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12
Nov

Tarranòve tra gli anni 40 e 60 del secolo scorso – Storie di guerra e di vita che continua

Documenti, foto, corrispondenza, attestati di riconoscimento al merito, fogli matricolari, medaglie e carteggi vari; una documentazione che parla di un periodo storico importante per la nostra nazione ma anche per il mondo intero, quello del secondo conflitto mondiale. Ed ancora, appunti con specifiche ricerche eseguite intorno alla tragica fine del Cacciatorpediniere italiano “Espero”, affondato sulla rotta da Taranto per Tobruk nel 1940, nel quale trovarono la morte tanti giovani connazionali tra cui anche un sottufficiale terranovese della Regia Marina Italiana.

Materiale sufficiente per un libro di memorie di fatti, episodi, avvenimenti riguardanti la Seconda Guerra Mondiale vissuta e combattuta anche da persone di un paesino in terra di Capitanata, ma pure di ricordi di infanzia e prima giovinezza, trascorse in spensieratezza a Tarranòve, Poggio Imperiale, in provincia di Foggia, nell’immediato dopoguerra, da persone ormai avanti con gli anni, che la guerra non l’hanno affatto veduta, ma che sicuramente ne hanno subito le conseguenze, in un  Paese ove regnavano macerie, reduci, vedove, orfani, mutilati e mutilatini, prima ancora che la luce si rischiarisse con l’avvento del cosiddetto boom economico che ha visto poi  l’Italia rinascere fino a raggiungere livelli di benessere apprezzabili.

L’occasione per raccontare, soprattutto ai più giovani  perché abbiano memoria del passato, alcune storie che si intrecciano tra loro;  storie che parlano di luoghi e persone, ma che esprimono concetti di portata universale per la loro trasversalità di relazione, svelando il naturale trasporto affettivo dell’uomo alla ricerca di un punto di riferimento che gli dia sicurezza: la famiglia, l’appartenenza, l’amore per la propria Terra.

E prevale la passione per la cultura, la storia, le tradizioni; un sentimento che deve dimorare sempre ad un livello più elevato e nobile rispetto al comune vedere delle cose e, dunque, al di sopra di ogni sospetto di autoreferenzialità, piaggeria o autocompiacimento, per contribuire a mantenere nel tempo gli occhi puntati sul passato, al fine di comprenderne meglio tutti gli aspetti, quelli belli e quelli brutti, quelli piacevoli e quelli meno piacevoli, cercando di costruire tutti assieme, specialmente con le nuove generazioni, un futuro migliore, scevro per quanto possibile degli errori del passato.

Lorenzo Bove
Tarranòve
tra gli anni 40 e 60 del secolo scorso
Storie di guerra e di vita che continua
Edizioni del Poggio
2021

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La stampa di questo libro

 per conto esclusivo dell’autore

 è privata e riservata,

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nonché  la pubblicazione non autorizzata

espressamente dall’autore medesimo

27
Ago

Termoli: “ A Rejecelle”, il vicolo più stretto d’Italia e d’Europa

In visita nel Borgo Antico diTermoli, in Molise, ci si imbatte nel vicolo “Rejecelle”, considerato il più stretto d’Italia e d’Europa. La sua larghezza, nel punto più ridotto, è di soli 34 centimetri.

Tra i luoghi più singolari e caratteristici della città, l’esclusiva stradina è stata probabilmente concepita per permettere agli abitanti di percorrerla in caso di necessità, come guerre o carestie, evitando così le strade di comunicazione più importanti, tra cui via Duomo e i bastioni di via Montecastello, regolarmente presidiate dai soldati. La sua costruzione risale al primo agglomerato urbano del paese vecchio, mentre la denominazione dialettale “Rejecelle”, ossia “via stretta”, deriva dal termine francese “Rue” (strada), con cui venne battezzato il vicolo nel 1799.

“A Rejecelle”chiamata così affettuosamente dai termolesi, è dunque la viuzza più contenuta di Termoli; si trova nel cuore del Borgo Antico ed è una sorpresa, oltre che una piacevole scoperta, trovarsela davanti, attraversarla fino in fondo ed esplorare i segreti dell’antico borgo marinaro.

L’esclusiva stradina molisana ha strappato il primato alla marchigiana Ripatransone, sita in provincia di Ascoli Piceno, per una questione di soli due centimetri.

La pavimentazione attuale, a schiena d’asino, è formata da basole in pietra bianca proveniente dalle cave di Apricena – Poggio Imperiale ed originariamente era fatta con ciottoli e pietre grezze. Le pareti che la delimitano si presentano ancora integre, a parte i punti dove i muri sono stati riempiti con intonaco.

Si racconta che, anticamente, i plebei dovevano cedere il passo alla nobiltà e quando nella viuzza si incontravano due gentiluomini, uno di fronte all’altro, dovendo stabilire chi dei due dovesse procedere in avanti, e data l’impossibilità di girarsi, essi ricorrevano a regole molto rigide: il meno nobile indietreggiava e lasciava il passo a quello più altolocato. In caso di pari lignaggio, sorgevano dispute che a volte conducevano al duello tra i due contendenti per lavare l’onta dell’affronto.

Oggi, invece, soprattutto i turisti, ci vanno per fare la prova pancia … poiché nella strettoia ci passano solo le persone magre!

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Termoli-stradina-300x225.jpg
Termoli, “a Rejecelle”

Dal Libro ”25°Festival internazionale del folklore” (http://www.prolocotermoli.it/a-rejecelle.html):

“’A Rejecelle’, piccola stradina situata nel cuore del borgo antico di Termoli, ricavata tra i fabbricati, contrassegnati dai numeri civici 6 dal lato vico 2° castello e dai  numeri civici 21 e 38 del lato di via Campolieti Nicola Maria e via Salvatore Marinucci, è considerata non a torto uno dei luoghi più singolari e caratteristici della città di Termoli.

La sua costruzione risale certamente al primo agglomerato urbano del Borgo, come si evince dal materiale impiegato per la costruzione delle pareti dei due fabbricati che la delimitano e per il materiale posto a copertura: ciottoli, pietre arenarie, mattoni, travi….

La stradina, nel corso dei secoli, ha subito varie trasformazioni, specialmente nella parte superiore che doveva essere originariamente tutta coperta con tavole e tegole, sostenute da archetti di mattoni e travi in parte ancora visibili.

Sicuramente fu realizzata per far muovere indisturbati gli abitanti del borgo, specialmente in caso di necessità derivante da eventi di varia natura, come guerre, dominazioni e carestie, evitando così il percorso delle strade di comunicazione più importanti, quali l’attuale via Federico 2° di Svevia, via Duomo, via San Pietro e i bastioni di via Montecastello, regolarmente presidiate  dai soldati.

Fu con la denominazione francese del 1799 che si cominciò ad indicarla con l’attuale nome: infatti i francesi la chiamavano “Rue” che, nella loro lingua significa Strada e solo successivamente il termine, con il passare del tempo fu distorto dai termolesi con il maccheronico francesismo “Rejecelle”  ,  cioè strada piccola e stretta. E’ lunga appena mt. 7,88 è coperta per mt. 3,30 dal lato di via Campolieti, mentre la restante parte è a cielo aperto ed ha le pareti storte e curvilinee, che si restringono nella parte superiore, rispetto alla base, specialmente nella zona centrale. L’ingresso di via Campolieti si presenta con un apertura a rientrare, alta mt. 1,77 con la parte superiore completamente chiusa, riempita con pietre, mattoni  e calce ed è sorretta da tavole e travi, unitamente ad un manufatto di mattoni poco visibile. La larghezza alla base è di mt. 0.59 mentre al centro misura mt. 0,50, la parte al centro della strada ha la base di mt. 0,60, quella di centro mt. 0,40 con punti a salire a mt. 1,80 da terra, di mt. 0,34 e 0,35 per terminare, nella parte  superiore, con una larghezza di molto inferiore  a mt. 0,30. L’ingresso  di vico 2° castello ha un’apertura alta mt. 2,52, sormontata da un muro di mattoni e pietre di mt 1,40, sostenuto da un archetto di mattoni; a poca distanza dall’archetto d’ingresso c’è un primo e un secondo manufatto in mattoni che serviva a sorreggere la copertura e a tenere uniti i muri perimetrali della strada. Vicino alle due pareti d’ingresso di vico 2° castello ci sono due aperture di mt. 0,25 x 0,30, realizzate abusivamente, evidentemente per arieggiare  i locali di due fabbricati adiacenti; inoltre al centro della strada e, precisamente sulla parete sinistra, si notano i resti di una canna fumaria che sbuca verso l’alto, chiusa alla base da un pezzo di tavola che a suo tempo raccordava la parete per poi rientrare nell’abitazione del civico 21 sicuramente un camino. La pavimentazione attuale,  a schiena d’asino, è formata da marmette di pietra bianca d’Apricena; originariamente era fatta da ciottoli e pietre. Sostanzialmente integre si presentano le pareti che la delimitano,  a parte i punti dove i muri sono stati riempiti con intonaco,  e nella parte dove si alza la canna fumaria dove sono state realizzate  le due piccole aperture; quello che preoccupa maggiormente è la parte che sorregge la copertura della strada con l’archetto  d’ingresso del lato vico 2° castello con manufatti di mattoni, tra i muri perimetrali, adibiti a sostegno delle abitazioni, poiché in mancanza di cura e di manutenzione si notano segni di indubbia staticità. Per le sue caratteristiche e le sue architettoniche ‘a Rejecelle’   rappresenta  un grande pregio artistico-culturale e un inestimabile valore storico-architettonico”.

Ma Termoli non è solo la “Rejecelle”; Termoli è una città veramente interessante e qualche anno fa, con precisione il 30 luglio 2011, pubblicai su questo stesso Sito/Blog www.paginedipoggio.com un articolo dal titolo “Termoli … mare, sole e il Borgo vecchio!”, alla pagina http://www.paginedipoggio.com/?p=3034, che riporto qui di seguito:

Termoli, la spiaggia

Termoli … mare, sole e il Borgo vecchio!

Una zuppa di pesce in uno dei suoi caratteristici ristoranti marinari o semplicemente una  passeggiata nei vicoli del Borgo vecchio tra locali e negozietti aperti fino a tardi, assaporando magari un gustoso gelato; questo (ed altro ancora) offre Termoli nelle sere d’estate, dopo una giornata di mare e di sole.

Termoli, veduta del Borgo Antico

Arroccato su un piccolo promontorio roccioso, il Borgo vecchio di Termoli, che molti dicono ricordi la forma di un cuore ed altri di un pugno, si protende verso il mare Adriatico, dove verso est si intravede, nelle giornate limpide, il profilo dell’arcipelago delle isole Tremiti, raggiungibili in motonave o in aliscafo dal porto di Termoli.

Il Borgo vecchio risale al V secolo: la città visse tra le mura che recintano il Borgo vecchio fino al 1847, quando re Ferdinando Il di Borbone autorizzò i termolesi a costruire fuori dalle mura.

