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Mag

La “Terza Repubblica” e il “Governo del Cambiamento”!

La Repubblica Italiana è stata costituita a seguito dei risultati del Referendum istituzionale del 2 e 3 giugno 1946, indetto per determinare la forma di governo da dare al Regno d’Italia, dopo la seconda guerra mondiale. E gli italiani, chiamati a scegliere tra Monarchia e Repubblica, optarono per quest’ultima;  l’unica che si conosca, in quanto – al di là degli slogan pubblicitari ad effetto – non ne esiste né una prima né una seconda. E figuriamoci se possiamo parlare addirittura di una Terza Repubblica, come qualcuno in questi giorni vuol farci credere.

Il vezzo di copiare dagli altri (uno per tutti, il contratto di governo alla tedesca) ci induce spesso, inconsapevolmente, a prendere sonore cantonate. I francesi, ad esempio, sono giunti alla loro Quinta Repubblica solo attraverso riforme sostanziali della loro forma di governo; l’ultima, in particolare, ha introdotto il “Semi Presidenzialismo”.

In Italia, abbiamo avuto l’opportunità di passare alla Seconda Repubblica il 4 dicembre 2016, quanto fummo chiamati ad esprimerci sull’ipotesi di una riforma della nostra Carta Costituzionale (per alcuni, la Costituzione più bella del mondo), finalizzata allo snellimento, efficientamento ed economizzazione dell’apparato burocratico, politico, amministrativo e giudiziario dello Stato. In particolare era previsto il superamento del “bicameralismo”, un inutile doppione che genera ingiustificate lungaggini nella formazione del processo legislativo, con il conseguente nuovo modello di legge elettorale (per la scelta dei soli membri della Camera dei Deputati) a doppio turno, che ci avrebbe consentito di conoscere il nominativo del nuovo Presidente del Consiglio la sera stessa delle elezioni.

Ma al Referendum confermativo abbiamo detto NO!

Una nuova legge elettorale (il c.d. Rosatellum) ci ha catapultati all’indietro di un quarto di secolo, riproponendo in larga misura il sistema proporzionale che in passato aveva reso l’Italia ingovernabile con governi balneari, pentapartito, di minoranza, con appoggio esterno, di astensione, ecc.

Alle recenti elezioni politiche del 4 marzo 2018 nessun partito ha raggiunto la maggioranza necessaria per poter governare da solo il Paese e i tre maggiori contendenti presentano programmi in contrapposizione e dunque inconciliabili tra loro, con l’effetto di rendere estremamente difficoltoso ogni tentativo di coalizione post elettorale (tipica del sistema proporzionale).

Il Presidente della Repubblica ha provato con il conferimento di incarichi esplorativi al Presidente del Senato prima e al Presidente della Camera dei Deputati poi, che non hanno sortito alcun effetto, nel mentre i giorni trascorrevano infruttuosi in un Parlamento che girava a vuoto  tra convenevoli e bouvette, con i cospicui emolumenti assicurati e presenze valide ad ogni effetto ai fini del futuro vitalizio (che mai nessuno avrà l’ardire di eliminare, al di là delle enunciazioni fatte in campagna elettorale).

Si è arrivati così all’out-out del medesimo Presidente della Repubblica, il quale – dopo ulteriori giri di consultazioni, senza alcun risultato positivo – ha stretto i tempi, minacciando la formazione di un “Governo di tregua”, di esclusiva nomina presidenziale, per assicurare all’Italia di affrontare le problematiche interne ed internazionali che diventavano ogni giorno sempre più impellenti: un governo tecnico formato da personalità ed esperti  della società civile, per traghettare il Paese fino alla formazione di un Governo politico ovvero verso le elezioni anticipate, previo scioglimento delle (nuove) Camere.

Il timore di ritornare al voto, rinunciando ai cinque anni di legislatura ben remunerati e vitalizio assicurato, ha rimesso in moto la macchina di quelli che un tempo venivano definiti “inciuci” e che oggi vengono ben camuffati all’insegna del c.d. “contratto di governo”, un mero accordo di natura privatistica tra le parti (due persone fisiche corrispondenti ai “capi” dei due movimenti “populisti” connotati da forti accenti “anti sistema”, a volte anche in netta contrapposizione fra loro). Un aggiustamento in corsa degli slogan che avevano caratterizzato la campagna elettorale, una serie di contraddizioni dalla sera alla mattina, una spartizione di poltrone, il tutto fatto passare per “governo del cambiamento”; un governo “politico” (sostengono), al vertice del quale viene invece indicato un esterno, un soggetto non eletto dal popolo.

E tutti tacciono!

Le prerogative del Capo dello Stato sono state completamente disattese, relegandolo al ruolo di mero notaio, nel mentre i due leader dei “movimenti politici”  interessati stabiliscono le regole (contratto di governo) e nominano il Presidente del Consiglio e i relativi Ministri, con intimidazioni  nient’affatto velate (sulla pagina Facebook di un loro consociato), di non porre intralci a scanso di rivolte popolari.

E un Presidente del Consiglio che non potrà a sua volta esercitare il  ruolo che gli discende dalla Costituzione (quale centro nevralgico dell’intera attività del Governo: egli, infatti, ne dirige la politica generale e ne è il responsabile, mantiene l’unità di indirizzo politico e amministrativo, promuove e coordina l’attività dei Ministri), poiché dovrà soggiacere al c.d. contratto di governo (che peraltro non ha sottoscritto: il contratto ha forza di legge solo tra le parti), con i due leader che faranno buona guardia e lo richiameranno al dovere ogni volta che egli si accingerà ad assumere determinazioni di un certo rilievo magari anche a livello strategico internazionale.

Viva l’Italia!

Bandiera italiana strappata

 

Foto, da Internet:

https://www.google.it/search?q=bandiera+italiana+strappata+foto&tbm=isch&source=iu&ictx=1&fir=yCZB_abfZ59JmM%253A%252CIv0EbscrFt_2ZM%252C_&usg=__FamqML6GLqFiljXs-wYcYeImGe4%3D&sa=X&ved=0ahUKEwjlmYCyyJ7bAhXHyqQKHafLCaMQ9QEIKjAA#imgrc=yCZB_abfZ59JmM:


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