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La Russia ha invaso l’Ucraina: l’atrocità della guerra e la sofferenza umana che ne consegue

Dopo ben settantasette anni di tregua e di apparente pacifica convivenza tra i popoli europei, eccoci catapultati all’indietro nel tempo in un conflitto bellico e sull’orlo di sfociare nella Terza Guerra Mondiale.

La Russia ha militarmente invaso l’Ucraina, uno Stato sovrano con un Presidente ed un Parlamento democraticamente eletti dal popolo.

Carri armati, artiglieria pesante, bombardamenti aerei, palazzi sventrati, morti e feriti; e  la coraggiosa resistenza degli ucraini.

Donne e bambini sfollati che scappano inermi verso il confine con la Polonia e la Romania, e cordoni umanitari per l’accoglienza da parte dei Paesi dell’Unione Europea che si prodigano in uno sforzo di grande solidarietà. Ed echeggiano, ancora una volta, parole come esodo, genocidio, olocausto.

Le immagini che passano attraverso gli schermi televisivi ci mostrano in tempo reale l’atrocità della guerra in atto e la sofferenza umana che ne consegue, lasciandoci profondamente sconvolti dallo sgomento e dall’orrore.

Solo nei film e nei vecchi documentari della Seconda Guerra Mondiale avevamo visto cose del genere.

Ed ora, strabiliati ed inorriditi, siamo tutti a domandarci del perché di tanta violenza e crudeltà nel Terzo Millennio.

Vladimir Putin, l’attuale Presidente della Federazione Russa, sembrerebbe – secondo alcuni osservatori internazionali  –  ossessionato dal confronto con il  passato ed in questo senso vorrebbe riscrivere la Storia deviandone il corso, cancellando di fatto  la caduta del Muro di Berlino, la fine del Comunismo e la debacle  dell’Unione Sovietica: eventi che negli anni novanta del secolo scorso hanno segnato non solo la Storia, ma anche la Geografia politica di quella parte del Mondo.

Inoltre, la Russia di Putin sarebbe convinta (e pare anche la Cina di Xi Jinping) che l’Occidente sia in una fase di decadenza irreversibile e che sia necessario ridisegnare gli equilibri internazionali. Tuttavia, in questo particolare frangente Putin ha ottenuto il risultato opposto a quello sperato: pensava di dividerci e invece ha risvegliato  davvero l’unità dell’Occidente, il nostro amor proprio e la volontà di difendere la democrazia. La coesione fra Europa e Stati Uniti ha sorpreso tutti, con la netta presa di posizione del Presidente USA Biden, dopo l’innegabile  periodo di affievolimento dei rapporti della precedente amministrazione Trump. Le sanzioni economiche nei confronti della Russia messe in campo sono senza precedenti e nell’Unione Europea iniziano a parlare in termini di  difesa con un esercito comune europeo e di una svolta energetica drastica per ridurre la dipendenza insostenibile di gas dalla Russia. Insomma, se si guarda in positivo, l’aggressione  all’Ucraina è stata l’inizio di una presa di coscienza, perfino di una rinascita.

Ad ogni buon conto, per comprendere meglio la situazione forse un po’ di ripasso di Storia non farebbe male, a cominciare da Jalta.

La Conferenza di Vertice tenutosi nell’ultimo anno della Seconda Guerra Mondiale, dal 4 all’11 febbraio 1945, a Jalta, in Crimea, tra i leader delle tre potenze alleate, W. Churchill (Gran Bretagna), F.D. Roosevelt (Stati Uniti) e I. Stalin (Russia), per discutere, in base al principio delle cosiddette sfere d’influenza, i piani per la conclusione della guerra contro le potenze dell’Asse, l’occupazione e la spartizione della Germania e il successivo assetto dell’Europa. In particolare, furono previsti lo smembramento della Germania in Stati indipendenti e lo spostamento a Ovest delle frontiere della Polonia e si toccarono i problemi della frontiera italiana con l’Austria e la Jugoslavia.

