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Poggio Imperiale, la Porta della Puglia e del Gargano.

Un poggio, un'altura,
un dolce declivio.
Un luogo privilegiato di osservazione
sul passato, presente e futuro.
Sul mondo intero.
(l.b.)
24
Mag

La “Terza Repubblica” e il “Governo del Cambiamento”!

La Repubblica Italiana è stata costituita a seguito dei risultati del Referendum istituzionale del 2 e 3 giugno 1946, indetto per determinare la forma di governo da dare al Regno d’Italia, dopo la seconda guerra mondiale. E gli italiani, chiamati a scegliere tra Monarchia e Repubblica, optarono per quest’ultima;  l’unica che si conosca, in quanto – al di là degli slogan pubblicitari ad effetto – non ne esiste né una prima né una seconda. E figuriamoci se possiamo parlare addirittura di una Terza Repubblica, come qualcuno in questi giorni vuol farci credere.

Il vezzo di copiare dagli altri (uno per tutti, il contratto di governo alla tedesca) ci induce spesso, inconsapevolmente, a prendere sonore cantonate. I francesi, ad esempio, sono giunti alla loro Quinta Repubblica solo attraverso riforme sostanziali della loro forma di governo; l’ultima, in particolare, ha introdotto il “Semi Presidenzialismo”.

In Italia, abbiamo avuto l’opportunità di passare alla Seconda Repubblica il 4 dicembre 2016, quanto fummo chiamati ad esprimerci sull’ipotesi di una riforma della nostra Carta Costituzionale (per alcuni, la Costituzione più bella del mondo), finalizzata allo snellimento, efficientamento ed economizzazione dell’apparato burocratico, politico, amministrativo e giudiziario dello Stato. In particolare era previsto il superamento del “bicameralismo”, un inutile doppione che genera ingiustificate lungaggini nella formazione del processo legislativo, con il conseguente nuovo modello di legge elettorale (per la scelta dei soli membri della Camera dei Deputati) a doppio turno, che ci avrebbe consentito di conoscere il nominativo del nuovo Presidente del Consiglio la sera stessa delle elezioni.

Ma al Referendum confermativo abbiamo detto NO!

Una nuova legge elettorale (il c.d. Rosatellum) ci ha catapultati all’indietro di un quarto di secolo, riproponendo in larga misura il sistema proporzionale che in passato aveva reso l’Italia ingovernabile con governi balneari, pentapartito, di minoranza, con appoggio esterno, di astensione, ecc.

Alle recenti elezioni politiche del 4 marzo 2018 nessun partito ha raggiunto la maggioranza necessaria per poter governare da solo il Paese e i tre maggiori contendenti presentano programmi in contrapposizione e dunque inconciliabili tra loro, con l’effetto di rendere estremamente difficoltoso ogni tentativo di coalizione post elettorale (tipica del sistema proporzionale).

Il Presidente della Repubblica ha provato con il conferimento di incarichi esplorativi al Presidente del Senato prima e al Presidente della Camera dei Deputati poi, che non hanno sortito alcun effetto, nel mentre i giorni trascorrevano infruttuosi in un Parlamento che girava a vuoto  tra convenevoli e bouvette, con i cospicui emolumenti assicurati e presenze valide ad ogni effetto ai fini del futuro vitalizio (che mai nessuno avrà l’ardire di eliminare, al di là delle enunciazioni fatte in campagna elettorale).

Si è arrivati così all’out-out del medesimo Presidente della Repubblica, il quale – dopo ulteriori giri di consultazioni, senza alcun risultato positivo – ha stretto i tempi, minacciando la formazione di un “Governo di tregua”, di esclusiva nomina presidenziale, per assicurare all’Italia di affrontare le problematiche interne ed internazionali che diventavano ogni giorno sempre più impellenti: un governo tecnico formato da personalità ed esperti  della società civile, per traghettare il Paese fino alla formazione di un Governo politico ovvero verso le elezioni anticipate, previo scioglimento delle (nuove) Camere.

Il timore di ritornare al voto, rinunciando ai cinque anni di legislatura ben remunerati e vitalizio assicurato, ha rimesso in moto la macchina di quelli che un tempo venivano definiti “inciuci” e che oggi vengono ben camuffati all’insegna del c.d. “contratto di governo”, un mero accordo di natura privatistica tra le parti (due persone fisiche corrispondenti ai “capi” dei due movimenti “populisti” connotati da forti accenti “anti sistema”, a volte anche in netta contrapposizione fra loro). Un aggiustamento in corsa degli slogan che avevano caratterizzato la campagna elettorale, una serie di contraddizioni dalla sera alla mattina, una spartizione di poltrone, il tutto fatto passare per “governo del cambiamento”; un governo “politico” (sostengono), al vertice del quale viene invece indicato un esterno, un soggetto non eletto dal popolo.

E tutti tacciono!

Le prerogative del Capo dello Stato sono state completamente disattese, relegandolo al ruolo di mero notaio, nel mentre i due leader dei “movimenti politici”  interessati stabiliscono le regole (contratto di governo) e nominano il Presidente del Consiglio e i relativi Ministri, con intimidazioni  nient’affatto velate (sulla pagina Facebook di un loro consociato), di non porre intralci a scanso di rivolte popolari.

E un Presidente del Consiglio che non potrà a sua volta esercitare il  ruolo che gli discende dalla Costituzione (quale centro nevralgico dell’intera attività del Governo: egli, infatti, ne dirige la politica generale e ne è il responsabile, mantiene l’unità di indirizzo politico e amministrativo, promuove e coordina l’attività dei Ministri), poiché dovrà soggiacere al c.d. contratto di governo (che peraltro non ha sottoscritto: il contratto ha forza di legge solo tra le parti), con i due leader che faranno buona guardia e lo richiameranno al dovere ogni volta che egli si accingerà ad assumere determinazioni di un certo rilievo magari anche a livello strategico internazionale.

Viva l’Italia!

Bandiera italiana strappata

 

Foto, da Internet:

https://www.google.it/search?q=bandiera+italiana+strappata+foto&tbm=isch&source=iu&ictx=1&fir=yCZB_abfZ59JmM%253A%252CIv0EbscrFt_2ZM%252C_&usg=__FamqML6GLqFiljXs-wYcYeImGe4%3D&sa=X&ved=0ahUKEwjlmYCyyJ7bAhXHyqQKHafLCaMQ9QEIKjAA#imgrc=yCZB_abfZ59JmM:


25
Apr

Oggi, 25 aprile 2018, Festa della Liberazione

Il 22 aprile 1946, su proposta del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, il principe Umberto II, allora luogotenente del Regno d’Italia, emanò un decreto legislativo luogotenenziale che recitava: “A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 aprile è dichiarato festa nazionale”, che venne stabilmente istituzionalizzata solo il 27 maggio 1949, con la legge 260.

La Festa della “liberazione”, che vuole farsi risalire all’anno precedente (1945) e, simbolicamente alla data del 25 aprile, corrisponde al giorno in cui il CNLA (il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) avente sede a Milano e presieduto da Luigi Longo, Emilio Sereni, Sandro Pertini e Leo Valiani, proclamò l’insurrezione generale in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, indicando a tutte le forze partigiane attive nel Nord Italia facenti parte del Corpo Volontari della Libertà di attaccare i presidi fascisti e tedeschi imponendo la resa.

