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Ago

Presentazione del nuovo libro di Lorenzo Bove: intervento dell’autore

 

Si è tenuta a Poggio Imperiale, sabato 4 agosto 2018, nell’insolito scenario dei giardinetti pubblici della locale via Attilio Lombardi, allestiti opportunamente per l’occasione, la presentazione del nuovo libro di Lorenzo Bove dal titolo “IL CIBO in terra di Capitanata e nel Gargano tra  storia, popolo e territorio – Tarranòve, pane e pemmedòre e arija bbòne”, Edizioni del Poggio, 2018.

Una serata all’insegna della cultura, condotta  dalla brava e bella Federica Palmieri, giornalista professionista, e resa interessante dagli interventi del giornalista, poeta e scrittore Giucar Marcone e dello scrittore di storie patrie Alfonso Chiaromonte, tra musiche e canti della tradizione popolare, con Dino Vitale alla consolle.

 

Le interessanti testimonianze di un vecchio fornaio terranovese, Nicola Bonante, hanno poi fatto varcare con la mente, ai convenuti, i limiti del tempo, con un salto a ritroso nel passato del borgo di Poggio Imperiale.

E la Compagnia Teatrale Terranovese, infine, con la sua consueta bravura, si è esibita in una farsa dialettale, dal titolo “Dind’a ‘na cas’a tarnuèse”, scritta dal medesimo autore del libro, riscuotendo scroscianti applausi da parte del pubblico presente, intervenuto numeroso all’evento.

La serata si è conclusa con la degustazione di pane e pomodoro terranovese e vino locale, offerti dall’autore, a cura dell’Associazione Poggio Circuito Creativo, dopo i saluti del sindaco di Poggio Imperiale Alfonso D’Aloiso, dell’Assessore alla cultura Alessandro Buzzerio, dell’Editore Peppino Tozzi e l’intervento dell’autore, che viene riportato qui di seguito:

« Il libro che stiamo qui presentando parla di cibo, ma non è un libro di cucina né tantomeno un ricettario. E’ un libro che si insinua delicatamente nella storia, nella geografia, nella filosofia e nella psicologia … un libro che esplora l’indissolubile relazione che lega il cibo, l’individuo e il territorio e cerca di dimostrarne, per quanto possibile, il fondamento.

E il cibo in terra di Capitanata e nel Gargano, l’antica Daunia, con uno sguardo prospettico alla storia, al territorio e al popolo, narrato in occasione dell’ “Anno del Cibo Italiano”,  il 2018, vuole essere un atto di amore per la mia terra, prendendo le mosse da Poggio Imperiale (Tarranòve in vernacolo), il paesello dell’Alto Tavoliere che mi ha dato i natali settantatre anni orsono e con il quale ho mantenuto stretti legami, pur avendolo lasciato per attuare i miei progetti professionali e di vita, alla volta del Nord Italia.

Perché sono convinto che anche il cibo rappresenti un elemento di correlazione  tra individuo e territorio, generando quei profumi e sapori con il potere e la magia di riportarti indietro nel tempo e nello spazio, legandoti senza margini di errore a un luogo e che parla della tua parte interiore e ti ricorda, quando ne hai bisogno, da dove vieni. E, a volte, basta solo percepirne lievi sentori per associare eventi, fatti, situazioni di un tempo lontano, che fa parte ormai delle tue sopite reminiscenze.

Ecco, questa è la tesi fondante del mio libro: le narrazioni (I feste recurdive: Natale, Capedanne, Pasque, U quinece d’auste, A feste du paese; U recunzele, U capecanale, A staggione quanne ce meteve, U porce appise, I commenelle, U trappide, I spusalizije, battezze e parendate), e i piatti tradizionali (i recchijetelle ku ijallucce arrechijene, i turcenelle arrestute, u panecotte, i ‘ndorcele, i cecatelle, fedech’e pelemone, i mulagnam’a rrechijene o spaccate a u furne, u panone, u cavedelle e u scijeccattamuglijere, i nevele, i cavezune, i puccellate e tand’aveti belle cose), descritti nel libro, rappresentano il mezzo, il tramite, il vettore, la via, il canale che ci aiutano ad entrare  – in punta di piedi – in questo magico e affascinante mistero,  celato gelosamente nello scrigno del paradigma “cibo-individuo-territorio”.

