano è un cereale che si distingue in “grano duro” a frattura vitrea idoneo per la trasformazione in semola e pasta e “grano tenero” a frattura farinosa per la farina, per farne pane e dolci.

Tra prodotti tipici pugliesi più famosi figura il pane di Altamura, l’unico pane in Italia in grado di fregiarsi del marchio DOP.

Dal grano duro coltivato in Puglia non si produce solo pane, ma anche pasta fresca, come le orecchiette, il cui formato si erge a simbolo della Regione nel mondo intero.

N.d.A.: Il “grano dei morti” riportato nelle foto sopra riportate è stato preparato da Elvira Antonietta Palmieri, secondo la ricetta tradizionale della cognata (foggiana di residenza) Giovanna Bove.

Halloween 2025
Foto di repertorio da Internet
12
Set

“Il Gargano tra storia e leggenda – Un viaggio affascinante tra masserie, grotte e torri costiere” di Alfonso Chiaromonte

Un articolo di Lorenzo Bove

La sera dello scorso 2 agosto 2025, alle ore 20,30, si è tenuta a Poggio Imperiale, nella piazzetta San Pio X, adiacente alla Chiesa Parrocchiale, la presentazione dell’interessante libro di Alfonso Chiaromonte dal titolo “Il Gargano tra storia e leggenda – Un viaggio affascinante tra masserie, grotte e torri costiere”, Edizioni del Poggio, maggio 2025.

In verità sono tre gli ultimi libri scritti dall’amico Alfonso, fra i tanti che l’autore ha finora pubblicato a partire dal 1997 e fino a tutto il 2025.

Ed eccoli:

  • “Parole della Terra – Viaggio nei Dialetti d’Italia”, Edizioni del Poggio, novembre 2024;
  • “Lo specchio dell’anima”, Edizioni del Poggio, dicembre 2024;
  • “Il Gargano tra storia e leggende – Un viaggio affascinante tra masserie, grotte e torri costiere”, Edizioni del Poggio, maggio 2025.

Il primo e il terzo di quest’ultima terna di libri sono due interessanti lavori che integrano ed accrescono la conoscenza delle materie di studio e di analisi dell’autore medesimo, corroborando [1], in qualche modo, il suo stile per quanto attiene la narrazione – in prosa – della storia del territorio e più in particolare del suo paese di origine, Poggio Imperiale, nell’Alto Tavoliere, in terra di Capitanata, alle porte del Gargano, nonché la riscoperta delle tradizioni popolari e la valorizzazione del dialetto, che rappresentano le radici di un popolo, della nostra gente, la cui conoscenza è conditio sine qua non [2] per la sua crescita e la sua evoluzione.

Il secondo libro, dal titolo “Lo specchio dell’anima”, è invece una raccolta di poesie, con le quali Alfonso Chiaromonte ci svela – in versi – la sua “autobiografia dello spirito”, mettendo a nudo i suoi sentimenti più profondi.

Momenti di gioia infranti da altrettanti momenti di tristezza: la felicità, l’amore, la perdita, il dolore, la mancanza, la rassegnazione, la speranza (che è sempre l’ultima a morire).

Uno spartito denso di note musicali che fanno vibrare le corde dei cuori più sensibili, portando in alto verso il cielo armoniose melodie.

Riporto, qui di seguito ed in ordine cronologico, le “quarte di copertina” di ciascuno dei tre libri:

“Parole della Terra – Viaggio nei Dialetti d’Italia”, Edizioni del Poggio, novembre 2024

“Con questo nuovo saggio desidero aggiungere qualche altro tassello per completare meglio l’argomento sul dialetto e far conoscere nuovi particolari.

Mi preme infatti evidenziare che le singole iniziative paesane alla trascrizione del proprio dialetto sono sempre lodevoli. Esse, però, se effettuate senza un superiore coordinamento, possono portare ad una torre di Babele di scritture che non aiuteranno alla comprensione dei lettori.

È necessario, invece, seguire dei criteri generali di trascrizione che diano una convenzione più adatta per un più ampio riscontro.

Sarebbe bello se si potesse inserire un’ora sola settimanale di insegnamento nelle nostre scuole per recuperare tanta ricchezza che solo il dialetto sa trasmettere.

Studiando un’ora alla settimana questa lingua secondaria, che poi tanto secondaria non è, la si può apprendere perfettamente, malgrado l’alto grado di similitudine con la lingua principale”.

“Lo specchio dell’anima”, Edizioni del Poggio, dicembre 2024

“’Lo specchio dell’anima’ è un viaggio nel proprio vissuto, un’autobiografia dello spirito che genera versi commoventi, indimenticabili, ispirati dai valori che generano affetti familiari, fondamentali, che, come per magia, si ergono a valori universali da vivere in ogni istante del percorso terreno con la gioia dell’amore.

Per il poeta la famiglia è il pilastro su cui costruire un mondo migliore, più umano, e ‘Lo specchio dell’anima’ è un’esaltazione dell’amore, della famiglia, della solidarietà, cardini di una vita che si sviluppa anche in assenza di alcuni protagonisti partiti per un viaggio senza ritorno, ma pur sempre presenti nella mente e nel cuore dei propri cari”.

