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Benvenuti in PagineDiPoggio.com
Poggio Imperiale, la Porta della Puglia e del Gargano.

Un poggio, un'altura,
un dolce declivio.
Un luogo privilegiato di osservazione
sul passato, presente e futuro.
Sul mondo intero.
(l.b.)
25
nov

#CONTROCORRENTE, il blog di Federica Palmieri

Un nuovo e interessante blog ha fatto il suo esordio nei giorni scorsi nell’universo dell’informazione “on line”; si tratta di “#Controcorrente – il blog di Federica Palmieri”, al quale è possibile accedere cliccando:  https://federicapalmieriblog.wordpress.com/

Profilo:

“Sono nata a Milano nel 1988, ma sono cresciuta in Brianza. Da sempre, da che ne ho memoria, coltivo una passione smisurata per la Letteratura che mi ha spinto a iscrivermi prima al Liceo Classico “Zucchi” di Monza e poi alla Facoltà di Lettere Moderne dell’Università degli Studi di Milano, dove ho conseguito la laurea magistrale con 110 e lode a 25 anni. Sono diventata giornalista professionista ad aprile 2016, dopo aver frequentato il Master biennale in Giornalismo alla Iulm”.

Massima

“Il pensiero mainstream è come una gabbia invisibile che pian piano si stringe intorno a te con l’ambizione di stritolare le tue capacità cognitive senza avvertirtene. È un processo subdolo, sleale, infingardo, alimentato dai media sinistroidi schierati o fintamente non schierati, che mira ad omologare le coscienze bramando di educarle, inculcando il concetto: “Se non la pensi così sei out”. Un ignorante, un bifolco, un cavernicolo di bassa lega. Ma se la corrente si prefigge impetuosamente di travolgerti, non permetterglielo. Perché andare #controcorrente è sempre la strada giusta”.

Perché questo blog

“Un angolo dove sfogare la mia indole ribelle e combattiva, che dal 1988 a oggi è cresciuta con me e con la mia sete di Verità.  Un luogo comune dice che essa stia nel mezzo, secondo me invece è semplicemente #controcorrente”.

Le premesse della nostra “giornalista – blogger”, i cui genitori sono di origini “poggioimperialesi”, prospettano qualcosa di bello, interessante e molto intrigante; la seguiremo quindi con attenta partecipazione.

Esprimere pubblicamente il proprio pensiero, la propria opinione od altro, non è così facile come sembrerebbe a prima vista; sono infatti tanti i fattori da valutare e prendere in considerazione, senza escludere l’inevitabile “captatio benevolentiae” verso il potenziale bacino di “uditorio” al quale (tendenzialmente) si è portati ad indirizzare il proprio orientamento. Ragione per cui diventa assai più complessa la questione, allorchè intendiamo porci (o per lo meno cerchiamo di farlo) in una posizione di assoluta neutralità, mirando all’essenzialità e soprattutto all’obiettività, indipendentemente da ogni sorta di condizionamento preconcetto.

“Se mai vogliamo vedere qualcosa nella sua purezza dobbiamo staccarci dal corpo e guardare con la sola anima le cose in sé medesime” (Platone)

Federica


24
ott

L’Abbazia Sacra di San Michele della Chiusa

L’Abbazia Sacra di San Michele della Chiusa, denominata semplicemente “Sacra di San Michele”, è uno dei monumenti più scenografici di tutto il Piemonte e non a caso è stato scelto come simbolo della Regione medesima.

Arroccata su di uno sperone roccioso, in cima al monte Pirchirano, essa domina la Val di Susa dai suoi 962 metri di altezza, regalando alla valle un profilo inconfondibile e decisamente suggestivo. La sua fondazione è databile tra il 983 e il 987 e risulta essere uno tra i più grandi complessi architettonici religiosi di epoca romanica di tutta Europa.

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All’osservatore attento, l’ubicazione della Sacra di San Michele in un contesto montuoso ed incantevole al tempo stesso, richiama immediatamente alla mente gli altri due importanti insediamenti micaelici del Gargano (Monte Sant’Angelo)  e della Normandia, in Francia (Mont-Saint-Michel). E non è un caso che la Sacra di San Michele si trova al centro di una via di pellegrinaggio di oltre duemila chilometri che unisce quasi tutta l’Europa occidentale da Mont-Saint-Michel a Monte Sant’Angelo e che proseguendo sulla stessa linea retta porta infine a Gerusalemme.