Il Borgo appare come un intricato labirinto di stradine strette e tortuose, tra cui il celebre Vico II Castello [n.d.A.: in dialetto denominato “a Rejecelle”],  – tra i più stretti d’Europa – che si stringono attorno al Duomo (Cattedrale di San Basso patrono di Termoli), quasi a voler sfruttare ogni metro quadrato disponibile dell’esiguo spazio, ove l’azzurro del mare riempie di colore ogni suo scorcio.

La chiesa principale di Termoli è un insigne monumento di arte romanica con oltre 800 anni di storia, che ha mantenuto immutato nei secoli il suo splendore con i colori della pietra chiara con cui è stato costruito; ancora prima nello stesso posto sorgeva un’altra cattedrale piena di mosaici, presumibilmente costruita sulle rovine di un tempio romano.

Nel tempo, molte cose sono cambiate, soprattutto dopo che – ormai da diversi anni – è iniziato il recupero architettonico e la valorizzazione del Borgo vecchio, che appare oggi come uno scrigno in cui le casette rimodernate, ma (quasi) sempre in perfetto stile con l’originario impianto architettonico , custodiscono la storia di secoli.

Per entrare nel Borgo vecchio ci sono due ingressi, uno sul lato nord, ai piedi del Castello, e uno sul lato del porto, caratterizzato da una porta ad arco e dalla torretta del Belvedere dalla quale si ammira il panorama del porto gremito di colorate barche dondolanti e della spiaggia a sud di Termoli.

Dentro le mura del Borgo vecchio di Termoli le casette dei pescatori lasciano poco spazio alle stradine strette e attorcigliate, come si conviene a una cittadella fortificata che subiva l’assalto dei Turchi (e altri invasori) e doveva fare di ogni angolo un punto di difesa e di ogni strettoia un mortale agguato.

Fra scorci incantevoli e sprazzi di mare che guizzano sullo sfondo di un vicoletto, di tanto in tanto si schiudono piccole e graziose piazzette.

Nel dedalo di viuzze e stradine si apre inaspettata, quasi a sorpresa, una piazza più ampia, recintata da case basse colorate di bianco e d’ocra, e lì ad un angolo la Cattedrale di San Basso.

Continuando a passeggiare lungo il perimetro della cinta muraria si arriva al Faro che dialoga in silenzio con la luce del corrispondente Faro di Punta Penna sul promontorio di Vasto; a questo punto del percorso si staglia netta l’immagine del Castello Svevo, dal suo ingresso fino alla cima dove si trova la torretta meteorologica costruita dall’Aeronautica militare.

Il Castello caratterizza con il suo profilo l’immagine del Borgo vecchio. La sua struttura è semplice ed è costituita da una base tronco-piramidale munita di torrette cilindriche agli spigoli e sormontata da una torre parallelepipeda di minori dimensioni. Sul lato nord è visibile l’avancorpo dell’antico ponte levatoio, che fungeva da ingresso. La semplicità della struttura e le sue caratteristiche difensive fanno pensare che sia stato costruito in epoca normanna (XI secolo), nel luogo ove già esisteva un torrione di epoca longobarda.

Il Castello è comunemente definito Svevo, probabilmente in seguito alla ristrutturazione, databile intorno al 1247, che Federico II fece eseguire, come testimonia una lapide ritrovata all’interno di una delle torrette angolari. Tale intervento sarebbe stato attuato nel 1240, successivamente alla distruzione delle difese esistenti per opera della flotta veneziana, alleata di Papa Gregorio IX.

Nel corso dei secoli il Castello ha subito varie modifiche soprattutto dopo l’avvento delle armi da fuoco. Durante i recenti restauri sono stati ritrovati dei graffiti databili al secolo XVI, ed alcuni disegni al carbone lasciati sulle pareti della cisterna inferiore nel periodo in cui questa era adibita a carcere borbonico.

Dal 1885 il Castello di Termoli è stato annoverato tra i monumenti nazionali e designato quale museo storico regionale.

La festa di San Basso patrono di Termoli

La festa religiosa di San Basso ricorre il 5 dicembre, giorno in cui nella cattedrale romanica, dove sono conservate le reliquie, il vescovo celebra una solenne Messa in onore del Santo alla presenza di autorità, associazioni, marinai e gente devota. Ma i festeggiamenti veri e propri si tengono in estate tra il 3 ed il 4 agosto. La mattina del 3 agosto, dopo la S. Messa in cattedrale, si procede con la tipica e suggestiva “processione per mare”, durante la quale la statua di San Basso viene portata a bordo del motopeschereccio della flotta termolese, estratto a sorte giorni prima, addobbato per l’occasione. Le altre imbarcazioni seguono l’imbarcazione del Santo cariche di gente, formando così un corteo molto suggestivo. A metà percorso, dal battello col Santo viene gettata in acqua una corona di fiori in onore del protettore ed in segno di legame con il mare: un’antica leggenda narra, infatti, che furono proprio dei pescatori termolesi a ritrovare a largo il sarcofago con le reliquie del vescovo San Basso. A mezzogiorno circa il corteo rientra in porto e la festa prosegue in serata quando la statua viene portata a spalla in processione per le stradine del Borgo fino al mercato ittico dove viene venerata fino al mattino successivo. Alle 6 del mattino del 4 agosto, dopo la veglia notturna, viene celebrata una Messa dinanzi allo stesso mercato che conclude la permanenza della statua del santo negli ambienti dei marinai. La sera alle 19,00 viene celebrata un’altra Messa, stavolta nella piazza antistante la Cattedrale, e a seguire l’ultima processione, la più partecipata, stavolta per le vie cittadine. La festa prosegue poi tra bancarelle, noccioline, giostre e gli immancabili spettacolari fuochi pirotecnici che salutano rimandando l’appuntamento all’anno successivo.


15
Lug

Al via il Green Pass

Green Pass (1) per accedere ad aerei, treni, cinema, ristoranti, bar, ecc.

L’annuncio del Presidente francese Macron dei giorni scorsi ha fatto schizzare di oltre due milioni in Francia il numero delle prenotazioni per farsi vaccinare.

E, nel nostro Paese, favorevoli o contrari?

E’ costituzionale o incostituzionale?

Si è aperto  anche in Italia il dibattito che, come sempre, riempie spazi televisivi, giornali, reti sociali, salotti, piazze, spiagge, navi da crociera, stadi di calcio, cinema, teatri, ristoranti, discoteche, bar, eccetera, con argomentazioni più disparate, senza mai venirne a capo e soprattutto ributtando il tutto in caciara, ma anche in politica (evidentemente ai soli fini di rendita elettorale), cosicché la Lega di Salvini e Fratelli d’Italia della Meloni definiscono aberrante tale ipotesi, mentre tutti gli altri –  in maniera ondivaga – si muovono in ordine sparso secondo come gira il vento.

Oltre quattromilioni di morti nel mondo e quasi centotrentamila solo in Italia rappresentano cifre da capogiro, e l’insorgenza di continue varianti che subdolamente  aggrediscono il genere umano in questa guerra senza frontiere, non ci lascia scampo: l’unica arma di difesa oggi disponibile, grazie all’immenso sforzo della Comunità scientifica, è il vaccino anti Covid-19. La Comunità scientifica che in soli otto mesi è riuscita a bruciare le tappe, ma anche grazie agli Stati che hanno messo in piedi una potente macchina logistica per la distribuzione e l’inoculazione del prodotto.

Come non mai, al netto delle prime, inevitabili complicazioni iniziali, è partito un sistema di prenotazione di una semplicità esemplare, Centri vaccinali organizzati alla perfezione, per ciascuno un medico a disposizione per il triage preventivo nel corso del quale rappresentare il proprio stato di salute e ricevere indicazioni qualificate circa il vaccino che verrà iniettato, rilascio immediato di certificazione con contestuale fissazione della data, ora e luogo per la seconda dose, fatta la quale ti arriva sul telefonino il Codice per scaricare il tuo “Green Pass”.

Su Marte?

No … qui da noi … in Italia!

E, allora, dov’è il problema?

Fake news e controinformazioni di ogni genere minano costantemente il faticoso lavoro degli scienziati, medici, operatori, volontari, ecc., mettendo i bastoni tra le ruote per scoraggiare la gente a vaccinarsi, ostacolando  o comunque rallentando i processi finalizzati al raggiungimento della cosiddetta “immunità di gregge”.

Un interessante articolo dal titolo, che riporto testualmente, “Oggi ‘raggelante’, nel 2018 ‘una conquista importante’: Meloni cambia idea sulla vaccinazione obbligatoria”, è stato pubblicato ieri su Huffington Post. Nell’articolo viene riportata anche la (vivace) reazione del noto virologo Roberto Burioni: “Meloni vuole garantire al virus la libertà di ucciderci e rovinarci la vita”, il quale ricorda altresì alla leader di FdI che “la prima vaccinazione moderna obbligatoria in Italia risale al 1939”. E, della Meloni, vengono riportati integralmente sia il Twitter del 2018  che quello dell’altro ieri.

“I vaccini sono una delle conquiste più importanti nella storia della medicina. Le vaccinazioni obbligatorie sono lo strumento che la Comunità scientifica ci consiglia per debellare patologie solo apparentemente sconfitte per sempre”. Era il 2018 e sono passati solo due anni, ma l’opinione di Meloni sulla vaccinazione obbligatoria è cambiata radicalmente. 

“L’idea di utilizzare il Green Pass per poter partecipare alla vita sociale è raggelante, è l’ultimo passo verso la realizzazione di una società orwelliana” ha scritto la leader di FdI su Twitter ieri l’altro, scagliandosi contro la decisione del presidente francese Macron di impedire l’ingresso nei locali al chiuso, agli eventi e sui mezzi pubblici alle persone che rifiutano di vaccinarsi e che quindi non possiedono il Green Pass, definendo la decisione di Macron “una follia anticostituzionale che Fratelli d’Italia respinge con forza”. Meloni ha poi spiegato che la vaccinazione deve avere a che fare con la libertà individuale, che per il suo partito è “sacra e inviolabile”. 

Eppure nel post di due anni prima Meloni spendeva parole d’elogio nei confronti della vaccinazione obbligatoria. E anzi, sottolineava l’importanza di non fornire messaggi contraddittori su questo aspetto. “Lanciare messaggi confusi e contraddittori, con il rischio di alimentare paure e notizie false, è un errore che la politica non deve commettere. La salute degli italiani, e in particolare dei nostri figli, non è argomento sul quale dividersi o dare giudizi sommari” scriveva nel post. 

È subito arrivata la reazione critica di Roberto Burioni alle parole di Meloni, il quale in un post sempre sullo stesso social network ha scritto: “La battaglia di Giorgia Meloni per garantire al virus la libertà di uccidere, rovinarci la vita, farci chiudere le scuole, distruggere l’economia non la capisco e non c’entra niente”. Il virologo, facendo riferimento ad alcuni accenni storici, ha poi ricordato alla leader di FdI che “la prima vaccinazione moderna obbligatori risale al 1939″. In quell’anno, quando come Presidente del Consiglio c’era Benito Mussolini, venne resa obbligatoria la vaccinazione antidifterica entro i primi due anni di vita. 

Ed ora torniamo ai nostri giorni.