Parallelamente il CLNAI emanò dei decreti legislativi, assumendo il potere “in nome del popolo italiano e quale delegato del Governo Italiano”, stabilendo tra le altre cose la condanna a morte per tutti i gerarchi fascisti, incluso Benito Mussolini, che sarebbe stato raggiunto e fucilato tre giorni dopo.

“Arrendersi o perire” fu la parola d’ordine intimata dai partigiani quel giorno e in quelli immediatamente successivi.

Il movimento, comunemente indicato come “Resistenza”, ebbe inizio dopo l’armistizio di Cassibile (località distante 3 Km da Siracusa) dell’8 settembre 1943; il Comitato  di Liberazione Nazionale  “CLN”, in particolare, venne fondato a Roma il 9 settembre del 1943 e terminò la sua azione nei primi giorni di maggio del 1945 (durò all’incirca  una ventina di mesi).

L’armistizio con le forze anglo-americane (ad ogni effetto: “una resa incondizionata”) venne sottoscritto, per conto del Regno d’Italia, dagli emissari del Governo Badoglio, nominato dal Re Vittorio Emanuele III a seguito della destituzione di Mussolini da parte del Gran Consiglio nella riunione del 25 luglio 1943, alla quale era seguito l’arresto dell’ex Duce. Più precisamente, intervennero il Gen. Eisenhower per gli Stati Uniti d’America e il Gen. Castellano per l’Italia, il quale chiese garanzie riguardo alla prevedibile reazione tedesca contro l’Italia alla notizia della firma dell’armistizio (l’Italia era infatti alleata dei tedeschi al fianco dei quali combatteva proprio gli anglo-americani).

In sintesi:

Il Regno d’Italia passò dalla posizione di alleato dei tedeschi ad “alleato” degli anglo-americani che continuavano a combattere contro i tedeschi, i quali scatenarono contro gli italiani  una caccia all’uomo (militari e civili) senza esclusioni di colpi.

Ma non tutti gli italiani si comportarono allo stesso modo, infatti molti di essi aderirono alla RSI (Repubblica Sociale Italiana), detta anche “Repubblica di Salò” e i suoi aderenti “repubblichini”; una nuova compagine politico-militare (pro Germania) capeggiata dallo stesso Mussolini nel frattempo liberato dai tedeschi.

Un’Italia spaccata in due, una guerra fratricida, una guerra civile ove non si andava per il sottile e molte erano le vendette trasversali e occasioni per “togliersi anche qualche sassolino dalla scarpa”.

Alcuni storici hanno evidenziato più aspetti contemporaneamente presenti all’interno del fenomeno della Resistenza: “guerra patriottica” e lotta di liberazione da un invasore straniero; insurrezione popolare spontanea; “guerra civile” tra antifascisti e fascisti, collaborazionisti con i tedeschi; “guerra di classe” con aspettative rivoluzionarie soprattutto da parte di alcuni gruppi partigiani socialisti e comunisti.

La Resistenza italiana, detta anche Resistenza partigiana fu dunque l’insieme dei movimenti politici (talora di opposti orientamenti politici: comunisti, azionisti, monarchici, socialisti, democristiani, liberali, repubblicani,  anarchici, in maggioranza riuniti nel CLN) e militari che in Italia, dopo l’armistizio di Cassibile si opposero al nazifascismo nell’ambito della guerra di liberazione e che contribuirono poi all’avvio effettivo di una fase di governo, da parte dei suoi rappresentanti, verso il Referendum del 2 giugno 1946 per la scelta fra Monarchia o Repubblica – consultazione per la quale per la prima volta furono chiamate alle urne per un voto politico anche le donne – e poi alla nascita della Repubblica Italiana.

L’Assemblea Costituente fu in massima parte composta da esponenti dei partiti che avevano dato vita al CLN, i quali scrissero la Costituzione fondandola sulla sintesi tra le rispettive tradizioni politiche e ispirandola ai princìpi della democrazia.

Sono passati ben 73 anni dal 25 aprile 1945!

Le divisioni, gli screzi, le lotte tra movimenti, partiti, sindacati (anche al loro interno); il “bicameralismo”; i costi della politica; l’inefficienza della Pubblica Amministrazione; i conflitti tra gli Organi dello Stato, ecc.; continuano a rallentare l’azione di  governo e lo sviluppo del Paese.

Forse non sarebbe male fare un bel “tagliando” del nostro apparato istituzionale a cominciare proprio dalla Costituzione.

Foto: Anna Magnani  – Film: “Roma città aperta” (Roberto Rossellini, 1945), è considerato il manifesto del neorealismo e uno dei capolavori del cinema mondiale. La vicenda inizia dopo l’armistizio di Cassibile: gli Alleati sono sbarcati in Italia e avanzano verso nord ma ancora non sono giunti nella capitale, dove la resistenza è già attiva. Memorabile la scena con la formidabile Anna Magnani nel ruolo della popolana Pina che insegue il camion dove è tenuto il suo amato Francesco. http://www.lindifferenziato.com/2013/04/24/25-aprile-cinema-e-resistenza/


7
Mar

Le elezioni politiche italiane del 4 marzo 2018 e la bacchetta magica

C’era una volta un Paese lontano, lontano anni luce dal nostro Pianeta Terra: un puntino quasi invisibile nella Volta Celeste, che solo a notte fonda e con una buona visibilità si riusciva a malapena a individuare ad occhio nudo.

In quel Paese tutto era possibile, bastava esprimere un desiderio, magari solo con il pensiero, che immediatamente si realizzava. Bisognava addirittura stare attenti a non fantasticare troppo, altrimenti si rischiava di rimanere sommersi da un’enorme quantità di cose utili e a volte anche superflue, di cui poterne anche fare a meno.

Il denaro non aveva alcun valore poiché oltre a riempire i portafogli della gente con flussi continui ed esagerati, non poteva essere speso in quanto tutto arrivava già bello e pronto. Non occorreva fare la spesa e cucinare, comprare vestiti, scarpe, giocattoli, profumi o indebitarsi e chiedere prestiti o mutui per acquistare la casa o l’autovettura, il frigorifero o un nuovo televisore maxischermo. Settimane bianche, crociere, viaggi di qualunque genere, mobili, soprammobili, orologi, collane, diamanti, caviale e champagne … insomma tutto: proprio tutto; e senza la presenza di persone indesiderate, soprattutto straniere!

Ma che bello avere tutto e senza la preoccupazione di:

  • svegliarsi la mattina e andare a lavorare;
  • tribolare per tanti anni in attesa di quella pensione che, man mano che gli anni passano, si allontana sempre di più;
  • attendere un posto di lavoro a tempo indeterminato o doversi accontentare di lavori saltuari e precari, magari lontani da casa propria;
  • convivere con soggetti indesiderabili che arrivano da chissà quale parte del mondo.

E pensare che tanti, tanti anni o secoli prima, in quel Paese occorreva impegnarsi, studiare, fare la gavetta e poi lavorare per potersi realizzare, mettere su famiglia, allevare e provvedere alla salute e all’istruzione dei figli, e finalmente maturare una pensione per affrontare serenamente la vecchiaia.