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Anche noi abbiamo voluto visitare questo stupendo luogo sacro e lo abbiamo fatto proprio il 29 di settembre scorso, giorno dedicato alla festa di San Michele Arcangelo, partecipando quindi anche ai solenni riti religiosi celebrati nell’occasione della festa patronale: Santa Messa celebrata dal S.E. il Vescovo in concelebrazione con le Comunità ecclesiali della Valle, accompagnata dai cantori della Federazione delle Cantorie Valsusine.

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Giunti sulla sommità dello sperone roccioso, di fronte all’impressionante Abbazia, ci siamo sentiti come avvolti in un alone di mistero (sembrava di vivere in un’altra epoca storica), ma nel contempo ci è sembrato di toccare il cielo con un dito; un luogo carico di spiritualità, ove si puo’ unire alla preghiera, l’ammirazione dell’arte, della natura e dell’architettura, e  tutto questo nel medesimo contesto.

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Il culto dell’Arcangelo, dall’Oriente si diffuse e si sviluppò nelle regioni mediterranee, in particolare in Italia, dove giunse assieme all’espansione del cristianesimo.

Nel V secolo sul promontorio del Gargano sorse il più antico e più famoso luogo di culto micaelico dell’occidente, il Santuario di San Michele a Monte Sant’Angelo. Molto presto questo Santuario divenne un luogo importante per la diffusione del culto micaelico in Europa e in Italia e rappresentò il modello ideale per tutti i santuari angelici successivi, che furono appunto eretti “a somiglianza” di quello garganico: le cime dei monti, i colli, i luoghi elevati, le grotte profonde furono dalle origini considerate come la sede più appropriata per il culto degli angeli e di Michele in particolare.

In Francia nel 708 o 709, su un altro promontorio, sulla costa della Normandia, fu consacrato all’Angelo un santuario detto di “Mont-Saint-Michel au péril de la mer” a causa del fenomeno dell’alta e bassa marea che rendeva (e rende ancora) pericoloso quel luogo. E così anche la Sacra di San Michele nasce e cresce attorno al culto di San Michele, che approdò in Val di Susa nei secoli V o VI. La sua ubicazione è localizzata sulla “ Via Michelita o  Via Angelica”, un tragitto che molti pellegrini percorrevano nel Medioevo e che  unisce, come si è detto, le Basiliche di Mont-Saint Michel in Normandia, la Sacra di San Michele in Piemonte e Monte Sant’Angelo in Puglia. La leggenda vuole che questo percorso sia stato tracciato dalla spada di San Michele durante la lotta contro il demonio, allorchè si sarebbe creata una fenditura (si dice che sia ancora presente, ma invisibile) che collega le tre basiliche dedicate a San Michele Arcangelo. Inoltre, questo tragitto è parte integrante di quel lungo “cammino” rappresentato dalla “Via Francigena”, l’antica via che univa Canterbury a Roma e poi ai porti della Puglia verso Gerusalemme (oggi riscoperta dai moderni “viandanti”, che si mettono in cammino lungo un percorso splendido e sorprendente; dal 2001 l’Associazione Europea delle Vie Francigene coordina lo sviluppo e la valorizzazione di un itinerario che attraversando l’Italia e l’Europa ripercorre la storia del nostro continente).

Ma ci sono anche altre leggende che si ricollegano più al mondo della fantasia, del surreale e della magia. Sussisterebbe una linea magica (di San Michele) ovvero il punto energetico degli equilibri europei. Proprio alla Sacra di San Michele sarebbe legato il mistero della cosiddetta linea magica di San Michele.: sembrerebbe infatti che una linea energetica unisca tre basiliche/abbazie dedicate proprio all’Arcangelo Michele. I tre punti di questa linea sarebbero: il Mont-Sain-Michel, situato in Francia nella Regione della Normandia, la Sacra di San Michele appunto e il Monte Sant’Angelo in Puglia. Secondo gli esperti di “magia bianca” il punto energetico sarebbe situato su una piccola piastrella del pavimento; posizionandosi su quel punto, sempre secondo queste teorie, si percepirebbe nitidamente la potente energia della linea magica di San Michele, che rappresenterebbe il punto energetico degli equilibri europei; punto che nella Sacra di San Michele in Piemonte si troverebbe sulla sinistra della Chiesa, subito dopo l’entrata. Ovviamente sono teorie non verificate, salvo il fatto che i tre luoghi sacri dedicati a San Michele si trovano a 1000 chilometri di distanza l’uno dall’altro, allineati lungo questa linea retta, la quale prolungata in linea d’aria, passa sopra Gerusalemme da una parte, e sopra St Michael’s Mount, in Cornovaglia sempre dedicato a San Michele e poi continua fino ad arrivare all’isola di Skellig Michael in Irlanda.