Oggi si osanna la libertà individuale, “sacra e inviolabile”, in nome della quale tutto è possibile, omettendo tuttavia di soffermarsi su alcuni aspetti spesso trascurati.

Il principio di libertà acclamato e glorificato (a senso unico) solamente come “diritto sacro e inviolabile”, sottende il pieno rispetto di precisi obblighi da parte dei consociati, classificabili come sacrosanti “doveri” ai quali attenersi ineludibilmente. Infatti, soventemente, diciamo: ”la tua libertà finisce dove inizia la mia”.

Orbene, da queste semplici osservazioni, risulta del tutto evidente che in carenza del rispetto dei doveri da parte dei tanti non è assolutamente possibile garantire la libertà dei singoli. Sono libero di circolare, a condizione che il mio percorso non venga ostacolato da chicchessia; sono libero di godere della mia casa a condizione che altri non violino il mio domicilio. Ma non sempre è così, ragione per cui sono costretto a chiudermi in casa e mettermi la porta blindata.

La “salute” è un bene prezioso da tutelare sopra ogni cosa e per fare questo siamo chiamati ogni giorno, in ogni attimo della nostra vita, a sottoporci ad una infinità di doveri di natura personale, ma anche e soprattutto collettiva.

E allora occorre bilanciare il diritto alla salute con la libertà individuale, proprio quello che in questo catastrofico periodo di pandemia si stanno sforzando di fare tutti gli Stati, cercando per quanto più possibile e senza costrizioni di sorta, di contemperate i diritti con i doveri dei propri consociati.

Dice oggi Alessandro Sallusti su Libero “La libertà di vaccinarsi è inviolabile, ma c’è anche il diritto della maggioranza dei cittadini a non vedere vanificato il proprio senso di responsabilità: anche loro sarebbero vittime di nuove restrizioni se i casi gravi di non vaccinati da virus aumentassero significativamente”.

E, per finire, domenica scorsa la nazionale di calcio italiana è stata consacrata Campione d’Europa, per la seconda volta dopo ben 53 anni, ma la gloria calcistica (italiana) non può e non deve nascondere la vergogna (nazionale) dell’aggressione dei detenuti di Santa Maria Capua Vetere. Così come non può giustificare neanche l’imbarazzo degli insensati assembramenti di Roma per osannare i nostri campioni, considerata la particolare situazione di allarme epidemico.

In medio stat virtus! (2)

Note

1. Green Pass (Certificazione verde Covid-19) rilasciata dal Ministero della Salute, in formato digitale e stampabile, attraverso la Piattaforma nazionale e sulla base dei dati trasmessi dalle Regioni e Province Autonome.

Per certificazione verde (Green Pass) si intende una certificazione comprovante uno dei seguenti stati:

  • l’avvenuta vaccinazione contro il COVID-19;
  • la guarigione dall’infezione COVID-19;
  • il risultato negativo del test molecolare o antigenico rapido (eseguito nelle 48 ore antecedenti).

2. In medio stat virtus. Dal latino “la virtù sta nel mezzo” – Sentenza della scolastica medievale che deriva da alcune frasi dell’Etica Nicomachea di Aristotele, esprimenti l’ideale greco della misura, della moderazione, dell’equilibrio: la virtù è nel mezzo, tra due estremi che sono ugualmente da evitare. È talvolta ripetuta per affermare la necessità o la convenienza della moderazione, dell’equilibrio, o come invito a evitare gli eccessi (Cfr. Treccani).

Fac simile di Green Pass


16
Giu

No-vax e Fake-news

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Bufale e disinformazione sono molto pericolose soprattutto quando riguardano la salute e spesso non è facile distinguerle tra milioni di informazioni diffuse a volte per meri interessi elettoralistici, altre per vere e proprie guerre commerciali o semplicemente per sfizio, lazzo, gusto sadico, incoscienza o pura imbecillità.

Cosa diversa è invece è la controinformazione, con la quale in genere si intende la diffusione, attraverso i mezzi di comunicazione di informazioni che si ritengono taciute o riportate in modo parziale e non obiettivo dagli organi di informazione ufficiali.

Ma sempre cum grano salis, nel senso che solitamente chi presenta il proprio annuncio come “controinformazione” implica che i media di un certo paese (o altro ambito sociale e culturale) siano, in parte o totalmente, asserviti a interessi politici o economici e quindi non siano in grado di rappresentare oggettivamente la realtà dei fatti; in questa logica la controinformazione è in genere associata a una denuncia di censure e di limiti alla libertà di informazione. Il termine disinformazione viene talvolta usato per enfatizzare l’idea che i mass media convenzionali facciano propaganda e che quindi l’informazione da essi fornita debba essere smantellata (dis-informando il pubblico per poterlo poi contro-informare).

Orbene, è sotto gli occhi di tutti la portata epocale della pandemia da Covid-19 che ha mietuto nell’ultimo anno e mezzo la vita di milioni di persone nel mondo intero (al momento: 177 milioni di contagiati e 3,82 milioni di decessi, di cui circa 130.000 in Italia) e gli sforzi della comunità scientifica internazionale profusi per contrastare la virulenza del Coronavirus; sforzi che hanno consentito in soli otto mesi di avviare un’opera di vaccinazione di massa, di cui non è cenno nella storia di tutti i tempi.

E allora … dov’è il problema?

Sicuramente non tutto ha funzionato o funziona alla perfezione, tuttavia in certi frangenti occorre andare per tentativi e vivere, per così dire, alla giornata.

Ed è troppo facile, ex post, dire la propria e soprattutto esprimere giudizi scontati e gratuiti.

Ma è soprattutto scorretto diffondere fake-news per gettare discredito e dissuadere la gente dal vaccinarsi, nella considerazione che – a tutt’oggi – il vaccino rappresenta il solo ed unico rimedio efficace per combattere questa guerra senza quartieri ingaggiata da un micidiale, insidioso e sconosciuto virus nei confronti di una popolazione inerme.

Atteniamoci quindi ai comunicati ufficiali delle autorità preposte e lasciamo lavorare gli addetti ai lavori, diffidando dei ciarlatani da strapazzo, gli stregoni di turno e i sapientoni dell’ultima ora.

Qui da noi, in Italia, tutte le informazioni sono verificate dagli esperti del Ministero della Salute e/o dell’Istituto superiore di sanità e sono basate su evidenze scientifiche, normative, documentazioni nazionali e internazionali disponibili alla data di pubblicazione di ogni notizia.

E’ sufficiente andare sull’apposito Sito ministeriale, dove viene fatta chiarezza sulle fake- news più diffuse, smentendole categoricamente alla luce delle evidenze disponibili.

Per esempio, è falso che i vaccini contro il Covid-19 siano pericolosi perché causano l’ADE.

E’ vero invece che non ci sono evidenze scientifiche che i vaccini anti Covid-19 inneschino l’ADE, cioè l’ “Antibody Dependent Enhancement”, reazione per cui alcuni anticorpi anziché bloccare un virus ne facilitano il suo ingresso nelle cellule. I vaccini autorizzati dalle autorità competenti – EMA e AIFA – che sono attualmente in corso di somministrazione, fanno produrre anticorpi in modo selettivo contro la proteina “Spike” presente sul Coronavirus e la loro azione è volta a bloccare l’ingresso del virus nelle cellule. I vaccini, quindi, non possono determinare l’ADE né in coloro che si vaccinano senza aver contratto l’infezione da nuovo Coronavirus, né nelle persone che si vaccinano dopo aver contratto l’infezione.

Non è una novità: esiste in Italia un nutrito  movimento no-vax contrario alle vaccinazioni, in parte sorretto esplicitamente da alcuni partiti politici o specifiche loro correnti interne, ed in parte di natura spontanea, implicitamente incoraggiato da altre formazioni politiche che si divertono a fare il doppio gioco per assecondare una popolazione (elettorato) provata dagli effetti della lunga fase pandemica sul piano economico, sociale e della salute.

Detto sodalizio si alimenta di dichiarazioni anti-scientifiche sui farmaci utilizzati contro il Covid-19, ove la disinformazione è la vera protagonista.

Si sono registrate manifestazioni, alcune delle quali purtroppo anche violente (lancio di bombe  molotov contro il centro vaccinale di Brescia lo scorso 3 aprile 2021), ed altre, come quella di Roma, che hanno visto sul palco anche alcuni onorevoli parlamentari della Repubblica Italiana, che hanno fatto proseliti contro l’obbligo vaccinale per via delle supposte reazioni avverse ai vaccini, non suffragate da alcun riscontro oggettivo, gettando tra l’altro anche ombre di complottismo, destituite di ogni fondamento.

Si continua con il mantra che i vaccini anti Covid-19 non funzionano e  con la teoria della terapia genica – cavalli di battaglia dei no-vax – descrivendo le istituzioni come corrotte e desiderose di far continuare l’emergenza sanitaria all’infinito (tesi del complottismo), invitando la popolazione alla disobbedienza civile.

Ed ora ancora una nuova bufala: i no-vax puntano su una nuova falsa teoria secondo la quale le varianti del Coronavirus, che in qualche caso hanno causato un aumento nel numero dei contagi, sono in realtà il risultato della campagna vaccinale messa in atto per cercare di combattere la pandemia. Tutto falso: le sperimentazioni cliniche hanno dimostrato che i vaccini sono sicuri per la maggior parte delle persone; non contengono un virus vivo e non possono conseguentemente replicare una nuova variante capace di infettare.

Tuttavia occorre comunque precisare che medici e politici, con pareri controversi e a volte contrastanti tra loro, hanno sicuramente contribuito a creare non poca confusione al riguardo.

Le vaccinazioni aumentano l’immunità contro il virus, il che significa che le varianti che mostrano una resistenza a quell’immunità potrebbero avere più successo nella diffusione. Ma questo non significa che il vaccino abbia creato quelle varianti.

La campagna vaccinale è fondamentale per porre fine alla pandemia e dobbiamo continuare a monitorare i tentativi di minarla.


23
Mag

Agricoltura biodinamica, superstizioni e le monete d’oro di Pinocchio

Carlo Collodi, pseudonimo di Carlo Lorenzini, ci racconta, nel suo celebre romanzo “Le avventure di Pinocchio – Storia di un burattino”, che il burattinaio Mangiafoco aveva regalato cinque monete d’oro a Pinocchio perché le portasse al suo povero babbo Geppetto, ma Pinocchio si fece infinocchiare dal Gatto e la Volpe e se ne andò con loro invece di far ritorno a casa.

Cosa avevano promesso di tanto speciale all’incauto burattino i due vecchi marpioni?

Gli avevano detto di non dare un calcio alla fortuna, perché quei cinque zecchini – dall’oggi al domani – sarebbero diventati duemila.