Ma un bel giorno in quel Paese arrivò dal cielo un’astronave con due Maghi a bordo che, una volta atterrati, scalzarono i governanti locali e liberarono finalmente il popolo dalla schiavitù del lavoro, assicurando a tutti il reddito di cittadinanza  fino a cinquant’anni e dal giorno successivo la pensione. E, non solo, al popolo assicurarono, con decreto legge avente effetto immediato, la realizzazione di ogni suo desiderio da esprimere anche con il solo pensiero.

Domenica 4 marzo 2018 si sono tenute in Italia le elezioni politiche per il rinnovo del Parlamento, un giorno memorabile: due maghi sono atterrati nel nostro Paese con la loro astronave carica di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di euro per assicurare anche qui da noi  (ciascuno con il suo programma elettorale), il reddito di cittadinanza, la pensione (senza la Fornero), la “cacciata” degli immigrati e l’uscita dall’euro.

Auguri!

 


28
Feb

2018 Anno del Cibo Italiano

Il cibo occupa una posizione rilevante per l’intera umanità; esso si colloca infatti alla base della vita stessa dell’uomo, il quale per poter svolgere le attività di ogni giorno, ha bisogno di assumere una determinata quantità di calorie, da ingerire in diversi modi.

E’ quindi del tutto evidente che la privazione di alimenti,  spesso collegata alla carestia o ad altre cause, può avere effetti devastanti e diffusi sulla salute umana e sulla mortalità.

Nel mondo, milioni di persone sono sottonutrite  e, ogni giorno, 8 mila bambini muoiono di fame (prima dei 5 anni).  L’aiuto alimentare può soccorrere le comunità che soffrono, a causa della scarsità di risorse alimentari, per migliorare la vita delle persone afflitte dalla fame, nel breve termine, per consentire un successivo recupero e per riavviare, per quanto possibile, la produzione locale.

Per contro, l’aiuto alimentare mal gestito può generare diversi problemi: perché rischia in qualche maniera di interrompere i mercati locali, scoraggiando le produzioni alimentari sul posto. Ragione per cui gli sforzi internazionali di distribuire gli aiuti alimentari ai paesi più bisognosi sono coordinati da un programma mondiale di alimentazione.

Più recentemente, le abitudini dietetiche sono state influenzate dalle preoccupazioni che numerose persone hanno circa gli effetti possibili sulla salute o sull’ambiente degli elementi geneticamente modificati. Ulteriori preoccupazioni causate dall’agricoltura industriale, riguardano la protezione degli animali, la salute umana e l’ambiente in particolare.

Queste preoccupazioni stanno avendo notevole effetto sulle abitudini concernenti l’alimentazione umana contemporanea. Ciò ha condotto all’emersione della preferenza per l’alimento organico, preferibilmente biologico, ed il più possibile di coltivazione/produzione locale (oggi è di moda il c.d. prodotto a Km zero).

Ma organico e biologico è la stessa cosa?

Sicuramente il cibo a marchio controllato dovrebbe rappresentare una buona scelta per limitare i danni.

Il cibo biologico, in Italia, possiede un marchio di garanzia certificato che aiuta il consumatore consapevole a scegliere il prodotto migliore e a sentirsi più tutelato. Un cibo organico invece fa riferimento a tutti i prodotti di origine animale e vegetale ma non è sinonimo di garanzia di prodotto privo di pesticidi o ormoni.

La confusione nasce dalla traduzione del termine “organic” che per gli inglesi ha la valenza del nostro “biologico”. Volendo semplificare: si tende ad accomunare in italiano il termine organico (traduzione immediata dall’inglese) con il suo significato originale che è appunto biologico. Nella lingua italiana non è la stessa cosa e organico non è sinonimo di biologico.

Si definiscono organici quei cibi che non sono lavorati dall’industria, come frutta, verdura, carne, pesce o uova; ma questo non vuol dire che sono biologici. La certificazione biologica, controllata per legge, viene concessa solo a quelle aziende che seguono criteri specifici nell’agricoltura o nell’allevamento.

“Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita” è  stato il Tema al centro della manifestazione di Expo 2015 di Milano, il filo logico che ha attraversato tutti gli eventi organizzati sia all’interno sia all’esterno dello Sito Espositivo. E’ stata quella l’occasione per riflettere e confrontarsi sui diversi tentativi di trovare soluzioni alle contraddizioni del nostro mondo: se da una parte c’è ancora chi soffre la fame (circa 870 milioni di persone denutrite nel biennio 2010-2012), dall’altra c’è chi muore per disturbi di salute legati a un’alimentazione scorretta e troppo cibo (circa 2,8 milioni di decessi per malattie legate a obesità o sovrappeso). Inoltre ogni anno, circa 1,3 miliardi di tonnellate di cibo vengono sprecate. Per questo motivo servono scelte politiche consapevoli, stili di vita sostenibili e forse, anche attraverso l’utilizzo di tecnologie all’avanguardia, sarà possibile trovare un equilibrio tra disponibilità e consumo delle risorse.

E, dopo l’eccezionale successo dell’evento di Milano del 2015, ecco che l’Italia è ritornata ora in campo con una nuova iniziativa davvero interessante: Il 2018 Anno  del Cibo Italiano.

Gli intenti sono lodevoli e così anche  l’impegno profuso dai due ministri del Governo Gentiloni, Maurizio Martina delle Politiche Agricole e Dario Franceschini della Cultura, che hanno unito gli sforzi per promuovere il know out italiano nel particolare settore, molto importante per la nostra economia, tenuto in debito riguardo il fatto che il comparto è stimato in termini di parecchie decine di miliardi di euro.

Si è puntato, come spiega una nota congiunta dei due ministri, sulla valorizzazione dei riconoscimenti Unesco legati al cibo come la Dieta mediterranea, la vite ad alberello di Pantelleria, i paesaggi della Langhe Roero e Monferrato, Parma città creativa della gastronomia e all’Arte del pizzaiuolo napoletano iscritta di recente. Ma è anche l’occasione per il sostegno alla candidatura Unesco già avviata per il Prosecco e quella per l’Amatriciana. Allo stesso tempo sono state attivate iniziative per far conoscere e promuovere, anche in termini turistici, i paesaggi rurali storici, per il coinvolgimento e la promozione delle filiere, con un focus specifico per la lotta agli sprechi alimentari, con alcune iniziative particolari.

Il legame fra cibo, paesaggio, identità, cultura viene sottolineato, “dando avvio al nuovo progetto dei distretti del cibo coinvolgendo i protagonisti a partire da agricoltori, allevatori, pescatori, cuochi”, come ha spiegato il ministro Martina, che ha dedicato il 2018 al grande chef italiano Gualtiero Marchesi, recentemente scomparso. Mentre il ministro Franceschini ha evidenziato la capacità di  “fare sistema” per “un grande investimento per l’immagine del nostro Paese nel mondo”, iniziando magari dalla corretta informazione, in luoghi inusuali: dal primo gennaio infatti una campagna di comunicazione dei musei statali pone l’attenzione sul rapporto, nei secoli, tra arti e enogastronomia, sottolineandone il ruolo fondamentale nella costruzione del patrimonio culturale italiano. Dunque cibo, arte e paesaggio, cultura e storia, buona tavola ed economia, in un insieme difficile da scomporre nelle sue parti, ma certamente significativo, anche dal punto di vista del bilancio dell’intero Paese: basti pensare che nel 2017 le esportazioni agroalimentari hanno toccato il traguardo dei 40 miliardi di euro.