“Il Gargano tra storia e leggenda – Un viaggio affascinante tra masserie, grotte e torri costiere”, Edizioni del Poggio, maggio 2025

“Già prima dell’anno Mille, il Gargano è stato per secoli un territorio conteso dalle maggiori potenze.

La ricchezza di vegetazione, fauna e dei pascoli nell’economia della pastorizia, la sua posizione strategica nella navigazione dell’Adriatico ne hanno segnato le vicende, come i nomi delle contrade ancora ricordano. I tratturi tra le terre del nord della Puglia e il resto d’Italia hanno portato a mescolarsi genti diverse, lasciandoci tesori di tradizioni vitali, monumenti dimenticati, oggi spariti tra laghi, foreste e corsi d’acqua.

In questo libro vengono raccontate le vicende che hanno portato a costruire fortificazioni, chiese e monasteri tra coste e alture, modellando una terra in cui le popolazioni hanno combattuto, sofferto e vissuto contro le avversità naturali e quelle umane”.

_______________

[1] Corroborare: v. tr. [dal lat. corroborare, der. di robur – bŏris «rovere; forza»]. Dare forza, vigore, fortificare, rinvigorire; rendere più valido o credibile o attendibile, avvalorare;  riacquistare forza, vigore. [da Treccani on line]

[2] Conditio sine qua non: Condizione indispensabile al raggiungimento di un accordo o per mandare a effetto un proposito. [da Treccani on line]

Locandina della presentazione
22
Ago

Giovanni Saitto: Spigolature storiche della Capitanata

Giovanni Saitto: Spigolature storiche della Capitanata

di Lorenzo Bove

Una chiacchierata tra buoni amici in un pomeriggio di questa calda stagione nella mia casa di Poggio Imperiale, nel corso del mio consueto periodo di vacanze estive, sorseggiando un fresco “spritz” casalingo, che è poi l’unico cocktail che sono in grado di preparare decentemente e che solitamente offro agli amici.

Avevo chiamato al telefono Gianni, al secolo Giovanni Saitto, per salutarlo e dirgli che avevo un omaggio per lui: “U scijore de prezzecocche” e “E fu così che … ? … L’inestricabile ‘Giallo’ de Tarranòve”, i miei due ultimi libri autoprodotti in Self Publishing.

E Gianni, quando è venuto a farmi visita, mi ha omaggiato a sua volta di due suoi interessantissimi libri da titolo “Spigolature storiche della Capitanata” del 2021 e “Spigolature storiche della Capitanata Libro II” del 2024.

Giovanni Saitto, consulente finanziario con alle spalle una ventennale esperienza di consulente editoriale della De Agostini,  è autore di numerosi libri di storia locale e, secondo quanto ci dice di lui il giornalista e scrittore Giucar Marcone nella Prefazione del Libro II, “non [è] un semplice narratore degli eventi e delle tradizioni di questo territorio, ma una miniera di memorie, un’enciclopedia vivente depositaria del patrimonio storico-culturale-civile di eventi e personaggi che hanno segnato il cammino delle nostre genti”.

Ho letto con interesse entrambi i libri, sdraiato al mare sul lettino sotto l’ombrellone, e devo dire che il loro contenuto mi ha fatto scoprire, vedere e toccare con mano fatti, vicende ed eventi che non conoscevo o dei quali possedevo solamente scarne informazioni.

Dell’amico Gianni apprezzo la sua passione per la ricerca storica e soprattutto la sua caparbietà nel rispetto della verità dei fatti.

Egli si documenta, si confronta, scava negli archivi italiani ed anche stranieri, si reca nei luoghi, analizza, approfondisce e sintetizza; ma più di ogni altra cosa, non manca mai di riportare le citazioni e le fonti dalle quali attinge le informazioni che intende divulgare.

Una mattina, sul presto, di qualche giorno fa ho incontrato Gianni nel locale ufficio anagrafe dove mi ero recato per un certificato: era lì intento a spulciare dati da vecchi e ingialliti registri comunali, continuando imperterrito le sue ricerche.

In questi suoi due libri egli tocca argomenti variegati, ripartiti in dodici distinti blocchi (o schede, come meglio lui le connota), di cui sette nel primo libro e cinque nel secondo, mettendo così in luce uno spaccato delle vicende storiche, di costume e religiose del nostro territorio, la Capitanata, in un arco temporale abbastanza ampio: e lo fa con sagacia, pragmatismo e stile inconfondibile.

Di grande portata, altresì, gli interventi degli autorevoli esperti della cultura che, con la loro competenza, hanno elevato all’ennesima potenza il livello di autenticità della narrazione degli eventi riportati dall’Autore.

Il perché de “Le spigolature storiche della Capitanata”:

Spigolare, raccogliere le spighe di frumento rimaste nel campo dopo la mietitura e, in senso figurato, raccogliere da fonti diverse, andare a cercare qua e là [daTreccani on line].

In Puglia, secondo ISTAT e ISMEA, si coltivano oltre 340.000 ettari a grano duro, dei quali una parte significativa – stimata tra 220.000 e 240.000 ettari – si trova nella provincia di Foggia [Capitanata] in particolare nel Tavoliere delle Puglie, una delle aree più estese e fertili d’Italia [da Internet].

