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23
Ott

La Tomba di San Luca Evangelista a Padova

E sempre un piacere tornare a Padova, una bella e interessante città del Veneto, ricca di storia e di testimonianze architettoniche e religiose, che vanno oltre la mistica ritualità del pellegrinaggio alla Tomba di  Sant’Antonio, le cui reliquie sono custodite nella sua grandiosa Basilica, conosciuta in tutto il mondo come la Basilica del Santo. E noi ci siamo tornati volentieri il 3 ottobre scorso, in treno con il Frecciarossa da Milano, accompagnati da una stupenda giornata di sole che ha fatto da cornice alla nostra escursione.

Venezia la bella e Padova sua sorella“, recita un detto popolare. Il paragone con Venezia dovrebbe già far comprendere, a chi non è mai stato a Padova, cosa troverà durante la sua visita. La Cappella degli Scrovegni di Giotto, il più importante ciclo pittorico del mondo, basterebbe già da sola a giustificare la visita. E, sempre in tema di arte, i Musei Civici raccolgono una bella collezioni di pittori soprattutto veneti (Tiepolo, Tintoretto, Veronese) e nel Battistero del Duomo è perfettamente conservato un altro straordinario ciclo di affreschi, quello di Giusto de’ Menabuoi.

Le molte piazze cittadine, in particolare Piazza delle Erbe, della Frutta e dei Signori, svelano il piacere dei padovani (o patavini) per la socialità; una scelta insolita per gli abitanti di una città del Nord, dove il clima non è sempre clemente.

E, ancora, il Palazzo della Ragione (1208 circa) nei secoli sede del Tribunale, da cui prende il nome e che i padovani  chiamano anche “Il salone” perché il primo piano è in realtà un unico ambiente a forma di salone, per molti secoli il più grande del mondo, a cui si accede dalla “Scala delle Erbe” in Piazza delle Erbe. Nel Salone è conservata la “Pietra del Vituperio“, un blocco di porfido nero di su cui i debitori insolventi erano obbligati a spogliarsi e battere per tre volte le natiche prima di essere costretti a lasciare la città. Pare che questa pratica abbia dato origine all’espressione “restar in braghe de tea”. Davanti al Salone (accanto al Palazzo Comunale) c’è il “Palazzo delle Debite“, adibito a prigione a cui si accedeva direttamente dal Palazzo della Ragione con un passaggio ormai distrutto.

Succede raramente di visitare una città e cercare qualcosa da vedere nell’Università locale. Quella di Padova, però, fa eccezione. Dal 1222 nelle aule di Palazzo del Bo (prende il nome da un’antica locanda di un macellaio) sono passati Leon Battista Alberti, Galileo Galilei, Niccolò Copernico e molte altre personalità che ne hanno fatto un’istituzione mondiale in molti campi della ricerca scientifica. Sono due i lasciti principali di 800 anni di cultura: il Teatro Anatomico e la Cattedra di Galileo Galilei. Il Teatro, voluto da Girolamo Fabrici d’Acquapendente nel 1594, è uno straordinario teatro in legno di noce che permetteva agli studenti di assistere, dall’alto, alle autopsie sui corpi. Un’iscrizione all’ingresso del teatro recita “Hic est locus ubi mors gaudet succurrere vitae“, cioè “E’ questo il luogo dove la morte gode nel soccorrere la vita“. Nella Sala dei Quaranta, così denominata per i quaranta ritratti di studenti stranieri, c’è la cattedra di legno da cui Galileo insegnò matematica e fisica dal 1592 al 1610.

I padovani vanno inoltre fieri del loro Prato della Valle, una piazza che misura ben 88620 mq e che, per estensione totale, è seconda solo alla Piazza Rossa di Mosca. Per comprendere quanto effettivamente sia grande, basta pensare che è formata da un’isola centrale, completamente verde, chiamata Isola Memmia in onore del podestà che commissionò i lavori. Intorno all’isola c’è una canale di circa 1,5 km di circonferenza, circondato da una doppia fila di statue numerate (78) di personaggi famosi del passato. Per raggiungere l’isola centrale ci sono 4 viali incrociati con relativi ponti sul canale. Prato della Valle sorge in un luogo da sempre fulcro della vita di Padova: qui c’era un grande teatro romano e un circo per le corse dei cavalli. Qui furono martirizzati due dei quattro patroni della città, Santa Giustina e San Daniele. Nel Medioevo si svolgevano fiere, giostre e feste pubbliche. Oggi in Prato della Valle turisti e padovani passeggiano, vanno in bicicletta, prendono il sole d’estate o fanno tardi la sera.

E, nel corso della nostra scarpinata padovana, passeggiando proprio nel Prato della Valle, si è prospettato innanzi a me e mia moglie il monumentale complesso dell’Abbazia di Santa Giustina, che all’apparenza potrebbe rappresentare una meta secondaria della città, ma che – al contrario – riserva sorprese molto interessanti.

Nel tempo in cui la Patavium (Padova) romana era nel suo massimo splendore, nella zona in cui ancora oggi sorge la Basilica e il Monastero di Santa Giustina, c’era uno o più sepolcreti dell’aristocrazia pagana e un cimitero cristiano. Qui il 7 ottobre del 304 fu deposto il corpo della giovane Giustina, messa a morte perché cristiana, per sentenza dell’Imperatore Massimiano, allora di passaggio a Padova.

Poco dopo il 520, ad opera di Opilione, prefetto del pretorio e patrizio, sorse la prima Basilica con l’attiguo Oratorio, decorata di marmi preziosi e di mosaici. Se ne ha una descrizione nel 565 in Vita S. Martini, Libro IV, 672-670, di Venanzio Fortunato.

La Basilica cimiteriale oltre alle spoglie della Patrona della città e diocesi, fu arricchita di corpi e reliquie di molti santi, luogo di sepoltura prescelto dai vescovi. Divenne così, già nel secolo VI, meta di pellegrinaggi dal momento che il culto di Santa Giustina era ormai diffuso nelle zone adiacenti al litorale adriatico. Bisogna risalire al 971 per avere notizie certe circa la presenza dei monaci benedettini a Santa Giustina, e questo per merito del Vescovo di Padova Gauslino, il quale col consenso del suo Capitolo ristabilì un monastero sotto la Regola di San Benedetto, dotandolo di beni territoriali, di chiese e cappelle in città e in campagna. Iniziò così lo sviluppo progressivo operato dai monaci, che tanti benefici apportarono a tutto l’agro padovano con le bonifiche terriere che trasformarono le immense paludi e le sterminate boscaglie in distese di fertilissime campagne.

Ma la cosa più interessante è la scoperta che nell’Abbazia di Santa Giustina sono conservate anche le spoglie di San Luca Evangelista.

San Luca Evangelista non era, come molti credono, uno dei dodici apostoli scelti da Gesù; egli venne invece citato e lodato più volte da San Paolo come suo fedele collaboratore nei viaggi che fece per evangelizzare le genti. Luca scrisse il Vangelo, che da lui prese il nome, e gli Atti degli Apostoli. Fonti antiche parlano della sua professione di medico ed una tradizione assai diffusa lo presenta anche pittore del volto di Cristo e soprattutto della Madonna. Tra le icone “lucane” una è la  Madonna Costantinopolitana. San Luca è festeggiato sia dalla Chiesa Cattolica che da quelle Ortodosse il 18 ottobre.

l sarcofago di San Luca, che solenne si erge all’interno dell’Abbazia, è un’opera preziosa di scuola pisana (1313), fatta a cura dell’abate Mussato, gli specchi sono di alabastro orientale; il telaio che li inquadra, di porfido verde: due colonne di granito orientale, due di alabastro. Il sostegno centrale è formato da quattro angeli, di marmo greco. Le figure dei riquadri sono così ordinate: sul lato minore verso il Vangelo, l’effigie di San Luca, centro di tutta la composizione; sui due lati, nello stesso ordine: due angeli che portano torce, due angeli turiferari (dal latino turiferarius: tus turis “incenso” e ferre “portare”), due buoi (il bue è il simbolo biblico di San Luca); sulla testata opposta è ripetuto il simbolo dell’Evangelista. Secondo una antica tradizione l’evangelista Luca, originario di Antiochia di Siria e morto in tarda età (84 anni), sarebbe stato sepolto nella città di Tebe. Da lì le sue ossa furono trasportate a Costantinopoli dopo la metà del IV sec. e da qui nel corso dello stesso secolo o dell’VIII , trasportato a Padova nel Monastero di Santa Giustina. I monaci benedettini insediatisi prima dell’anno 1000 iniziarono così a venerare le spoglie dell’Evangelista. Nel 1354, l’imperatore Carlo IV di Lussemburgo, re di Boemia, si fece consegnare il cranio che finì nella cattedrale di San Vito a Praga dove si trova ancora oggi. Nel 1436 fu affidata al pittore Giovanni Storlato l’incarico di rappresentare, sulle pareti della cappella dedicata al santo, una serie di scene che ne narrano la vita, il trasferimento delle reliquie dall’Oriente e il suo ritrovamento a Padova. Un secolo più tardi, nel 1562, l’arca marmorea venne trasferita nel braccio sinistro del transetto, nell’attuale Basilica. All’approssimarsi del Grande Giubileo del 2000 il Vescovo di Padova, anche per motivi ecumenici, nominò una commissione di esperti per avviare una ricognizione scientifica delle reliquie di San Luca. Il 17/9/1998 fu aperto il sarcofago e si trovò in una cassa di piombo sigillata uno scheletro umano in buono stato di conservazione. I risultati definitivi delle indagini sono stati presentati nel Congresso Internazionale, svoltosi a Padova nell’ottobre dell’anno 2000. I dati scientifici – come è stato affermato al termine di quelle giornate – non smentiscono la tradizionale attribuzione a San Luca delle spoglie; si pongono piuttosto come dati precisi, complementari alle fonti scritte, attorno a cui l’indagine storica potrà muoversi con maggiore sicurezza, soprattutto per chiarire come, quando e perché sia avvenuta la traslazione del corpo da Costantinopoli a Padova.