Dodici mesi, dunque, per sostenere il cibo e l’agroalimentare italiano, che costituiscono delle risorse valide ed estremamente competitive nel mondo intero; un’espressione di orgoglio nazionale per il  nostro specifico settore, che ci consente di tenere alto il buon nome dell’Italia nel mondo.

Da gennaio 2018 il via alle manifestazioni, iniziative, momenti legati alla cultura e alla tradizione enogastronomica italiana.

E, dulcis in fundo, il 4 agosto una notte bianca dedicata al cibo italiano.

La “Notte bianca del Cibo Italiano”, voluta dal nostro Governo per il 4 agosto, rappresenta un’iniziativa  finalizzata a sensibilizzare le piazze e le attività pubbliche e private, per dimostrare che il cibo italiano è un’esperienza di tradizione, di continuità e di sviluppo, e viene dedicata a Pellegrino Artusi, storico scrittore, gastronomo e critico letterario italiano nato il 4 agosto del 1820 a Forlimpopoli in provincia di Forlì Cesena.

Una buona occasione per riscoprire e valorizzare i cibi della nostra tradizione.

Ma, al di là dell’evento formale e del suo livello di riferimento su scala mondiale, ritengo  – personalmente – che “l’anno  del cibo italiano” debba stimolare un po’, ciascuno di noi, a venir fuori dagli stereotipi della culinaria modaiola e globalizzante, che ha purtroppo invaso anche le nostre tavole, riscoprendo invece i sapori e gli odori della nostra buona e sana cucina tradizionale, sebbene con qualche tocco di quella inevitabile rivisitazione che gli attuali stili di vita, per alcuni versi, ci impongono.

E, questo, anche nel nostro piccolo, senza bisogno di eclatanti manifestazioni di massa, il più delle volte ispirate da esigenze di autoreferenzialità, piuttosto che da logiche di buon senso, riportando sulle nostre tavole cibo sano e genuino italiano e soprattutto locale.

Foto da Internet: http://www.turismo.beniculturali.it/multimedia/2018-anno-del-cibo/

Dati sulla malnutrizione e la fame nel mondo: Rapporto di Save the Children, da “ La Stampa – Società”, Internet: http://www.lastampa.it/2017/10/12/societa/una-fame-da-morire-mila-minori-di-anni-si-spengono-ogni-giorno-per-la-malnutrizione-FQQhjveuS4UA5D5KdEupCP/pagina.html


24
Gen

27 gennaio il Giorno della Memoria

Anche quest’anno il 27 gennaio ricorre e si celebra il Giorno della Memoria.

È una ricorrenza importante: ogni anno, nel mondo, in questo giorno vengono ricordati i quindici milioni di vittime complessivi dell’Olocausto rinchiusi e uccisi nei campi di concentramento nazisti, prima e durante la Seconda Guerra Mondiale. Questa ricorrenza è riconosciuta dalle Nazioni Unite e viene celebrata anche in Italia dal 2001, dopo l’approvazione del Parlamento nel 2000 del disegno di legge volto a riconoscerla formalmente.La funzione del ricordo, che non è un nostalgico voltarsi indietro nella Storia, ma un ben più corposo dare un senso al passato per costruire un futuro che non ne ripeta gli errori.

La memoria ha tanti risvolti e presenta esiti contrastanti, in positivo o in negativo a seconda di come viene trattata. Riflettere sugli avvenimenti che ci hanno preceduto per capire il presente significa ricercare le coordinate che ci permettano di interpretare le nuove situazioni con la consapevolezza dei pericoli o delle opportunità che certi meccanismi culturali, sociali e individuali innescano.

In occasione del nostro viaggio in Terra Santa, nel 2007,  io e mia moglie abbiamo voluto dedicare una visita particolare anche al Memoriale dell’Olocausto Yad Vashem di Gerusalemme.

Yad Vashem è l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Israele, istituito per documentare e tramandare la storia del popolo ebraico durante la Shoah, preservando la memoria di ognuna delle loro sei milioni di vittime, nonché per ricordare e celebrare i non ebrei di diverse nazioni che rischiarono le loro vite per aiutare gli ebrei durante la Shoah e certificati fino al 1º gennaio 2017 in 26,513 persone. Fondato il 19 agosto 1953 con la Legge del memoriale approvata dalla Knesset, il Parlamento israeliano, il sito che ospita tutte le strutture del Memoriale è stato costruito sul versante occidentale del Monte Herzl (“Monte della Memoria” o “Monte del Ricordo”) della foresta di Gerusalemme, a 804 metri sul livello del mare, con un museo storico che occupa un’area di 4.200 m² con strutture prevalentemente sotterranee.

Dopo il Muro del Pianto, il Memoriale dell’Olocausto e degli eroi, il principale museo dedicato al ricordo dell’Olocausto nel mondo, è il secondo sito turistico più visitato di Israele con oltre due milioni di visitatori l’anno.

Ricordo ancora oggi l’emozione profonda che provammo nel ritrovarci immersi in quel contesto di grande dolore e tristezza ove  l’evidenza della sopraffazione del male sul bene si evidenzia in tutta la sua forza dirompente.

E’ necessario ricordare e riflettere, sempre!

 

Note:

Per approfondire l’argomento:

Lorenzo Bove, ”YAD VASHEM IL MUSEO DELL’OLOCAUSTO DI GERUSALEMME: la didascalia contestata”, 21 ottobre 2008 www.paginedipoggio.com

Lorenzo Bove,  “Ancora … sullo YAD VASHEM di Gerusalemme!”, 22 marzo 2010 www.paginedipoggio.com


19
Dic

La “Sacra Conversazione” del 1520 di Tiziano esposta a Milano

Anche quest’anno, per le festività di fine anno, a cominciare già dalla ricorrenza di Sant’Ambrogio (1) che a Milano, con la “prima” della Scala e la “Fiera degli Oh Bej! Oh Bej!” (2),  apre di fatto il lungo periodo dei festeggiamenti, il Comune di Milano ospita e offre alla visione dei visitatori un’altra eccellente opera di alto valore artistico.

Il protagonista di quest’ultimo incontro dei milanesi con i capolavori dell’arte è Tiziano con la “Sacra Conversazione” del 1520, la maestosa pala d’altare (Pala Gozzi) proveniente dalla Pinacoteca Civica “Francesco Podesti” di Ancona.

Il tradizionale appuntamento natalizio con l’arte a Palazzo Marino, giunto alla sua decima edizione, è tornato dunque con l’esclusivo capolavoro di Tiziano Vecellio (3) nella stupenda Sala Alessi, aperta al pubblico dal 5 dicembre al 14 gennaio 2018 e, come sempre, con ingresso libero. I visitatori vengono accolti, in piccoli gruppi, da storici dell’arte e accompagnati lungo lo straordinario percorso espositivo.

Anch’io e mia moglie, pure quest’anno, abbiamo  partecipato all’ormai consueto evento e siamo rimasti affascinati dalla bellezza dell’opera e dalla maestria dell’allestimento.

Insieme all’indiscussa importanza storico-artistica del dipinto di Tiziano, la scelta del Comune di portare a Palazzo Marino un’opera della Pinacoteca di Ancona, testimonia la vicinanza di Milano al Capoluogo marchigiano, che svolge un ruolo fondamentale come centro di raccolta di numerose opere d’arte, tra cui molti capolavori, provenienti dalle zone colpite dal  terremoto dello scorso anno; vicinanza dimostrata anche attraverso il costante e generoso impegno della città di Milano a favore di un territorio in difficoltà.