“Spigolature”, quelle di Giovanni Saitto, che ho trovato davvero geniali, come quelle riguardanti le “brigantesse” … drude o manutengole? Meglio … patriote! O quelle che ci parlano di Pomponia, Giorgia e Flavio … nobildonne, domestiche e governatori dell’antica Lesina romana e di Teanum Apulum che sorgeva sulla riva destra del fiume Fortore.

Ma, ognuna di esse – alla stregua delle spighe di grano rimaste incolte e raccolte da “vecchie contadine vestite di stracci, chine” … sulle stoppie assolate, che si trasformavano poi in pane per le loro tavole e dunque in nutrimento corporale – regala al lettore, in termini di conoscenza, altrettanto nutrimento sul piano culturale.

E, tutte assieme, nello specifico, ci riportano indietro nel tempo guidandoci alla scoperta delle nostre radici.

Copertina Libro I

Dalla quarta di copertina Libro I:

“Terra cara a Federico II di Svevia, la Capitanata racchiude nei suoi anfratti le tracce di una storia millenaria. Nota anche con il toponimo di Daunia, coincide con la parte settentrionale della Puglia e comprende il Tavoliere di Puglia, definito il ‘granaio d’Italia’, il Gargano e il Subappennino Dauno. La quotidianità della regione, diversa fra le tre distinzioni: terra, mare e monti, si intreccia e si uniforma nelle tradizioni, negli usi e nelle consuetudini della sua gente e affonda le radici nella vita forgiata dall’antica sapienza contadina, capace di raccontare e rivitalizzare l’impronta identitaria dell’intera comunità dauna. E proprio come una vecchia contadina vestita di stracci, china a raccogliere spighe di frumento rimaste incolte dopo la mietitura, l’Autore di queste ‘Spigolature’ ha cercato e raccolto qua e là, notizie, cronache, aneddoti ed avvenimenti legati alle varie fasi storiche di questa parte dell’Alto Tavoliere. E così leggiamo la controversa questione agiografica legata a San Placido, Patrono di Poggio Imperiale; riviviamo i fasti del monastero di San Giovanni in Piano e dell’abbazia di Santa Agata martire, edifici religiosi abbandonati, ahimè, al loro mesto destino. Inoltre episodi drammatici e dolorosi legati ad eventi sismici o politici, qual è stato il fenomeno reazionario del primo Risorgimento italiano. Ci inoltreremo, poi, in quel di Lesina per conoscere le problematiche sorte fra feudatario e sudditi per il lago e il tombolo. Ultima, ma non ultima, una esauriente resocontazione delle vicende dinastiche della famiglia genovese degli Imperiale, infeudata in territori della Capitanata e del Salento. Un libro assimilabile a un viaggio variegato nella memoria che merita di trovare un posto preminente nelle librerie della gente di Capitanata”.

Copertina Libro II

Dalla quarta di copertina Libro II:

‘Quella pianura vasta di un solo colore, un tempo tutta verde perché tutta pascolo, più tardi tutta gialla perché coltivata a grano, il Tavoliere della Puglia, terra fertile dove qualsiasi coltura risulta possibile’.

“Era il 1957 quando lo scrittore veneto Guido Piovene riportava nel suo ‘Viaggio in Italia’ le impressioni che aveva provato ammirando l’esteso bassopiano foggiano. Una terra eletta alla coltivazione dei grani che, una volta raccolti, accoglieva masse di donne e bambini intenti a spigolare. E proprio come una volta, quando si andava all’avida ricerca delle spighe non affastellate, l’Autore di queste ‘Spigolature’, investigando tra le sinuosità della storia di Capitanata, propone all’attenzione del lettore cinque saggi i cui contenuti descrivono argomenti sì diversi tra loro, ma uniti da un solo filo conduttore: la diffusione della conoscenza del nostro plurisecolare passato. Sfogliando le pagine del libro sarà come entrare in una macchina del tempo e vagare lungo l’arco dei secoli. Durante il percorso rivivremo le memorie dimenticate di tre personaggi della romana Teanum Apulum e del molisano Biase Zurlo, che fu capo del governo di Capitanata. Scopriremo il ruolo, responsabile e strategico, che le ‘vedette del mare’, le torri costiere, per secoli l’hanno garantito a salvaguardia delle popolazioni rivierasche. Rileggeremo, con occhi maturi e non di parte, le ‘oscure’ vicende che hanno portato alla scomparsa del Regno delle Due Sicilie e della successiva Unità d’Italia, raggiunta con metodi non proprio ortodossi, per poi concludere il viaggio a ritroso nel tempo con la realizzazione dell’Adriatica, la linea ferroviaria che ha avvicinato la Capitanata alle altre regioni italiane”.

‘Cinque medaglioni che compongono queste seconde Spigolature, che non di spigolature si tratta, ma di un campo florido e ricco di messi dove abbondano le idee e l’inestinguibile sete di sapere del suo Autore’.  

Ad maiora semper!

Un augurio all’amico Gianni di sempre maggiori successi!