Si diffuse così l’espressione “cortina di ferro”, tradotta dall’inglese iron curtain, dopo il discorso del premier inglese W. Churchill del marzo 1946, per indicare la separazione, territoriale e ideologica, esistente fra i paesi dell’Europa orientale e quelli dell’Europa occidentale.

Ed anche l’espressione “guerra fredda” per indicare la contrapposizione politica, ideologica e militare che venne a crearsi intorno al 1947, tra le due potenze principali emerse vincitrici dalla Seconda Guerra Mondiale: gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Ben presto divenne più concreta la divisione dell’Europa in sfere di influenza e la formazione di blocchi internazionali tra loro ostili, denominati comunemente come Occidente (gli Stati Uniti e gli altri membri della NATO),  Oriente (l’Unione Sovietica e i membri del Patto di Varsavia) e in seguito il terzo blocco dei Paesi non allineati.

Si trattò sostanzialmente della contrapposizione tra due grandi ideologie politico-economiche: la democrazia-capitalista da una parte e il socialismo reale-comunismo dall’altro.

Questa contrapposizione influenzò fortemente per decenni l’opinione pubblica mondiale ed ebbe il suo concreto emblema nella divisione della Germania, in Germania Ovest e Germania Est, con la città di Berlino divisa materialmente da un muro: il Muro di Berlino, figura retorica della cortina di ferro, volta a definire la netta distinzione territoriale e ideologica che si era venuta a creare tra i due blocchi socioeconomici dominanti. Un lungo sistema di recinzione in calcestruzzo armato, lungo 155 km e alto 3,6 metri, che circondò dal 1961 la parte occidentale della città di Berlino.

Furono anni difficili per le popolazioni orientali assoggettate all’influenza sovietica, nel mentre quelle occidentali progredivano notevolmente in economia e in democrazia. Il malcontento incalzava e i tentativi di rivolta venivano prontamente sedati dalle truppe sovietiche (dissidenti incarcerati, ecc.), finché i tempi maturarono per  una svolta democratica.

Il 9 novembre 1989, dopo diverse settimane di disordini pubblici, il governo della Germania Est annunciò finalmente che le visite (ai parenti) in Germania Ovest e a Berlino Ovest sarebbero state permesse: molti cittadini della Germania Est si arrampicarono sul muro e lo superarono per raggiungere gli abitanti della Germania Ovest dall’altro lato in un’atmosfera festosa.

Cominciò così la demolizione del muro con picconi e a mani nude e durante le settimane successive piccole parti del muro furono portate via dalla folla e dai cercatori di souvenir.

In seguito furono  usate attrezzature industriali per abbattere tutto quello che del muro era rimasto.

La caduta del Muro di Berlino aprì la strada per la riunificazione tedesca, che fu formalmente conclusa il 3 ottobre 1990.

Il fermento aveva indubbiamente contagiato anche gli altri Paesi orientali oltre cortina ed anche la stessa Russia, che cercò di correre ai ripari; ma il vento della democrazia soffiava oramai in maniera inarrestabile.

Il colpo di stato, fallito, che fece crollare l’Unione Sovietica fu tentato tra il 19 e il 21 agosto 1991, ben trent’anni fa, contro l’allora presidente Gorbaciov, ma non andò secondo i piani dei golpisti.

Il 18 agosto del 1991 Michail Gorbaciov, allora segretario generale del Partito Comunista sovietico e presidente dell’URSS, si trovava in vacanza con la famiglia a Foros, in Crimea. Nello stesso giorno, a Mosca, politici conservatori, vertici del KGB (i servizi segreti) e militari approfittarono della sua assenza e diedero inizio alle manovre di un colpo di stato progettato per conservare l’esistenza dell’Unione Sovietica, ma ottennero l’effetto contrario.

Da quando nel 1985 Gorbaciov era succeduto alla guida del Partito Comunista, si era imposto di cambiare le politiche e l’immagine dell’apparato statale. L’Unione Sovietica era finita in uno stato di immobilismo e da decenni era rappresentata da leader anziani e stanchi, come Leonid Brezhnev, Yuri Andropov e Konstantin Cernenko. A 53 anni, Gorbaciov divenne invece un valido interlocutore per l’Occidente e presentò un esteso piano di riforme per tentare di smuovere il paese.