In alto, sul Sarcofago di San Luca si ammira la Madonna con gli angeli, la copia cinquecentesca della “Madonna Costantinopolitana”, il cui dipinto originale – come si è detto – viene attribuito alla mano del medesimo San Luca. Bella la pittura e bella la lastra di rame sbalzato e dorato che inquadra i due volti. La cornice di bronzo e i due Angeli in volo di Amleto Sartori (1960). Del medesimo sono gli otto bracci portalampade di bronzo attorno all’abside (1961), e il disegno del piccolo coro. L’ambone e il portacero in bronzo a sinistra dell’altare di Giancarlo Milani.
Dagli antichi  documenti  viene segnalata la presenza della Immagine della Madonna Costantinopolitana nel Monastero di Santa Giustina a partire dal XII secolo, che divenne oggetto di viva devozione popolare. Secondo alcuni studiosi sarebbe l’immagine mariana più antica che si conosca a Padova, di stile nettamente bizantino, venerata e invocata dai padovani come la Salus Populi Patavini.

Lo scorso venerdì 18 ottobre, Festa di San Luca, patrono dei Medici, l’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Padova e la Pastorale della Salute della Diocesi di Padova hanno organizzano un convegno dal titolo “Il Medico tra coscienza e norma”. L’appuntamento si è tenuto nell’Aula Magna del Monastero di Santa Giustina, proprio nella Basilica dove riposa il patrono mondiale dei medici. L’Evangelista è diventato così simbolo, reale presenza, attorno a cui i medici di oggi si sono riuniti, rinnovando un’antica tradizione di incontro.

E, a proposito di venerazione delle effigi della Madonna dipinte da San Luca, famosa è anche quella custodita a Bologna presso  il Santuario della Madonna di San Luca, una Basilica dedicata al culto mariano che si eleva sul colle della Guardia, uno sperone in parte boschivo a 280 m di altitudine a sud ovest del centro storico.

L’icona della Madonna di San Luca, con tantissimi devoti tra i bolognesi, scende in citta a maggio, il mese mariano; essa raffigura una Madonna con il Bambino secondo l’iconografia orientale di tipo odigitria, ossia “colei che indica la via”, appellativo greco-bizantino diffuso a Costantinopoli, nei paesi di rito ortodosso e poi anche in Italia. Secondo la tradizione, anche questa icona sarebbe  la copia di un dipinto eseguito dall’Evangelista Luca.

Di questa effige, in casa ne conserviamo una copia ben incorniciata, acquistata qualche anno fa proprio a Bologna in occasione di una nostra visita al Santuario della Madonna di San Luca.


23
Ago

“A la messe de Tarranove ki ce trove trove ki dinte e ki fore” di Antonietta Zangardi

Nei giorni scorsi, a Poggio Imperiale, il mio paese di nascita dove sto trascorrendo come ogni anno il periodo estivo, la cara amica Antonietta Zangardi mi ha fatto dono di un DVD  contenente il Video  di una recita scolastica,  risalente al 5 giugno dello scorso anno,  degli alunni della locale V elementare, diretti dalla maestra Michelina Murano.

Un DVD con la seguente dedica: “A Lorenzo ed Elvira con profonda stima Antonietta Zangardi”.

E così ho provato, nel corso di uno di questi caldissimi pomeriggi di agosto che ti inchiodano in casa … al fresco dell’aria condizionata, a visionarlo, giusto per dare una prima scorsa veloce al suo contenuto, riservandomi di guardarlo poi con calma più in là.

Ma devo tuttavia ammettere che il coinvolgimento emotivo, sin dai primi fotogrammi, è risultato tale che mi sono visto costrettoguardare il Video per intero e fino alla fine, con il risultato di aver trascorso veramente un piacevole pomeriggio.

L’entusiasmo e l’impegno dei giovanissimi interpreti trasmettevano un’intensa carica di vitalità, calata talmente bene nei singoli personaggi da farli risultare verosimili a quelli vissuti ai tempi ai quali la narrazione degli eventi messi in scena si riferiva; nello specifico “Il dialetto e le usanze Terranovesi del secondo dopoguerra”.

Una commedia in vernacolo Terranovese in tre atti, scritta e sceneggiata dalla Prof.ssa Antonietta Zangardi, coordinatrice del Centro Studi Territoriale “Simposio Culturale” di Poggio Imperiale, dal titolo “A la messe de Tarranove ki ce trove trove ki dinte e ki fore”.

Complimenti ai bravissimi interpreti e alla maestra Michelina Murano che li ha preparati e magistralmente diretti, con un ringraziamento doveroso all’autrice Prof.ssa Antonietta Zangardi, che ha saputo cogliere momenti particolari della nostra civiltà contadina del secondo dopoguerra e immortalarli in una divertente Commedia dialettale, affinché il patrimonio immateriale della nostra piccola comunità non vada perduto.

I Terranovesi hanno sempre nutrito una naturale passione per la messa in scena di eventi di diversa natura; ad  esempio le scijarre (i litigi) tra singoli o tra famiglie, inscenati in strada, rappresentavano delle vere e proprie farse teatrali all’aperto, con la presenza di pubblico che accorreva numeroso sul posto, formando capannelli. E così il rito dei “lamenti” nel caso di decessi, allorchè venivano impiegate donne specializzate alla bisogna, e molti si recavano appositamente a far visita al defunto per poter assistere, per così dire, alla “sceneggiata”.

[Per memoria: La prèfica, nel mondo antico, era una donna pagata per piangere ai funerali].

Ma tante altre erano le occasioni buone per “recitare” in pubblico.

Si rivengono tracce  riferibili a tempi abbastanza remoti di gruppi di giovani che, soprattutto nel periodo di Carnevale,  “ce mascijequarijavene” (si mascheravano) e improvvisavano simpatici e divertenti  siparietti, il più delle volte in termini satirici verso autorità politiche, militari e religiose o come veri e propri sfottò diretti a specifici personaggi locali.

Personalmente ho memoria dei primi “teatrini” presso l’asilo infantile di via Cadorna di Poggio Imperiale, con le Suore Sacramentine,  a partire dagli anni 50 del secolo scorso e poi, negli anni sessanta, quando un nutrito gruppo di giovani provava a mettere in scena i primi spettacoli teatrali veri e propri. Un periodo di serena spensieratezza, che ho condiviso insieme ad altri compagni del tempo, nei primi anni della mia gioventù trascorsaa Poggio Imperiale, dilettandomi a scribacchiare parodie, poesie e scenette per gli spettacoli teatrali che, come giovani della GIAC (Gioventù Italiana  di Azione Cattolica), con la guida spirituale del nostro amato e indimenticato Don Giovanni Giuliani junior (Don Nannino), allestivamo  – insieme a tante altre interessanti attività culturali, benefiche e amatoriali – nel periodo di Carnevale;  uno per tutti “Spettacolissimo”.

Ed ora, grazie all’amore per il Teatro unito all’impegno e alla professionalità da parte di giovani poggioimperialesi, la “Compagnia Teatrale Terranovese”, di cui fanno parte anche tante donne,  ha avviato già da qualche anno la sua attività amatoriale che ha consentito di mettere in scena spettacoli di notevole rilievo, soprattutto su famosi repertori di Eduardo Scarpetta e del figlio Eduardo De Filippo, presso la sala teatrale cittadina di via Oberdan, attualmente in corso di ristrutturazione.

I ragazzi e le ragazze della V elementare del 5 giugno 2018, dopo la brillante dimostrazione di bravura sul palcoscenico, possono sicuramente rappresentare un prezioso  bacino dal quale poter attingere nuovi interpreti e nuovi talenti, al fine di assicurare continuità e mantenere a Poggio Imperiale sempre viva la nobile arte del Teatro (dialettale), integrandola, migliorandola  e provando, magari, anche a farle varcare i confini del nostro territorio.

Riporto, dal Sito Facebook del Centro Studi Territoriale
https://www.facebook.com/centrostuditerritoriale/

6 giugno 2018 ·

Ieri sera, presso la sala teatrale, i bambini della V elementare di Poggio Imperiale, diretti dalla maestra Michelina Murano hanno portato in scena la commedia “A la messe de Tarranove ki ce trove trove ki dinte e ki fore”.

Ideato e scritto dalla prof.ssa Antonietta Zangardi, coordinatrice del Centro Studi Territoriale Simposio culturale, è un testo interamente composto in vernacolo terranovese, perchè “il dialetto è la lingua dei sentimenti, studiato nelle università e dobbiamo conservarlo”, come ha ricordato l’autrice.

Una splendida serata trascorsa all’insegna del divertimento, nel ricordo di una Poggio Imperiale di fine dopo guerra fatta di autenticità, semplicità e grande spirito di comunità.

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Le foto di repertorio si riferiscono alla serata della recita e sono tratte dal medesimo Sito Facebook  https://www.facebook.com/centrostuditerritoriale/



21
Ago

“Chiamami Fernanda, una storia procidana” il nuovo libro di Nazario D’Amato

Un nuovo libro di Nazario D’Amato, artista poliedrico e nostro concittadino, dal titolo “Chiamami Fernanda, una storia procidana”, edito dalle Edizioni del Poggio, un romanzo interessante e intrigante. Un romanzo coinvolgente che lascia il lettore con il fiato sospeso fino alla fine; quasi un thriller, quanto ad ansia indotta con l’obiettivo di mantenere alta l’attenzione del fruitore, tramite l’espediente della tensione: il protagonista si trova  di fronte a un mistero, che vuole scoprire ad ogni costo, un mistero che gli ha cambiato letteralmente la vita. Ma anche un po’ storia di genere fantastico o, forse, è solo una favola, come dice Nazario nel suo libro?