“Ma com’è mai possibile che diventino tanti? – domandò Pinocchio, restando a bocca aperta dallo stupore. “Te lo spiego subito – disse la Volpe – Bisogna sapere che nel paese dei Barbagianni c’è un campo benedetto, chiamato da tutti il Campo dei miracoli. Tu fai in questo campo una piccola buca e ci metti dentro, per esempio, uno zecchino d’oro. Poi ricopri la buca con un po’ di terra: l’annaffi con due secchi d’acqua di fontana, ci getti sopra una presa di sale, e la sera te ne vai tranquillamente a letto. Intanto, durante la notte, lo zecchino germoglia e fiorisce, e la mattina dopo, di buonora, ritornando nel campo, che cosa trovi? Trovi un bell’albero carico di tanti zecchini d’oro quanti chicchi di grano può avere una bella spiga nel mese di giugno”.

E sappiamo tutti com’è finita la storia delle cinque monete d’oro di Pinocchio, scritta da Collodi nel lontano 1883.

Ed ora, nel 2021, apprendiamo che l’Italia finanzia il cornoletame (corna riempite di letame) e le vesciche di cervo (riempite di fiori di achillea).

  1. Le corna di vacca catturano, quando la vacca è in vita, i raggi cosmici affinché, quando sarà morta o a corna espiantate, il letame in quei corni, seppelliti e diseppelliti in funzione di combinazioni astrali, riceverà le forze eteriche astrali catturate dalla punta del corno, aumentando così il potere di quel letame quando è disseminato sul campo. 
  2. La vescica di cervo maschio riempita di fiori di achillea, lasciata essiccare al sole per tutta l’estate, sotterrata a 30 centimetri di profondità in autunno e dissotterrata sempre nel periodo di Pasqua.

E’ tutto vero: il Senato della Repubblica Italiana ha approvato nei giorni scorsi, quasi all’unanimità, il disegno di legge sull’agricoltura biologica, con 195 voti a favore, uno contrario ed un astenuto, equiparando la cosiddetta agricoltura biodinamica a quella biologica, nonostante la senatrice a vita Elena Cattaneo avesse presentato due emendamenti, poi bocciati, per espungere (cancellare) tale equiparazione.

La Prof.ssa Elena Cattaneo è una farmacologa, biologa, accademica, nota per i suoi studi sulla malattia di Huntington e per le sue ricerche sulle cellule staminali, nominata senatrice a vita dal Presidente della Repubblica il 30 agosto 2013.

Ella, da sempre sostenitrice dell’agricoltura integrata, ha criticato la scelta del disegno di legge in esame, definendo l’agricoltura biodinamica “una pratica esoterica e stregonesca” priva di basi scientifiche e votando conseguentemente contro il ddl stesso.

Il giornale HuffPost/Politica ha riportato il 20/05/2021 l’intervento integrale della senatrice sul sito:

https://www.huffingtonpost.it/entry/cosi-litalia-finanzia-cornoletame-e-vesciche-di-cervo_it_60a63b2ae4b0313547938583

Un intervento contro i fondi pubblici destinati alla “stregoneria dell’agricoltura biodinamica” che, come Stamina, è da ritenere una vera e propria truffa scientifica.

Questo l’intervento:

“Signor Presidente, gentili colleghi, membri del Governo, come primo commento generale mi viene da dire che forse ci si poteva o doveva aspettare una legge sull’agricoltura tutta, che coinvolge 500.000 aziende, e non su un’agricoltura di nicchia, i cui numeri andrebbero veramente spiegati in modo proprio, perché sostenere che il 16 per cento del terreno italiano è dedicato all’agricoltura biologica non spiega quanta di quella percentuale è dedicata a prati e pascoli, che ricevono sussidi, ma non producono nulla. Quindi bisogna veramente spiegare.

Torniamo alla legge. Noto con piacere – lo voglio riconoscere al relatore e alla Commissione – alcune migliorie al testo, che hanno almeno in parte recepito indicazioni e rilievi provenienti dal mondo produttivo e dagli studiosi in ambito agricolo. Sottolineo due migliorie: l’introduzione del nodo dei controlli all’articolo 19 e l’eliminazione del riferimento all’interesse nazionale dall’articolo 1. Rispetto a questo aspetto, ho espresso in più occasioni come non vi sia alcun interesse nazionale in un protocollo produttivo di nicchia i cui prodotti non offrono alcuna garanzia di maggiore salubrità e alcun maggiore apporto nutrizionale significativo, come è scientificamente accertato e come è anche indicato nelle linee guida alla ristorazione del nostro Ministero della salute. In sintesi, si tratta di prodotti che si trovano nei supermercati a prezzi doppi o tripli rispetto a quelli privi di certificazione biologica, ma che non hanno nulla di più se non il prezzo. Ecco perché mi spaventa, seguendo le parole del relatore, che si voglia incentivare il consumo del biologico. Perché?

Se anche viene ristabilito un principio di realtà, rimuovendo il riferimento all’interesse nazionale, ho comunque molti motivi di dissenso su questo disegno di legge. Oggi ne tratto uno, che reputo essere una abnormità normativa e che in primo luogo, se non affrontato da noi oggi con una meditata riduzione del danno, esporrà quest’Aula al ridicolo scientifico.

Ho presentato tre emendamenti volti a eliminare almeno il richiamo esplicito e il riconoscimento in via preferenziale a pratiche non solo antiscientifiche, ma schiettamente esoteriche e stregonesche.

Mi riferisco all’equiparazione, ai fini del presente provvedimento, tra l’agricoltura biologica e quella biodinamica, una pratica agricola i cui disciplinari internazionali comprendono l’uso di preparati a base – cito testualmente – di letame infilato nel cavo di un corno di una vacca che abbia partorito almeno una volta. (Applausi). Il corno, una volta riempito, viene sotterrato per fermentare durante l’inverno e recuperato nei giorni prossimi alla Pasqua per essere sottoposto alla – cito – fondamentale operazione di miscelazione e dinamizzazione con acqua tiepida di sorgente, pozzo o piovana, che ha una durata di circa un’ora e può essere effettuata manualmente, ma anche tramite macchine speciali.

Vi ricordo che i bovini non perdono le corna come i cervi; le corna vanno segate dai crani, ma il disegno di legge n. 988 (né – mi sembra – alcun disciplinare) non ci spiega purtroppo se si deve prima macellare l’animale e tagliare le corna, oppure se queste vanno potate dall’animale ancora vivo. (Applausi). Sarebbe meglio disciplinare questa pratica per evitare abusi.

Questo che vi ho appena segnalato si chiama preparato 500 dell’agricoltura biodinamica (detto anche cornoletame). Ascoltate come funziona. Secondo il disciplinare, le corna di vacca catturano, quando la vacca è in vita, i raggi cosmici affinché, quando sarà morta o a corna espiantate, il letame in quei corni, seppelliti e diseppelliti in funzione di combinazioni astrali, riceverà le forze eteriche astrali catturate dalla punta del corno, aumentando così il potere di quel letame quando è disseminato sul campo. (Applausi).

Mi sono sempre chiesta quale sarà la dose di raggi cosmici che le corna devono catturare (le vacche devono essere primipare) affinché tutto ciò risulti efficace.

Nei preparati dell’agricoltura biodinamica c’è anche il preparato 502, ossia una vescica di cervo maschio riempita di fiori di achillea, lasciata essiccare al sole per tutta l’estate, sotterrata a 30 centimetri di profondità (non un centimetro in più) in autunno e dissotterrata sempre nel periodo di Pasqua.

Nello stesso disciplinare del marchio registrato Demeter, una multinazionale con sede all’estero alla quale si pagano royalty, si specifica che ogni preparato biodinamico sviluppa una forza potente e sottile, il cui effetto può essere comparato con quello dei rimedi omeopatici, ossia è assolutamente nullo e indimostrabile dal punto di vista scientifico. (Applausi).

Anche qui mi pongo delle domande. Delle vesciche di quanti cervi maschi ci sarà bisogno? Una vescica per ogni azienda biodinamica? Esiste una deroga alla pratica venatoria che consenta l’abbattimento di tanti splendidi animali dai nostri parchi nazionali, oppure si pensa di importare dall’estero vesciche urinarie estirpate in altre Nazioni o continenti?

Colleghi, rimuovere la parola biodinamica dal disegno di legge, come chiedono i miei emendamenti, non impedisce ai produttori di perseguire queste pratiche e ottenere la certificazione di prodotto biologico (per averla basta rispettare i protocolli), ma esplicitare il riferimento al biodinamico in questo testo di legge avrà l’effetto di dare dignità al cornoletame. Aggiungo anche che si tratta non di equiparazioni tra biologico e biodinamico solo per la parte nella quale il biodinamico mima le pratiche biologiche, ma di una totale equivalenza, al punto che il disegno di legge in discussione prevede che una quota di fondi pubblici venga dedicata specificamente alla ricerca scientifica, alla formazione nel settore biologico e, quindi, all’equiparato biodinamico.

Se quest’equiparazione restasse esplicita (non ci può essere alcun fraintendimento sul suo significato), enti e portatori di interesse potrebbero organizzare corsi e progetti incentrati sull’esoterismo biodinamico con i soldi dei cittadini italiani. Grazie ai fondi previsti dalla legge si potrebbero creare attività e istituire insegnamenti, con tanto di crediti formativi, sulla profondità migliore a cui sotterrare le vesciche di cervo, sulla direzione giusta con cui mescolare il letame o su come meglio orientare la vacca al pascolo perché catturi raggi cosmici. (Applausi).

Credo che l’errore nel sostenere tutto ciò derivi da una cattiva lettura di un regolamento UE del 2018, relativo alla produzione biologica, dove compare la parola «biodinamica», ma non per un’equiparazione. È una mera citazione. Due citazioni danno la definizione di preparati biodinamici come miscele tradizionalmente utilizzate nell’agricoltura biodinamica. La terza citazione si limita a dire che è consentito l’uso dei preparati biodinamici. Questa citazione è sufficiente a sdoganare l’esoteria biodinamica nelle leggi italiane.

Naturalmente il fine ultimo è creare mercato per prodotti che non hanno alcuna caratteristica superiore scientificamente accertata rispetto a quelli da agricoltura integrata, se non i costi. Continuerò, pertanto, a fare la mia doverosa parte per segnalare in ogni occasione che i prodotti biodinamici, come i prodotti da agricoltura biologica che si trovano nella grande distribuzione, non hanno migliori caratteristiche nutrizionale, né hanno miglior cura dell’ambiente, prevedendo entrambi i disciplinari biologico e biodinamico ampie deroghe che consente loro di utilizzare pesticidi di sintesi, che salvano le nostre colture dagli attacchi dei parassiti, consentendo a tutti di avere buoni e salutari prodotti.

Presidente, rimarco che abbiamo bisogno di prodotti sani per tutti e di fatto li abbiamo. Lo certificano la European food safety authority (ESFA). I nostri prodotti integrati bioconvenzionali sono tra i più sicuri al mondo ed è questo il messaggio di interesse nazionale che vorrei tutelato da una politica basata sulle evidenze.

Concludo senza nascondervi che da cittadina, prima ancora che da studiosa di scienze della vita, con esperienza ormai trentennale, provo sconcerto, sconforto e, quindi, dissento di fronte alla legittimazione per via parlamentare nell’ordinamento di uno dei Paesi più avanzati al mondo di pratiche antiscientifiche, esoteriche e stregonesche, specialmente se penso che, a sancire la superiorità del cornoletame sulle evidenze scientifiche, è la Camera alta del Paese che guida il G20, proprio nell’anno in cui per combattere la pandemia da Covid-19 il ruolo indispensabile della scienza è stato universalmente riconosciuto, celebrato e, anche in quest’Aula, osannato. (Applausi).