Grazie all’originale allestimento, frutto di un importante progetto curato dall’architetto Corrado Anselmi, i visitatori  hanno la possibilità di osservare, straordinariamente,  non solo il capolavoro di Tiziano ma anche il retro della tavola, dove sono presenti schizzi a matita, in parte ombreggiati a pennello, realizzati dallo stesso Tiziano e raffiguranti varie teste, una delle quali potrebbe essere il bozzetto per il Bambino in una prima stesura del dipinto. La possibilità di ammirare anche il retro della grande pala d’altare (olio su tavola, 312 x 215 cm) consente di scoprire come venivano realizzate nel Cinquecento queste opere che tanta importanza e diffusione hanno avuto nella storia dell’arte del nostro Paese.

Dipinta nel 1520 dall’allora trentenne Tiziano per il mercante Luigi Gozzi di Dubrovnik (città nota anche con la denominazione di “Ragusa” e ubicata lungo la costa della Dalmazia), e destinata all’altare principale della locale Chiesa di San Francesco, la “Sacra Conversazione” è il primo dipinto firmato e datato di Tiziano a noi noto. Infatti, in un cartiglio nella parte bassa dell’opera, si legge: “ALOYXIUS GOTIUS RAGOSINUS / FECIT FIERI / MDXX / TITIANUS CADORINUS PINSIT”.

Questa importante opera di Tiziano andò poi ad arricchire la Chiesa del convento francescano ad Alto, ad Ancona, per volontà dello stesso  mercante raguseo Luigi Gozzi che era stato ben accolto dalla città. Secondo la tradizione, il luogo in cui la Chiesa fu eretta era stato scelto dallo stesso San Francesco nel 1219, anno in cui era ad Ancona per imbarcarsi per l’Egitto; il suo viaggio era motivato dalla volontà di portare una parola di pace in una terra funestata dalle lotte tra Cristiani e Musulmani. La denominazione “Ad Alto” sarebbe quindi tratta dalle parole stesse del Santo di Assisi, che le pronunciò mentre si trovava sulle banchine del porto, indicando il colle Astagno come luogo in cui erigere il primo convento francescano di Ancona.

A seguito dell’Unità d’Italia la Chiesa venne demanializzata e secolarizzata (in epoca più recente, poi, il complesso francescano divenne sede del Distretto Militare) e gli arredi, le sculture e i dipinti trovarono ricollocazione in vari luoghi della città. La Pala di Tiziano, in particolare, ha trovato collocazione presso la Pinacoteca Civica Francesco Podesti di Ancona.

La tavola dell’artista cadorino (nato a Pieve di Cadore), è una tappa decisiva nell’affermarsi di una nuova forma di pala d’altare, svincolata dagli schemi architettonici e prospettici del Quattrocento. Una rivoluzione che era stata intuita da Leonardo con la Vergine delle Rocce, proseguita da Raffaello, ma interpretata da Tiziano con uno spirito aperto alla natura. L’opera appartiene al tradizionale genere iconografico della pala d’altare definita ‘Sacra Conversazione’: la Madonna con il Bambino appare improvvisamente in un cielo di nuvole in vibrante movimento, infuocato dalla luce magica del tramonto; in basso contemplano sbigottiti la visione San Francesco, a cui era dedicata la Chiesa che ospitava la Pala, e San Biagio vescovo e protettore della città dalmata, che indica al committente inginocchiato l’apparizione celeste.

Immerso in una calda luce reale, un paesaggio irripetibile, dove spiccano in primo piano le relazioni visive tra i personaggi: ognuno guarda qualcuno, sino ad arrivare al Bambin Gesù che a sua volta punta lo sguardo all’esterno, sullo spettatore, che viene così a diventare parte dell’opera stessa. Sullo sfondo della rappresentazione, ben visibile, il bacino di San Marco con il Palazzo Ducale e il suo campanile.
Un dipinto grandioso che unisce Venezia, Ancona e Dubrovnik: Tiziano sembra suggerire un’alleanza tra i tre più importanti porti dell’Adriatico, sullo sfondo delle turbolenze politiche sul suolo italiano e dell’espansionismo ottomano.

A valorizzare ancor di più il capolavoro, l’impianto illuminotecnico a cura dell’architetto Francesco Murano, che ha utilizzato la tecnica della luce miscelata, ottenuta componendo luci calde e fredde, favorendo così una visione particolarmente brillante dei colori con particolari faretti.

Curata da Stefano Zuffi, la mostra è promossa da Comune di Milano, Intesa Sanpaolo – partner istituzionale – con il sostegno della “ Rinascente”. L’iniziativa è coordinata da Palazzo Reale e realizzata insieme alla Città di Ancona – Pinacoteca Civica “Francesco Podesti” in collaborazione con le Gallerie d’Italia di Piazza Scala e organizzata con Civita.

Note:

(1) Sant’Ambrogio, Patrono di Milano, ricorrenza 7 dicembre.

(2) Fiera degli Oh Bej! Oh Bej!” . Si accendono le luci di Milano sull’Avvento e puntuali, a partire dalla settimana di Sant’Ambrogio, tornano i mercatini natalizi della tradizione popolare. Su tutti la “Fiera degli Oh Bej! Oh Bej!” Inossidabile e frequentatissima. Con il suo richiamo anticipa – da oltre cinque secoli – l’atmosfera tipica delle festività natalizie, tra colori, profumi e sapori. Dal 5 all’8 dicembre di ogni anno il perimetro attorno al Castello Sforzesco (un tempo, invece, negli spazi antistanti l’antica Basilica di Sant’Ambrogio) si popola con tantissimi espositori. Presenti rigattieri, fioristi e artigiani, venditori di stampe e libri, abbigliamento e accessori moda. Immancabili i giocattoli e i palloncini. E tante leccornie: dolci e caldarroste, oltre a vin brulè e i “Firunatt”, filoni di castagne affumicate.

(3) Tiziano Vecellio (Pieve di Cadore, 1488/1490 – Venezia, 27 agosto 1576) è stato pittore italiano, cittadino della Repubblica di Venezia.

Foto: Lorenzo Bove


7
Nov

Il Sito Archeologico dell’Isolotto di San Clemente

 

Il Sito Archeologico dell’Isolotto di San Clemente nel Lago di Lesina è visibile e raggiungibile a piedi, sin dall’estate 2016, attraverso una suggestiva e comoda  passerella che lo collega alla terraferma sul lungolago di Lesina.

 

Una bella passeggiata, anche in notturna  – se si vuole – considerato che il complesso è sufficientemente illuminato, per ammirare un panorama davvero avvincente, sia sotto il profilo paesaggistico e sia dal punto di vista storico e geografico.

L’isolotto del “mistero”, non solo per gli abitanti di Lesina, ma anche per molte altre persone che, come me, nato a Poggio Imperiale a  pochi chilometri di distanza, hanno sognato e immaginato negli anni della loro fanciullezza, l’esistenza di una città sommersa dalle acque in occasione di un tremendo terremoto e maremoto che avrebbe inondato completamente la preesistente antica città, della quale la sola croce posta alla sommità del campanile della Chiesa di San Clemente fosse rimasta visibile, a pelo d’acqua.