Un’altra leggenda narra di una giovane donna di nome Alda,  una ragazza molto bella, pia e devota, che – mentre stava andando al Santuario per pregare – venne improvvisamente assalita da alcuni soldati di ventura. La malcapitata fece di tutto per divincolarsi e sfuggire alla violenza gettandosi da una delle torri dell’imponente Sacra di San Michele. Precipitò nel vuoto e la sua fine sembrava inevitabile. Ma quel gesto di purezza e sacrificio impietosì talmente tanto gli angeli e la Madonna che la salvarono, facendola “atterrare” a valle sana e salva. Purtroppo la ragazza si fece prendere dalla superbia, raccontando a tutti di come era stata salvata dagli angeli e di come fosse “protetta” dal cielo. Nessuno le credeva e così, per vanità, la bell’Alda tornò sulla torre e si gettò nel vuoto. Tuttavia, considerato il futile motivo per cui la ragazza si era buttata questa volta, non ci fu nessun intervento divino a salvarla e la ragazza si sfracellò a terra. Un modo di dire locale afferma che “l’orecchio fu la parte più grande che trovarono della bell’Alda”.

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Dalle origini ai Benedettini

L’elemento peculiare della Sacra di San Michele è la sua posizione alla sommità del monte Pirchiriano, uno sperone roccioso appartenente al gruppo del Rocciavré nelle Alpi Cozie (alt. 962 metri s.l.m.). Pirchiriano è il nome antichissimo del monte, forma elegante di Porcarianus o monte dei Porci, analogamente ai vicini Caprasio, o monte delle Capre, e Musinè o monte degli Asini. Il monte vede la presenza di insediamenti umani fin dai tempi preistorici. In epoche successive viene fortificato dai Liguri e poi dai Celti sotto il dominio dei due re Cozio. Nel 63 d.c. quando le Alpi Cozie diventano Provincia Romana, il luogo, data la sua posizione strategica, viene sfruttato dai Romani come area di interesse militare, “castrum”. Dal 569 d.c. i Longobardi invadono e occupano le Alpi Cozie. E’ in questo periodo che in Valle di Susa vengono erette le famose “Chiuse dei Longobardi”. Questi innalzarono muraglie e torri attraverso la valle quando, sotto la guida del loro re Desiderio e del figlio Adelchi, si ammassarono per resistere all’entrata in Italia di Carlo Magno, re dei Franchi. Nel 773 d.c. questi ultimi, vincitori della battaglia delle Chiuse, conquistano la zona e vi rimangono fino all’888 d.c., anno in cui i Saraceni invadono le Alpi occidentali ed esercitano il loro dominio per un’ottantina di anni.

I Benedettini

Sul finire del X secolo San Giovanni Vincenzo, un discepolo di San Romualdo, inizia quassù la vita eremitica. La scelta del luogo è certamente condizionata dall’imponenza, dalla predisposizione al sacro del monte Pirchiriano e dalla preesistenza di una colonia eremitica sul monte Caprasio.

Alle soglie dell’anno mille irrompe, in quest’eremo di Giovanni Vincenzo, un personaggio che cerca redenzione da un discutibile passato: è il conte Ugo (Ugone) di Montboissier, ricco e nobile signore dell’Alvernia, recatosi a Roma per chiedere indulgenza al Papa. Questi, a titolo di penitenza, gli concede di scegliere fra un esilio di 7 anni e l’impresa di costruire un’abbazia.
Siamo alla fine del 900 quando inizia l’edificazione del monastero, affidato poi a cinque monaci benedettini.

