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Ago

“Chiamami Fernanda, una storia procidana” il nuovo libro di Nazario D’Amato

Un nuovo libro di Nazario D’Amato, artista poliedrico e nostro concittadino, dal titolo “Chiamami Fernanda, una storia procidana”, edito dalle Edizioni del Poggio, un romanzo interessante e intrigante. Un romanzo coinvolgente che lascia il lettore con il fiato sospeso fino alla fine; quasi un thriller, quanto ad ansia indotta con l’obiettivo di mantenere alta l’attenzione del fruitore, tramite l’espediente della tensione: il protagonista si trova  di fronte a un mistero, che vuole scoprire ad ogni costo, un mistero che gli ha cambiato letteralmente la vita. Ma anche un po’ storia di genere fantastico o, forse, è solo una favola, come dice Nazario nel suo libro?

E l’intera e appassionante vicenda prende le mosse e si svolge proprio in uno scenario da favola, l’incantevole Isola di Procida, nel Golfo di Napoli, tra Ischia e Capri, una location da sogno che l’autore descrive, o forse è meglio dire che dipinge con speciale maestria. E sembra di vivere e assaporare con lui e con i suoi personaggi quegli sprazzi di vita isolana, nell’osservazione dei paesaggi e nel godersi il suo limpido mare e il suo sole spendente, in alto, in quel cielo azzurro infinito.  

Un vecchio marinaio, Paolo, Pablo, Jorge o forse lo stesso autore del libro Nazario D’Amato, in una sorta di  malcelato processo catartico per la  liberazione di tensioni psichiche attraverso la rievocazione di eventi traumatici?

Un cane, Vispo, Perro o semplicemente Cane, come preferisce chiamarlo il suo proprietario?

Una bambina di nome Archea: la predestinata di quale arcano destino? E perché quel nome? Scientificamente, in Biologia, gli Archea sono microrganismi unicellulari molto simili a Batteri che sopravvivono in ambienti  con condizioni estreme, temperature molto alte o molto basse, acque con salinità altissima, ecc.

E, dunque, un vecchio marinaio, un cane e una bambina sopra una barca in mezzo al mare … “metafora di  una barca che traghetta pensieri verso una recondita spiaggia?”.

“Una storia il cui confine è così labile da farsi arduo da riferire, arduo come navigare a vista in un banco di nebbia”, dice il vecchio marinaio alla bambina.

E, ancora: “Ti ho raccontato della Janara?”.

Un’antica leggenda isolana parla di “un ambiguo quanto misterioso personaggio femminile sulla cui esistenza tutti giurano sebbene nessuno l’abbia mai visto. E’ una storia che aleggia come un’eco trasportata dal vento di ponente, un’eco frammentata, corrosa dalla furia delle tempeste e dalle creste delle onde dei mari che ha attraversato, che l’hanno resa simile alla scrittura incompleta e parziale di un’antica pergamena logorata dal tempo”.

In questo suo ultimo libro si conferma e si rafforza la profondità dell’animo dell’autore, che pone come fulcro della sua analisi l’universo dei valori umani e il suo impegno sociale e cristiano, riprendendo altresì concetti a lui molto cari finalizzati alla tutela dell’ambiente e anche degli animali.

Numerosi sono, infatti, i riferimenti a Dio, alla Creazione, ai Santi, agli Angeli e a San Michele Arcangelo in particolare. E per gli animali, i cani in special modo, egli si azzarda in voli pindarici, provando a penetrare nella loro psiche, nei loro sentimenti, interpretandone le espressioni degli occhi e i movimenti del corpo, in un tutt’uno con i comportamenti e gli atteggiamenti del loro padrone.

Inoltre, l’autore dimostra di possedere conoscenze tecnico scientifiche di alto profilo, in materia di marineria, parlando con dovizia di particolari di strumentazioni, barche, navi, marinai, comandanti, venti e naufragi; un tragico naufragio … che coinvolge emotivamente  e trascina il lettore sin nelle viscere dello scafo della nave in frantumi, nella profondità oscura dell’abisso del mare in tempesta.

E, ancora, i continui e piacevoli richiami ai suoni, melodie, musica, canzoni, opere liriche, ai compositori e agli strumenti musicali, come l’arpa, pianoforte ed altro, denotano non solo la sua particolare sensibilità, ma anche la sua passione e competenza in materia.