Quanti racconti fantasiosi sono nati intorno all’origine dell’isolotto e quante emozioni, di volta in volta, essi suscitavano in noi ragazzi di un tempo lontano, suggestionati un po’ forse anche dalle avventure fantastiche narrate da  Giulio Verne  in “Ventimila leghe sotto i mari”, che contribuivano non poco ad accendere e stimolare la nostra immaginazione.

Oggi che le moderne tecnologie consentono di avviare e portare avanti ricerche archeologiche approfondite che, il più delle volte, permettono di approdare a risultati tangibili, possiamo finalmente prendere atto che l’arcano “mistero” è stato finalmente svelato.

Sicuramente eventi catastrofici, come terremoti e maremoti, hanno modificato l’assetto del territorio, trasformando la preesistente laguna aperta (tipo golfo) in laguna chiusa da un istmo (Isola del Bosco); e sicuramente il sito interessato dall’isolotto, in origine faceva parte di un promontorio prospiciente la laguna stessa. L’insediamento, collocabile all’età classica, riguarderebbe, per lo più, una villa-peschiera romana. Le tracce di strutture murarie ed i reperti relativi a frammenti ceramici e vasi parzialmente integri, rilevano la presenza di uno storico stabilimento per la produzione del “Garum” (1), una sorta di salsa di pesce ottenuta dalla lavorazione delle interiora lasciate macerare all’interno delle vasche sotto il sole e grazie al calore delle fornaci: un prelibato prodotto che veniva esportato con navi, attraverso tutto il mediterraneo, in anfore (2) del tipo “Dressel” (3). E pare che gli antichi romani ne fossero molto ghiotti.

E, dunque, per il momento, ancora nessuna città sommersa è venuta alla luce … e per quanto riguarda la presenza della “Croce” in mezzo lago … nessuna traccia della Chiesa di San Clemente!

La Croce è senz’altro opera degli abitanti di Lesina e dei suoi antichi pescatori che, per “devozione”, hanno voluto erigere questo segno tangibile della loro fede.

Ma noi ragazzi di un tempo, ed ora attempati e maturi ultrasettantenni, continueremo a sognare una città sommersa … che seguita a sopravvivere  in eterno, avvolta nel suo alone di “mistero”!

Qui di seguito vengono riportate le informazioni relative al Sito Archeologico dell’Isolotto di San Clemente, così come risultano dalla cartellonistica apposta lungo il percorso delle visite.

“” LESINA isolotto di San Clemente (Unione Europea – Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo – Regione Puglia)

Inquadramento Geografico del Sito

Sei all’interno del Lago di Lesina, in Latino Pantanus, un bacino lacustro salmastro situato a Nord della Puglia, tra il Tavoliere della Puglia e in Promontorio del Gargano.

Mediante due canali la laguna comunica con il mare, da cui la separa una duna, il Bosco Isola.

Dallo studio cartografico storico del XVII sec. D.C. abbiamo notizie dello tsunami che colpì la laguna nel 1627.

Il sistema lagunare era all’epoca aperto rispetto al mare semi – aperto. Attualmente la laguna di Lesina ti appare come un sistema chiuso rispetto al mare, tuttavia dallo studio della cartografia antica emerge che, il rapporto tra bacino idrografico lagunare ed il mare Adriatico, non è rimasto immutato nel tempo. Eventi catastrofici come terremoti e tsunami, ne hanno infatti modificato l’aspetto.

All’interno di questo bacino idrografico, a circa 400 m. a Nord dall’abitato di Lesina, puoi ammirare un importante sito archeologico, presso un piccolo isolotto lacustre, meglio noto con il nome di Isolotto di San Clemente (donde il nome attribuito anche al sito). L’isolotto in origine faceva parte di un promontorio prospiciente la laguna.

Qui una prima campagna di scavo fu condotta tra il 1999 e il 2000, in questa sede vennero messi in evidenza sia livelli di battuto e strutture murarie, interpretate come resti di un’antica villa-peschiera di età romana; sia frammenti ceramici e vasi parzialmente integri, interpretati ancora una volta come reperti relativi ad una frequentazione antropica del sito collocabile all’età classica.

Le informazioni provenienti da questa campagna di scavo, seppure esigue, hanno tuttavia creato il presupposto per la ripresa dei lavori in situ.

Comune di Lesina

Sito Archeologico

Villa Romana II sec. d.C.

(ruderi)

GARUM

In questo storico stabilimento si provvedeva alla trasformazione della materia prima nel GARUM.

Si trattava di salsa di pesce, ottenuta dalla lavorazione delle interiora, lasciate macerare all’interno delle vasche, sotto il sole e grazie al calore delle fornaci. Questo prodotto veniva esportato con navi, attraverso tutto il mediterraneo, in Anfore del tipo DRESSEL “”

Note

(1) Garum (Enciclopedia Treccani): “Era una salsa di pesce usata dai Romani che ne erano molto ghiotti e la adoperavano in molti modi. Si preparava buttando in un recipiente le interiora dei pesci che si volevano adoperare e mescolandovi pezzi di pesci o pesci minuti; si otteneva così il liquamen, una poltiglia che si esponeva, affinché fermentasse, al sole, rivoltandola più volte. Quando la parte liquida si era molto ridotta, s’immergeva in un recipiente pieno di liquamen un cestino; il liquido che vi filtrava dentro era garum, e veniva conservato in anfore nelle cantine. Il garum era carissimo; ve n’erano molti centri di produzione; il più fine veniva dalla Spagna”.

(2) Nel mondo antico le principali derrate alimentari (olio, vino, salse di pesce) furono oggetto di particolari attenzioni perchè erano di vitale importanza per le varie popolazioni, sia quelle produttrici che quelle consumatrici. La città di Roma, ad esempio, in epoca imperiale veniva, per la maggior parte, mantenuta dai prodotti che giungevano dalle varie regioni dell’Impero: grano dall’Africa, olio e salse di pesce dalla Spagna, vino dall’Italia, dalla Grecia e dalla Francia. Ecco la descrizione del flusso di navi mercantili ad Ostia, porto di Roma, lasciata da Elio Aristide nel II sec. d.C.: “Durante tutto l’anno, dopo ogni raccolto, arrivavano così tante navi che trasportavano carichi provenienti da ogni dove, che la città sembrava il magazzino del mondo… è incredibile come il mare, per non parlare del porto, sia abbastanza grande per tutte queste navi mercantili”. I contenitori alimentari tipici per i trasporti marittimi e fluviali in epoca romana furono le anfore. L’anfora è un manufatto eseguito a tornio in parti separate – corpo, collo / orlo, puntale, anse – poi assemblate fra loro fintantochè l’argilla è ancora malleabile. L’oggetto quindi viene fatto seccare in luogo aerato e poi cotto in una fornace …” (http://www.centuriazione.it/quaderni_win.asp?id=162)

(3) “Il primo studioso di questi recipienti fu, nel 1872, Heinrich Dressel. Studiando i cocci presenti sulla collina romana nota come monte Testaccio, antica discarica di questi contenitori, cominciò a catalogare e datare le anfore romane” (https://it.wikipedia.org/wiki/Anfora).

Foto di Lorenzo Bove


26
Ott

Fratel Ettore, il “Folle di Dio” !