Tramite l’iniziativa di Ugo di Montboissier e il sistematico reclutamento di abati e monaci in Alvernia, sul Pirchiriano si sviluppa un punto di sosta per pellegrini di alto livello sociale, quasi un centro culturale internazionale.
L’ambizione autonomistica è viva fin dall’inizio della storia del monastero, preoccupato di sottrarsi alla giurisdizione dei vescovi di Torino: in particolare nel secolo XI i monaci, con il loro più famoso abate Benedetto II, si schierano decisamente in favore della riforma centralistica romana. Ottenuta presto l’autonomia e l’indipendenza dall’autorità temporale e da quella del vescovo, l’abbazia, grazie ad un’ampia e intensa ospitalità, può favorire gli scambi non solo di ordine pratico ma di profondo significato spirituale, che contribuiscono a creare il patrimonio comune di una grande civiltà religiosa. È in questo periodo che la Sacra estende i propri possedimenti in Italia e in Europa, sui quali esercita diritti spirituali, amministrativi, civili e penali.

Dagli inizi fin verso la prima metà del 1300 il monastero vive la sua stagione più favorevole sotto la guida degli abati benedettini, alla quale segue mezzo secolo di decadenza.
Nel 1379 il malgoverno dell’abate Pietro di Fongeret, induce Amedeo VI di Savoia (il conte Verde) a chiedere alla Santa Sede l’abolizione della figura dell’abate monaco, cui si sostituisce quella del commendatario. Con la nomina dei commendatari incomincia l’agonia del monastero: dal 1381 al 1622 i monaci furono governati da priori, mentre gli abati commendatari, sempre lontani dal monastero, ne godevano le rendite. Uno di essi, il cardinale Maurizio di Savoia, nel 1622 convinse Papa Gregorio XV a sopprimere il monastero, abitato ormai soltanto da tre monaci.
Le rendite che servivano al mantenimento dei monaci furono destinate alla costruzione della Collegiata dei Canonici di Giaveno, i quali successero agli scomparsi monaci negli obblighi verso il monastero: a loro appartenne la cura e il servizio del Santuario fino al 1629. Così ebbe fine il potente ordine benedettino della Chiusa, dopo una vita di più di seicento anni.

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I Padri Rosminiani e gli Ascritti

Dopo seicento anni di vita benedettina, la Sacra resta quasi abbandonata per oltre due secoli! Nel 1836 Re Carlo Alberto di Savoia, desideroso di far risorgere il monumento che era stato l’onore della Chiesa piemontese e del suo casato, pensò di collocarvi stabilmente una congregazione religiosa. Offre l’opera ad Antonio Rosmini, giovane fondatore dell’Istituto della Carità, che l’accetta, trovandola conforme allo spirito della sua congregazione. Papa Gregorio XVI, con Breve dell’agosto 1836, nomina i Rosminiani amministratori della Sacra e delle superstiti rendite abbaziali. Contemporaneamente, il re affida loro in custodia le salme di ventiquattro reali di casa Savoia, traslate dal Duomo di Torino, ora tumulate in santuario entro pesanti sarcofagi di pietra. La scelta di questa antica abbazia evidenzia la prospettiva della spiritualità di Antonio Rosmini che, negli scritti Ascetici, richiama costantemente ai suoi religiosi la priorità della vita contemplativa, quale fonte ed alimento che dà senso e sapore ad ogni attività esterna: nella vita attiva il consacrato entra solo dietro chiamata della provvidenza e tutte le opere, in qualsiasi luogo o tempo, sono per lui buone se lo perfezionano nella carità di Dio. I padri Rosminiani restano alla Sacra anche dopo la legge dell’incameramento dei beni ecclesiastici del 1867 che spogliava la comunità religiosa dei pochi averi necessari per un dignitoso sostentamento e un minimo di manutenzione all’edificio. Essi vi sono tuttora, mentre le mura sacrensi echeggiano d’un insolito fervore di iniziative, favorito dalla visita del Santo Padre Giovanni Paolo II (14/7/1991), promosso e confortato dalla presenza dei collaboratori e di tanti volontari, sostenuto da enti pubblici e privati, soprattutto dalla Regione, dopo che la legge speciale del 21/12/1994 ha riconosciuto “La Sacra monumento simbolo del Piemonte”.