E l’intera e appassionante vicenda prende le mosse e si svolge proprio in uno scenario da favola, l’incantevole Isola di Procida, nel Golfo di Napoli, tra Ischia e Capri, una location da sogno che l’autore descrive, o forse è meglio dire che dipinge con speciale maestria. E sembra di vivere e assaporare con lui e con i suoi personaggi quegli sprazzi di vita isolana, nell’osservazione dei paesaggi e nel godersi il suo limpido mare e il suo sole spendente, in alto, in quel cielo azzurro infinito.  

Un vecchio marinaio, Paolo, Pablo, Jorge o forse lo stesso autore del libro Nazario D’Amato, in una sorta di  malcelato processo catartico per la  liberazione di tensioni psichiche attraverso la rievocazione di eventi traumatici?

Un cane, Vispo, Perro o semplicemente Cane, come preferisce chiamarlo il suo proprietario?

Una bambina di nome Archea: la predestinata di quale arcano destino? E perché quel nome? Scientificamente, in Biologia, gli Archea sono microrganismi unicellulari molto simili a Batteri che sopravvivono in ambienti  con condizioni estreme, temperature molto alte o molto basse, acque con salinità altissima, ecc.

E, dunque, un vecchio marinaio, un cane e una bambina sopra una barca in mezzo al mare … “metafora di  una barca che traghetta pensieri verso una recondita spiaggia?”.

“Una storia il cui confine è così labile da farsi arduo da riferire, arduo come navigare a vista in un banco di nebbia”, dice il vecchio marinaio alla bambina.

E, ancora: “Ti ho raccontato della Janara?”.

Un’antica leggenda isolana parla di “un ambiguo quanto misterioso personaggio femminile sulla cui esistenza tutti giurano sebbene nessuno l’abbia mai visto. E’ una storia che aleggia come un’eco trasportata dal vento di ponente, un’eco frammentata, corrosa dalla furia delle tempeste e dalle creste delle onde dei mari che ha attraversato, che l’hanno resa simile alla scrittura incompleta e parziale di un’antica pergamena logorata dal tempo”.

In questo suo ultimo libro si conferma e si rafforza la profondità dell’animo dell’autore, che pone come fulcro della sua analisi l’universo dei valori umani e il suo impegno sociale e cristiano, riprendendo altresì concetti a lui molto cari finalizzati alla tutela dell’ambiente e anche degli animali.

Numerosi sono, infatti, i riferimenti a Dio, alla Creazione, ai Santi, agli Angeli e a San Michele Arcangelo in particolare. E per gli animali, i cani in special modo, egli si azzarda in voli pindarici, provando a penetrare nella loro psiche, nei loro sentimenti, interpretandone le espressioni degli occhi e i movimenti del corpo, in un tutt’uno con i comportamenti e gli atteggiamenti del loro padrone.

Inoltre, l’autore dimostra di possedere conoscenze tecnico scientifiche di alto profilo, in materia di marineria, parlando con dovizia di particolari di strumentazioni, barche, navi, marinai, comandanti, venti e naufragi; un tragico naufragio … che coinvolge emotivamente  e trascina il lettore sin nelle viscere dello scafo della nave in frantumi, nella profondità oscura dell’abisso del mare in tempesta.

E, ancora, i continui e piacevoli richiami ai suoni, melodie, musica, canzoni, opere liriche, ai compositori e agli strumenti musicali, come l’arpa, pianoforte ed altro, denotano non solo la sua particolare sensibilità, ma anche la sua passione e competenza in materia.

Ma, accanto a tutto ciò, in questo libro affiora un elemento di rottura, se vogliamo, rispetto allo standard cui Nazario ci ha abituati e che riguarda il concetto di appartenenza,  dell’attaccamento alla propria Terra e il desiderio di ritorno alla propria Itaca. Questa volta Nazario ha dovuto forzare la mano e consentire obtorto collo al suo personaggio di rinunciare al ritorno e stabilirsi definitivamente sull’isola di Procida, in forza di un amore grande, travolgente, incommensurabile.

Ed è così che “l’unico desiderio che aveva Jorge, ormai, era quello di tornare definitivamente a casa, sulla terra ferma, sulle sue montagne affacciate sul golfo … in una regione lontana da qui, nelle Asturie, in Spagna, dove si parla una lingua diversa  … ”.

Ma qualcosa è successo!

“Il naufragio, attraverso l’incontro ambiguo con la Janara, indecifrabile e stupefacente, si svelò in un approdo del corpo e dell’anima e al tempo stesso indicazione di un nuovo cammino, incitamento alla scoperta, allo svelamento di mondi sconosciuti, di un sé sconosciuto, che si presentò in forma di donna che lo prese per mano, lo afferrò dalla caduta negli abissi e lo trasse in salvo”.

Ed ecco come l’amore, quello con la A maiuscola, riesce a sconvolgere piani e previsioni, e il vecchio marinaio sentiva che non avrebbe potuto vivere in nessun altro luogo che sull’isola”, l’Isola di Procida.

L’amore! “C’è una sola cosa alla quale neppure una Janara può rinunciare, a nessun essere vivente può essere chiesto ciò, ed è l’amore” ripete la Janara, parole tramandate da generazione in generazione da quando si ha memoria di Janare, sull’isola, e che si tramanderanno finché ci sarà una fanciulla che se ne vorrà assumere l’eredità.

E, quindi, come logico che fosse:“E nemmeno io voglio rinunciarvi, Jorge, nemmeno io” aggiunge [la Janara]. Ed è come alterata, luce, voce, la stessa metamorfosi che … chiunque abbia amato ha sperimentato su di sé.

La favola è solitamente accompagnata da una “morale”, ossia un insegnamento relativo a un principio etico o un comportamento, sottinteso o anche formulato esplicitamente alla fine della narrazione (anche in forma di proverbio).

E, dunque, quale  morale si può dedurre da questa favola procidana raccontata da Nazario D’Amato?

Proviamo con: Aiutati che il ciel t’aiuta?

La forza di volontà del comandante, la sua lucidità fino all’ultimo respiro, l’immane e coraggioso sforzo profuso durante i momenti tragici del naufragio, sono stati premiati dall’inaspettato e quanto mai benefico, efficace e provvidenziale salvataggio, da parte di un Angelo, materializzatosi attraverso la visione fantastica di una figura leggendaria che solca i mari procidani, la Janara? Leggenda, mitologia, religione, fusi insieme; oppure più semplicemente … Tutto è bene quello che finisce bene? E cioè, nonostante i numerosi ostacoli e impedimenti, l’epilogo positivo di una vicenda è sicuramente un successo … soprattutto quando è l’amore a prevalere sulle nequizie umane?

Ma, al di là di ogni maldestro tentativo di interpretazione, dal tempo dei tempi, tutte le storie a lieto fine si portano dietro sempre insegnamenti virtuosi e positivi, come le favole raccontate un tempo dalle nostre nonne ai piccini seduti in cerchio intorno al camino o al braciere, nelle fredde serate d’inverno e au frische ssettat’a ‘nnanz’a porte (al fresco seduti davanti agli usci di casa) nelle calde serate d’estate.

E noi tutti abbiamo bisogno, oggi più che mai, di buoni esempi; abbiamo bisogno di fermare la giostra, scendere e restare fermi almeno un giro, per riflettere, disintossicarci e poi riprendere serenamente il nostro cammino.

Ma forse è proprio questo che l’autore vuole trasmetterci … partendo da  … “una piovosa giornata autunnale, con l’acqua che sbatteva sui vetri della casa abbarbicata in cima alla rupe di Punta Pioppeto, una specie di abbaino da caccia con porticato, piccolo ma arredato in modo sobrio ed essenziale, dove mi ero rifugiato per un breve periodo di riposo e di riflessione, per “staccare la spina”, e per prendere una decisione”.

Chiamami Fernanda, una storia procidana” di Nazario D’Amato.

Il nuovo libro di Nazario D’Amato è stato presentato sabato 10 agosto 2019, ore 19,30, a Poggio Imperiale presso il locale Centro Polivalente di Corso Vittorio Veneto, 50.

Le foto di repertorio riportate nell’articolo si riferiscono alla serata della presentazione.


14
Ago

Sintesi della presentazione del nuovo libro di Lorenzo Bove “Frammenti di antiche tradizioni e storia popolare – “Ka quille m’è ditte mammà”

Lo scorso giovedi 8 agosto 2019  si è svolta a Poggio Imperiale la presentazione del nuovo libro di Lorenzo Bove dal titolo Frammenti di antiche tradizioni e storia popolare  –  “Ka quille m’è ditte mammà”, per i tipi delle Edizioni del Poggio, presso il Centro Polivalente  di corso Vittorio Veneto, 50, condotta dalla bella e brava Dott.ssa Federica Palmieri, giornalista e docente di materie letterarie, che ha letto anche alcuni passaggi della presentazione del libro scritta dal giornalista, poeta e scrittore Giucar Marcone.

Dopo i saluti di rito dell’Amministrazione comunale, da parte del Consigliere delegato alla cultura Salvatore Sarra,  ha preso la parola l’Editore Dott. Peppino Tozzi,  il vero punto di riferimento della divulgazione culturale del territorio, seguito dal Dott. Lorenzo Bove, autore del libro, che ha svolto la propria relazione introduttiva alla lettura del suo nuovo libro.


