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La “terra” di Nazario D’Amato

Si è tenuta a Poggio Imperiale, alle ore 19,30 di domenica 21 agosto 2016, presso il Centro Polivalente di viale Vittorio Veneto n° 50, la manifestazione di presentazione  dell’ultimo libro di Nazario D’Amato intitolato “terra … racconto in storie e versi, dell’appartenenza”, che ha fatto registrare una folta ed interessata partecipazione di pubblico.

L’evento culturale è stato promosso dal Comune di Poggio Imperiale, la locale Sezione AVIS e le Edizioni del Poggio.

Terra, libro di Nazaio D_Amato

Relatori sono stati Lorenzo Bove, Appassionato di Tradizioni e Storia Locale ed Enzo D’Agostini, Amico d’infanzia dell’Autore, mentre Claudio Quartaroli, anch’egli Amico d’infanzia dell’Autore, ha letto alcune delle poesie contenute nel libro.

Il Sindaco Alfonso D’Aloiso, presente all’evento, ha porto i saluti dell’Amministrazione comunale ed ha accompagnato anche, alla chitarra, l’amico Nazario D’Amato , nel corso delle sue esibizioni canore proposte nel corso della serata. L’intrattenimento musicale è stato altresì arricchito dalla potente voce della nota e brava cantante poggioimperialese Stefania Cristino. Mixer audio, Dino Vitale.

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Si riporta, qui di seguito, la relazione svolta nell’occasione da Lorenzo Bove, autore della Prefazione e della quarta di copertina del libro di Nazario D’Amato.

« Buonasera a tutti. E’ con vero piacere che mi accingo  a svolgere la mia relazione in occasione della presentazione dell’ultimo libro del nostro compaesano Nazario D’Amato; è la terza volta che mi capita quest’anno di essere presente qui a Poggio Imperiale in veste di relatore in circostanze come questa, e la cosa mi rende particolarmente lieto, soprattutto stasera che si parla di … terra … di appartenenza …

“ La Terra nel suo significato più generale e la Terra come luogo di riferimento intimo e personale: la prima da amare, proteggere e preservare, l’altra di cui invaghirsi, infatuarsi e da desiderare fino all’inverosimile. Sentimenti delicati e preponderanti al tempo stesso, che la lontananza amplifica inesorabilmente. E il desiderio del ritorno che diviene sempre più forte.

Versi appassionati e storie che si intrecciano tra loro,  svelando il naturale trasporto affettivo dell’uomo alla ricerca di un punto di riferimento che gli dia sicurezza: versi e storie che parlano di avvenimenti, luoghi e persone, ma che esprimono concetti di portata universale per la loro trasversalità di riferimento.

Perché, come si suol dire, “ogni mondo è paese”!

Nazario D’Amato, eclettico autore di libri e poesie, ma anche di musica e canzoni, che peraltro interpreta egregiamente accompagnandosi con la sua chitarra, ritorna al pubblico con un nuovo libro dal titolo “Terra, racconto in storie e versi, dell’appartenenza”, per i tipi delle Edizioni del Poggio, che suona come  un inno di lode al suo amato paese natìo, attraverso rappresentazioni diverse che si snodano nel tempo e nello spazio, con le sfumature dei suoi sentimenti più profondi che ne impreziosiscono lo scenario, mettendo particolarmente in risalto il paradigma dell’appartenenza, che per Nazario rappresenta il tema dominante, il motivo conduttore di questo suo ultimo lavoro.

Traspare la nostalgia dei luoghi che ha lasciato da giovane, per motivi di lavoro, e che non ha mai dimenticato e la forza delle origini e della Terra che lo sorregge, lo ispira e lo esalta. “Perché quando sei in terre ‘straniere’ e fra gente sconosciuta” – scrive Nazario – “le tue radici, finchè non si radicano nella terra nuova, ti sostengono, non ti fanno vacillare dentro le bufere dei cambiamenti, delle novità, della solitudine”.

In una qualche maniera, negli scritti di Nazario è possibile ritrovare tracce del celebre sonetto di Ugo Foscolo “A Zacinto”, dedicato all’isola del mar Ionio (l’odierna Zante) dove egli nacque. Il poeta affronta il tema dell’esilio e della nostalgia della terra natale, paragonando la sua condizione a quella di Ulisse, che però fu più fortunato in quanto riuscì a rimettere piede sulla sua petrosa Itaca, mentre lui è condannato ad una illacrimata sepoltura, senza pianto, cioè morirà lontano dalla sua terra che non potrà rimpiangerne la scomparsa.