Accanto ai Padri Rosminiani opera da qualche anno un gruppo di Ascritti rosminiani, anch’essi membri effettivi dell’Istituto della Carità, la Congregazione religiosa fondata da Antonio Rosmini sul monte Calvario di Domodossola nel 1828. Pur non avendo i voti di povertà castità e obbedienza, essi chiedono di unirsi alla Congregazione spiritualmente, partecipando alla comunione dei beni spirituali. L’ascrizione riunisce quindi cristiani, sacerdoti, chierici e laici, che, vivendo nel mondo, desiderano conseguire la perfezione cristiana in comunione spirituale con l’Istituto della Carità. Rosmini, nel libro delle Costituzioni, presenta l’ascrizione come una fratellanza che si stabilisce tra i membri consacrati e gli ascritti per aiutarsi scambievolmente nella propria santificazione e nell’esercizio delle opere di carità. Identico è lo scopo: la perfezione cristiana mediante la carità evangelica vissuta in tutta la sua estensione. Il gruppo di ascritti della Sacra si ritrova ogni terzo sabato del mese per approfondire la spiritualità rosminiana e per la celebrazione dell’Eucarestia.

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14
set

In ricordo di Filomena

E’ venuta a mancare ieri mattina una nostra cara amica di Poggio Imperiale, Filomena Buzzerio, che avevamo rivisto solo qualche settimana fa nel corso del nostro recente soggiorno estivo in paese, e con la quale ci eravamo intrattenuti in piazza  in una piacevole chiacchierata dopo la messa vespertina del sabato sera.

Abbiamo appreso con sgomento la notizia della sua imprevista e prematura scomparsa; un vero colpo al cuore: una cara amica (e, per me, anche pro cugina) che ci lascia all’improvviso e che ci fa comprendere la fragilità della vita, i valori dei rapporti umani e quanto effimere  possono infine essere le quisquilie quotidiane che attanagliano l’umanità.

Riporto, qui di seguito, il toccante ricordo scritto per l’occasione dall’amica Antonietta Zangardi e pubblicato su Gazzettaweb.net http://www.gazzettaweb.net/it/journal/read/AMICA-DELLA-FORZA.html?id=1126

 

  AMICA DELLA FORZA

 di Antonietta Zangardi

 

Settembre, mese del rinnovamento, della ripresa e del ritorno alle attività sospese dall’estate. Hermann Hesse disegna, con delle immagini fugaci, l’estate che se ne va, crea delle atmosfere sfumate, giocando con le parole :

Silenziosa trema
l’estate, declinando alla sua fine.

Gocciano foglie d’oro
giù dalla grande acacia.
Ride attonita e smorta
l’estate dentro il suo morente sogno.

S’attarda tra le rose,
pensando alla sua pace;
lentamente socchiude
i grandi occhi pesanti di stanchezza.

 

Rubo ad un poeta il pensiero iniziale per raccontare questo settembre che ha sbalordito tutti nel nostro piccolo paese.

In un soleggiato giorno di settembre, in silenzio, sei andata via. Lo presagivi ed ecco perché ci hai voluto salutare. Abbiamo parlato tanto la sera prima che io partissi, ci siamo ripromesse che al mio ritorno avremmo ripreso il rito della passeggiata e della sosta in piazza che, sin da piccole eravamo solite fare.

La fanciullezza insieme, l’adolescenza, la giovinezza, l’età matura, tappe della vita nelle quali abbiamo condiviso gioie e angosce. Ci si ritrovava, magari dopo tanto tempo e si riprendeva il discorso, ci raccontavamo, ci ascoltavamo, ci parlavamo e poi promettevamo di rincontrarci con più frequenza.

Il sabato sera a messa, giravo la testa e ti scorgevo. Quando non c’eri, mi preoccupavo. Quando non c’ero io, tu ti preoccupavi.

Amiche da sempre. Ci univano le lunghe telefonate, quando non riuscivamo ad incontrarci. Niente e nessuno è riuscito mai a scalfire la nostra amicizia. Sì, amicizia: esiste l’amicizia, quella discreta, che non chiede e non s’impiccia, l’amicizia che unisce anche nel silenzio e in un triste giorno di settembre sei andata via, in silenzio, senza preavviso, com’era nel tuo stile, Filomena.