Tutto ciò premesso, mi pare che il confronto tra la favola delle cinque monete d’oro di Pinocchio sotterrate nel Campo dei miracoli e la favola del cornoletame e delle vesciche sotterrati nei campi degli agricoltori “biodinamici”, non faccia una piega: la prima è tutta da ridere, ma con una morale ineccepibile, che tutti riconosciamo a Collodi; la seconda fa solo ridere e basta!

Auguriamoci solo che alla Camera dei Deputati, ove il ddl è ora passato per la definitiva approvazione, venga espunta (cancellata) almeno questa bizzarra equiparazione.

Da quello che si capta in giro, attraverso gli organi di informazione, la legge che dà fondi all’agricoltura biodinamica fa letteralmente infuriare gli scienziati: “Il Paese di Galileo può finanziare pratiche magiche?”

A questo punto – visto che ci siamo – perché non suggerire al Presidente del Consiglio Mario Draghi di sotterrare nel Campo dei miracoli del paese dei Barbagianni un bel po’ di monete, annaffiare ben bene e aspettare il mattino seguente per raccogliere tutti i soldi necessari per fare un Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) senza mendicare risorse in giro e indebitare i cittadini italiani e le future generazioni per gli anni a venire?


agricoltura biodinamica: cornoletame
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5
Mag

Ei fu … Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza

Oggi 5 maggio 2021 ricorrono i duecento anni  della morte di Napoleone Bonaparte.

Sono i versi di Alessandro Manzoni a rendere indimenticabile la data del 5 maggio 1821, giorno della scomparsa del condottiero e uomo politico Napoleone Bonaparte, figura controversa: eroe o tiranno, sprezzante o appassionato, artefice del proprio destino o fautore di storia. Su Napoleone Bonaparte non è mai stato formulato un giudizio univoco e definitivo.

Ei fu. Siccome immobile,
Dato il mortal sospiro,
Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attònita
La terra al nunzio sta,
Muta pensando all’ultima
Ora dell’uom fatale;
Né sa quando una simile
Orma di piè mortale
La sua cruenta polvere
A calpestar verrà.

Così inizia l’ode che Manzoni ha dedicato a Napoleone, Il cinque maggio, senza alcuna pretesa di glorificare la sua figura, né di muovere a pietà il lettore per il suo trapasso, bensì illustrare il ruolo salvifico della Grazia divina, offrendo al contempo uno spaccato esistenziale della vita dell’ex imperatore: le battaglie, le imprese ma anche la fragilità umana e la misericordia di Dio.

Ma oggigiorno la figura di Napoleone Bonaparte è messa in discussione: un bicentenario non proprio in sintonia con la storia e con il mito che egli ha rappresentato.

La Francia si è preparata per tempo a commemorare il bicentenario della morte di Napoleone Bonaparte e la sua tomba, situata all’interno del Dôme des Invalides a Parigi, è stata opportunamente restaurata. Ma l’idea di celebrare uno dei personaggi più famosi della storia non piace a tutti. Come per altre figure storiche recentemente criticate e rimosse dai loro piedistalli in varie parti del modo (clamorose le ultime prese di posizione nei riguardi di Cristoforo Colombo additato di schiavismo, razzismo e genocidio), alcune delle sue azioni sono controverse.

E’ molto di moda di questi tempi rimettere in discussione il nostro passato e soprattutto i personaggi che ne hanno caratterizzato il destino. Avviene dappertutto, senza eccezioni di sorta. Forse esageratamente.

E come tutte le mode, l’immaginario collettivo è pronto a seguirle in fretta senza soffermarsi un attimo sui tempi, le circostanze, il livello culturale delle epoche cui i fatti si riferiscono.

Si finisce così per fare di tutta l’erba un fascio frammischiando il sacro con il profano, fino a sostenere che lo stesso Iddio Nostro Signore fosse violento, razzista, guerrafondaio, maschilista od altro, con espresso riferimento a quanto riportato nelle Sacre Scritture.

Un vecchio sacerdote della mia parrocchia iniziava sempre le sue prediche contestualizzando i fatti nelle epoche in cui si erano verificati, senza voler giustificare nessuno, ma solo per far capire che  le condizioni, le circostanze, le occasioni e le situazioni  erano  lontane anni luce da quelle nelle quali oggi noi viviamo. E solo immergendoci per un instante in quel contesto potevamo comprendere la sostanza e i significati degli avvenimenti e dei fenomeni accaduti. 

Pensiamo solo che ancora nella seconda metà del secolo scorso (fino al 1975) sussisteva la potestà maritale (l’uomo assumeva in una famiglia oltre alla patria potestà, anche un ruolo predominante rispetto a quello della moglie e quindi l’uomo aveva il diritto di impartire ordini e divieti alla moglie), così come c’era ancora  il delitto d’onore e il cosiddetto matrimonio riparatore a seguito di ratto per fine di libidine o violenza carnale, aboliti solamente  il 5 agosto 1981 con la legge 442.

E, dunque, di cosa stiamo parlando!

La critica forse più feroce nei confronti delle commemorazioni  di Napoleone viene dagli Stati Uniti. In un articolo pubblicato sul New York Times, una professoressa universitaria americana di origine haitiana sostiene che “Napoleone non è un eroe da celebrare”. Marlene L. Daut, questo il suo nome, descrive Napoleone come “il più grande tiranno di Francia”, un “architetto dei genocidi moderni”, “un guerrafondaio razzista e genocida” e una “icona della supremazia bianca”. Gli rimprovera in particolare di aver ristabilito la schiavitù nelle Antille francesi.

Anche in Francia si è discusso molto sull’opportunità di commemorare questo bicentenario. Diverse associazioni e personalità politiche hanno contestato il fatto che si celebri un personaggio storico percepito come dispotico, misogino e sanguinario.

Come si vede, i grandi personaggi e i grandi eventi sono tutti rimessi in discussione; è qualcosa di ricorrente in questo periodo. Passeremo presto dal politicamente corretto allo storicamente corretto.

Ma, se vogliamo, anche Manzoni nella sua ode lasciò un giudizio sospeso su Napoleone:

Fu vera gloria? Ai posteri

L’ardua sentenza: nui

Chiniam la fronte al Massimo

Fattor, che volle in lui

Del creator suo spirito

Più vasta orma stampar.

Tuttavia questi versi rappresentano un’interrogativa retorica, nel senso che al Manzoni cattolico non interessavano le glorie terrene di Napoleone, bensì le sue vittorie spirituali, che riconosceva essere l’unico mezzo per raggiungere una gloria vera e autentica: convertendosi prima di morire, infatti, il condottiero corso (originario della Corsica) ha dato una ulteriore prova della grandezza di Dio, che si è servito di lui per imprimere sulla Terra un sigillo più forte della sua potenza creatrice.

Napoleone Bonaparte, nato ad Ajaccio (Corsica) nel 1769  e morto a Sant’Elena, un’isoletta nell’Atlantico meridionale, il 5 maggio 1821, fu un genio militare salito al trono imperiale.

Nella storia del mondo occidentale la figura di Napoleone Bonaparte, imperatore dei Francesi e re d’Italia, è paragonabile solo a quella di Giulio Cesare. Come questi, Napoleone fu un genio militare senza pari e un grande e illuminato legislatore in un momento di trapasso da un’epoca storica a un’altra profondamente segnata dagli sconvolgimenti della Rivoluzione francese. Ma Napoleone fu anche l’artefice, nell’Europa continentale, tra Settecento e Ottocento, della definitiva trasformazione della società di antico regime in società borghese.

In Italia, Napoleone Bonaparte fece il suo ingresso per la prima volta nel 1796, quando comandò un’armata incaricata di effettuare un attacco diversivo nella penisola durante una guerra di conquista del territorio tedesco e austriaco, guidata da Lazare Carnot, membro del Comitato di Salute Pubblica che all’epoca governava la Francia. Nonostante l’esercito fosse poco numeroso e male equipaggiato, l’armata napoleonica fu l’unica ad ottenere risultati, grazie all’abilità militare e strategica del suo condottiero.

Egli sconfisse prima i piemontesi, poi gli austriaci a Lodi aprendosi l’ingresso a Milano. Successivamente fu la volta di Venezia, Genova, le legazioni pontificie e parte della Toscana. Stabilì l’assetto italiano firmando il 18 ottobre 1797 con gli austriaci il trattato di Campoformio.

In Italia furono varate importanti riforme, che modernizzarono la società lasciando un segno che dopo la caduta di Napoleone non si cancellò. Venne razionalizzata la pubblica amministrazione e rinnovata l’economia, con la promozione del capitalismo nel nord, la concentrazione della proprietà e l’ampliamento del ceto borghese di funzionari amministrativi e statali. Un taglio netto con l’antico regime venne soprattutto inflitto dai Codici francesi (cosiddetti codici napoleonici), sui quali si basano anche le leggi odierne, e dalla legge del 2 agosto 1806 che aboliva la feudalità, nonostante essa fosse sparita solo come realtà giuridica. Infatti i baroni diventarono legittimi proprietari dei terreni di cui erano feudatari e mantennero un’ampia gamma di diritti, conservando quindi il loro potere, radicato particolarmente al sud.

29
Apr

Covid-19 … non sparare sulla Croce Rossa!

In Senato bocciata ieri pomeriggio la mozione di sfiducia di Fratelli d’Italia al Ministro della salute Roberto Speranza, per la gestione dell’emergenza pandemica Covid-19.

Una sfiducia il cui esito appariva scontato sin dalla sua enunciazione, tenuto conto dei numeri che il Partito di opposizione proponente rappresenta in Parlamento.

Infatti, la mozione è stata respinta con 221 voti contrari e solo 29 favorevoli (e pare che i proponenti fossero 33).

Ma forse l’intento della mozione da parte di Fratelli d’Italia aveva una finalità esclusivamente politica: il fine (subdolo!) non era quello di arrivare ad un’improbabile sfiducia di Speranza, ma quello di mettere alle corde Forza Italia e, soprattutto, Lega (suoi partner della coalizione di centrodestra, ma al momento sostenitori del Governo Draghi di cui Speranza è Ministro) ritrovatesi nella difficile posizione di dover difendere (obtorto collo) l’operato del loro ministro.

E la contromossa non si è fatta attendere: i sodali del centrodestra al governo infatti,  pur confermando la loro fiducia in Mario Draghi [Presidente del Consiglio dei Ministri] e conseguentemente nel Ministro Speranza, hanno proposto una Commissione di inchiesta sulla gestione della pandemia da parte dello stesso Ministero della Salute, ritenendo improduttivo il ricorso a mozioni di sfiducia individuali, peraltro senza alcuna possibilità di successo, con l’auspicio che, attorno ad una proposta seria, si possa trovare la convergenza della stragrande maggioranza delle forze parlamentari.

Un giochino alquanto ambiguo, per non utilizzare altri termini più appropriati e congrui alla circostanza: un po’ come sparare sulla Croce Rossa!