Sono seguiti gli interventi dei relatori, caratterizzati da un elevato livello di analisi e approfondimento.

Nello specifico, il Prof. Alfonso Chiaromonte, scrittore di cose patrie e autore di apprezzati studi su Poggio Imperiale, compreso il “Dizionario del dialetto terranovese”, si è soffermato sull’importanza per una comunità e comunque per l’umanità in genere che “gli usi e i costumi di un popolo non finiscano con l’essere a poco a poco coperti dalla polvere dell’oblio, fino a svanire inesorabilmente dalla mappa delle umane conoscenze“, come sostiene l’autore del libro.

L’Ins. Fernando Chiaromonte, che è stato uno dei più apprezzati docenti terranovesi, insieme alla sorella Erminia, della Scuola Primaria di Poggio Imperiale, nonché autore di un libro di favole dialettali dal titolo “Ce stève ‘na vote”, Racconti fiabe e favole della tradizione Garganica e dell’alto Tavoliere”, Edizioni del Poggio, 2008, ha offerto spunti di riflessione sui benefici, in termini valoriali, che le future generazioni possono trarre dalla conoscenza delle antiche tradizioni e storia popolare, atteso che l’autore definisce il suo libro “un pretesto per offrire ai posteri, soprattutto alle nuove generazioni, la testimonianza del nostro passato”.

L’Avv. Vittorio Nista, quale affermato Avvocato cassazionista, già Sindaco  di Poggio Imperiale, ha infine messo in risalto, attraverso un puntuale e interessante escursus storico –  giuridico, l’importanza della divulgazione  delle antiche tradizioni e storia popolare, in genere, come strumento per “aiutarci ad affrontare meglio il presente e a proiettarci verso un futuro meno incerto”, come dice l’autore del libro.

L’evento è poi continuato con la declamazione di alcuni brani dialettali terranovesi tratti dalla Commedia “Ka quille m’è ditte mammà” di Lorenzo Bove, a cura della Compagnia Teatrale Terranovese, che ha riscontrato notevole apprezzamento da parte degli intervenuti.

In particolare:

Concetta Abbatantuoni:  A ‘mmascijate. Nunzijelle, a parazanne (l’intermediaria, la ruffiana), illustra alla madre della promessa sposa le procedure prematrimoniali.

Antonietta Bove: Fumèije, la madre della sposa impartisce disposizioni per il rinfresco serale del matrimonio della figlia.

Mimmo Romano: Funzine racconta una storiella paesana di una coppia di sposi  che vivevano felici e contenti

Luigi Cristino: si è esibito in un accattivante brano musicale

Lettura collettiva: U cunde d’i doije cummare

Concetta Abbatantuoni nella parte di Cungètte

Antonietta Bove nella parte di Ddulurate

Anna Maria Izzo nella parte di nonna Lucijètte

Mimmo Romano nella parte di Funzine

Infine, il cantante, poeta e scrittore Nazario D’Amato ha cantato una deliziosa canzone del suo repertorio.

La serata si è conclusa con i consueti saluti del Sindaco Dott. Alfonso D’Aloiso.

Dino Vitale alla consolle con musiche e canzoni della tradizione popolare.



12
Ago

Una serata estiva a Poggio Imperiale all’insegna della cultura

Riporto integralmente, qui di seguito, la relazione svolta dall’ Ins. Fernando Chiaromonte, quale Relatore in occasione della presentazione del mio ultimo libro “Frammenti di antiche tradizioni e storia popolare – Ka quille m’è ditte mammà”, tenutasi a Poggio Imperiale lo scorso giovedi 8 agosto 2019.

Il caro amico Fernando, che è stato uno dei più apprezzati docenti terranovesi, insieme alla sorella Erminia, della Scuola Primaria di Poggio Imperiale, nonché autore di un libro di favole dialettali dal titolo “Ce stève ‘na vote”, Racconti fiabe e favole della tradizione Garganica e dell’alto Tavoliere”, Edizioni del Poggio, 2008, ha sviluppato egregiamente la propria analisi sotto l’aspetto del beneficio, in termini valoriali, che le future generazioni possono trarre dalla conoscenza delle antiche tradizioni e storia popolare.

Ho personalmente apprezzato e ringraziato Fernando per l’elevato livello di analisi e approfondimento del suo intervento che, insieme a quelli degli altri due relatori, parimenti di notevole spessore, hanno consentito ai partecipanti di trascorrere una serata all’insegna della cultura, facendo un piacevole salto all’indietro,  per assaporare l’atmosfera di un tempo che non c’è più, ma che molti di noi forse anche solo inconsciamente amerebbero esplorare.

Buona lettura!

RELAZIONE di Fernando Chiaromonte

Ancora una volta Lorenzo ci ha riservato una sorpresa.

Ci ha raccontato attraverso immagini vive, spassose e gradevoli, in vernacolo tarnuese, con la commedia “Ka quille m’è ditte mammà” un mondo passato,  frammenti delle nostre antiche tradizioni, radici, identità, storia scoosciuta ai giovani, ma ancora presente nei ricordi della mia generazione anche se, ormai, molti coetanei l’hanno rimossa o tentano di sottovalutarla o, ancora peggio, rinnegare.

Lorenzo è stato sempre appassionato delle tradizioni popolari. Ha iniziato, qualche anno fa raccogliendo detti e proverbi. Ha continuato l’anno scorso riesumando i cibi e la cucina della nostra tradizione contadina e, quest’anno, ha focalizzato gli usi, i costumi, le consuetudini della Civiltà Contadina e delle famiglie che quella cultura esprimeva, del loro modo di vivere e di stare insieme, delle comuni speranze, dell’aiuto reciproco, solidarietà e rispetto, ma anche degli inevitabili dissidi, purtroppo, che si annidavano al loro interno proprio quando, invece, questi legami si sarebbero dovuti rinsaldare in virtù di un matrimonio e della nascita di un nuovo focolare domestico.

Non starò a ripercorrere quanto Lorenzo ha già ben raccontato e scritto nel libro circa                                                                                            l’innammoramento timido e ingenuo dei giovani dell’epoca, spesso indotto, a volte avversato, ma sempre sotto stretta sorveglianza genitoriale;  a ‘mmascijata; u parentate; u stizzipanne; u ‘spusalizije; ‘a fijuta; u ‘mmalocchije; a fatture.                                              

A me preme, piuttosto, capire e far capire il significato profondo di quanto il libro di Lorenzo ed altri simili sulle tradizioni popolari vogliono trasmettere alle nuove generazioni.                                                                                                                                             Far capire che ciò che teneva insieme la famiglia, legava i genitori ai figli non poteva essere il possesso e la supremazia paterna nè la  sottomissione coniugale e filiale.   Far capire che le naturali preoccupazioni paterne, l’amore, le cure e il rispetto, dovevano essere reciproci, dei primi nei confronti di moglie e figli, e di quest’ultimi verso di essi perché valori e sentimenti universali, connaturati all’essere umano come stigamtizzano le sopraggiunte e nuove norme giuridiche del diritto di famiglia.

Far capire che il male al pancino dei bimbi e il mal di testa degli adulti non erano dovuti a chissà quale sortilegio e perciò combattuti con amuleti e formule più o meno magiche (u ‘mmalocchije). E, ancora, che un malessere o un incidente o uno svantaggio come pure la mancanza e la perdita di un lavoro, l’indigenza, non erano dovute a gelosia ed invidia o causate da forze maligne,  ‘a fatture, quanto piuttosto da malattie, questioni sociali, scarsità di lavoro se non da propria incapacità e negligenza.

 “Puverètte tenéve sèmbe ‘nu delore qqua, l’hanne truvate morte, jé morte de subbete, l’hanne fatte ‘na fatture.

No! Era un male, magari un tumore di cui non si conosceva ancora nè la natura nè le possibilità di cura e guarigione.

Allora, perché nascevano queste congetture, queste superstizioni di cui Lorenzo fa cenno e che sono ben radicate in tutte le tradizioni e assai difficili da sconfiggere?

Mi permetto di spiegarlo facendo un banalissimo esempio: sin dall’antichità, lampi, tuoni, terremoti provocavano nell’uomo meraviglia, sconcerto, timore. E, non potendo giustificare questi fenomeni scientificamente, si facevano risalire a forze sconosciute, soprannaturali, a divinità per qualche motivo offese e che occorreva, quindi, rimediare ingraziandosele per mezzo di riti (strane preghiere, tiritere, canti, gesti, danze). Mitologia pura. Paganesimo assoluto.

Del resto, lo stesso nastro che gli sposi spezzavano all’ingresso della loro abitazione dopo il matrimonio, o dei genitori dopo il battesimo dei figli, era dovuto a questo antichissimo retaggio e significato: cicoscrivere i malefici instauratesi in essa e liberarla sconfiggendoli e scacciandoli.   

Cos’è, allora, il foclore? Cosa sono le tradizioni popolari? Consuetudini sorpassate che suscitano ilarità? Incombrante bagaglio di stravaganti curiosità da lasciarci alle spalle, di cui magari vergognarci o sottovalutare, seppellire e rinnegare? Penso proprio di no, altrimenti non staremmo qui a parlarne. E Lorenzo ha il merito di aver osato scandagliarlo, farlo riemergere, consegnarlo ai giovani perché possano conoscerlo, analizzarlo, modificarlo e arricchirlo.

Il foclore, quindi, è cultura, vera e propria storia nata e sviluppatasi in un determinato tempo e contesto ambientale e sociale.

