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26
Ott

Fratel Ettore, il “Folle di Dio” !

Avviato il processo di beatificazione e canonizzazione di Fratel Ettore, soprannominato il “Folle di Dio”, l’umile Camilliano che dedicò la propria esistenza ai diseredati  e ai senza tetto di Milano.

Una vecchia utilitaria di colore bianco, una Fiat 127, con una statua della Madonna di Fatima fissata sul tettuccio, circolava per le strade di Milano e soprattutto nelle zone più degradate ove stazionavano barboni e diseredati di ogni sorta, con un folle alla guida che recitava il Santo Rosario, diffuso attraverso un gracchiante altoparlante. “Porto la Mamma con me”, rispondeva a chi gli domandava del perchè di quell’abitudine considerata da molti alquanto eccentrica. Si fermava, caricava a bordo i bisognosi e li portava in quel “Rifugio” che era riuscito a metter su nei pressi della stazione centrale di Milano, in uno dei tunnel che corrono trasversalmente sotto la ferrovia. E li lavava,  li curava, li accudiva e dava loro da mangiare.

Si dice che i ”Santi” siano anche un po’ “matti”!

Capelli bianchi, piuttosto scapigliati, abito talare nero lungo fino ai piedi, sdrucito, con una grossa croce di tessuto rosso cucita sul petto (proprio dell’Ordine dei Camilliani). Questo era “Fratel Ettore”, al secolo Ettore Boschini, il Camilliano molto noto a Milano, che ha speso la sua vita accanto agli ultimi nella metropoli lombarda,  a favore del quale l’Arcivescovo di Milano  ha dato il via libera alla pubblicazione dell’Editto per  l’avvio dell’iter che potrebbe portarlo agli onori degli altari.

La mattina di sabato scorso, 21 ottobre 2017,  la Diocesi di Milano ha annunciato l’apertura ufficiale della fase diocesana del processo di beatificazione e canonizzazione di Fratel Ettore, la cui missione era stata a suo tempo sostenuta dal Cardinale Carlo Maria Martini ed era conosciuta da San Giovanni Paolo II. “L’Arcivescovo di Milano, Mons. Mario Delpini – si legge nel comunicato diffuso dalla Diocesi – ha incaricato la Curia Arcivescovile di pubblicare l’Editto per l’apertura del processo di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio Fratel Ettore Boschini. Da questo momento in conformità all’art. 43 dell’Istruzione Sanctorum Mater della Congregazione delle Cause dei Santi, i fedeli ambrosiani potranno far pervenire al Servizio per le Cause dei Santi della Curia Arcivescovile di Milano testimonianze o scritti sulla figura del sacerdote in vista dell’inizio dell’istruttoria diocesana che avverrà martedì 19 dicembre”.

Ho avuto personalmente il piacere, ma soprattutto il privilegio e l’onore di incontrarlo, in diverse occasioni, per via del fatto che il Centro di accoglienza di Milano era ubicato in area ferroviaria, giurisdizione della Direzione Compartimentale delle FS, della quale all’epoca  facevo parte.

Aveva sempre bisogno di qualcosa e non si serviva di intermediari, si rivolgeva direttamente a chiunque potesse offrire aiuti per far fronte ai bisogni della sua comunità. L’approccio era rapido e molto sbrigativo, non si perdeva in preamboli: ti stringeva la mano, ti baciava su entrambe le guance, ti porgeva un “santino” … un segno di croce, un breve preghierina e ti prospettava subito il problema, che consisteva sempre in una richiesta di sostegno di qualunque genere. Era impetuoso e trascinante al tempo stesso … e non gli si poteva mai dire di no!

Fratel Ettore, era nato nel mantovano il 25 marzo 1928 e più precisamente presso la frazione Belvedere del comune di Roverbella, da una famiglia di agricoltori, trascorrendo la fanciullezza in ristrettezze economiche familiari. In età adolescenziale dovette abbandonare gli studi per andare a lavorare nei campi e nelle stalle, alle dipendenze di piccoli proprietari terrieri del luogo. A 24 anni,  la vocazione – che era già viva in lui – si fece più insistente, per cui scelse di entrare nell’Ordine dei Camilliani, venendo accolto il 6 gennaio 1952 e pronunciando i voti temporanei come Fratello, il 2 ottobre del 1953.

Nei primi anni Settanta Fratel Ettore era appena approdato a Milano, dopo 25 anni trascorsi a Venezia, destinato alla clinica camilliana “San Pio X”, quando nel capoluogo lombardo scoprì le miserie che si nascondono nella vita metropolitana delle grandi città. Desideroso di stare vicino ai  diseredati, senza tetto, immigrati, persone sole senza affetti, prese ad istituire dei “Rifugi” – del tipo di quello che creò nelle vicinanze della stazione ferroviaria centrale – luoghi ospitali organizzati per soccorrerli al meglio, prima da solo, poi con l’aiuto di volontari attratti dal suo carisma camilliano.