Sparare sulla Croce Rossa è un noto modo di dire che può assumere più sfumature di significato.

Si deve partire dalla premessa che i trattati internazionali vietavano (e vietano tuttora), durante le battaglie o scontri a fuoco, di sparare su coloro che soccorrevano i feriti (e che erano ben identificabili dall’emblema della Croce Rossa) così come vietavano bombardamenti su ospedali o su mezzi di soccorso.

Sparare sulla Croce Rossa era quindi un modo di dire utilizzato in passato per indicare l’indegno comportamento di coloro che si approfittavano della loro forza per sopraffare i più deboli e, più in generale, un comportamento biasimevole.

Oggi, nel nostro caso, la frase è del tutto azzeccata, se riferita a coloro che sfruttano la debolezza degli altri per vincere una competizione (meramente politica e di pura rendita elettorale, a dir poco squallida!), e sovrastarli in una discussione inutile e pretestuosa.

C’è un po’ da vergognarsi, in verità, in questi frangenti con oltre centoventimila morti di Covid-19 e una situazione pandemica mondiale ancora in grande evoluzione (attualmente la variante indiana sta falcidiando l’intera popolazione e molti casi sono presenti già anche  in altri Stati, Italia compresa).

Sul Piano pandemico, di cui tanto si è discusso in questi ultimi tempi, Speranza ha chiarito in Senato che il mancato aggiornamento è da farsi risalire ad un periodo temporale molto lungo, che passa attraverso i sette precedenti Governi.

E’ inutile quindi continuare con le polemiche: ora il Piano pandemico c’è ed è aggiornato.

“Non si fa politica su un’epidemia” ha precisato Speranza, il quale non è certamente indenne da errori, sviste, inesattezze, censurabili quanto vogliamo, ma umanamente ammissibili in una situazione di particolare gravità che ha colpito il Paese e il mondo intero. Una pandemia dagli effetti colossali, con un nemico ignoto, subdolo e aggressivo, che ha spiazzato non solo i governi delle nazioni ma anche la comunità scientifica, che si sono trovati nell’esigenza di affrontare il grave contesto, giorno per giorno, con tentativi e sperimentazioni di vario genere, fino ad imbroccare la strada giusta che è quella della vaccinazione di massa attualmente in corso. Con uno sforzo sovrumano e con un tempismo straordinario, per la prima volta nella storia la comunità scientifica ha prodotto vaccini anti Covid-19 in meno di un anno. E a soli quattro mesi dalla loro approvazione da parte degli Organismi competenti, in Italia risulta già vaccinata buona parte della popolazione con gravi fragilità o comunque più esposta al rischio di maggiori conseguenze in caso di contagio.

E, dunque, sparare sulla Croce Rossa in questo frangente con una mozione di sfiducia individuale non solo è criticabile per i motivi già espressi, ma è un po’ come prendersi in giro da soli, poiché le mozioni prodotte dalle minoranze parlamentari sono destinate sempre (matematicamente) ad essere bocciate, com’è del resto costantemente avvenuto nella nostra storia repubblicana degli ultimi oltre settanta anni.

C’è un solo caso, l’unico in assoluto, avvenuto nel 1975 quando venne “licenziato” il Ministro della Giustizia Filippo Mancuso del Governo di Lamberto Dini.

Ma in quel caso la mozione venne promossa dalla maggioranza parlamentare che reggeva il governo, che aveva i numeri necessari per farlo (i numeri ma non la competenza!).

Una storia rocambolesca, quella di Mancuso. Era stato nominato Ministro della Giustizia per le sue riconosciute competenze giuridiche. Quando però cominciò a prendere di mira (secondo alcuni giustizialisti o presunti tali) il pool mani pulite di Milano mandando in Procura gli ispettori ministeriali, la maggioranza percepì che Mancuso era animato da furore antigiustizialista (com’era giusto che fosse un Ministro della Giustizia). Dini provò a convincerlo ad ammorbidire la sua battaglia contro il pool (ma anche il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro ci mise del suo … e neanche tanto sotto metafora) ma Mancuso tirò dritto per la sua strada. I gruppi di maggioranza presero allora la decisione di sfiduciarlo al Senato con 173 voti a favore, 3 contrari e 8 astenuti. Mancuso però non si dimise: fece ricorso alla Corte Costituzionale, che gli diede torto, argomentando che le mozioni di sfiducia individuali sono perfettamente legittime anche se non espressamente previste dalla Costituzione ( … e quindi … si è forzata la Costituzione con un atto arbitrario?).

Da allora un caso simile non si è mai ripetuto.

Ma la storia della sfiducia individuale del  Guardasigilli Mancuso, pace all’anima sua, è comunque una brutta storia, che solo chi ha vissuto quel drammatico periodo denominato Tangentopoli può ben ricordare.


25
Apr

Ancora migranti annegati in mare

Li hanno lasciati morire in mare, al largo della Libia; centotrenta persone su un gommone in cammino verso la salvezza, provenienti dalla miseria, la fame, la schiavitù e la guerra.

Sos Mediterranée ha diffuso la foto di un cadavere che galleggia in mare, ancora avvinto ad un salvagente. Un’immagine straziante: si percepisce che l’uomo, con addosso ancora una giacca a vento con cappuccio, non è annegato, ma è morto di stenti e probabilmente di ipotermia (di freddo) per la lunga e inutile attesa dei soccorsi mai arrivati.

Centotrenta persone, uomini, donne e bambini che vanno a sommarsi alle tante, tantissime vittime di questa lunga e continua ostilità nel riconoscere lo status di rifugiato da parte dei Paesi che godono di benessere, che a volte sfiora o addirittura supera il superfluo.

Pensiamo per un attimo ai nostri connazionali di un tempo, costretti ad emigrare molte volte clandestinamente per sfuggire alla fame e alle angherie e allo sfruttamento ai quali erano sottoposti nella propria terra di origine. E meditiamo sulle sofferenze, umiliazioni, angosce e tormenti che hanno dovuto patire. Noi oggigiorno ci copriamo gli occhi e ci turiamo le orecchie per non raccogliere quelle grida di disperazione che ci giungono da quei poveri cristi che chiedono al mondo cosiddetto evoluto solamente di esistere come persone e non come bestie. Grida senza ascolto!

Dar da mangiare agli affamati

Vestire gli ignudi

Alloggiare i pellegrini

Sono solo alcuni dei principi che si ispirano agli insegnamenti lasciatici in eredità da Gesù Cristo, ma ritengo che essi rappresentino il minimo etico che deve sussistere alla base della convivenza civile universale, al di là delle fede da ciascuno professata e dalla nazione di appartenenza.

E non scendo nei particolari per ricercare colpevoli del mancato salvataggio da parte della Libia, Malta o della nostra benamata Patria, ma leggo dai giornali che il gommone si trovava in acque internazionali e Alarm Phone, il centralino civile che raccoglie gli Esse O Esse (Sos), aveva lanciato l’allarme mercoledì scorso (23 aprile 2021) alle 14,00.

In oltre 24 ore né Frontex né la Guardia costiera libica si sono mosse, e nemmeno un mezzo militare italiano si è fatto vivo. “Li hanno lasciati morire”, dicono dall’Oim, l’Agenzia Onu per i migranti.

Immaginiamo il panico sul gommone rovesciato, la disperazione di quei poveretti che hanno visto la morte sopraggiungere, inerti e senza speranze di salvezza.

Il Papa ha detto oggi,  proprio a proposito dei migranti morti in mare, che  “è il momento della vergogna; vi confesso che sono molto addolorato per la tragedia che ancora una volta si è consumata nei giorni scorsi nel Mediterraneo: 130 migranti sono morti in mare. Sono persone, sono vite umane che per due giorni interi hanno implorato invano aiuto: un aiuto che non è arrivato”. Così il Papa durante il Regina Caeli in piazza San Pietro.

Il Pontefice ha poi aggiunto: “Fratelli e sorelle, interroghiamoci tutti su questa ennesima tragedia.  Preghiamo per questi fratelli e  sorelle e per tanti che continuano a morire in questi drammatici viaggi. Anche preghiamo per coloro che possono aiutare, ma preferiscono guardare da un’altra parte. Preghiamo in silenzio per loro”.

I soccorritori, arrivati tardivamente, si sono trovati in mezzo a un mare di cadaveri. Quelle persone si potevano salvare; c’è una responsabilità politica dell’Europa che in questi frangenti si presenta divisa, anziché compatta come dovrebbe.

Il rispetto dei diritti umani è un valore non negoziabile.


Foto di repertorio
31
Mar

“QOM-‘ED-JAH” – La Divina Commedia, l’ultima opera pittorica del Maestro Giuseppe Bosich (Tempio Pausania 15 maggio 1945 – Nuoro 18 luglio 2020)

Lo scorso giovedi 25 marzo 2021  si è celebrato in tutta Italia il “Dantedì”, la giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri, a 700 anni dalla sua morte, della quale ho voluto anch’io dare evidenza in questo mio Sito/Blog www.paginedipoggio.com con un articolo dal titolo “Dantedì, la giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri”, pubblicato lo stesso giorno alla pagina http://www.paginedipoggio.com/?p=5106

In tale articolo ho inteso approfondire in maniera specifica la Lettera apostolica “Candor lucis aeternae” di Papa Francesco, pubblicata nella medesima data, dedicata a Dante, profeta di speranza e poeta della misericordia, e all’attualità, la perennità e la profondità di fede della “Divina Commedia”, l’opera più importante e significativa del Sommo Poeta.

Tanti sono stati nella storia gli scrittori, i poeti e i pittori che hanno – ciascuno con il proprio stile, la propria anima e la propria intuizione –  raccontato, commentato, interpretato, dipinto, affrescato, illustrato la figura di Dante e le sue opere, la Divina Commedia in particolar modo.

Nei secoli gli artisti hanno dato spunto ad una produzione esemplare di dipinti e sculture che vede Dante protagonista: Andrea del Castagno, Sandro Botticelli, Domenico da Michielino, Raffaello Sanzio, Dante Gabriel Rossetti e molti altri.

Ma io desidero qui soffermarmi  sull’opera pittorica originale e poco convenzionale del Maestro Giuseppe Bosich per due ordini di motivi: il primo, perché si tratta di un’opera dei nostri tempi, quindi attuale, che dimostra ancora oggi, dopo ben 700 anni di storia, quanto vivo sia ancora l’interesse per Dante e la sua Divina Commedia; il secondo, perché il Maestro Giuseppe Bosich – che ho avuto il piacere di conoscere personalmente e di frequentare per un seppur breve periodo della mia vita – è venuto recentemente a mancare e, quindi, questo modesto scritto vuole rappresentare un omaggio innanzitutto all’artista  che non c’è più, ma anche ad un caro amico di un tempo che ho avuto la gioia di apprezzare sia sotto il profilo umano che sotto l’aspetto artistico e culturale.

Ci siamo rivisti dopo molti anni, in occasione dell’esposizione delle sue opere a Salerno nel corso degli eventi della “Notte Bianca week-end Salerno 2019” del 26, 27 e 28 luglio 2019.