18
Ago

Rievocazione delle tradizioni e delle cantate popolari molisane

Rievocazione delle tradizioni e delle cantate popolari molisane

di Lorenzo Bove

L’Alto Tavoliere, al quale il comune di Poggio Imperiale appartiene, è parte della Capitanata, che confina con il vicino Molise; due territori contigui che, nei secoli, hanno mantenuto sempre stretti e civili rapporti di buon vicinato.Ma vi è di più: già con l’avvento del regime aragonese[1] e la riforma del sistema dei giustizierati[2], i due territori rimasero amministrativamente legati. Un cambiamento che ebbe importanti riflessi sul Contado di Molise si realizzò con la conquista aragonese del Regno di Napoli e la sua successiva riorganizzazione amministrativa.

Nel 1447 fu infatti emanato da Alfonso d’Aragona un decreto concernente l’istituzione della Regia dogana della mena delle pecore di Puglia. Con l’insediamento della Dogana di Foggia, il Contado di Molise, pur continuando formalmente a far parte della Terra di Lavoro [N.d.A.: Un territorio che si estendeva su buona parte delle attuali regioni Campania, Lazio e Molise], entrò in stretti rapporti economici con la Capitanata. In epoca incerta, probabilmente durante il viceregno spagnolo, verso la metà del XVI secolo, il Contado di Molise venne separato dalla Terra del Lavoro e aggregato alla Capitanata. La Regia udienza di Lucera, istituita nel 1514, esercitava la propria giurisdizione anche sul Contado di Molise. Quest’ultimo rimase legato alla Capitanata fino alle riforme amministrative introdotte nel 1806.

Ed oggigiorno è attivo un Movimento popolare che coltiva l’idea di poter unificare la Daunia (corrispondente al territorio delle province di Foggia e BAT – Barletta, Andria e Trani) e la regione Molise, finalizzata alla nascita di una nuova regione denominata “Moldaunia”.

“Il progetto ‘Moldaunia’[3]è un’idea di autonomia che, per limitarci alla storia recente, risale alla fase costituente (1946) della repubblica italiana, quando ben più illustri predecessori foggiani intravedendo la necessità di un’amministrazione autonoma della Daunia rispetto alle altre etnie pugliesi, reclamarono il diritto all’autonomia regionale della stessa, da sola od in aggregazione al Molise, al quale era legata da affinità etnico-culturali e socio-economiche, cementate in oltre quattro secoli di transumanza. Se tale richiesta era opportuna in vigenza del sistema centralista, oggi, con l’approvazione del sistema federalista regionale (legge n.3/2001), che investe le regioni di autonomia legislativa, finanziaria ed amministrativa, tale richiesta diventa addirittura vitale, in quanto gli interessi di sviluppo infrastrutturale e quindi socio-economico della Daunia confliggono manifestamente con quelli della Murgia e del Salento. Oltretutto, il passaggio del territorio dauno dall’attuale giurisdizione regionale pugliese a quella molisana, costituisce un’operazione di perequazione territoriale e demografica tra le due regioni: la Puglia molto grande (popolazione di 4.020.707 abitanti su una superficie di kmq 19.357), ed il Molise, la regione più piccola d’Italia a statuto ordinario (popolazione di 320.601 abitanti su una superficie di kmq 4.438), coronando un antico anelito della Daunia, oggi più che mai vivo nell’animo della sua popolazione”.
Ed è dunque del tutto evidente che le popolazioni di questi due territori abbiano, nel tempo, finito con il condividere usi, costumi e tradizioni popolari, oltre che creare nuovi nuclei familiari, unendosi in matrimonio tra loro, come avvenne nel caso di Crescenzo Fiorella di Poggio Imperiale e Giovanna Allocati di San Polo Matese, di cui ci accingiamo a parlare qui di seguito, nel contesto della rievocazione delle tradizioni e delle cantate popolari molisane e, in particolare dell’organetto abruzzese, “uno strumento musicale tradizionale della regione Abruzzo [N.d.A.: ma, naturalmente anche della regione Molise] in Italia. Caratterizzato da un suono vivace e coinvolgente, solitamente è costruito in legno di ciliegio. Il design è tipicamente compatto e leggero, facilitando il trasporto durante le esibizioni musicali”[4].  

t

Organetto abruzzese
Foto di repertorio da Internet

Tra i suonatori di Organetto Abruzzese figura anche Alfonso Fiorella di San Polo Matese (Campobasso), figlio del Tarnuèse Crescenzo Fiorella che ivi si trasferì nella prima metà del secolo scorso e mise su famiglia, contraendo matrimonio sul posto.

Il “Gruppo di suonatori e di ballo di San Polo Matese”, denominato “La Teglia” di cui Alfonso Fiorella ha fatto parte per tanti anni (assicurando ancora ora la sua presenza in occasioni speciali, data l’età avanzata), ha cavalcato le piazze e i palcoscenici, non solo locali, ma anche di varie località italiane, europee e del mondo, non ultima, la partecipazione al Columbus Day di New York negli Stati Uniti d’America.