I milanesi lo ricordano  mentre percorreva in lungo e in largo Milano, alla ricerca dei bisognosi, offrendo aiuto concreto e spirituale.  La vita di Fratel Ettore era cambiata nel 1977, la notte di Natale, quando si era recato al dormitorio pubblico di viale Ortles con qualche bottiglia di spumante e dei panettoni, per festeggiare con gli ultimi. C’era un clochard che non aveva voglia di prendere parte alla festa; aveva i piedi congelati, le sue scarpe erano letteralmente marce e non aveva neanche le calze. Fratel Ettore si era tolto le sue scarpe e gliele aveva offerte, sentendosi dire: “Tu metti le mie se non ti fa schifo”. E così era tornato alla “San Pio X” con le luride calzature del barbone, decidendo che da quel giorno la sua vita – fino a quel momento dedicata ad assistere i malati  in ospedale – sarebbe stata totalmente dedicata ai poveri, ai senzatetto, a quelli di cui nessuno si prende cura.

Oggi, la sua opera ha Rifugi aperti a Seveso, Affori, Colle Spaccato di Bucchianico (Chieti), Grottaferrata (Roma) e a Bogotà in Colombia, e suor Teresa Martino – sua prima discepola – è alla guida della comunità.

Ed è proprio suor Teresa Martino la più tenace sostenitrice della beatificazione e canonizzazione di Fratel Ettore; lei che lo ha seguito da vicino in quella sua intrepida opera di comunione con gli ultimi, testimoniando le imprese di quel “Folle di Dio” che girava i bassifondi delle città alla ricerca dei senza tetto, nella  convinzione che – questo è quanto egli sosteneva –  “Amare significa non nascondere, perché non c’è nulla che non possa essere redento”.

Una passione e uno stile pastorale non sempre compreso e apprezzato. Ma nonostante le fatiche, le incomprensioni e i maltrattamenti (molto spesso veniva aggredito e picchiato dai suoi stessi ospiti dei rifugi), egli è diventato per moltissimi milanesi, e non solo, il “simbolo di una vera e difficile solidarietà”, come lo definisce anche il comunicato ufficiale dell’Arcidiocesi Ambrosiana che dà l’annuncio dell’avvio delle procedure a livello Diocesano.

Fratel Ettore morì il 20 agosto 2004 a 76 anni, nella clinica camilliana “San Pio X” a Milano, dove aveva iniziato la sua missione pastorale. Aveva scritto poco prima di morire: “Penso che quest’opera per gli ultimi, i diseredati, gli emarginati, sia stata proprio voluta dal Signore. Egli fa cose ben più grandi, anche solo con una mascella d’asino, dunque perché stupirci se ha fatto queste belle cose con un poveraccio come me? Ma io mi stupisco ancora, e richiedo: ma è vero, tutto vero, ciò che sto osservando, tutto ciò che si sta compiendo? E mi rispondo così: chi confida nel Signore non manca di nulla”.

Una lapide posta dai cittadini del Quartiere Greco di Milano, vicino alla stazione centrale, ricorda  la visita che anche Santa Madre Teresa di Calcutta volle fare al primo Rifugio di Fratel Ettore, in occasione di una sua venuta a Milano.

Foto di repertorio da Internet

9
Dic

“Amore e Psiche” a Milano, in un contesto incantato!

Una scultura e un dipinto, congiuntamente, in un’esposizione straordinaria che rievoca il mito di “Amore e Psiche”, attraverso due capolavori neoclassici: l’opera scultorea “Amore e Psiche stanti” di Antonio Canova e la tela “Psyché et l’Amour” di François Gérard.

Un confronto inedito tra pittura e scultura, due meraviglie del Louvre esposte per la prima volta insieme nel cuore di Milano, protagonisti “Amore e Psiche” e la loro storia d’amore.

I due capolavori dell’arte neoclassica, messi a disposizione dal Museo del Louvre di Parigi, sono ospitati presso la prestigiosa Sala Alessi di Palazzo Marino di Milano dal 1 dicembre 2012 al 13 gennaio 2013.

Il mito di  “Amore e Psiche” raccontato in due opere straordinarie, la scultura di Antonio Canova “Amore e Psiche stanti” del 1797 e “Psyché et l’Amour” il dipinto di François Gérard, realizzato un anno dopo, nel 1798.

Per la prima volta esposti insieme, in un contesto incantato, all’interno di Palazzo Marino, la nota sede del Comune a Milano.

E, in effetti, quando si entra nella cinquecentesca Sala Alessi si stenta quasi a riconoscerla, trasformata per l’occasione in un giardino notturno, idealmente quello in cui Zefiro porta Psiche per volere di Cupido. Una bellissima favola.