Per il cibo e l’agroalimentare italiani, il 2018 rappresenta un anno particolarmente importante: dodici mesi per sostenere la validità e la competitività delle nostre risorse, che ci consentono di tenere alto il buon nome dell’Italia nel mondo e che costituiscono motivo di orgoglio nazionale. Tante le manifestazioni, iniziative, momenti legati alla cultura e alla tradizione enogastronomica italiana.

E il 4 agosto (oggi, per intenderci) una notte bianca dedicata al cibo italiano, voluta dal passato Governo Gentiloni (Ministri: Martina dell’Agricoltura e Franceschini del Turismo), che rappresenta un’iniziativa  finalizzata a sensibilizzare le piazze e le attività pubbliche e private, per dimostrare che il cibo italiano è un’esperienza di tradizione, di continuità e di sviluppo, e viene dedicata a Pellegrino Artusi, storico scrittore, gastronomo e critico letterario italiano nato proprio il 4 agosto del 1820 a Forlimpopoli in provincia di Forlì Cesena. Una buona occasione per riscoprire e valorizzare i cibi della nostra tradizione.

Ma, al di là dell’evento formale e del suo livello di riferimento su scala mondiale, ritengo  – personalmente – che l’anno del cibo italiano debba stimolare un po’, ciascuno di noi, a venir fuori dagli stereotipi della culinaria modaiola e globalizzante, che ha purtroppo invaso anche le nostre tavole, riscoprendo invece i sapori e gli odori della nostra buona e sana cucina tradizionale, sebbene con qualche tocco di quella inevitabile rivisitazione che gli attuali stili di vita, per alcuni versi, ci impongono.

E, questo, anche nel nostro piccolo, senza bisogno di eclatanti manifestazioni di massa, il più delle volte ispirate da esigenze di autoreferenzialità, piuttosto che da logiche di buon senso, riportando sulle nostre tavole cibo sano e genuino italiano e soprattutto locale.

Un vecchio detto paesano di Tarranòve, recitava: “Tarranòve, pane e pemmedòre e arija bbòne”.

Un invito a prendere le cose per il giusto verso e senza eccessivo affanno. E, in effetti, l’antico detto voleva proprio invitare alla distensione e alla serenità che solo un piccolo borgo sviluppatosi alla sommità di una collinetta (poggio) immersa in una vegetazione lussureggiante poteva offrire.

Una collinetta dalla quale si riesce, da una parte, a scrutare il mare con le isole Tremiti in lontananza e il promontorio del Gargano, del quale si vanta di costituire la porta naturale e, dall’altra, il subappennino Dauno fino alle montagne del vicino Molise.

Aria buona e cibi semplici e genuini rappresentati da una fetta di pane pugliese, frutto del grano coltivato in queste floride campagne, accompagnata dai rossi e squisiti pomodori locali conditi con un olio extravergine di oliva paesano la cui fragranza non ha eguali.

Ed è in questa ottica che è sorta in me l’idea di raccogliere, in un libro, episodi, storie, racconti, avvenimenti, ove il tema di fondo è rappresentato prevalentemente dal cibo della tradizione della terra di Capitanata e del Gargano, alla scoperta di remote usanze, riti arcaici e piatti della cucina tradizionale, alcuni dei quali  ancora oggi particolarmente apprezzati, seppure – come si diceva prima – con qualche lieve intervento di rivisitazione, ma senza tuttavia snaturane la sostanza.