Alfonso Fiorella in costume
e con il suo organetto
Foto by Alfonso Fiorella

Alfonso Fiorella (a dx) intervistato
il 26 luglio 2025 da Lorenzo Bove (a sx)
Foto by Lorenzo Bove

In particolare, Crescenzo Fiorella, il padre di Alfonso, nacque a Tarranòve, Poggio Imperiale, nell’Alto Tavoliere in terra di Capitanata, il 19 aprile 1904 e all’età di quattro anni si ammalò di malaria, con seri pregiudizi per la sua sopravvivenza, considerando che, ai tempi, anche di malaria si rischiava di morire. Provvidenziale si rilevò l’idea di suo zio Michele Fiorella di portarlo con sé in montagna, nel vicino Molise, a San Polo Matese, ove l’aria era più salubre e quindi maggiormente salutare per il bambino. Lo zio Michele svolgeva all’epoca la propria attività lavorativa nell’ambito della “Transumanza e della mena delle pecore”, che un tempo caratterizzava il particolare settore della pastorizia, e che vedeva lo spostamento delle mandrie di ovini dalle montagne dell’Abruzzo e del Molise verso le pianure pugliesi, attraverso i “Tratturi”, ove d’inverno il clima era più mite, ed il loro ritorno in montagna nella bella stagione. Il ragazzo ne trasse positivi benefici e, crescendo, cominciò ad accompagnare suo zio negli spostamenti delle mandrie, stabilendosi definitivamente nella località molisana di San Polo Matese, dove contrasse poi matrimonio con Giovanna Allocati, una ragazza del posto, dal quale nacquero sei figli, tra i quali anche Alfonso, attualmente novantatreenne in quanto nato il 3 maggio 1932, chiamato affettuosamente “Zi Fonz”.

Anch’egli iniziò con il seguire le orme del proprio genitore nell’attività di pastorizia, per poi trasferirsi in Belgio ove si occupò di edilizia, dopo aver frequentato positivamente i corsi di formazione professionali previsti, dimorando a Marcinelle, una località del comune di Charleroi, tristemente nota per il disastro minerario avvenuto l’8 agosto 1956 nella miniera di carbone di Bois du Cazier: l’incendio che si sviluppò causò la morte di 262 minatori, dei 275 presenti, di cui 136 italiani.

Dopo ben dodici anni, Alfonso ritornò a San Polo Matese e si unì in matrimonio con la sua cara Giovanna Noviello – recentemente scomparsa – dal quale nacquero tre figli, occupandosi di lavori edili, promiscuamente con attività agricole.

Già da ragazzo, il giovane Alfonso cominciò ad avere i primi approcci con lo strumento musicale del padre Crescenzo, un organetto abruzzese, che questi era solito suonare nelle varie occasioni pubbliche o private che fossero, fin quando, al compimento del suo diciottesimo compleanno, ricevette in regalo dal medesimo genitore un nuovo organetto, tutto per sé; anche perché quello del padre era stato letteralmente messo fuori uso proprio da lui a furia di strapazzarlo per imparare a suonarlo, ad orecchio e per imitazione, in maniera del tutto naturale.

Alfonso Fiorella con il suo organetto
Foto by Alfonso Fiorella

FE così divenne un provetto suonatore di organetto abruzzese, perfezionando un proprio ed esclusivo stile, peraltro molto apprezzato non solo sul posto, ma anche in altre località vicine e lontane.

Negli anni sessanta del secolo scorso, cominciavano a registrarsi anche in Molise i primi fermenti di rievocazione delle tradizioni e delle cantate popolari, dalla festa della zampogna[5] alle antiche tarantelle.

Logo del Gruppo Folkloristico
“La Teglia” di San Polo Matese
Foto by Alfonso Fiorella

Venne quindi a costituirsi intorno al 1970 a San Polo Matese il Gruppo Folkloristico denominato “La Teglia”, del quale Alfonso Fiorella rappresentò sicuramente il perno principale, facendo gioire ed entusiasmare, ma soprattutto ballare, per oltre mezzo secolo, folle di giovani e meno giovani, in giro per il mondo, conseguendo premi e riconoscimenti di merito al riguardo.   e

Targa Premio FAFIT (Federazione Associazioni Folkloriche Italiane) 2008 a favore di Alfonso Fiorella “Zi Fonz” per l’impegno come suonatore d’organetto nel Gruppo Folk “La Teglia” di San Polo Matese
Foto by Lorenzo Bove

4

Targa Premio del Comune di San Polo Matese a favore di Alfonso Fiorella “che con il suono del suo organetto rallegra i nostri eventi e ci trasporta verso la vera identità Sanpolese”,
del 15 agosto 2014. 
Foto by Lorenzo Bove

 La denominazione “La Teglia” del Gruppo è simbolica ed è riferita all’albero di Tiglio, con radici profonde ed antichissime, legate ai riti di stregoneria, un po’ come la cosiddetta “Noce di Benevento”, l’albero di noce sotto il quale, secondo la leggenda, si radunavano le streghe, per l’appunto, di Benevento[6].

Il rito del Tiglio rievocato dal Gruppo Sanpolese[7], con tanto di corpo di ballo e canti, accompagnati dalle “tammorre” e dall’organetto di Alfonso Fiorella, si sviluppa intorno ad un palo di legno (che rappresenta il tronco dell’albero di Tiglio), sulla cui cima vengono issati dodici nastri colorati discendenti (che rappresentano i rami e le foglie).