 Se è vero, come è vero, che, per l’uomo, il primo ostacolo da superare fu senza dubbio l’ambiente naturale che lo ospitava e che, imparando a modificarlo e renderlo più adatto alle proprie necessità, ha acquisito strategie e modi di vita condivisi da tutto il gruppo d’appartenenza e riconosciuti come utili e necessari alla propria sopravvivenza, si comprende come tale patrimonio comune acquisito, fatto appunto di linguaggio, consuetudini, usi, principi morali e di giustizia, credenze, conoscenze, manifatture, espressioni artistiche, producessero quello che noi definiamo cultura resa possibile dalla condivisione e ritenuta necessaria anche per le nuove generazioni e perciò degna di essere trasmessa, di padre in figlio, in forma orale ed imitativa: tradizione popolare, folclore.

In altre parole, tema attualissimo, avere la pelle bianca o scura, i capelli crespi o lisci, gli occhi tondi o a mandorla (neri, cerulei o castani) sono caratteristiche razziali e non modificabili, mentre invece, il tipico modo di pensare ed esprimersi, il comportarsi secondo un particolare modello di vita  possono e devono essere modificati in base al cambiamento delle condizioni ambientali, all’accrescersi delle esigenze materiali e spirituali, alle vicende storiche,  al progredire del sapere umano, alla scoperta di nuovi valori sociali, al contatto con altre culture che immancabilmente determinano reciproca contaminazione, intercultura, arricchimento.

Noi stessi siamo figli della cultura greco-romana avendo assimilato la filosofia greca e il diritto romano a cui abbiamo aggiuto il modo di vita longobardo, normanno, svevo, angioino, aragonese. Senza i Fenici, non avremmo l’attuale nostra scrittura e senza gli Arabi la matematica e l’algebra. Senza gli Assiri, Babilonesi e Persiani, l’astrologia e l’astronomia.                                                                                                                  

Lo stesso nostro essere cristiani è stato possibile grazie all’incontro, al contatto, alla contaminazione del mondo giudaico. 

Per quanto ci riguarda, poi,  più da vicino, la Nuova Terra, Tarranove, nasce nel 1758, in Territorio di Lesina che, illirica nelle origini, gode di vastissimo prestigio in epoca romana e diviene florida Contea longobarda nel 789. Quindi in Territorio di Capitanata, già Apulia, già Daunia, già Magna Grecia.

Le sue origini, come ben sappiamo, si devono a colonie di Albanesi accolte dal principe Imperiale e ai suoi fattori e braccianti giunti dalla Campania, dal Sannio, dalla terra di Bari, dal Gargano, dall’Abruzzo e dal Molise. Un coacervo di popoli, linguaggi, usanze e consutudini, che il neonato villaggio ha saputo ben amalgamare e assimilare creando una propria cultura e tradizione. Quella, appunto, esaminata, discussa e rappresentata e rivissuta questa sera.  

Non a caso La Conferenza generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, riunitasi a Parigi dal 17 ottobre al 16 novembre 1989, (30 anni fa, ormai) in occasione della sua venticinquesima sessione,

definisce la cultura tradizionale e popolare l’insieme delle creazioni di una comunità, espresse da un gruppo o da individui, riconosciute come rispondenti alle proprie aspettative di vita, ritenute proprie norme, propria identità culturale e sociale;

ne individua le forme che la comprendono quale, fra l’altro, la lingua, la letteratura, la musica, la danza, i giochi, la mitologia, i riti, i costumi, l’artigianato, l’architettura ed altre arti,

ne sottolinea la natura specifica e l’importanza per quanto riguarda gli aspetti che ne derivano e il rischio che questi elementi possano andare perduti;

raccomanda la sua introduzione nella Scuola e nei programmi didattici, l’insegnamento, lo studio, il rispetto di tutte le culture tradizionali e, in particolare, di quelle non dominanti;

incoraggia stampa, editori, televisioni, radio ed altri mezzi di comunicazione nazionali e regionali a darne maggior spazio;

invita regioni e comuni a sostenere, con sovvenzioni, le associazioni, i gruppi e gli individui che se ne occupano, creando posti a tempo pieno per specialisti incaricati di promuoverne e coordinarne le attività , facilitando incontri, promuovendo la  ricerca, la produzione e la conservazione di materiali riguardanti il proprio territorio e il proprio vissuto attraverso centri di documentazione, biblioteche, servizi archivistici e pubblicazioni.

Naturalmente quanto ho detto è solo uno stralcio di ciò che è contenuto nelle Raccomandazioni Onu e le riporto per evidenziare l’importanza del libro di Lorenzo e dell’incontro di questa sera.                                     

 La presenza dell’editore delle Edizioni del  Poggio, Peppino Tozzi, per  quello che sta facendo da anni in questo senso ne è la conferma. Come pure quella puntuale dell’Amministrazione Comunale nelle persone del Consigliere Comunale con delega alla Cultura, Salvatore Sarra, e del nostro sindaco Dott. Alfonso D’Aloiso che non si è mai sottratto a questo tipo di iniziative cercandole, apprezzandole, promuovendole, sostenendole.

Infine, per concludere, sperando di non aver annoiato, una considerazione che proviene dalla mia, ormai, interrotta professione d’insegnante, di docente di scuola primaria.

Devo ammettere, con mio grande rammarico, che la Scuola, che è, che deve essere il luogo deputato per eccellenza all’apprendimento della cultura e delle tradizioni, non sempre è stata ed è all’altezza. Non mi riferisco a Poggio Imperiale perchè, come dirò, qualcosa è stato fatto, ma la noncuranza, il pressappochismo che l’insegnamento scolastico riserva al ricchissimo patrimonio folcloristico e assai deludente e non solo nella scuola primaria, ma anche e soprattutto in quella superiore di primo e secondo grado dove la cultura dovrebbe essere studiata, analizzata e confrontata in tutte le sue sfaccettature e vari contesti storici, temporali e geografici, per estrapolare quei valori universali che essa può ancora offrire mutando quelli che i nuovi contesti hanno reso obsoleti, inefficienti, non più consoni alle attuali condizioni ambientali, ai nuovi modelli sociali e di giustizia, alle nuove scoperte scientifiche e tecnologiche.

Per fare ciò, occorre, però, conoscere il passato e da esso partire.                               

Per quanto riguarda la scuola primaria, si può insegnare a leggere, scrivere e far di conti, far apprendere storia, geografia, scienze, religione partendo dalle tradizioni.    Io l’ho fatto e con esito positivo, anche se da parte di qualcuno si poteva pensare che, in tal modo si  sottraeva del tempo allo studio dei programmi.

I miei alunni ormai sono adulti, uomini, donne, papà, mamme, bravi lavoratori e validi professionisti. Ritengo, però che ricordano con piacere quelle attività svolte. Sicuramente conoscono meglio la soria di Poggio Imperiale rappresentata a fumetti con pertinenti didascalie vocali e commenti anche musicali, dopo lunghe e approfondite ricerche. Di certo è ancora presente nella loro memoria i pellegrinaggi al santuario di San Nazario e Monte Sant’Angelo raccontatati dai nonni e registrati su nastro. Così pure la ricerca degli antichi giochi poi eseguiti nel cortile della scuola alla presenza dei compagni e delle famiglie e quella sull’alimentazione, della cucina e dei cibi tradizionali, poi preparati con l’aiuto delle mamme e gustati in una manifestazione nel cortile in cui alunni e alunne si sono esibiti in canti e danze tradizionali.  E come dimenticare la monografia degli antichi mestieri e quella assai più cospicua sulla Civiltà contadina per Conoscere il proprio retroterra culturale (usi, costumi, tradizioni, strumenti di lavoro ) riuscendo a coinvolgere tutto il plesso delle elementari e della scuola media, nonché i genitori degli alunni e l’amministrazione comunale, promuovedo la raccolta di moltissimo materiale, corredandolo di schede descrittive e che avrebbe dovuto portare alla istituzione di un museo etnografico e della civiltà contadina. Purtroppo il museo non è stato allestito e il materiale, mal conservato, è andato disperso. Bisogna ringraziare, oggi, Leonardo Iadarola, Nardine, che nel suo capannone artigianale ha recuperato moltissimo altro materiale, suddiviso e ordinato per temi costituendo, in embrione, quello che potrebbe diventare museo.

Signor sindaco, qualcosa, in questo senso, deve essere fatto.

Dal progetto scolatico sulla Civiltà Contadina, si è poi rinnovata una tradizione antica di Poggio: il Carnevale tarnuese organizzato dalla scuola per oltre cinque anni con sfilata di carri allegorici tematici e balli e danze in maschera nella piazza.

Per finire, dalla Civiltà Contadina è scaturito un altro prezioso lavoro scolastico: la raccolta di racconti, fiabe e favole narrati da nonni e anziani del paese e divenuta  poi, un libro da cui Lorenzo stesso ha estrapolato il racconto I doije cummare inserendolo in modo egregio nella sua commedia oggetto di discussione questa sera, facendolo rivivere nel tessuto colloquiale di una delle tante famiglie dell’epoca.                                                  

Lo ringrazio e ringrazio anche voi per avermi ascoltato con pazienza, sperando di aver dato un contributo positivo a questa splendida serata che ci ha permesso di rinsaldare le nostre radici e rivivere piacevoli ricordi ed emozioni.   

                                                                                          

30
Lug

Il Maestro Giuseppe Bosich alla “Notte Bianca week-end Salerno 2019” con una mostra di pittura davvero speciale

Si sono spenti i riflettori sulla kermessse salernitana che si è svolta nei giorni 26, 27 e 28 luglio 2019, confermando che anche questa IX edizione della “Notte Bianca week-end Salerno 2019” è stata una grande festa ricca di numerosi eventi in molte piazze cittadine, con la presenza di tanti artisti musicali e dello spettacolo, accolti da un folto ed esultante pubblico.

