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19
Ago

Il Referendum sul taglio dei Parlamentari

Il 20 e 21 settembre prossimo, contestualmente alle elezioni regionali e alle comunali in diverse località italiane, si voterà anche per il Referendum costituzionale per confermare il taglio dei parlamentari, che riduce i Deputati  da 630 a 400 membri e i  Senatori da 315 a 200.

Il risultato di questo Referendum confermativo, a mio parere, è dato per scontato per due ordini di motivi: il primo riguarda l’opportunità offerta ai cittadini italiani (e che difficilmente vorranno farsi scappare) di  poter concretizzare quel taglio netto di seggi elettorali e relativi emolumenti, voluto, proposto e ossessivamente portato avanti dagli esponenti del Movimento 5 Stelle; il secondo motivo riguarda poi il quorum, che per questa specifica fattispecie non è previsto e quindi si vince o si perde con un solo voto di differenza.

Bene!

Risparmieremo così ben 345 stipendi all’anno e, nella particolare circostanza, anche le maggiori spese, per via dell’Election day, per il doppio o addirittura triplo giro di consultazioni elettorali (comunale, regionale e referendaria), nelle località ove previste.

Ma è sufficiente veramente questo per  ridare all’Italia un Parlamento efficiente e all’altezza di  svolgere a pieno la proprie prerogative costituzionali?

O siamo di fronte all’ennesima trovata propagandistica, con trovate ad effetto, per ridurre ulteriormente i margini di rappresentatività popolare verso occulte e subdole forme  di concentramento delle leve decisionali nelle mani di pochi addetti ai lavori?

O che dietro questa misura apparentemente innocua non ci sia alcuna idea di riforma dello Stato, ma soltanto una visione meschina della politica e una volontà punitiva nei confronti della democrazia parlamentare?

Un taglio sì, ma non così!

E’ da incoscienti tagliare il ramo sul quale si è seduti, oppure amputare un arto solo perché lussato o fratturato: se il Parlamento non funziona o funziona male, non è riducendo il numero dei componenti che si risolve il problema.

Peraltro, per responsabilizzare la classe dirigente non basta (e, forse, non serve) ridurre il numero dei rappresentanti: così come per abolire la povertà non basta il reddito di cittadinanza o per eliminare la corruzione non basta il decreto “spazza-corrotti” … e così via!

Sicuramente la riduzione del numero dei parlamentari è un obiettivo condivisibile, ma solo se accompagnata da una riforma radicale e complessiva del sistema istituzionale.

E l’opportunità ci è stata offerta con la riforma costituzionale proposta dal Governo Renzi, bocciata dal Referendum del 2016, che riduceva sì il numero dei parlamentari, ma superava il bicameralismo paritario, differenziando la composizione e dunque le competenze delle Camere, anche con riguardo al rapporto di fiducia, e riordinava il rapporto tra Stato e Regioni. Per semplificare al massimo: un  taglio netto dei  315 membri elettivi del Senato (risparmiando così l’importo di 315 stipendi all’anno), ma senza sopprimere il Senato della Repubblica (che oggi è un doppione della Camera), che sarebbe stato trasformato in sede delle rappresentanze territoriali, ossia con membri già eletti nelle Regioni e nei comuni più rappresentativi, senza spendere quindi un euro in più, così come è stato fatto a suo tempo con le (superate) Province, i cui membri sono scelti tra  gli amministratori comunali (quindi già eletti e già pagati). 

Il taglio per il taglio, invece, non solo non porta benefici sostanziali (i risparmi saranno meno di 60 milioni all’anno secondo l’Osservatorio dei Conti Pubblici), ma crea fortissime distorsioni.

Ad esempio, le commissioni al Senato saranno composte da 10 Senatori che potranno deliberare con maggioranze di  Senatori veramente all’osso. Discorso simile per i voti di fiducia e le future riforme costituzionali, i cui esiti potranno dipendere da maggioranze risicate e dai Senatori a vita chiamati di volta in volta ad intervenire per amor di Patria. In pratica, in Italia, il potere legislativo potrebbe essere accentrato nelle mani di oligarchie di partito o movimento che sia.

C’è poi un problema in termini di rappresentanza: attualmente, in Italia si ha 1 eletto ogni 64.000 cittadini (un rapporto già inferiore rispetto quanto immaginato dai Padri Costituenti: ci sono 20 milioni di cittadini in più rispetto al 1948). Se passasse la riforma costituzionale, con 600 parlamentari eletti, si avrebbe un rapporto di un eletto ogni 101.000 persone. Con la riduzione dei collegi verrà compromessa l’omogeneità della popolazione elettorale (si pensi alle minoranze linguistiche) e aumenterà la discrezionalità con cui i perimetri dei collegi stessi verranno disegnati. Inoltre, la riforma porterà uno squilibrio di rappresentanza tra le varie Regioni italiane. Proprio per questi motivi sarebbe necessario che il mero taglio del numero dei parlamentari venisse accompagnato da una riforma più ampia dell’ordinamento e della legge elettorale.

A queste obiezioni, gli stessi proponenti si sono giustificati promettendo che avrebbero rimediato ai diversi problemi con una nuova legge elettorale, con riforme costituzionali e con modifiche dei Regolamenti parlamentari.

E, quindi, siamo al punto di partenza? Una riforma costituzionale che nasce zoppa e che ha bisogno di interventi successivi per poter funzionare!

Comica o tragica … non so proprio come definire la faccenda … per favore, datemi il telecomando: voglio cambiare canale!


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