Sicuramente per Nazario non si tratta di esilio né tantomeno di diaspora, tant’è che egli, spesso e volentieri, fa ritorno alla sua Zacinto, anche se per pochi giorni o comunque per brevi periodi di tempo. Ma questo mordi e fuggi non gli basta: solo con il rientro definitivo in patria si sentirà davvero appagato e Nazario si dimostra fermo nei suoi propositi di ritorno risolutivo a Tarranóve, a differenza del Foscolo ormai rassegnato alla lontananza: “Né mai più ti rivedrò …”.

E i versi di alcune poesie del “Distacco” danno forza a questo suo esacerbato desiderio:“ … una barca senza vela, curvo ai remi un pescatore anela a miglior fortuna”, in “E’ sera”; ed ancora:“… ammirare per l’ultima volta … il sole, all’alba meridionale, spuntare …”, in “La Speranza”; ed ancora:“… ritroverò il cammino, non sarà il mio cammino stesso tratto pietoso di gente amica partita e mai più tornata: io ritornerò …”, in “Ma io tornerò”; ed ancora:“… sono la mia storia gli umori della terra, voglio morire negli umori della terra, voglio dissetarmi a questa fonte palpitante natura di donna in amore …” in “Voglio”.

Nazario, pur tormentandosi per la lontananza, non trascende mai in improperi o maledizioni verso l’ingrato destino o verso la Natura matrigna, ma,  al contrario, cerca comunque di farsene una ragione : “… cantare alla vita e alla malinconia, alla casa lontana e alla nostalgia, con il sorriso cantare, finchè non viene il giorno cantare, perché domani è un altro giorno anche se la tristezza farà ritorno”, in “Domani è un altro giorno” … prendendo magari spunto dal famoso romanzo e colossal cinematografico “Via col vento”; ed ancora:“…o terra forestiera o terra di frontiera o terra senza storia! Se avessi memoria  dei tuoi canti e dei tuoi lamenti non avrei paura e non sarebbe così scura questa notte di tormenti e di nostalgie …”, in “Il Temporale”. Anche se, inevitabilmente, lo sconforto della solitudine prende il sopravvento: “malinconie d’amore, versi nella solitudine che in eco fanno ritorno. Ma è solo l’eco. Nessuno ha sentito, nessuno ha ascoltato”?, in “Che calma stasera”, ed ancora: “Odo, violentate dal vento, le foglie secche del cortile rumoreggiare, impazzite. Stanca, la mano al mento”, in “Attesa”.

Il libro di Nazario è ben strutturato e la lettura risulta gradevole ed armonica, sia nella parte in prosa sia in quella dedicata ai versi. Nei primi due racconti, l’Autore regala alcuni scorci di storie del passato terranovese, riuscendo a rendere lieve, con molta maestrìa, anche qualche passaggio piuttosto scabroso (niente paura, si tratta solo di cimiteri, becchini e di qualche naturale decesso). Nel terzo, viene affrontato il delicato problema generazionale padre-figlio, con effetti flashback , e cioè con l’inserimento di ricordi del passato che si intrecciano con episodi del presente; ma si parla anche di amicizia,  solidarietà e misericordia. L’ultimo dei quattro racconti, infine,  parla di un viaggio verso i ricordi del passato, attraverso i nomi degli amici di un tempo che andrà ad incontrare.

La seconda parte, dedicata alle poesie, si snoda lungo un percorso logico che parte dal “distacco” del giovane Nazario dal suo paese e che si sofferma alle “terre” ovvero ai luoghi da lui praticati e vissuti, per passare poi ai “transiti”, che riguardano i suoi viaggi per e da Poggio Imperiale, il borgo, visto – in maniera quasi morbosa – sotto ogni profilo e sfumatura possibili, approdando infine alla “Terra”, quella Terra che rappresenta il fine ultimo al quale l’Autore anela: “… ti penso ogni giorno e ogni giorno te lo dirò, finchè metamorfosi non ci farà stessa luce …”, in “Madre Terra”, ed ancora: “perché il paese è una memoria cara, un tremito del cuore, un pensiero che non muore … ma tu l’ami, gli vuoi bene, ti batte il petto solo a dire il suo nome, a pensarlo …”, in “Soliloquio, ovvero: Tutt i vot ka vaje senza ji” (tutte le volte che vado senza andarci).

Nazario si è rivolto, per la prefazione di questo suo ultimo libro, complice l’Editore Peppino Tozzi, al quale vanno riconosciuti i meriti per l’impegno e gli sforzi profusi per mantenere alto  il livello di cultura a Poggio Imperiale, a qualcuno che potesse “meglio compenetrarsi nelle delicate tematiche da lui affrontate”. Mi è stato dunque richiesto, bontà loro, di scrivere qualcosa in quanto, anch’io nativo di Poggio Imperiale, ho mantenuto forte l’attaccamento e l’amore per il mio paese di origine, nel quale ho trascorso la mia fanciullezza e la mia prima giovinezza, assaporando la gaiezza e la spensieratezza di quel tempo immemorabile che non ho mai più dimenticato. E il continuo rapporto che ho mantenuto e continuo a mantenere con il paese, con i parenti, gli amici di infanzia e con tutte le persone che ho avuto il piacere di incontrare e conoscere nella mia vita, non fanno altro che alimentare e consolidare al tempo stesso tali nobili sentimenti.