Avviato il processo di beatificazione e canonizzazione di Fratel Ettore, soprannominato il “Folle di Dio”, l’umile Camilliano che dedicò la propria esistenza ai diseredati  e ai senza tetto di Milano.

Una vecchia utilitaria di colore bianco, una Fiat 127, con una statua della Madonna di Fatima fissata sul tettuccio, circolava per le strade di Milano e soprattutto nelle zone più degradate ove stazionavano barboni e diseredati di ogni sorta, con un folle alla guida che recitava il Santo Rosario, diffuso attraverso un gracchiante altoparlante. “Porto la Mamma con me”, rispondeva a chi gli domandava del perchè di quell’abitudine considerata da molti alquanto eccentrica. Si fermava, caricava a bordo i bisognosi e li portava in quel “Rifugio” che era riuscito a metter su nei pressi della stazione centrale di Milano, in uno dei tunnel che corrono trasversalmente sotto la ferrovia. E li lavava,  li curava, li accudiva e dava loro da mangiare.

Si dice che i ”Santi” siano anche un po’ “matti”!

Capelli bianchi, piuttosto scapigliati, abito talare nero lungo fino ai piedi, sdrucito, con una grossa croce di tessuto rosso cucita sul petto (proprio dell’Ordine dei Camilliani). Questo era “Fratel Ettore”, al secolo Ettore Boschini, il Camilliano molto noto a Milano, che ha speso la sua vita accanto agli ultimi nella metropoli lombarda,  a favore del quale l’Arcivescovo di Milano  ha dato il via libera alla pubblicazione dell’Editto per  l’avvio dell’iter che potrebbe portarlo agli onori degli altari.

La mattina di sabato scorso, 21 ottobre 2017,  la Diocesi di Milano ha annunciato l’apertura ufficiale della fase diocesana del processo di beatificazione e canonizzazione di Fratel Ettore, la cui missione era stata a suo tempo sostenuta dal Cardinale Carlo Maria Martini ed era conosciuta da San Giovanni Paolo II. “L’Arcivescovo di Milano, Mons. Mario Delpini – si legge nel comunicato diffuso dalla Diocesi – ha incaricato la Curia Arcivescovile di pubblicare l’Editto per l’apertura del processo di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio Fratel Ettore Boschini. Da questo momento in conformità all’art. 43 dell’Istruzione Sanctorum Mater della Congregazione delle Cause dei Santi, i fedeli ambrosiani potranno far pervenire al Servizio per le Cause dei Santi della Curia Arcivescovile di Milano testimonianze o scritti sulla figura del sacerdote in vista dell’inizio dell’istruttoria diocesana che avverrà martedì 19 dicembre”.

Ho avuto personalmente il piacere, ma soprattutto il privilegio e l’onore di incontrarlo, in diverse occasioni, per via del fatto che il Centro di accoglienza di Milano era ubicato in area ferroviaria, giurisdizione della Direzione Compartimentale delle FS, della quale all’epoca  facevo parte.

Aveva sempre bisogno di qualcosa e non si serviva di intermediari, si rivolgeva direttamente a chiunque potesse offrire aiuti per far fronte ai bisogni della sua comunità. L’approccio era rapido e molto sbrigativo, non si perdeva in preamboli: ti stringeva la mano, ti baciava su entrambe le guance, ti porgeva un “santino” … un segno di croce, un breve preghierina e ti prospettava subito il problema, che consisteva sempre in una richiesta di sostegno di qualunque genere. Era impetuoso e trascinante al tempo stesso … e non gli si poteva mai dire di no!

Fratel Ettore, era nato nel mantovano il 25 marzo 1928 e più precisamente presso la frazione Belvedere del comune di Roverbella, da una famiglia di agricoltori, trascorrendo la fanciullezza in ristrettezze economiche familiari. In età adolescenziale dovette abbandonare gli studi per andare a lavorare nei campi e nelle stalle, alle dipendenze di piccoli proprietari terrieri del luogo. A 24 anni,  la vocazione – che era già viva in lui – si fece più insistente, per cui scelse di entrare nell’Ordine dei Camilliani, venendo accolto il 6 gennaio 1952 e pronunciando i voti temporanei come Fratello, il 2 ottobre del 1953.

Nei primi anni Settanta Fratel Ettore era appena approdato a Milano, dopo 25 anni trascorsi a Venezia, destinato alla clinica camilliana “San Pio X”, quando nel capoluogo lombardo scoprì le miserie che si nascondono nella vita metropolitana delle grandi città. Desideroso di stare vicino ai  diseredati, senza tetto, immigrati, persone sole senza affetti, prese ad istituire dei “Rifugi” – del tipo di quello che creò nelle vicinanze della stazione ferroviaria centrale – luoghi ospitali organizzati per soccorrerli al meglio, prima da solo, poi con l’aiuto di volontari attratti dal suo carisma camilliano.

I milanesi lo ricordano  mentre percorreva in lungo e in largo Milano, alla ricerca dei bisognosi, offrendo aiuto concreto e spirituale.  La vita di Fratel Ettore era cambiata nel 1977, la notte di Natale, quando si era recato al dormitorio pubblico di viale Ortles con qualche bottiglia di spumante e dei panettoni, per festeggiare con gli ultimi. C’era un clochard che non aveva voglia di prendere parte alla festa; aveva i piedi congelati, le sue scarpe erano letteralmente marce e non aveva neanche le calze. Fratel Ettore si era tolto le sue scarpe e gliele aveva offerte, sentendosi dire: “Tu metti le mie se non ti fa schifo”. E così era tornato alla “San Pio X” con le luride calzature del barbone, decidendo che da quel giorno la sua vita – fino a quel momento dedicata ad assistere i malati  in ospedale – sarebbe stata totalmente dedicata ai poveri, ai senzatetto, a quelli di cui nessuno si prende cura.

Oggi, la sua opera ha Rifugi aperti a Seveso, Affori, Colle Spaccato di Bucchianico (Chieti), Grottaferrata (Roma) e a Bogotà in Colombia, e suor Teresa Martino – sua prima discepola – è alla guida della comunità.

Ed è proprio suor Teresa Martino la più tenace sostenitrice della beatificazione e canonizzazione di Fratel Ettore; lei che lo ha seguito da vicino in quella sua intrepida opera di comunione con gli ultimi, testimoniando le imprese di quel “Folle di Dio” che girava i bassifondi delle città alla ricerca dei senza tetto, nella  convinzione che – questo è quanto egli sosteneva –  “Amare significa non nascondere, perché non c’è nulla che non possa essere redento”.

Una passione e uno stile pastorale non sempre compreso e apprezzato. Ma nonostante le fatiche, le incomprensioni e i maltrattamenti (molto spesso veniva aggredito e picchiato dai suoi stessi ospiti dei rifugi), egli è diventato per moltissimi milanesi, e non solo, il “simbolo di una vera e difficile solidarietà”, come lo definisce anche il comunicato ufficiale dell’Arcidiocesi Ambrosiana che dà l’annuncio dell’avvio delle procedure a livello Diocesano.

Fratel Ettore morì il 20 agosto 2004 a 76 anni, nella clinica camilliana “San Pio X” a Milano, dove aveva iniziato la sua missione pastorale. Aveva scritto poco prima di morire: “Penso che quest’opera per gli ultimi, i diseredati, gli emarginati, sia stata proprio voluta dal Signore. Egli fa cose ben più grandi, anche solo con una mascella d’asino, dunque perché stupirci se ha fatto queste belle cose con un poveraccio come me? Ma io mi stupisco ancora, e richiedo: ma è vero, tutto vero, ciò che sto osservando, tutto ciò che si sta compiendo? E mi rispondo così: chi confida nel Signore non manca di nulla”.