Alle ore 18 di venerdi 26 luglio 2019 l’inaugurazione, presso il Salone  della stupenda Villa Carrara, della mostra di pittura di Giuseppe Bosich “QOM-‘ED-JAH” – La Divina Commedia in tre atti con la curatela di Laura Bruno, 36 dipinti raffiguranti canti scelti de la Divina Commedia. E alle ore 21,00 un Recital del Tenore Francesco Malapena accompagnato dal Maestro Bruno Vitale, tenuto all’aperto nei giardini della Villa Carrara.

In particolare, l’esposizione dedicata al Maestro Giuseppe Bosich si è sviluppata lungo l’intero arco delle tre giornate della “Notte Bianca week-end Salerno 2019”, con il seguente programma: i dodici dipinti raffiguranti canti della Divina Commedia dedicati all’Inferno in mostra il 26 luglio, i dodici del Purgatorio il 27 luglio e i dodici del Paradiso il 28 luglio. E il pubblico ha potuto ammirare anche  l’intera cartella dell’Opera (36 illustrazioni lito-offset).

“La visionaria rappresentazione dantesca di Giuseppe Bosich si materializza nelle 36 Tavole con una travolgente energia ispiratrice. Bosich, come Virgilio, ci accompagna: noi come Dante ci facciamo guidare nel simbolismo di un mondo di segni e di figure dai colori vivaci e dalle forme umanizzate ed interagenti. La Commedia, tradotta nella grafica d’autore, diviene magma incandescente partorito da mente raffinata con spunti esoterici e filtrato da mano felice con folgorante illuminazione. Ne risulta un viaggio dell’arte iniziatico e rituale, le cui radici affondano nel cuore e nella stria dell’umanità” (Prof.ssa Laura Bruno  Direttore artistico della mostra)

L’utilizzo di un sito particolarmente attrattivo come Villa Carrara ha elevato il livello culturale della manifestazione offrendo lo scenario perfetto per la mostra del Maestro Bosich e per il concerto del tenore Malapena.

Anch’io e mia moglie non abbiamo voluto perdere questo importante appuntamento culturale ed abbiamo quindi partecipato alla serata di inaugurazione della mostra di venerdi 26 luglio, recandoci appositamente a Salerno per incontrare il Maestro Giuseppe Bosich.

E ne è valsa veramente la pena!

Dell’evento ho scritto un articolo dal titolo “Il Maestro Giuseppe Bosich alla “Notte Bianca week-end Salerno 2019” con una mostra di pittura davvero speciale”, pubblicato su questo mio Sito/Blog www.paginedipoggio.com alla pagina http://www.paginedipoggio.com/?p=4917, del quale riporto alcune mie impressioni del momento:

“L’esplosione dei colori, la creatività artistica e la profondità di pensiero dell’autore, che le opere presentate dal Bosich rivelano, destano nel visitatore comune percezioni di meraviglia, stupore, incanto e forse anche di sorpresa, in relazione soprattutto all’originalità (audacia, stravaganza) delle rappresentazioni proposte, rispetto agli stereotipi che la storia della pittura ci ha tramandato in materia di Divina Commedia. Sensazioni che nel visitatore più attento si trasformano invece  in emozioni forti che attanagliano ed entusiasmano fino all’esaltazione.

Questo, se vogliamo, è il vero Bosich!”

Può non piacere, perché i suoi dipinti sono diversi, a volte irriverenti, strani e così via cantando.

Ma la verità è che Bosich non lascia mai nulla al caso, tutto è previsto, preordinato, studiato, calcolato e messo in luce, sì a volte in maniera stravagante, però con sagacia, acume e intuizione folgorante.

La pittura è un po’ come la poesia, quella  che suscita emozioni e cattura la sensibilità di chi la legge..

Ma, in verità, l’occasione dalla mostra mi ha offerto l’opportunità di incontrare e rivedere un vecchio amico della mia gioventù dopo tanti anni.

Con l’amico Giuseppe Bosich abbiamo avuto una comune militanza, come servitori della Patria, negli anni sessanta del secolo scorso, e poi ognuno di noi ha seguito la propria strada, i propri desideri, i propri sogni. Ci eravamo persi di vista, ma la fama del Maestro Bosich, pittore, incisore e scultore di fama internazionale, prima o poi doveva giungere anche alla mia attenzione, così come è accaduto una decina di anni orsono. Ci siamo sentiti telefonicamente e  abbiamo rievocato i nostri comuni ricordi dell’epoca, promettendoci di rivederci quanto prima.

E lo scorso venerdi 26 luglio, alla Villa Carrara di Salerno,  ci siamo finalmente riabbracciati, sicuramente un po’ invecchiati (ne contiamo 74 ciascuno, di anni!) ma ancora giovani nello spirito e soprattutto ancora combattivi nel perseguire i nostri rispettivi desideri e i nostri sogni giovanili mai sopiti”.

Concludevo il mio articolo così: “Una bella serata estiva ha fatto da cornice all’evento e la mostra del Bosich è risultata particolarmente impreziosita dai qualificati interventi dei relatori intervenuti alla presentazione, coordinata dalla Prof.ssa Laura Bruno, e dalla sublime declamazione di versi del sommo Poeta Dante Alighieri tratti dalla Divina Commedia.

Al caro amico Giuseppe e alla sua compagna Genny un abbraccio e un arrivederci a presto”.

Qualche giorno dopo l’incontro, e precisamente il giorno 30 luglio 2019, ho inviato all’amico Giuseppe Bosich -via Whatsapp- il mio articolo scritto e pubblicato per l’occasione, al quale mi ha risposto così:

“Carissimo Lorenzo, è stato bello rincontrarci dopo tanto tempo vivificando nell’attimo presente tanti ricordi che ci hanno proiettato in un passato colmo di giovinezza e spensieratezza. Ci siamo trovati, un po’ attempati, con le nostre rispettive compagne di viaggio a rievocare quei momenti mitici che mi hanno emozionato e commosso. Grazie di cuore per tutto; per aver affrontato  un lungo viaggio per concretizzare questo incontro, per i tuoi libri in dono, e per questa magnifica recensione sull’evento. Mi riprometto di leggere quanto prima i tuoi volumi e di comunicarti magari in un breve commento scritto, cosa mi avranno suscitato. Ancora GRAZIE, un forte abbraccio e tanti cari saluti anche a tua moglie pure da parte di Genny, con amicizia Giuseppe”.

Questo avveniva meno di due anni orsono; ma circa un anno dopo il nostro incontro e precisamente sabato 18 luglio 2020 il Maestro Giuseppe Bosich ci lasciava.

Dal giornale L’Unione Sarda di Sabato 18 Luglio 2020:“Lutto a Ghilarza: addio all’artista Giuseppe Bosich. Il pittore è morto a Nuoro dopo una lunga malattia.

E’ morto questa mattina a Nuoro, dopo una lunga malattia, Giuseppe Bosich, artista poliedrico.

Le sue opere sono state esposte in tanti Paesi del mondo. Surreali, visionarie, fantastiche, simboliche ma anche esoteriche, frutto di un approfondito studio. Tantissime le sue esposizioni, l’ultima nel 2019 a Salerno. Le condizioni dell’artista si sono aggravate negli ultimi giorni e in tanti oggi per l’intera giornata si sono recati in camera mortuaria a Nuoro per dargli l’ultimo saluto.

Bosich era a nato a Tempio Pausania il 15 maggio del 1945. Autodidatta ha studiato presso l’Istituito d’arte di Oristano seguendo l’indirizzo di ceramica. Dal 1965 al 1967 frequenta a Fermignano (Ancona) lo studio dell’incisore Piacesi, dell’Accademia Urbinate, a Bologna lo studio dell’incisore Leoni (allievo di Giorgio Morandi), apprendendo le tecniche d’incisione e stampa calcografica.

A Milano ha frequentato il pittore Dalla Vigna, approfondendo le tecniche pittoriche; tramite lui conosce e frequenta R. Modesti, poeta e gallerista, P. Waldberg, teorico del surrealismo, M. Henry, artista e storico del surrealismo, I. Kodra, pittore cubista e G. Spadaccini, editore di grafica internazionale. Diversi i campi di ricerca: grafica, pittura, scultura. Bosich prediligeva però l’acquaforte come tecnica di incisione e di stampa. A Ghilarza ha vissuto per tanti anni ed ancora oggi aveva il suo laboratorio artistico.

L’ex sindaco di Ghilarza, Tommaso Sanna, era un suo grande amico. E ricorda: “Ci conoscevamo da oltre 50 anni. Lui e Lello Fadda, scomparso nel 2004, sono state delle persone importantissime per il Mese della Cultura. Grazie a loro a Ghilarza sono arrivate persone di grande spessore, penso ad esempio a Pinuccio Sciola. Bosich era una persona di grandissima cultura, un artista rinomato”.

Il cognato Roberto Floris spiega: “Eravamo amici son da bambini, abbiamo frequentato le scuole insieme e abbiamo dipinto anche il primo quadro insieme. Bosich era una persona incredibile: un creativo impressionante, una persona geniale, di una profonda umanità. Ha lasciato tutti stupefatti per la sua bravura ed umanità. Aveva una grande intelligenza, un’anima e una spiritualità che va al di sopra di quella della medie delle persone. La sua originalità era unica nel panorama dell’arte nazionale ed internazionale.

(di Alessia Orbana)”

Per approfondimenti, vedere anche “Bosich … quell’uom di multiforme ingegno …!”, altro mio articolo scritto e pubblicato l’11 giugno 2010   su questo Sito/Blog www.paginedipoggio.com, alla pagina http://www.paginedipoggio.com/?p=3076, del quale riporto un breve stralcio: “Giuseppe Bosich muoveva allora i suoi primi passi nel campo della pittura ed ogni occasione era buona per disegnare e dipingere, mettendo in luce da subito le sue qualità artistiche.

Lo ricordo come un giovanotto estroso, bizzarro, fantasioso, creativo, geniale, stravagante, originale, particolare, singolare.

Certamente non posso dire che fosse o si sentisse un conformista”.

Addio Giuseppe, caro amico di un tempo … Sit tibi terra levis (che la terra ti sia lieve) sono certo che lassù stai continuando a dipingere e a perfezionare le trentasei tavole della Divina Commedia, soprattutto le ultime dodici che hai dipinto… quelle del Paradiso!


Giuseppe Bosich (da sinistra) e Lorenzo Bove (da destra), Salerno 26 luglio 2019
Roma, Pincio, 16 maggio 1965
G.Bosich (secondo da destra)
L.Bove (terzo da destra)

Salerno, 26 luglio 2019

Mostra pittura Giuseppe Bosich

Salerno, 26 luglio 2019

Mostra pittura Giuseppe Bosich (primo da destra)
Giuseppe Bosich, Qom-‘Ed-Jah
la Divina Commedia di Dante Alighieri
Giuseppe Bosich, dedica a Lorenzo Bove



							
							

		
25
Mar

Dantedì, la giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri

Oggi, 25 marzo 2021, è il Dantedì, il giorno dedicato al Sommo Poeta Dante Alighieri (1265-1321): una vera e propria  festa nazionale.