Il programma, molto ricco e diversificato, ha spaziato dai momenti di puro divertimento, ai momenti di musica pop a iniziative culturali di grande rilevanza come la presenza del Maestro Giuseppe Bosich con l’esposizione delle sue opere in Villa Carrara.

L’imponente evento estivo salernitano di quest’anno ha avuto inizio proprio presso il Salone della Villa Carrara la mattina di venerdi 26 luglio alle ore 11,30, con la consegna dei Premi della “Notte Bianca Week-End Salerno 2019” destinati ad Artisti salernitani che si sono contraddistinti nel campo dello spettacolo, della cultura, dell’arte, delle professioni e dello sport nel panorama nazionale ed internazionale. Alle ore 18 l’inaugurazione presso il Salone della medesima Villa Carrara, della mostra di pittura di Giuseppe Bosich “QOM-‘ED-JAH” – La Divina Commedia in tre atti con la curatela di Laura Bruno, 36 dipinti raffiguranti canti scelti de la Divina Commedia. E alle ore 21,00 un Recital del Tenore Francesco Malapena accompagnato dal Maestro Bruno Vitale, tenuto all’aperto nei giardini della Villa Carrara.

In particolare, l’esposizione dedicata al Maestro Giuseppe Bosich si è sviluppata lungo l’intero arco delle tre giornate della “Notte Bianca week-end Salerno 2019”, con il seguente programma: i dodici dipinti raffiguranti canti della Divina Commedia dedicati all’Inferno in mostra il 26 luglio, i dodici del Purgatorio il 27 luglio e i dodici del Paradiso il 28 luglio. E il pubblico ha potuto ammirare anche  l’intera cartella dell’Opera (36 illustrazioni lito-offset).

Anch’io e mia moglie non abbiamo voluto perdere questo importante appuntamento culturale ed abbiamo quindi partecipato alla serata di inaugurazione della mostra di venerdi 26 luglio, recandoci appositamente a Salerno per incontrare il Maestro Giuseppe Bosich.

E ne è valsa veramente la pena!

L’esplosione dei colori, la creatività artistica e la profondità di pensiero dell’autore, che le opere presentate dal Bosich rivelano, destano nel visitatore comune percezioni di meraviglia, stupore, incanto e forse anche di sorpresa, in relazione soprattutto all’originalità (audacia, stravaganza) delle rappresentazioni proposte, rispetto agli stereotipi che la storia della pittura ci ha tramandato in materia di Divina Commedia. Sensazioni che nel visitatore più attento si trasformano invece  in emozioni forti che attanagliano ed entusiasmano fino all’esaltazione.

Questo, se vogliamo, è il vero Bosich!

Può non piacere, perché i suoi dipinti sono diversi, a volte irriverenti, strani e così via cantando.

Ma la verità è che Bosich non lascia mai nulla al caso, tutto è previsto, preordinato, studiato, calcolato e messo in luce, sì a volte in maniera stravagante, però con sagacia, acume e intuizione folgorante.

La pittura è un po’ come la poesia, quella  che suscita emozioni e cattura la sensibilità di chi la legge.

Ma, in verità, l’occasione dalla mostra mi ha offerto l’opportunità di incontrare e rivedere un vecchio amico della mia gioventù dopo tanti anni.

Con l’amico Giuseppe Bosich abbiamo avuto una comune militanza, come servitori della Patria, negli anni sessanta del secolo scorso, e poi ognuno di noi ha seguito la propria strada, i propri desideri, i propri sogni. Ci eravamo persi di vista, ma la fama del Maestro Bosich, pittore, incisore e scultore di fama internazionale, prima o poi doveva giungere anche alla mia attenzione, così come è accaduto una decina di anni orsono. Ci siamo sentiti telefonicamente e  abbiamo rievocato i nostri comuni ricordi dell’epoca, promettendoci di rivederci quanto prima.

E lo scorso venerdi 26 luglio, alla Villa Carrara di Salerno,  ci siamo finalmente riabbracciati, sicuramente un po’ invecchiati (ne contiamo 74 ciascuno, di anni!) ma ancora giovani nello spirito e soprattutto ancora combattivi nel perseguire i nostri rispettivi desideri e i nostri sogni giovanili mai sopiti.

“La visionaria rappresentazione dantesca di Giuseppe Bosich si materializza nelle 36 Tavole con una travolgente energia ispiratrice. Bosich, come Virgilio, ci accompagna: noi come Dante ci facciamo guidare nel simbolismo di un mondo di segni e di figure dai colori vivaci e dalle forme umanizzate ed interagenti. La Commedia, tradotta nella grafica d’autore, diviene magma incandescente partorito da mente raffinata con spunti esoterici e filtrato da mano felice con folgorante illuminazione. Ne risulta un viaggio dell’arte iniziatico e rituale, le cui radici affondano nel cuore e nella stria dell’umanità” (Prof.ssa Laura Bruno  Direttore artistico della mostra)

L’utilizzo di un sito particolarmente attrattivo come Villa Carrara ha elevato il livello culturale della manifestazione offrendo lo scenario perfetto per la mostra del Maestro Bosich e per il concerto del tenore Malapena.

ll palazzetto Carrara fu costruito tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, in stile neogotico, con presenza di architettura Umbertina; in tipico stile neogotico sono gli archi e gli archetti della facciata principale con linee ondulate e ritmicamente svolte. Presenta un loggiato a due livelli, di cui quello inferiore ad archi ed il portale originario in piperno inglobato nel rifacimento neogotico. E’ una ottocentesca dimora nobiliare, oggi spazio pubblico, situata nel quartiere Pastena della citta di Salerno” (Tratto dalla Brochure della mostra).

Una bella serata estiva ha fatto da cornice all’evento e la mostra del Bosich è risultata particolarmente impreziosita dai qualificati interventi dei relatori intervenuti alla presentazione, coordinata dalla Prof.ssa Laura Bruno, e dalla sublime declamazione di versi del sommo Poeta Dante Alighieri tratti dalla Divina Commedia.

Al caro amico Giuseppe e alla sua compagna Genny un abbraccio e un arrivederci a presto.

Roma, 16 maggio 1965, lo scrivente è
il 2° da sinistra e Bosich il 3° da sinistra

Vedere anche Bosich … quell’uom di multiforme ingegno …!

pubblicato l’11 giugno 2010   su questo Sito/Blog http://www.paginedipoggio.com/?p=3076


24
Lug

“Frammenti di antiche tradizioni e storia popolare” un nuovo libro di Lorenzo Bove

Frammenti di antiche tradizioni e  storia popolare, pazientemente raccolti  in questo libro,  che ci aiutano ad affrontare meglio il presente e a proiettarci verso un futuro meno incerto.

Una commedia dialettale, sceneggiata in tre atti, che sviluppa  la sua narrazione in un crescendo di circostanze che si rifanno a momenti di vita di un tempo realmente vissuti dai nostri avi, attraverso dialoghi serrati tra i vari personaggi messi in campo.

Scenette, trovate, battute a volte apparentemente leggere, che mettono in risalto gli usi e costumi dell’epoca, con tutti i loro pregi e i loro difetti. Alcuni particolari vengono volutamente enfatizzati ed anche un po’ ridicolizzati, non per  sottovalutarne la portata, ma proprio per metterli in evidenza, alla luce del nostro attuale livello e modello di evoluzione.

La narrazione percorre  storie a lieto  fine, di amori contrastati, di giovani innamorati, con le vicissitudini, le credenze, i riti e i pregiudizi del tempo, con i quali essi e le loro rispettive famiglie devono fare i conti.

Lorenzo Bove

Frammenti di antiche tradizioni e storia popolare

“Ka quille m’è ditte mammà”

Commedia dialettale terranovese

Sceneggiata in 3 atti

Edizioni del Poggio

La presentazione avrà luogo a Poggio Imperiale (Foggia)

Giovedi 8 agosto 2019 alle ore 19,30

presso il Centro Sociale Polivalente di via Vittorio Veneto, 50

Saluti

Alfonso D’Aloiso, Sindaco di Poggio Imperiale

Salvatore Sarra, Consigliere delegato alla cultura

Peppino Tozzi, Editore

Intervento dell’autore del libro Lorenzo Bove

Relatori

Alfonso Chiaromonte, Scrittore di Storia Patria

Fermando Chiaromonte, già docente della scuola primaria

Vittorio Nista, Avvocato cassazionista, già Sindaco di Poggio Imperiale

Conduce

Federica Palmieri, Giornalista e Docente di materie letterario

che porgerà anche i saluti del giornalista, poeta e scrittore

Giucar Marcone, estensore della Presentazione del libro

La Compagnia Teatrale Terranovese

 declamerà alcuni brani dialettali terranovesi tratti

 dalla Commedia “Ka quille m’è ditte mammà” di Lorenzo Bove

Il cantautore, poeta e scrittore Nazario D’Amato,

 accompagnato dalla sua chitarra, canterà alcune sue canzoni

La serata sarà allietata da musiche e canzoni della tradizione popolare

con Dino Vitale alla consolle


24
Giu

Zia Nannina compie oggi 108 anni!

Ancora un primato: un’altra nostra compaesana di Poggio Imperiale taglia il traguardo dei 108 anni.

Zia Nannina, al secolo Giovanna Galullo, vedova Fusco, nata a Poggio Imperiale in provincia di Foggia il 24 giugno 1911,  ha festeggiato ieri, domenica, con i figli, nipoti e pronipoti il suo centottavo compleanno.

E una bellissima giornata di sole ha fatto da cornice all’eccezionale avvenimento.