Con i termini glasnostperestrojka e uskorenie  – diventati emblematici di quel periodo – Gorbaciov tentò di rendere l’Unione Sovietica più trasparente, moderna e competitiva: in sostanza cercava di avvicinarsi al mercato e alla comunità internazionale, come testimoniò l’importante accordo sul controllo dagli armamenti firmato al suo secondo anno in carica con gli Stati Uniti (Ronald Regan Presidente USA).

Il 18 agosto 1991, però, alla vigilia della firma di un trattato che avrebbe avvicinato l’istituzione di una Comunità di stati sovietici indipendenti, meno centralizzata rispetto al regime allora esistente, Gorbaciov venne isolato con la famiglia nella sua dacia di Foros. La residenza fu tagliata fuori dalle comunicazioni e i golpisti ne presero il controllo: chiesero a Gorbaciov di dichiarare lo stato di emergenza e di dimettersi, ma egli si rifiutò.

I carri armati usati per cercare di occupare militarmente Mosca vennero però letteralmente fermati da migliaia di persone scese in strada per bloccarli. Ci furono manifestazioni anche in altre grandi città russe, che i golpisti non vollero bloccare per timore delle pesanti conseguenze che gli interventi contro la popolazione avrebbero potuto provocare. Con Gorbaciov isolato in Crimea, chi sfruttò il momento per ottenere consensi fu Boris Eltsin, all’epoca Presidente della Repubblica Russa.

Eltsin e Gorbaciov erano avversari. Secondo il primo, l’economia di quegli anni era sempre più in crisi, le riforme non avevano portato nessun tipo di sollievo, e anzi, avevano peggiorato i problemi finanziari e la questione delle autonomie degli stati sovietici. Gorbaciov invece non si fidava di Eltsin, e successivamente si pentì di non averlo allontanato per tempo dai suoi incarichi.

Il colpo di stato sorprese anche lo stesso Eltsin, che però il 19 agosto si riunì con i suoi collaboratori e scrisse una dichiarazione per condannare il colpo di stato “anticostituzionale e reazionario” e con la quale invitava l’esercito a disertare e i cittadini a organizzarsi in uno sciopero generale. Raggiunse successivamente il Parlamento di Mosca dalla sua residenza fuori città, e una volta arrivato decise di uscire in piazza: una volta fuori, con grande preoccupazione delle sue guardie del corpo, saltò su un carro armato e si mise a leggere la dichiarazione. In quel momento in piazza c’erano 30mila persone e iniziarono ad applaudire. I flash delle macchine fotografiche iniziarono a lampeggiare. Il giorno dopo la foto di Eltsin sul carro armato era sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo: Eltsin e il popolo russo avevano vinto.

Gorbaciov tornò a Mosca nella notte tra il 21 e il 22 agosto. Il colpo di stato era fallito ma aveva in qualche modo accelerato la disgregazione dell’Unione Sovietica, visti i risultati. Gli stati baltici avevano già dichiarato la propria indipendenza e Eltsin, con il favore del momento, spingeva per l’istituzione di una Federazione russa indipendente. Nelle settimane successive il Parlamento di Mosca (la Duma di Stato) abolì il Partito Comunista.

L’8 dicembre dello stesso anno Russia, Ucraina e Bielorussia si riunirono in segreto senza Gorbaciov in una foresta al confine tra Bielorussia e Polonia per pianificare la disgregazione dell’Unione Sovietica. Pochi giorni dopo, il 26 dicembre, Eltsin e i capi di stato di tutte le altre Repubbliche sovietiche si riunirono ad Almaty, in Kazakistan, per completare la separazione, sancendo di fatto la fine dell’URSS. Gorbaciov, che il 24 agosto si era già dimesso da segretario del Partito Comunista, si dimise anche da presidente dell’Unione Sovietica, di cui fu l’ottavo e ultimo leader.