Una coppia di ballerini (un ragazzo e una ragazza, rappresentanti i futuri sposi) reggono il palo, mentre altre sei coppie (rappresentanti le streghe e gli stregoni) fanno veleggiare i dodici nastri colorati (nel numero di due per ciascuna coppia), ballando ritmicamente e facendo intrecciare e disintrecciare armonicamente i nastri stessi.

Alla fine del ballo delle “streghe e degli stregoni” si verifica l’auspicio:

  • Se i nastri risultano completamente disintrecciati, la coppia dei fidanzati avrà un futuro di gioia e di felicità;
  • Se i nastri risultano invece intrecciati, per i fidanzati si prospetta un futuro difficoltoso e pieno di problemi.

Ma, in verità, l’abilità dei ballerini è tale che l’auspicio finisce sempre con l’essere positivo per i futuri sposi, ed è il caso di dire che tutto finisce a “tarallucci e vino”.


[1] Cfr. Contado di Molise – Wikipedia

[2] Il termine “giustizierato” designava in epoca normanna, sveva e angioina ogni “distretto amministrativo” in cui era suddiviso il Regno,  retto da un funzionario di nomina imperiale o reale. Da Wikipedia

[3] Progetto MOLDAUNIA https://www.moldaunia.it

[4] Cfr.https://www.bing.com/search?q=l%27organetto+abruzzere&form

[5] La zampogna è uno strumento musicale dei pastori abruzzesi e molisani. Il pastore si annoiava nel mentre le pecore erano al pascolo e quindi passava il tempo ad intarsiare rami con il suo coltello, al fresco sotto un albero.

E realizzava così i barrocche (i bastoni) che gli servivano per proteggere il gregge dagli animali, ma anche zufoli, pifferi, fischietti, flauti e zampogne.

Le zampogne (una sorta di cornamuse scozzesi), in particolare, venivano un tempo fatte con canne lavorate a mano con i coltelli e sacche ricavate dalle pelli delle pecore. Con questo strumento un singolo pastore poteva far suonare contemporaneamente fino a cinque canne. Ciò era possibile perché le canne non venivano insufflate direttamente dalla bocca del suonatore, ma dall’aria contenuta nella sacca di pelle di ovino, detta otre”.

Cfr. Lorenzo Bove, “E fu così che … ? … L’inestricabile ‘giallo’ de Tarranòve”, Self Publishing, giugno 2025, alla pagina 123

[6] E, da qui, la denominazione del famoso liquore “Strega” di colore giallo paglierino, associato anche all’omonimo premio letterario, istituito nel 1947.

[7] Le informazioni, nel dettaglio, sono state cortesemente ed amabilmente fornite da Assunta Fiorella, figlia di Alfonso Fiorella, presente all’intervista del 26 luglio 2025 fatta da Lorenzo Bove allo stesso Alfonso Fiorella presso la sua abitazione di San Polo Matese (Campobasso), Molise.

12
Ago

I racconti di Michelina


I racconti di Michelina

di Lorenzo Bove

Una “new entry” in campo letterario, che le Edizioni del Poggio ci hanno fatto conoscere in questa calda estate del 2025; una piccola perla  dal titolo “I racconti di Michelina”, il primo libro scritto da Michelina Finoia di Poggio Imperiale in provincia di Foggia, nell’Alto Tavoliere, che rompe ogni indugio e viene allo scoperto, mettendo in luce la delicatezza e la profondità dei suoi sentimenti di donna, mamma e nonna, offrendoci una serie di brevi racconti, apparentemente dedicati ai più piccoli, ma dai quali anche i grandi potranno trarre il loro giovamento in termini di umanità, accoglienza e, in una visione più generale, di rispetto e di amore per sé stessi e per gli altri. Che tradotto in parole più comprensibili, significa solamente: farsi prossimo; un concetto strettamente legato alla parabola del Buon Samaritano, raccontata da Gesù nel vangelo secondo Luca (10,25-37), che illustra come il vero prossimo sia colui che si prende cura dell’altro, anche se non lo conosce o se appartiene a un gruppo sociale diverso dal suo. 

E, per i suoi protagonisti, Michelina fa ricorso agli animali, che certamente hanno maggiore presa sui bambini (e non solo su di essi), alla stregua delle “favole di Esopo e Fedro, in cui gli animali agiscono come personaggi per trasmettere una morale o un insegnamento”, come eloquentemente rileva la Dottoressa Concetta De Nucci nella sua Prefazione.

Molosso il cane senz’osso, la gallina cenerina, la lucertola porta fortuna, un forbicino, dei delfini, un pulcino e, perché no, anche una ballerina in una palla di neve.

Umanizzando così le vicende che immaginariamente si svolgono per lo più tra animali, come nelle migliori tradizioni delle favole a lieto fine, per lanciare messaggi positivi, di cui oggi abbiamo tanto bisogno.