Una lapide posta dai cittadini del Quartiere Greco di Milano, vicino alla stazione centrale, ricorda  la visita che anche Santa Madre Teresa di Calcutta volle fare al primo Rifugio di Fratel Ettore, in occasione di una sua venuta a Milano.

Foto di repertorio da Internet


16
Set

I pennacchi di San Michele

Durante le recenti vacanze estive, mi è capitato di  vedere in una vetrina di un negozio di ricordini di Monte Sant’Angelo, la foto di un variopinto “pennacchio”, corredato di una eloquente descrizione; il tutto ben incorniciato e messo lì in bella mostra. La curiosità mi ha spinto a soffermarmi per osservare e dare una scorsa veloce a quello che c’era scritto, che riporto integralmente qui di seguito:

« I pennacchi di San Michele sono un antico simbolo che i pellegrini portavano con sé in ricordo della venuta a Monte Sant’Angelo.

Posti come ornamenti sul bastone del pellegrino, o sui carretti a bordo dei quali le compagnie dei fedeli viaggiavano, il pennacchio è di origine antichissima.

“Il pellegrino medioevale, soprattutto il pellegrino che compiva il viaggio per penitenza comminata dall’autorità ecclesiastica, doveva riportare un segno tangibile del suo iter: la Palma da Gerico, la Conchiglia da Compostela, le Chiavi da Roma, la Fiala della Manna da Bari, la Piuma da San Michele del Gargano”.

 Anna Maria Tripputi, I Pellegrinaggi in età moderna e contemporanea, in AA.VV., l’Angelo la Montagna il Pellegrino, Claudio Grenzi Editore,  Foggia, 2003, pag. 311) ».

E’ presto detto che la curiosità che mi spingeva a scrutare il quadretto era stimolata da lontani ricordi, ricordi di quando ancora bambino a Poggio Imperiale assistevo esterrefatto al  passaggio delle compagnie di fedeli  che tornavano dai loro lunghi pellegrinaggi a Monte Sant’Angelo alla Grotta di San Michele Arcangelo.

Canti, preghiere, carretti trainati da cavalli e pennacchi colorati, tanti pennacchi variopinti ostentati sugli abiti degli uomini, delle donne e dei bambini, ma anche sulle teste dei cavalli, infilati nei loro finimenti.

Piume al vento che la brezza accarezzava dolcemente facendone risaltare le sfumature più intense.

Sono ricordi degli anni cinquanta del secolo scorso, quando i pellegrinaggi erano ancora  viaggi avventurosi, avvolti da misteri e da imprevisti, per via dei tragitti impervi e dei  mezzi di trasporto arcaici. Viaggi che richiedevano impegno e tanto sacrificio, accettati solo in quanto sostenuti da una fede vera e profonda.

 


30
Ago

La Malàndra (il fegato di polpo)

Abbiamo scoperto soltanto nei giorni scorsi che il polpo fresco, appena pescato, può offrire – oltre alla variegata gamma di manicaretti per lo più conosciuti – una “leccornia” esclusiva, che solo a pochi eletti è dato conoscere.

Un bocconcino prelibato davvero squisito e delicato riservato a palati ricercati che sanno apprezzare prodotti genuini, semplici e soprattutto legati alla tradizione popolare … la cosiddetta “cucina povera”.

L’opportunità si è presentata al mare, presso la Punta Pietre Nere di Lesina Marina, al  rientro in spiaggia dalla sua consueta mattinata di immersioni, di un nostro carissimo amico che aveva pescato una discreta quantità di polpi, stanandoli dai loro nascondigli, in profondità sotto gli scogli.

Io e mia moglie eravamo stati appena omaggiati di un bel polpo ancora vivo e nel mentre io mi accingevo alla sua (seppur crudele!) sbattitura su di uno scoglio, per renderlo più morbido, ci veniva consigliato di procedere preliminarmente allo svuotamento della sacca della testa, avendo cura di mantenere integra la borsa del fegato, da tenere da parte per preparare un prelibato “patè” da spalmare su crostini di pane od anche per condire spaghetti, linguine, riso od altro.

E’ seguita naturalmente la ricetta, che semplicemente prevede di scaldare in una padellina l’olio con uno spicchio d’aglio, immergervi il fegato di polpo (avvolto ancora nella sua delicata “borsa”, che con il calore si disfa facendo fuoruscire il contenuto piuttosto cremoso), aggiungere un pizzico di sale, pepe o peperoncino e lasciar cuocere per pochi minuti.

E, dunque, grazie ai nostri amici, lui per il polipo e lei (sua moglie) per la ricetta, abbiamo avuto l’opportunità di preparare e gustare degli ottimi crostini al patè di fegato di polpo, che abbiamo voluto “sperimentare” anche su di un piatto di riso in bianco per farne esaltare maggiormente la fragranza.

Esperimento riuscito: direi eccezionale!

Ho provato poi a fare qualche ricerca veloce su Internet e ho appreso che l’usanza di  cucinare il fegato di polpo è prettamente pugliese, soprattutto della zona di Bari.

Viene denominata “malàndra”, pare per via del suo colore scuro: etimologicamente deriverebbe dalla parola “melandryon” e cioè dalla tunica nera che veniva fatta indossare ai “malandrini” prima di salire alla “gogna”.

Un cibo povero ma gustoso, che si caratterizza per sapore unico e apporto nutritivo; per tradizione alimento dei pescatori che conservavano, per loro, le sole interiora poiché il pesce doveva invece essere  venduto per ricavare il denaro necessario per poter tirare a campare.

Recentemente di “malàndra” se ne è parlato anche in televisione nella nota trasmissione Master Chef, ove i massimi esperti di cucina internazionale hanno esaltato la sua esclusività (http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/video/mediagallery/717182/La-malandra-di-polpo-conquista-MasterChef.html).

Le “malàndre” possono essere anche consumate fritte, come riporta Sandro Romano, studioso di gastronomia storica, regionale e del mondo; presidente di E.N.D.A.S. Gusto e Tradizioni Comitato Provinciale di Bari; assaggiatore O.N.A.V.; autore del libro “Assaggio di Puglia”; realizzatore di eventi e rievocazioni storiche a tema gastronomico-culturale; presidente e animatore della “Compagnia della Lunga Tavola”:

« Le “malàndre”, in dialetto barese, sono le interiora del polpo contenute nella testa dello stesso.

In Puglia, il polpo appena pescato,  viene ”arricciato” per prepararlo al consumo sia crudo che cotto e, prima di tale operazione, lo si priva delle interiora. Infarinate e fritte in ottimo olio extra vergine d’oliva “Terra di Bari”,  le “malàndre” sono una prelibatezza se servite ancora calde intingendovi del buon pane casereccio.

Non lasciatevi ingannare dal nero che le colora nel momento in cui, durante la frittura, si rompe la sacca dell’inchiostro. Sono ottime, racchiudono davvero il sapore del mare » (http://www.taccuinistorici.it/ita/ricette/contemporanea/pesci/Malandre-fritte.html).


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