Il figlio Primiano, mio carissimo amico d’infanzia, mi ha inviato stamattina un messaggio vocale Whatsapp  con alcune foto dell’evento.

Foto di famiglia

La nostra cara ultracentenaria, amorevolmente accudita dai suoi cari, è ancora lucida e gode di una discreta salute fisica, e ieri si è commossa alla vista di tutti i suoi cari intervenuti numerosi alla sua festa, sussurrando: “ Tutt’a  famiglije stà qua  … ma ije ne voije festeggijà …  pe l’amore di Dije … mò trascije n’avet’anne …” (Tutta la famiglia è qui … ma io non voglio festeggiare … ora entra un altro anno …”.

E Primiano, anch’egli  visibilmente commosso,  le ha risposto: “Mammà … e tu ‘nda magnijènne a torte … tande l’anne trascijene u stésse …” (Mamma … e u tu non mangiarla la torta … tanto gli anni arrivano lo stesso …”.

E’ un vero piacere sapere che la zia Nannina ha tagliato, oltre alla torta di compleanno,  l’invidiabile traguardo dei 108 anni.

Auguri di cuore!

20
Giu

Poggio Imperiale, morta a 116 anni Nonna Peppa, la donna più longeva d’Europa

Si è spenta all’alba  di martedi 18 giugno 2019 Giuseppina Robucci, per tutti Nonna Peppa, ultracentenaria di 116 anni e 3 mesi di Poggio Imperiale, la donna più longeva d’Europa e seconda in assoluto a livello mondiale (alle spalle della giapponese Kane Tanaka, nata il 3 gennaio del 1903).

Il decesso è avvenuto nella sua casa di Poggio Imperiale, proprio dove era nata il 20 marzo del 1903.

“Siamo dispiaciuti, ma al tempo stesso onorati di averla avuta come concittadina”, ha commentato il sindaco di Poggio Imperiale, Alfonso D’Aloisio.

Nel 2015 Nonna Peppa era stata insignita del titolo di sindaco onorario del piccolo borgo dell’Alto Tavoliere in provincia di Foggia e, nella giornata di ieri, è stata allestita la camera ardente nella sala consiliare del Municipio e proclamato il lutto cittadino, con funerali solenni in piazza Imperiale alle ore 17,30.

Una donna eccezionale pur nella sua semplicità, per anni si è occupata, insieme al marito Nicola Nargiso morto nel 1982, di un bar della piazza del paese; ha avuto cinque figli, tre maschi (il più anziano di 90 anni e il più giovane di 75) e due femmine, tra cui suor Nicoletta delle Suore Sacramentine di Bergamo, nove nipoti e 16 pronipoti (la più piccola di 5 anni).

Nei suoi 116 anni di vita è stata testimone di due guerre mondiali, due re, dodici Presidenti della Repubblica e dei seguenti ultimi dieci 10 Papi:

Pio X (1903 – 1914)

Benedetto XV (1914 – 1922)

Pio XI (1922 – 1939)

Pio XII (1939 – 1958)

Giovanni XXIII (1958 – 1963)

Paolo VI (1963 – 1978)

Giovanni Paolo I (1978)

Giovanni Paolo II (1978 – 2005)

Benedetto XVI (2005 dimessosi nel 2013)

Francesco I ( 2013 e attualmente in carica)

Il segreto della sua longevità, Nonna Peppa lo attribuiva ad uno stile di vita semplice: “Mangiare poco e sano, mai un bicchiere di vino e mai una sigaretta in bocca”.

Un vecchio detto paesano risalente a tempi antichi e spesso ripetuto ancora oggi dagli abitanti di Poggio Imperiale (Tarranòve in vernacolo) recitava: “Tarranòve, pan’e pemmedore e arij’a bbone” (alla lettera: Poggio Imperiale, pane e pomodoro e aria buona), quale invito a prendere le cose per il giusto verso e senza eccessivo affanno, con distensione e serenità che solo un piccolo borgo sviluppatosi alla sommità di una collinetta (poggio) immersa in una vegetazione lussureggiante poteva offrire.

Una collinetta dalla quale si riesce, da una parte, a scrutare il mare con le isole Tremiti in lontananza e il promontorio del Gargano e, dall’altra, il subappennino dauno fino alle montagne del vicino Molise.

Aria buona, quindi, e cibi semplici e genuini rappresentati da una semplice fetta di pane pugliese, frutto del grano coltivato in queste floride campagne, accompagnata dai rossi e squisiti pomodori tarnuèse conditi con un olio extravergine di oliva paesano la cui fragranza non ha eguali.

Che sia questa la ricetta della longevità … che ha aiutato Nonna Peppa a vivere serenamente fino alla veneranda età di 116 anni e novanta giorni?


Anno 2015
Festeggiamenti dei 112 anni di Nonna Peppa
28
Mag

Europa e Unione Europea


Ieri mattina, lunedi 27 maggio 2019, dopo giorni, settimane e mesi di martellamento continuo dei nostri politici,  in un aggrovigliarsi di promesse, analisi e valutazioni serie o a volte anche farlocche  o sostenute da evidentissime contraddizioni, a favore o meno di una Unione Europea che potesse e dovesse rappresentare veramente la casa dei popoli e quindi delle persone che vi aderiscono, ci siamo svegliati  e abbiamo affrontato come sempre la nostra quotidianità, lasciando ai nostri rappresentanti, sulla base delle preferenze che abbiamo espresso domenica nei seggi elettorali dei 27/28 Stati membri (siamo ancora in ballo con la Brexit!), l’onore e l’onere di  amministrarci, accettando serenamente i risultati elettorali e dunque le scelte del popolo europeo che, al di là di qualche punta di sovranismo e nazionalismo esacerbato qua e là, Italia compresa, ha espresso la volontà di mantenersi su posizioni moderate, di orientamento popolare e democratico con forte attenzione all’ecologia (i verdi).

Ma subito oggi ci accorgiamo che la campagna elettorale e i proclami non sono terminati e si parla ancora di assalto alla diligenza, auspicando lo scardinamento di quel fantomatico apparato di comando europeo che imporrebbe balzelli e politiche  restrittive agli stati membri, e proponendo di cambiare i parametri europei soprattutto in materia di sostegni di natura sociale e di assorbimento del debito pubblico nazionale, ponendolo a carico della Banca centrale europea (e quindi dei contribuenti virtuosi!).

Dichiarazioni a cuor leggero, queste, che come risultato ottengono quello di spaventare gli investitori e fare aumentare lo spread. E il differenziale Btp-bund stamattina è schizzato conseguentemente oltre quota 290 punti base, trascinando in territorio negativo la Borsa di Milano, che è oggi l’unica in calo in Europa  (-1,15 per cento a metà mattinata). Un copione già visto e che si ripresenta puntuale quando in discussione ci sono i conti pubblici. Infatti il presidente della Commissione UE Jean-Claude Juncker (che resterà in carica fino ad ottobre prossimo) ha preannunciato l’invio a Roma di una lettera preliminare di richiesta di chiarimenti, prima di avviare la procedura di infrazione contro l’Italia, con una multa che si aggirerebbe intorno ai 3,5 miliardi di euro.

E noi, qui in Italia,  continuiamo a parlare di diminuzione delle tasse (flat tax: tassa piatta al 15 per cento),  pur sapendo che gravano sul contribuente 15 miliardi per scongiurare l’aumento dell’IVA e altri 15 per l’incremento degli interessi sul debito pubblico causato nel 2018 dai proclami del governo giallo verde e del conseguente aumento dello spread. Ben 30 miliardi ai quali ne vanno aggiunti ancora una ventina per l’effetto trascinamento dei provvedimenti relativi al reddito e pensione di cittadinanza e quota 100 (prepensionamenti).

Ci attende una manovra finanziaria tutta lacrime e sangue!

Diamoci una calmata e cerchiamo di ragionare pacatamente evitando di prenderci in giro.

Ma soprattutto cerchiamo di imparare ad essere e sentirci cittadini europei, come lo sono già i nostri ragazzi dell’Erasmus e come lo sono i tanti italiani che da anni lavorano e si interfacciano con i loro corrispondenti francesi, tedeschi, spagnoli, ecc.; ciascuno nell’ambito della propria attività professionale, imprenditoriale ed altro. I sovranismi e i nazionalismi trovano il tempo che trovano. Un vecchio andante diceva che “se corri da solo andrai più veloce, ma se corri insieme agli altri andrai più lontano”.

Rilassiamoci, abbiamo appena votato per il rinnovo dei nostri rappresentanti in Europa e confidiamo in questa nuova compagine politica per uno slancio dell’Unione Europea nell’interesse generale di tutto il popolo che la compone, anche con riguardo alle nostre radici giudaico cristiane.

E, proprio a proposito di Europa e di radici, nella stessa mattinata di ieri, insieme con i risultati elettorali, ho avuto modo di leggere sul Corriere della Sera, nella Rubrica di Alessandro D’Avenia  “Letti da rifare”, un suo interessante articolo dal titolo “L’Oscura”, nel quale richiama, tra l’altro, un recente libro di Paolo Runiz “Il filo infinito”. Una lettura intrigante e avvincente al tempo stesso, tra sacro e profano, mitologia e santità. Partendo da Europa, la figlia del re di Tiro, e Zeus, il dio supremo della mitologia greca, fino a San Benedetto da Norcia, Patrono d’Europa.

L’articolo merita veramente di essere letto e quindi lo riporto integralmente qui di seguito.

Buona lettura!