La nuova ricorrenza è stata istituita dal Consiglio dei ministri, su proposta del ministro della Cultura, Dario Franceschini, nel 2020 e la scelta della data non è fortuita: il 25 marzo è la data che i dantisti ritengono essere quella dell’inizio del viaggio nell’aldilà descritto da Dante nella “Divina Commedia”. Quest’anno il Dantedì ha una valenza simbolica ancora maggiore, perché cade in occasione del settimo centenario della morte del padre della lingua italiana, che in tutta Italia, per l’intero arco del 2021, viene celebrato con centinaia di eventi.

Con l’occasione anche il Papa ha inteso rievocare Dante, profeta di speranza e poeta della misericordia.

Nella Lettera apostolica “Candor lucis aeternae”, pubblicata oggi, Papa Francesco ricorda il VII centenario della morte di Dante Alighieri, sottolineando l’attualità, la perennità e la profondità di fede della “Divina Commedia”.

A 700 anni dalla sua morte, avvenuta nel 1321 a Ravenna, in doloroso esilio dall’amata Firenze, Dante ci parla ancora. Parla a noi, uomini e donne di oggi, e ci chiede di essere non solo letto e studiato, ma anche e soprattutto ascoltato e imitato nel suo cammino verso la felicità, ovvero l’Amore infinito ed eterno di Dio. Così scrive Papa Francesco nella Lettera apostolica “Candor lucis aeternae – Splendore della vita eterna”, pubblicata proprio oggi, fra l’altro Solennità dell’Annunciazione del Signore. La data non è casuale: il mistero dell’Incarnazione, scaturito dall’”Eccomi” di Maria, è infatti – spiega il Pontefice – “il vero centro ispiratore e il nucleo essenziale” di tutta la “Divina Commedia” che realizza “la divinizzazione” ovvero “il prodigioso scambio” tra Dio che “entra nella nostra storia facendosi carne” e l’umanità che “è assunta in Dio, nel quale trova la felicità vera”.

Quindi, il Papa si sofferma sulla vita di Dante, definendola “paradigma della condizione umana” e sottolineando “l’attualità e la perennità” della sua opera che “ha saputo esprimere, con la bellezza della poesia, la profondità del mistero di Dio e dell’amore”. Essa, infatti, è “parte integrante della nostra cultura – scrive Francesco – ci rimanda alle radici cristiane dell’Europa e dell’Occidente, rappresenta il patrimonio di ideali e di valori” proposti anche oggi dalla Chiesa e dalla società civile come “base della convivenza umana” per poterci e doverci “riconoscere tutti fratelli”. Padre della lingua e della letteratura italiana, l’Alighieri vive la sua vita con “la struggente malinconia” di pellegrino ed esule, sempre in cammino, non solo esteriormente perché costretto all’esilio, ma anche interiormente, alla ricerca della meta. Ed è qui che emergono i due assi portanti della “Divina Commedia” – spiega Francesco – ossia il punto di partenza rappresentato dal “desiderio, insito nell’animo umano” e il punto di arrivo, ovvero “la felicità, data dalla visione dell’Amore che è Dio”.

Dante non si rassegna mai e per questo è “profeta di speranza”: perché con la sua opera spinge l’umanità a liberarsi dalla “selva oscura” del peccato per ritrovare “la diritta via” e raggiungere, così, “la pienezza della vita nella storia” e “la beatitudine eterna in Dio”. La sua è dunque “una missione profetica” che non risparmia denunce e critiche contro quei fedeli e quei Pontefici che corrompono la Chiesa e la trasformano in uno strumento di intesse personale. Ma in quanto “cantore del desiderio umano” di felicità, l’Alighieri sa scorgere “anche nelle figure più abiette ed inquietanti” l’aspirazione di ciascuno a porsi in cammino “finché il cuore non trovi riposo e pace in Dio”.

Il cammino indicato da Dante – spiega ancora Papa Francesco – è “realistico e possibile” per tutti, perché “la misericordia di Dio offre sempre la possibilità di cambiare e di convertirsi”. In questo senso, l’Alighieri è “poeta della misericordia di Dio” ed è anche cantore “della libertà umana”, della quale si fa “paladino”, perché essa rappresenta “la condizione fondamentale delle scelte di vita e della stessa fede”. La libertà di chi crede in Dio quale Padre misericordioso, aggiunge, è “il maggior dono” che il Signore fa all’uomo perché “possa raggiungere la meta ultima”.

La Lettera apostolica “Candor lucis aeternae” dà, inoltre, la rilevanza a tre figure femminili tratteggiate nella “Divina Commedia”: Maria, Madre di Dio, emblema della carità; Beatrice, simbolo della speranza, e Santa Lucia, immagine della fede. Queste tre donne, che richiamano le tre virtù teologali, accompagnano Dante in diverse fasi del suo peregrinare, a dimostrazione del fatto che “non ci si salva da soli”, ma che è necessario l’aiuto di chi “può sostenerci e guidarci con saggezza e prudenza”. A muovere Maria, Beatrice e Lucia, infatti, è sempre l’amore divino, “l’unica sorgente che può donarci la salvezza”, “il rinnovamento di vita e la felicità”. Un ulteriore paragrafo, poi, il Pontefice lo dedica a San Francesco, che nell’opera dantesca è raffigurato nella “candida rosa dei beati”. Tra il Poverello di Assisi e il Sommo Poeta, il Papa scorge “una profonda sintonia”: entrambi, infatti, si sono rivolti al popolo, il primo “andando tra la gente”, il secondo scegliendo di usare non il latino, bensì il volgare, “la lingua di tutti”. Entrambi, inoltre, si aprono “alla bellezza e al valore” del Creato, specchio del suo Creatore.

Artista geniale, il cui umanesimo “è ancora valido ed attuale”, l’Alighieri è anche – afferma Francesco – “un precursore della nostra cultura multimediale”, perché nella sua opera si fondono “parole e immagini, simboli e suoni” che formano “un unico messaggio” che ha quasi il sapore della “provocazione”: egli, infatti, vuole renderci “pienamente consapevoli di ciò che siamo nella tensione interiore e continua verso la felicità” rappresentata dall’Amore infinito ed eterno di Dio. Di qui, l’appello che il Pontefice lancia affinché l’opera dantesca sia fatta conoscere ancor di più e resa “accessibile e attraente” non solo agli studiosi, ma anche a tutti coloro che “vogliono vivere il proprio itinerario di vita e di fede in maniera consapevole”, accogliendo “il dono e l’impegno della libertà”.

Congratulandosi, in particolare, con gli insegnanti che riescono a “comunicare con passione il messaggio di Dante e il tesoro culturale, religioso e morale” della sua opera, Francesco chiede però che questo “patrimonio” non rimanga rinchiuso nelle aule scolastiche e universitarie, ma venga conosciuto e diffuso grazie all’impegno delle comunità cristiane, delle istituzioni accademiche e delle associazioni culturali. Anche gli artisti sono chiamati in causa: Francesco li incoraggia a “dare forma alla poesia di Dante lungo la via della bellezza”, così da diffondere “messaggi di pace, libertà e fraternità”. Un compito quanto mai rilevante in questo momento storico segnato da ombre, degrado e mancanza di fiducia nel futuro, sottolinea il Papa. Il Sommo Poeta – conclude la Lettera apostolica – può quindi “aiutarci ad avanzare con serenità e coraggio nel pellegrinaggio della vita e della fede, finché il nostro cuore non avrà trovato la vera pace e la vera gioia”, ossia “l’amor che move il sole e l’altre stelle”.

Ed è con le stelle  – come rievoca il Santo Padre – che si conclude la terza ed ultima cantica della Divina Commedia, il Paradiso.

Ma non può sfuggirci  che la fine di ogni cantica dantesca  ci  parla di stelle.

L’Inferno (la prima cantica) si chiude con questo verso: “E quindi uscimmo a riveder le stelle”.

Dall’inferno del cuore si esce volgendo lo sguardo alle stelle e quindi a Dio. Aver considerato tutto il male che si nasconde nel nostro cuore rischia di gettarci nella disperazione, ma allo stesso tempo ci apre al “desiderio” (le stelle: de + sidera) di vedere quel male sparire, cambiare, trasformarsi. Così il cuore concepisce lo slancio alla salita verso il monte del Purgatorio (la seconda cantica), che si chiude con questo verso: “Puro e disposto a salire le stelle”.

Dante ha visto il male, tutto il male, il suo male, se ne è purificato, ne è stato lavato, ha compreso che il bene, per chi lo cerca, trionfa sempre e così nel suo cuore ora è nato un nuovo desiderio: la disposizione a salir le stelle, il desiderio va oltre, è rilanciato. Si trasforma in sete di vedere la fonte dell’amore che ha eliminato tutto il male (e quindi Dio) che c’era nel suo cuore, per sapere se sarà per sempre, se c’entra con lui, con la sua vita. Così il Paradiso (la terza cantica) termina con il verso : “l’Amor che move il sole e l’altre stelle”.

Dante vede Dio, vi caccia lo sguardo dentro e trova sè stesso, il suo viso, scopre che ciò che governa l’universo fisico e spirituale è amore, è l’Amore. E quell’Amore ha voluto lui, lo ha attratto sino a sè, prendendolo così com’era, nel suo presente.

Dopo questa visione Dante torna al presente.

In realtà ci è sempre rimasto. Non ci ha raccontato una favoletta medievale, di demoni e angeli, ma la storia di un cuore che realizza tutti i suoi desideri (Beatrice è causa di tutto), e raggiunge le stelle.

Dall’inferno al paradiso non si è mosso di un millimetro, ha solo attraversato le regioni del suo cuore e lo ha scoperto immerso nell’eterno, voluto dall’eterno.

E questo è paradiso.

Ma tornando a noi, al nostro attuale presente, all’inferno della pandemia da Covid-19 che ci sta letteralmente massacrando con una moltitudine di morti a livello mondiale, l’ultimo verso dell’Inferno dantesco ci può essere senz’altro di aiuto e di conforto nella speranza di potercela fare, volgendo lo sguardo a quelle stelle.

Il firmamento (le stelle) che Dante ritrova è quello che permette ai marinai di orientare la rotta della navigazione, impedendo loro di smarrirsi nel grande mare dell’essere.  Il significato del verso “e quindi uscimmo a riveder le stelle” sta proprio qui. Nei momenti di sconforto, tutti accarezziamo questo verso come un talismano. Nella speranza di poter superare quegli ostacoli esistenziali che ci impediscono di proseguire il nostro itinerario nei giorni e negli anni. Lo stesso capitò a Dante personaggio quando – all’inizio dell’Inferno – tre fiere gli sbarrarono la strada facendolo arretrare. Sempre più lontano da quel colle luminoso e alto che rappresentava la liberazione dal male. Nel De vulgari eloquentia il poeta aveva scritto che proprio grazie alla dolcezza della poesia era riuscito a gettarsi alle spalle l’esilio.

Così come, anche noi, proveremo a gettarci alle spalle il terrore, lo sgomento e l’angoscia del Covid-19.

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