Un guardarsi dentro, analizzandosi attentamente fino a toccare i gangli più profondi e sensibili del proprio essere, con il desiderio inconscio di proiettarsi poi all’esterno a guisa di faro per le nuove generazioni alle quali augurare un mondo migliore. Un’aspettativa che l’autrice stessa proietta in particolare verso i suoi tre nipoti Nicola, Vincenzo e Chiara, “l’ultima nata che il cuore mi ha rubato”, vergando i toccanti versi riportati alla pagina 7 del suo libro.

E, “allora ben vengano quegli scrittori che con le loro opere si pongono ‘al servizio’ dei più giovani per suscitare in loro la curiosità e far camminare con le ali della fantasia i loro sogni”, come scrive la Professoressa Antonia Frazzano nella Presentazione della Collana “Il giardino della fantasia”.

Un libro a tutto tondo che si legge tutto d’un fiato, uscendone soddisfatti e carichi di speranza di un mondo migliore, per l’appunto, fatto di piccole e semplici cose; un po’ come fare un salto a ritroso nel tempo e tornare ad essere bambini curiosi e desiderosi di volare proprio con le ali della fantasia.

E, poi, in calce al libro, le “schede didattiche interattive” da compilare liberamente seguendo l’ordine delle domande preimpostate, per interagire con il testo, i personaggi e quant’altro proposto sotto la voce: “E adesso parla tu”.

Veramente belle ed interessanti, infine, le illustrazioni del giovanissimo Alessandro Braccia: complimenti!

La presentazione del libro è avvenuta alle ore 20,30 dell’8 agosto 2025 nella piazzetta Pio X di Poggio Imperiale, alla presenza di un folto pubblico e con le brillanti relatrici Dott.ssa Cristina Piteo e Dott.ssa Titti De Nucci.

Locandina

La serata è stata allietata dalla potente voce di Stefania Cristina, accompagnata alla chitarra da Antonio Di Nauta, ed il bravissimo Tonino Braccia ha intrattenuto il pubblico con brani dialettali ‘terranovesi’ accompagnandosi con la  sua chitarra.

L’autrice del libro ha deciso di destinare integralmente il ricavato delle vendite alla Caritas Parrocchiale.

Benvenuta a bordo, Michelina!


Foto repertorio della serata

Dalla quarta di copertina:

“Chi ha detto che il mondo della fantasia appartiene solo ai bambini? Chi ha stabilito che l’immaginazione debba avere un’età, una scadenza o un confine? I racconti di Michelina sono qui per smentire ogni pregiudizio con questo libro che è un dono: a chi ama narrare, a chi ama ascoltare”.

Copertina del libro
12
Giu

E fu così che … ? L’inestricabile “giallo” de Tarranòve

Lorenzo Bove

E fu così che … ? L’inestricabile “giallo” de Tarranòve

Un nuovo libro di Lorenzo Bove nel quale l’autore parla di una storia che si sviluppa nell’ambito di un ridente borgo dell’Italia Meridionale, Poggio Imperiale (Tarranòve), il suo paese di origine, e prende le mosse da fatti realmente accaduti la sera del 20 giugno del 1888 e fedelmente documentati, che vengono assunti tuttavia semplicemente a pretesto, per elaborare una trama inedita e fantasiosa, all’interno della quale sviluppare una sceneggiatura che consenta di far muovere i diversi personaggi, e poter più agevolmente mettere in luce, in maniera forse anche un po’ stravagante, gli usi e costumi dei suoi concittadini di un tempo, con i loro pregi e i loro difetti, posticipando fittiziamente gli eventi verso la metà nel secolo scorso, epoca in cui egli stesso cominciava a muovere i primi passi e a biascicare le prime parole del suo dialetto Tarnuèse.

Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale

Dalla quarta di copertina:

«Uno spaccato della quotidianità della vita paesana della metà del secolo scorso, con i suoi pregi e i suoi difetti, che si tinge di rosso a causa di un evento delittuoso inaspettato e inusuale, infrangendone la quiete e facendo emergere, in qualche caso e magari anche in maniera un po’ stravagante, il vero volto della gente.

Un Maresciallo dei carabinieri autorevole e mai autoritario, molto cordiale e alla mano, un vecchio coltello pieghevole, artigiani, botteghe e un po’ di ‘suspence’, giusto quanto basta!


Un “giallo” inestricabile che sconvolge l’intera comunità di Tarranòve, un piccolo e ridente borgo dell’Alto Tavoliere della Puglia, in terra di Capitanata».


LBSelfPublishing

Questo libro è autoprodotto e stampato per conto esclusivo dell’autore ‘in limited edition’ (in edizione limitata) ed è dedicato prevalentemente alla ristretta cerchia delle persone più care nonché agli appassionati di tradizioni e storia locale interessati.

È vietata la copia e la riproduzione in qualsiasi forma dei contenuti e delle immagini, nonché la loro pubblicazione se non autorizzata espressamente dall’autore medesimo.