“” Europa, bellissima figlia del re di Tiro, sta raccogliendo fiori vicino al mare. All’improvviso compare un toro dal manto bianco che si avvicina ai suoi piedi. Lei, affascinata dal prodigioso animale, si siede sulla sua groppa e quello che crede solo un gioco si rivela, invece, un rapimento: il toro entra in mare e la porta a ovest fino alle spiagge di Creta, dove rivela la sua identità, è Zeus che le fa violenza. Il padre manda i figli a cercare la sorella, ma nessuno si reca sull’isola, di cui però la ragazza diverrà l’amata regina. Europa, nome d’origine incerta, secondo il dizionario etimologico dell’audace Giovanni Semerano affonda le radici nel termine erebu, usato dagli antichi popoli del vicino Oriente semitico per indicare l’Occidente: «dove il Sole sparisce». Europa è quindi l’Oscura: rapita e violata si riscatta, tramonta e risorge. Proprio dove nessuno la cerca rinasce dalle sue ceneri.

Paolo Rumiz ha provato a rintracciarla proprio tra le sue ceneri, nel recente libro: «Il filo infinito». Seguendo le ferite del terremoto che ha colpito il centro Italia tre anni fa, l’ha trovata a Norcia, una sera, tra i resti degli edifici della piazza principale: «Le rovine della Cattedrale erano illuminate. Dietro il rosone, la navata non c’era più. Fu lì che vidi la statua al centro della piazza. Mostrava un uomo dalla barba venerabile e dalla larga tunica, sollevava il braccio destro come per indicare qualcosa fra cielo e Terra. Era intatta in mezzo alla distruzione, e portava la scritta SAN BENEDETTO, PATRONO D’EUROPA. Fu un tuffo al cuore. Fino a quel momento non avevo minimamente pensato al Santo e al suo rapporto con Norcia, con il terremoto, con la terra madre del Continente a cui appartenevo. Cosa diceva quel santo benedicente, in mezzo ai detriti di un mondo? Diceva che l’Europa andava alla malora?», no, anzi «ricordava che alla caduta dell’Impero romano era stato proprio il monachesimo benedettino a salvare l’Europa. Ci diceva che i semi della ricostruzione erano stati piantati nel peggior momento possibile». Nel 476 d.C. infatti l’ultimo imperatore d’Occidente viene assassinato e i barbari dilagano ma, tra le rovine dell’Impero romano, Benedetto aggrega attorno alle sue piccole comunità uomini e donne che ritrovarono la vita buona, fatta di lavoro, relazioni, educazione e preghiera. Per lui ciò che contava era rimanere fedeli alla cura dell’essenziale: il Creatore e le creature, in ognuna delle quali c’è il suo Logos, cioè una ragione d’amore e di compimento.

Ma gli uomini di Benedetto come riuscirono nell’impresa? Rumiz così li descrive: «erano riusciti a salvare l’Europa senz’armi, con la sola forza della fede. Con l’efficacia di una formula: ora et labora. Avevano salvato dall’annichilimento la cultura del mondo antico, rimesso in ordine un territorio in preda all’abbandono. Una terra “lavorata”, dove – a differenza dell’Asia o dell’Africa – era quasi impossibile distinguere fra l’opera della natura e quella dell’uomo». Sono parole che evocano un passato perduto? No. È l’anima perenne dell’Europa: la sua vocazione è proprio in quei due verbi che coniugano ciò che la mano può fare. La mano umana, che Kant definiva «il cervello esteriore della mente», staccatasi dalla terra si apre al mondo e al cielo, per fare il mondo e rivolgersi al cielo. La mano, che si ferma, studia, prega e poi lavora, sa che tutto quello che gli viene incontro, cose e persone, è da custodire e coltivare. E come Benedetto educò le mani della gente?
Nato a Norcia nel 480 d.C. da famiglia agiata, il ragazzo va a Roma per gli studi, ma la città versa nel degrado, così decide di ritirarsi poco lontano, sull’Appennino laziale, dove matura l’idea di una comunità ristretta, al servizio di Dio e del mondo. Il monastero è infatti un’intera società costruita nei modi della famiglia. L’abate (dall’ebraico abbà: padre), si prende cura dei figli: i monaci e la gente che abita nelle terre circostanti. Non importa se liberi o schiavi, nobili o contadini, dotti o ignoranti, romani o barbari: tutti fanno tutti i mestieri senza distinzione. Ognuno, dentro e fuori dal monastero, è chiamato a un doppio lavoro: quello di Dio e quello delle mani, che Benedetto chiama rispettivamente «opus Dei» (preghiera e studio) e «opus manuum» (il lavoro manuale). Quest’ultimo non è più per gli schiavi ma per tutti, in quanto compito originario dell’uomo, posto da Dio nel giardino, come narra la Genesi, perché lo custodisca e lo porti a perfezione. L’Europa viene così seminata «in una rete di fattorie modello, di centri di allevamento, di focolai di cultura, di fervore spirituale, di arte di vivere, di volontà di azione, in una parola, di civiltà ad alto livello che emerge dai flutti tumultuosi della barbarie. San Benedetto è senza alcun dubbio il Padre d’Europa». Sono parole del grande sociologo Léo Moulin che, nel suo «La vita quotidiana secondo San Benedetto», mostra gli effetti dell’arte di vivere benedettina: persino la parola «Parliamentum» fu coniata in latino medievale in ambito monastico, per indicare la prima assemblea sovranazionale delle abazie nel 1115. L’Europa sbocciò dalla sintesi benedettina di trascendente e terreno, come mostra la realizzazione di veri e propri capolavori: viticultura e apicultura, arte medicinale con le piante, agricoltura di terreni difficili, un sistema embrionale di depositi e prestiti, gli scriptoria per copiare e meditare i testi antichi, l’istruzione dei bambini, l’architettura delle abazie… La regola benedettina non era una mera reazione al vuoto di potere, ma l’affermazione della vocazione perenne dell’uomo: prendersi cura del mondo e degli altri, dissodando il cuore, la mente e la terra. Un umanesimo ascendente e discendente, anima dell’Europa: pensiero e azione ispirati dal fatto che la realtà è il compito che Dio affida all’uomo, per il fiorire suo e dei suoi fratelli. Un umanesimo attento alla cura tanto dell’anima quanto della tavola: quanti sanno che parole come colazione, pietanza, pranzo affondano le loro radici nella vita benedettina?

A cavallo tra il secondo e il terzo millennio, il filosofo Alasdair MacIntyre nel suo ponderoso capolavoro, «Dopo la virtù», analizzando la crisi della modernità a partire dai limiti del modello liberista e marxista, scrive: «la grandezza di Benedetto sta nell’aver reso possibile l’istituzione del monastero centrato sulla preghiera, sullo studio e sul lavoro, nel quale e intorno al quale le comunità potevano non solo sopravvivere, ma svilupparsi in un periodo di oscurità sociale e culturale. Gli effetti della visione di Benedetto e la loro ricaduta erano in gran parte imprevedibili. Anche il nostro è un tempo di attesa di nuove e inattese possibilità di rinnovamento. Ma è anche un periodo di resistenza prudente e coraggiosa nei confronti dell’ordine sociale, economico e politico dominante». Rifarsi a Benedetto non significa imitare un modello archeologico, ma inventarne uno ispirato alla «costruzione di forme locali di comunità al cui interno la civiltà e la vita morale e intellettuale possano essere conservate attraverso i nuovi secoli oscuri che già incombono su di noi. Stiamo aspettando: non Godot, ma un altro San Benedetto, senza dubbio molto diverso». L’Europa è sorta dall’arte di vivere di Benedetto, da cui si è sviluppata una cultura del lavoro senza precedenti, basata sulla ricerca di armonia tra natura e civiltà, seme di Medioevo e Rinascimento, fioritura di tutto ciò che è umano nell’uomo: la sua vita terrestre e celeste. I nuovi Benedetto dovranno rilanciare la paideia europea, un umanesimo trascendente e immanente (aperto all’altro e all’Altro) che sappia rispondere, con un rinnovato «ora et labora», alle sfide contemporanee, ma senza ritirarsi dal mondo, anzi rinnovandolo dall’interno, a partire dal lavoro e dalla famiglia. Altrimenti avremo l’illusione della salvezza «da fuori», che Kavafis descrive in Aspettando i barbari, una poesia su ciò che accade alle civiltà in cui la messa in scena del potere in realtà soffoca la vita: tutti sono paralizzati dall’imminente arrivo dei barbari, ma: «S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti./Taluni sono giunti dai confini,/han detto che di barbari non ce ne sono più./E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?/Era una soluzione, quella gente».

La vita del singolo e dei popoli non viene da fuori, ma dalla liberazione delle energie interiori, oggi imprigionate da paura, individualismo e nichilismo. Il letto da rifare è ritrovare l’armonia tra lavoro delle mani e lavoro di Dio: senza un senso trascendente e immanente, terrestre e celeste, della vita, il mondo diventa il teatro del caso e quindi della legge del più forte. La mano, se guidata solo da pulsioni immediate ed egoistiche, si chiude e volge contro la terra e gli altri, incapace di fare il mondo e le relazioni. «Un vento profumato penetrava le rovine e sentivo che nel mio mondo parole chiave come silenzio, dedizione, spirito di sacrificio erano state liquidate o avevano smarrito il loro senso. La stessa parola “Europa” si era perduta»: il vento di rinascita di cui scrive Rumiz non è nel voto, che darà uno stipendio a politici febbrilmente solerti durante le campagne elettorali e quantificherà chi siederà sul trono di spade, ma nell’azione quotidiana e costante di anime (da anemos, «vento» in greco) veramente europee, come quella di Benedetto “”.

Da Internet: https://www.corriere.it/alessandro-davenia-letti-da-rifare/19_maggio_27/61-europa-l-oscura-d64e788e-7fcd-11e9-8558-8311fa6a8639.shtml

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