Ma, accanto a tutto ciò, in questo libro affiora un elemento di rottura, se vogliamo, rispetto allo standard cui Nazario ci ha abituati e che riguarda il concetto di appartenenza,  dell’attaccamento alla propria Terra e il desiderio di ritorno alla propria Itaca. Questa volta Nazario ha dovuto forzare la mano e consentire obtorto collo al suo personaggio di rinunciare al ritorno e stabilirsi definitivamente sull’isola di Procida, in forza di un amore grande, travolgente, incommensurabile.

Ed è così che “l’unico desiderio che aveva Jorge, ormai, era quello di tornare definitivamente a casa, sulla terra ferma, sulle sue montagne affacciate sul golfo … in una regione lontana da qui, nelle Asturie, in Spagna, dove si parla una lingua diversa  … ”.

Ma qualcosa è successo!

“Il naufragio, attraverso l’incontro ambiguo con la Janara, indecifrabile e stupefacente, si svelò in un approdo del corpo e dell’anima e al tempo stesso indicazione di un nuovo cammino, incitamento alla scoperta, allo svelamento di mondi sconosciuti, di un sé sconosciuto, che si presentò in forma di donna che lo prese per mano, lo afferrò dalla caduta negli abissi e lo trasse in salvo”.

Ed ecco come l’amore, quello con la A maiuscola, riesce a sconvolgere piani e previsioni, e il vecchio marinaio sentiva che non avrebbe potuto vivere in nessun altro luogo che sull’isola”, l’Isola di Procida.

L’amore! “C’è una sola cosa alla quale neppure una Janara può rinunciare, a nessun essere vivente può essere chiesto ciò, ed è l’amore” ripete la Janara, parole tramandate da generazione in generazione da quando si ha memoria di Janare, sull’isola, e che si tramanderanno finché ci sarà una fanciulla che se ne vorrà assumere l’eredità.

E, quindi, come logico che fosse:“E nemmeno io voglio rinunciarvi, Jorge, nemmeno io” aggiunge [la Janara]. Ed è come alterata, luce, voce, la stessa metamorfosi che … chiunque abbia amato ha sperimentato su di sé.

La favola è solitamente accompagnata da una “morale”, ossia un insegnamento relativo a un principio etico o un comportamento, sottinteso o anche formulato esplicitamente alla fine della narrazione (anche in forma di proverbio).

E, dunque, quale  morale si può dedurre da questa favola procidana raccontata da Nazario D’Amato?

Proviamo con: Aiutati che il ciel t’aiuta?

La forza di volontà del comandante, la sua lucidità fino all’ultimo respiro, l’immane e coraggioso sforzo profuso durante i momenti tragici del naufragio, sono stati premiati dall’inaspettato e quanto mai benefico, efficace e provvidenziale salvataggio, da parte di un Angelo, materializzatosi attraverso la visione fantastica di una figura leggendaria che solca i mari procidani, la Janara? Leggenda, mitologia, religione, fusi insieme; oppure più semplicemente … Tutto è bene quello che finisce bene? E cioè, nonostante i numerosi ostacoli e impedimenti, l’epilogo positivo di una vicenda è sicuramente un successo … soprattutto quando è l’amore a prevalere sulle nequizie umane?

Ma, al di là di ogni maldestro tentativo di interpretazione, dal tempo dei tempi, tutte le storie a lieto fine si portano dietro sempre insegnamenti virtuosi e positivi, come le favole raccontate un tempo dalle nostre nonne ai piccini seduti in cerchio intorno al camino o al braciere, nelle fredde serate d’inverno e au frische ssettat’a ‘nnanz’a porte (al fresco seduti davanti agli usci di casa) nelle calde serate d’estate.

E noi tutti abbiamo bisogno, oggi più che mai, di buoni esempi; abbiamo bisogno di fermare la giostra, scendere e restare fermi almeno un giro, per riflettere, disintossicarci e poi riprendere serenamente il nostro cammino.

Ma forse è proprio questo che l’autore vuole trasmetterci … partendo da  … “una piovosa giornata autunnale, con l’acqua che sbatteva sui vetri della casa abbarbicata in cima alla rupe di Punta Pioppeto, una specie di abbaino da caccia con porticato, piccolo ma arredato in modo sobrio ed essenziale, dove mi ero rifugiato per un breve periodo di riposo e di riflessione, per “staccare la spina”, e per prendere una decisione”.

Chiamami Fernanda, una storia procidana” di Nazario D’Amato.

Il nuovo libro di Nazario D’Amato è stato presentato sabato 10 agosto 2019, ore 19,30, a Poggio Imperiale presso il locale Centro Polivalente di Corso Vittorio Veneto, 50.

Le foto di repertorio riportate nell’articolo si riferiscono alla serata della presentazione.



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