Per il quarto anno consecutivo, il Comune di Milano rinnova la partnership con il Louvre di Parigi, offrendo al pubblico milanese l’opportunità di ammirare, a Milano, capolavori del Louvre.

I capolavori protagonisti delle precedenti edizioni sono stati: “L’Adorazione dei pastori” e il “San Giuseppe falegname” di Georges de la Tour (lo scorso anno), “Donna allo Specchio” di Tiziano (nel 2010) e “San Giovanni Battista” di Leonardo da Vinci (nel 2009).

Quest’anno, due opere di straordinaria bellezza ispirate al mito greco di “Amore e Psiche”; due capolavori che, seppur in modo diverso,  rievocano la celebre leggenda mitologica.

La favola, contenuta nel libro “Le metamorfosi” di Apuleio (II secolo d.C.), narra la storia della giovane Psiche, una fanciulla talmente bella da scatenare la terribile gelosia di Venere e l’amore appassionato di Cupido.

Prima di potersi ricongiungere al suo divino consorte, la giovane è costretta a compiere una serie di prove, al termine delle quali otterrà l’immortalità.

Come in una sorta di percorso iniziatico, Psiche supera le prove che incontra lungo il suo cammino e riesce a raggiungere l’Olimpo, dove potrà finalmente sposare il suo Amore.

L’OPERA DI ANTONIO CANOVA: “AMORE E PSICHE STANTI”.

Antonio Canova (1757-1822) è uno degli scultori più apprezzati del Neoclassicismo italiano, figlio di uno scalpellino, muove i suoi primi passi nella bottega dello scultore G. Bernardi. Le sue prime opere rivelano riferimenti “berniniani”, che vengono presto superati con il gruppo scultoreo di “Dedalo e Icaro”; un’opera, anch’essa ispirata alla mitologia classica, che permette al giovane Canova di compiere un viaggio a Roma, dove rimane folgorato dalla bellezza dei marmi d’ispirazione classica e ha l’opportunità di farsi conoscere sulla scena artistica internazionale. La sua capacità d’interpretazione si manifesta nel “Teseo sul Minotauro”, eseguito su commissione dell’ambasciatore veneziano in visita a Roma. Il successo della scultura frutta all’artista prestigiose commissioni nel mondo aristocratico ed ecclesiastico. Fra queste spiccano i monumenti funebri, nei quali la morte è sviluppata su un duplice registro: quello civile della memoria dell’eroe come “exemplum virtutis” (come il monumento di Vittorio Alfieri) e quello elegiaco del ricordo degli affetti e delle virtù personali (il monumento funebre a Maria Cristina d’Austria ne è un esempio).  Dopo aver affrontato il tema della morte, Canova realizza opere a sfondo mitologico. La più famosa è senza dubbio “Amore e Psiche”, commissionata nel 1797 dal colonnello scozzese John Campbell e successivamente acquisita da Napoleone. Ispirato alla favola di Apuleio, il gruppo scultoreo ritrae l’attimo in cui la fanciulla, drappeggiata in un sottile velo, prende la mano di Amore per deporvi una farfalla, simbolo della propria anima. Il giovane dio, di poco più basso, poggia la testa sulla spalla della donna, cingendole il collo con il braccio destro. Il gesto d’amore, immortalato dallo scalpello in un non-tempo immaginifico, è sorretto da un piedistallo decorato con ghirlande e farfalle, che coniugano la precisione tecnica con il fascino delle favole antiche.

L’OPERA DI FRANÇOIS GÉRARD: “PSYCHÉ ET L’AMOUR”.

François Gérard (1770-1837) è un pittore e incisore francese, ma nato a Roma nel 1770 e trasferitosi con la famiglia a Parigi appena dodicenne, dove iniziò la carriera artistica che lo vide presto allievo del famoso Jacques-Louis David, per poi prenderne le distanze nel corso del suo percorso artistico. Lo stile di Gerard si distingue per la serenità compositiva e la delicatezza cromatica, che improntano i suoi quadri mitologici quanto i dipinti storici, apprezzati soprattutto in età napoleonica. Dopo anni di travagli e difficoltà a seguito della morte del padre, espone al Salon del 1798 il suo “Psyché et l’Amour”, ispirato all’opera di Canova, ma più denso di erotismo. Il dipinto, considerato da Ingres come “il più bel quadro della scuola dopo David”, gli assicura un successo di pubblico tale da portarlo in brevissimo tempo a diventare il Primo Ritrattista di Francia. Secondo i critici d’arte, “Psyché et l’Amour” raffigura l’istante in cui Psiche immagina di ricevere il primo bacio di Amore (per volere di Venere alla donna era, infatti, impedito di vedere il dio). La freddezza solo apparente della composizione, le forme ben definite dai contorni e la resa minuziosa dei dettagli evidenziano la purezza della rappresentazione e la raffinatezza della sua ispirazione.

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