Ritorniamo ora al libro, per sottolineare alcuni altri aspetti che, non di meno, affiorano dalla sua lettura. L’Autore, a ben vedere, non si limita a trasmetterci  solamente, come abbiamo già constatato, le proprie emozioni per effetto del distacco, la lontananza, il desiderio del ritorno, ponendo come fulcro della sua analisi il rilievo dell’appartenenza, ma  sconfina – nel senso positivo del termine -  nell’universo dei valori umani, non solo riferiti all’etica ma anche al carattere e all’integrazione con gli altri, palesando così, con malcelato orgoglio, il suo impegno sociale e cristiano: “… c’è della dignità imbarazzante nella povertà, spesso sconosciuta ai ricchi” – scrive l’Autore, aggiungendo, tuttavia – “… non c’è niente di peggio di un povero che, sgomitando nella competizione per emergere nella scala sociale, dà colpi nel fianco del suo vicino, al suo compagno …”. Ed ancora: “Primiano … un terreno di scontro con il padre che lo ammoniva con un ‘uagliò’!, un richiamo tenero a tenere i piedi per terra … sapendo che il figliolo aveva complice ‘irresponsabile’ il nonno… che lo incitava … a non desistere, a provarci, come volendogli dire, lui aveva superato sia la sua età che quella di suo padre, che aveva sperimentato l’esaltazione del sogno, la saggezza di non inseguirlo e l’amarezza per non averlo fatto, che forse non vale la pena abbandonare i sogni, anche quando sembrano irrealizzabili, perché alla fine nulla sarà più grande e promettente di essi”; ed ancora: “il chierico più stupido porta la croce … nella vita non conta l’alpinismo sociale, il retaggio, i soldi … [conta] la solidarietà, la giustizia, stare dalla parte degli ultimi e con gli ultimi portare la bandiera del riscatto sociale, dell’appartenenza … ammirare il Cireneo … ama il prossimo tuo … o gli uomini impareranno ad amarsi o periremo tutti insieme … ”; ed ancora: “… alla nuda terra, nudo consegnato … così come al mondo sono arrivato, e per fiore su di me addormentato, piantate un verde albero di ulivo, perché a lui io sia intrecciato …”; ed ancora: “… era una sorta di lezione di vita [quella di nonna Chela] perché preannunciava al pargolo una legge sociale, ed umana al tempo stesso, della quale crescendo avrebbe dovuto prendere coscienza …”.

E, per finire, non ci si può esimere dal far cenno alla tutela dell’ambiente e alla conseguente necessità di preservare la Natura dagli sconsiderati attacchi dell’uomo: altro tema caldo, toccato dall’Autore, con il quale si chiude il cerchio e si viene ricondotti ineluttabilmente al punto di partenza, ovverosia alla considerazione dei valori della Terra e dunque dell’appartenenza. “ … Cosa non darei per appiattire questi cumuli di terra sventrata, queste ferite che imprigionato in un recinto dall’orizzonte parziale, precluso …”, scrive Nazario, riferendosi allo scempio paesaggistico perpetrato nel territorio di Poggio Imperiale e dintorni, per via dei notevoli “cumuli” di materiali provenienti dagli scavi delle cave di pietra. Ed ancora: “… L’orizzonte ci era stato già rubato con monti posticci di sassi e pena, terra sventrata, corpo squarciato dov’era il grano, l’ulivo …  poi è arrivata nuova rivoluzione, catturare energia in forma di vento … tramuta il paesaggio in elica olandese, mostri pale sulla nostra vita … scelleratezza ha profanato filo d’erba, arcobaleno, terra e mare ….”. Qui l’Autore allude alle “pale eoliche” che hanno invaso buona parte del territorio e a Poggio Imperiale, in particolare, è presente un articolato complesso di produzione di energia alternativa denominato  “parco eolico”.

Mi accingo ora a concludere il mio intervento con un’ultima citazione tratta dal libro di Nazario, qualche verso di una sua poesia scritta nel 1970, “La Zolla”, all’età di 16 anni, che reputo sia da intendere un po’come la  password, la parola segreta, la chiave di accesso, per cogliere appieno quanto egli ha inteso qui palesare con le sue poesie e le sue storie:“… Per Michele, mio padre, la terra è come Dio, origine, ragione, madre e tal mi sento io …”.

Grazie e buona continuazione di serata ».

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