Copyright © 2025 Lorenzo Bove

Tutti i diritti riservati.

lorenzo.bove@gmail.com

Stampato nel mese di giugno 2025 presso GR SERVICE Via Veneto, 21/23

 35020 Due Carrare (PD) +39 049629967 info@gr-service.it

Inoltre, di questo libro è stato autoprodotto anche un eBook in formato digitale, che viene offerto gratuitamente in lettura su questo stesso Sito/Blog www.paginedipoggio.com alla Pagina:

EBOOK (scarica,sfoglia e leggi)

Copertina libro

20
Giu

Poggio Imperiale, morta a 116 anni Nonna Peppa, la donna più longeva d’Europa

Si è spenta all’alba  di martedi 18 giugno 2019 Giuseppina Robucci, per tutti Nonna Peppa, ultracentenaria di 116 anni e 3 mesi di Poggio Imperiale, la donna più longeva d’Europa e seconda in assoluto a livello mondiale (alle spalle della giapponese Kane Tanaka, nata il 3 gennaio del 1903).

Il decesso è avvenuto nella sua casa di Poggio Imperiale, proprio dove era nata il 20 marzo del 1903.

“Siamo dispiaciuti, ma al tempo stesso onorati di averla avuta come concittadina”, ha commentato il sindaco di Poggio Imperiale, Alfonso D’Aloisio.

Nel 2015 Nonna Peppa era stata insignita del titolo di sindaco onorario del piccolo borgo dell’Alto Tavoliere in provincia di Foggia e, nella giornata di ieri, è stata allestita la camera ardente nella sala consiliare del Municipio e proclamato il lutto cittadino, con funerali solenni in piazza Imperiale alle ore 17,30.

Una donna eccezionale pur nella sua semplicità, per anni si è occupata, insieme al marito Nicola Nargiso morto nel 1982, di un bar della piazza del paese; ha avuto cinque figli, tre maschi (il più anziano di 90 anni e il più giovane di 75) e due femmine, tra cui suor Nicoletta delle Suore Sacramentine di Bergamo, nove nipoti e 16 pronipoti (la più piccola di 5 anni).

Nei suoi 116 anni di vita è stata testimone di due guerre mondiali, due re, dodici Presidenti della Repubblica e dei seguenti ultimi dieci 10 Papi:

Pio X (1903 – 1914)

Benedetto XV (1914 – 1922)

Pio XI (1922 – 1939)

Pio XII (1939 – 1958)

Giovanni XXIII (1958 – 1963)

Paolo VI (1963 – 1978)

Giovanni Paolo I (1978)

Giovanni Paolo II (1978 – 2005)

Benedetto XVI (2005 dimessosi nel 2013)

Francesco I ( 2013 e attualmente in carica)

Il segreto della sua longevità, Nonna Peppa lo attribuiva ad uno stile di vita semplice: “Mangiare poco e sano, mai un bicchiere di vino e mai una sigaretta in bocca”.

Un vecchio detto paesano risalente a tempi antichi e spesso ripetuto ancora oggi dagli abitanti di Poggio Imperiale (Tarranòve in vernacolo) recitava: “Tarranòve, pan’e pemmedore e arij’a bbone” (alla lettera: Poggio Imperiale, pane e pomodoro e aria buona), quale invito a prendere le cose per il giusto verso e senza eccessivo affanno, con distensione e serenità che solo un piccolo borgo sviluppatosi alla sommità di una collinetta (poggio) immersa in una vegetazione lussureggiante poteva offrire.

Una collinetta dalla quale si riesce, da una parte, a scrutare il mare con le isole Tremiti in lontananza e il promontorio del Gargano e, dall’altra, il subappennino dauno fino alle montagne del vicino Molise.

Aria buona, quindi, e cibi semplici e genuini rappresentati da una semplice fetta di pane pugliese, frutto del grano coltivato in queste floride campagne, accompagnata dai rossi e squisiti pomodori tarnuèse conditi con un olio extravergine di oliva paesano la cui fragranza non ha eguali.

Che sia questa la ricetta della longevità … che ha aiutato Nonna Peppa a vivere serenamente fino alla veneranda età di 116 anni e novanta giorni?


Anno 2015
Festeggiamenti dei 112 anni di Nonna Peppa
7
Lug

Premio Nazionale Spiga d’Oro 2012

 Il 15 luglio a Poggio Imperiale la quinta edizione del Premio Nazionale Spiga d’Oro, organizzata dall’Associazione Culturale Terra Nostra Onlus in collaborazione con la Regione Puglia, Provincia di Foggia e Comune di Poggio Imperiale.

Puntualmente, anche quest’anno, i riflettori si accenderanno sulla piazza Imperiale della nostra cittadina per l’attesa manifestazione, che sta riscuotendo negli anni sempre maggiore consenso.

Domenica 15 luglio alle ore 21, dunque, “La Notte delle Spighe” con la consegna dei prestigiosi premi, nella cornice di uno straordinario spettacolo che vedrà la presenza di numerosi artisti, tra cui Ivan Cattaneo.

All’on. Vladimir Luxuria il Premio Nazionale Spiga d’Oro

A Franco Dell’Erba il Premio Spiga d’Oro Capitanata

A Nico Zangardi il Premio Spiga d’Argento Terra Nostra

La manifestazione sarà anticipata, la sera precedente,  da una serata speciale dedicata ai  prodotti tipici di Puglia,  tra stands gastronomici e mercatino dell’usato e dell’artigianato, accompagnata da un interessante concerto musicale.

 

 

 

 

 

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