Il presidente Boris Eltsin ha poi rimosso il Capo del Governo in carica Sergej Stepashin nominando Vladimir Putin nuovo premier e, durante il messaggio televisivo alla nazione, tenuto in occasione del terzo anniversario del suo secondo insediamento, ha indicato lo stesso Putin come suo candidato alle elezioni presidenziali dell’anno successivo.

Nel frattempo, gli Stati legati all’ex Unione Sovietica dal Patto di Varsavia hanno chiesto di entrare a far parte dell’Unione Europea e della Nato (Alleanza Atlantica), compresi gli Stati dell’ex Jugoslavia, dopo i cruenti eventi bellici – seguiti alla morte del Maresciallo Tito – che hanno portato all’attuale assetto territoriale e politico. Alcuni di essi sono già entrati e per altri le procedure sono ancora in corso per via della formale verifica del possesso dei requisiti richiesti, come per l’Ucraina.

Inevitabilmente, l’espansione a Est dell’UE e soprattutto della Nato è stata ed è tuttora una fonte di preoccupazione per la Russia, che – a differenza dei tempi della guerra fredda – si trova ora a confinare direttamente con paesi legati a un’alleanza militare (la NATO) nata proprio per contrapporsi a Mosca; e l’Ucraina, guarda caso, è uno degli Stati cuscinetto tra la Russia e i Paesi dell’UE che aderiscono alla NATO.

La Russia è passata quindi alle vie di fatto, tant’è che prima dell’Ucraina ha occupato la Cecenia, la Georgia, la Crimea e già dal 2014 appoggia i movimenti separatisti degli ucraini/russofoni del Donbass che si sono autoproclamati Repubbliche popolari autonome  del Donetsk e del Luhansk, che Putin ha naturalmente già riconosciuto (un teatro di guerra civile che dal 2014 ad oggi ha fatto 14mila morti).

E vi è anche il sospetto che Putin non voglia fermarsi all’Ucraina, ma che pensi anche alla riconquista delle Repubbliche Baltiche ed anche degli Stati dell’ex Jugoslavia.

E pensare che a cominciare da Gorbaciov e poi con Eltsin, fino al Putin di qualche anno fa, i rapporti con i Paesi occidentali avevano assunto un clima di distensione e di grande collaborazione, con la presenza della Russia nel G7 (Il Gruppo dei 7 – abbreviato in G7 –  che riunisce i Capi di Stato e di Governo delle 7 nazioni più industrializzate del mondo. Ne fanno parte: Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito, Stati Uniti. Nella sua forma allargata alla Russia, il gruppo prendeva il nome di G8),  e nel G20 (Il Gruppo dei 20 – G20 – che è un forum creato nel 1999 dopo una serie di crisi finanziarie, allo scopo di favorire il dialogo e la concertazione tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo. Ne fanno parte: Arabia Saudita, Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, Giappone, India, Indonesia, Italia, Messico, Regno Unito, Russia [ora non più], Stati Uniti, Sud Africa, Sud Corea, Turchia, Unione Europea). I rappresentanti dei Paesi membri sono i Ministri delle Finanze e i direttori o governatori delle banche centrali).

Al momento, nonostante i combattimenti siano ancora in corso, continuano le trattative tra la Russia e l’Ucraina per la ricerca di una via d’uscita onorevole per entrambe le parti in conflitto, con gli incessanti appelli al cessate il fuoco da parte di importanti autorità religiose, della politica e della società civile di tutto il mondo.

L’Italia ripudia la guerra!

Articolo 11 della nostra Costituzione Italiana:

“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Per la guerra in Ucraina, abbiamo condiviso e sottoscritto le Sanzioni inflitte alla Russia e, d’intesa con gli altri Stati, stiamo sostenendo il popolo ucraino con aiuti di natura economica e con equipaggiamenti militari per la loro difesa in armi;  partecipiamo inoltre alla costituzione e realizzazione di cordoni umanitari per l’accoglienza e l’inserimento nel nostro Paese dei rifugiati civili che scappano dalla guerra, con uno spirito di solidarietà esemplare.

Confidiamo nel buon senso dei popoli in guerra e auspichiamo la pace di tutti i popoli della terra.



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