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Lug

Ancora sul coronavirus: l’eccezione non può diventare la regola!

Nei giorni scorsi il Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte ha preannunciato un’eventuale possibile proroga dello “stato di emergenza” fino a tutto il 31 dicembre prossimo.

Ancora cinque lunghi mesi di “stato di assedio” con la tacita sospensione di diverse prerogative costituzionali, giustificata da un paventato (ma non effettivo, sussistente e provato) grave pericolo per l’incolumità della popolazione.

Attualmente, nel nostro territorio italiano, il processo pandemico dovuto al Covit-19 in atto è in fase nettamente discendente, seppure permangano ancora situazioni di allerta in alcune aree geografiche, che  vengono considerate comunque rientranti nei parametri di rischio accettabili. E, dunque, viene consentita una pressoché normale vita di relazione, seppur nel rispetto di alcune regole di distanziamento interpersonale, uso di mascherine, guanti, divieto di assembramento, ecc.

“Manca il presupposto della proroga: non basta che vi sia il timore o la previsione di un evento calamitoso. Occorre che vi sia una condizione attuale di emergenza”. È quanto scrive sul Corriere della Sera il professor Sabino Cassese, costituzionalista e giudice emerito della Corte Costituzionale, esprimendo contrarietà alla proroga, fino al 31 dicembre, dello stato d’emergenza. “Perché prorogare lo stato di eccezione, se è possibile domani, qualora se ne verificasse la necessità, riunire il Consiglio dei Ministri e provvedere”?, si chiede Cassese. “L’urgenza non vuol dire emergenza”.

Un altro motivo, secondo il professore, è quello di “evitare l’accentramento di tutte le decisioni a Palazzo Chigi. E questo non solo perché finora si sono già concentrati troppi poteri nella Presidenza del Consiglio dei Ministri, o perché in ogni sistema politico una confluenza eccessiva di funzioni in un organo è pericolosa, ma anche e principalmente perché l’accentramento crea colli di bottiglia e rallenta i processi di decisione”.

Infine, la proroga della dichiarazione dello stato di emergenza “è inopportuna perché il diritto eccezionale non può diventare la regola. Proprio per questo sia la legge che lo prevede, sia la costante giurisprudenza della Corte Costituzionale hanno insistito sulla necessaria brevità degli strumenti derogatori, perché non è fisiologico governare con mezzi eccezionali. Questi possono produrre conseguenze negative non solo per la società e per l’economia, creando tensioni nella prima e bloccando la seconda, ma anche per l’equilibrio dei poteri, mettendo tra le quinte (ancor più di quanto non accada già oggi) il Parlamento e oscurando il Presidente della Repubblica e la Corte Costituzionale, al cui controllo sono sottratti gli atti dettati dall’emergenza”.

E, comunque, al di là dei punti di vista, si ha l’impressione che Giuseppe Conte nutra il desiderio (tutt’altro che recondito) di autoblindarsi a Palazzo Chigi, per mettersi al riparo dai  i venti di crisi che soffiano sul Governo e che nelle ultime ore erano diventati fin troppo impetuosi. Con una emergenza sanitaria in corso, formalmente dichiarata, chi potrebbe azzardarsi a buttare giù un esecutivo in carica che ha lo scopo di salvaguardare  (a parole) la salute di milioni di italiani? Bisognerebbe spiegarne le ragioni ai cittadini, e non sarebbe facile.

Tuttavia, la blindatura implicherebbe anche le responsabilità che in conseguenza di essa si assumono. E’ evidente che ancor più di quanto avvenuto fino ad oggi, Giuseppe Conte diventerebbe  l’accentratore di tutti i poteri ma anche il parafulmine su cui si scaricherebbero tutte le tensioni che affollano un equilibrio politico già di per sè precario, denso di polemiche, gonfio di veleni. E risulta emblematico il fatto che alcuni partiti di governo (Partito Democratico e Italia Viva in particolare) abbiano chiesto che il Presidente del Consiglio vada in Parlamento a spiegare una decisione così impegnativa, concernente l’aspetto istituzionale. Governare con i Dpcm, pur in situazioni eccezionali, è scelta impregnata di problematiche per gli equilibri democratici. L’esperienza della Fase 1 ha mostrato che è una strada che non può essere percorsa in solitaria.

E c’è un altro aspetto importante da non trascurare: il rischio (molto fondato) di tensioni sociali dovute alla crisi economica, il cui inquietante allarme è stato lanciato nei giorni scorsi dal Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese e che richiede l’assunzione di responsabilità da parte del Governo, piuttosto che continuare sulla strada del rinvio.

E questo significa decidere alla svelta anche cosa fare dell’Alitalia, della ex Ilva, delle Autostrade e così via per tutte le situazioni ancora in bilico per le quali permangono posizioni preconcette, astio e spirito di contrarietà ingiustificati, legati principalmente a promesse elettorali infarcite di slogan e concetti di propaganda populistica, senza alcun fondamento razionale degno di rispetto.

Né il pretesto dello “stato di emergenza” può essere utilizzato come paravento per giustificare procedure di urgenza sine die al di fuori delle regole, perché – così si narra in giro – solo così abbiamo potuto ricostruire il ponte di Genova e solo così abbiamo potuto realizzare i lavori dell’Expo di Milano.

Niente di tutto questo. Riformiamo una volta per tutte la Pubblica Amministrazione, evitando di metterci su le solite toppe, informatizziamo i processi, formiamo adeguatamente i quadri dirigenti e gli operatori e responsabilizziamoli sul raggiungimento degli obiettivi da perseguire.

L’eccezionalità non può diventare la regola.

E, a babbo morto, faremo i conti di quanto ci è costata anche questa pandemia di Covid-19 per spese inutili, inefficienza, sprechi e pressappochismo a danno dell’Erario; denaro che poteva e doveva essere speso in maniera oculata per finanziare progetti mirati comportanti ritorni in termini di benefici per la collettività, anche sul piano occupazionale, evitando forme di illusorio assistenzialismo di massa, che non genera ritorni, se non a livello di effimeri consensi elettorali.




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