L’ esplorazione delle tradizioni legate al cibo della nostra terra, di cui questo libro si prefigge di parlare, prende quindi le mosse dal piccolo borgo di Tarranòve, per la  semplice ragione che qui sono nato, parlo il suo dialetto e conosco  più da vicino usi, costumi, storia e tradizioni locali, anche sulla base di preziose informazioni raccolte negli anni dalla viva voce di persone del paese e della zona, alcune delle quali ora non ci sono più.

Il nostro cibo,  sebbene con qualche variante che ne contraddistingue la specifica provenienza,  dovuta a una serie di fattori di natura ambientale, sociale e storica, può, ragionevolmente, essere considerato patrimonio diffuso non solo nel territorio della Capitanata  e del Gargano, che rappresenta in questo contesto il nostro perimetro di osservazione,  ma anche  in buona parte della Regione Puglia e forse un po’ anche della Basilicata, senza escludere con questo che, in certune parti del territorio, sia possibile ritrovare cibi o piatti esclusivi, legati a tradizioni e gusti  particolari, che ne caratterizzano  l’originalità. Andremo quindi a scoprire anche queste peculiarità soprattutto in alcune zone del Gargano, ma pure in alcuni borghi del subappenino Dauno, attraverso un viaggio virtuale che ci consentirà di scoprire da vicino il cibo e i piatti del passato con le possibili connessioni col presente.

Un modo intrigante di curiosare in casa nostra innanzitutto, ma un po’ anche in quelle degli altri, per cercare di scoprire cosa e come mangiavano i nostri nonni, provando magari  anche ad andare un po’ più in là nel tempo e nello spazio.

L’intento è quello di offrire al lettore curiosi e interessanti spunti per fare un piacevole salto a ritroso nel passato, che si perde ormai nella notte dei tempi, ma che, paradossalmente, come d’incanto appare così vicino per via di quei delicati messaggi di amore, pace, serenità che riesce ancora a trasmetterci, oggi più che mai, in una “società liquida, dove i confini e i riferimenti sociali si perdono e i poteri si allontanano dal controllo delle persone. Occorre un forte investimento di umanità e di passione etica”, con particolare riguardo verso le nuove generazioni, facendo leva  sulle nostre tradizioni consolidate e forse anche un po’ sulle nostre origini giudaico-cristiane.

E’ la forza delle nostre radici che ci consente di dialogare con il resto del mondo. E anche il cibo può fare la sua parte.

A mio modesto parere, il cibo è un solenne atto di amore.

Questo vale indiscutibilmente sia per chi lo offre e sia per chi lo riceve; ma anche per chi lo prepara, per chi lo produce e così via … all’infinito!

In questo mio ultimo libro ho inteso richiamare l’attenzione del lettore anche sul concetto di potenzialità del nostro territorio in materia di prodotti agroalimentari e di capacità di elaborazione del cibo da parte dei suoi abitanti, sin dai tempi lontani.

Quel cibo che genera un potere magico di identificazione con se stessi, la famiglia, il territorio e che ti porti dietro per tutta la vita.

I profumi e gli odori del cibo che ci hanno pervasi nel periodo della nostra infanzia, penetrando nelle narici e stimolando straordinari (e a volte anche inappagati) appetiti, sono indelebilmente stampati nel nostro cervello.

“Quando più niente sussiste d’un passato antico (…) – scriveva Marcel Proust ne À la recherche du temps perdu (Alla ricerca del tempo perduto) – l’odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano (…) sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l’immenso edificio del ricordo”.

Il passo riportato si riferisce al più famoso episodio di questo lungo romanzo del grande scrittore, ove il protagonista, dopo aver imbevuto nel tè la “madeleine”, una tortina che soleva mangiare da piccolo la domenica mattina, riesce a riappropriarsi di tutto il mondo della sua infanzia, di tutto il tempo vissuto a Combray quand’era bambino.

E, quindi,  se così è, cosa succede a un vecchio tarnuèse quando invece della “madeleine” riassapora  “ doije belle felle de pane e pemmedòre” ? ».

 


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