Non hai mai cercato nomignoli e abbreviazioni per il tuo nome e ora che non ci sei più fisicamente, voglio capire perché. Ricerco il significato e, con grande meraviglia leggo: “amica della forza”, philos, amico e menos, forza .

È incredibile! Ora che non ci sei più scopro di aver avuto come amica, un’amica della forza.

                                                                           Antonietta Zangardi

 

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Foto di repertorio

https://it.wikipedia.org/wiki/Poggio_Imperiale


23
ago

La “terra” di Nazario D’Amato

Si è tenuta a Poggio Imperiale, alle ore 19,30 di domenica 21 agosto 2016, presso il Centro Polivalente di viale Vittorio Veneto n° 50, la manifestazione di presentazione  dell’ultimo libro di Nazario D’Amato intitolato “terra … racconto in storie e versi, dell’appartenenza”, che ha fatto registrare una folta ed interessata partecipazione di pubblico.

L’evento culturale è stato promosso dal Comune di Poggio Imperiale, la locale Sezione AVIS e le Edizioni del Poggio.

Terra, libro di Nazaio D_Amato

Relatori sono stati Lorenzo Bove, Appassionato di Tradizioni e Storia Locale ed Enzo D’Agostini, Amico d’infanzia dell’Autore, mentre Claudio Quartaroli, anch’egli Amico d’infanzia dell’Autore, ha letto alcune delle poesie contenute nel libro.

Il Sindaco Alfonso D’Aloiso, presente all’evento, ha porto i saluti dell’Amministrazione comunale ed ha accompagnato anche, alla chitarra, l’amico Nazario D’Amato , nel corso delle sue esibizioni canore proposte nel corso della serata. L’intrattenimento musicale è stato altresì arricchito dalla potente voce della nota e brava cantante poggioimperialese Stefania Cristino. Mixer audio, Dino Vitale.

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Si riporta, qui di seguito, la relazione svolta nell’occasione da Lorenzo Bove, autore della Prefazione e della quarta di copertina del libro di Nazario D’Amato.

« Buonasera a tutti. E’ con vero piacere che mi accingo  a svolgere la mia relazione in occasione della presentazione dell’ultimo libro del nostro compaesano Nazario D’Amato; è la terza volta che mi capita quest’anno di essere presente qui a Poggio Imperiale in veste di relatore in circostanze come questa, e la cosa mi rende particolarmente lieto, soprattutto stasera che si parla di … terra … di appartenenza …

“ La Terra nel suo significato più generale e la Terra come luogo di riferimento intimo e personale: la prima da amare, proteggere e preservare, l’altra di cui invaghirsi, infatuarsi e da desiderare fino all’inverosimile. Sentimenti delicati e preponderanti al tempo stesso, che la lontananza amplifica inesorabilmente. E il desiderio del ritorno che diviene sempre più forte.

Versi appassionati e storie che si intrecciano tra loro,  svelando il naturale trasporto affettivo dell’uomo alla ricerca di un punto di riferimento che gli dia sicurezza: versi e storie che parlano di avvenimenti, luoghi e persone, ma che esprimono concetti di portata universale per la loro trasversalità di riferimento.

Perché, come si suol dire, “ogni mondo è paese”!

Nazario D’Amato, eclettico autore di libri e poesie, ma anche di musica e canzoni, che peraltro interpreta egregiamente accompagnandosi con la sua chitarra, ritorna al pubblico con un nuovo libro dal titolo “Terra, racconto in storie e versi, dell’appartenenza”, per i tipi delle Edizioni del Poggio, che suona come  un inno di lode al suo amato paese natìo, attraverso rappresentazioni diverse che si snodano nel tempo e nello spazio, con le sfumature dei suoi sentimenti più profondi che ne impreziosiscono lo scenario, mettendo particolarmente in risalto il paradigma dell’appartenenza, che per Nazario rappresenta il tema dominante, il motivo conduttore di questo suo ultimo lavoro.

Traspare la nostalgia dei luoghi che ha lasciato da giovane, per motivi di lavoro, e che non ha mai dimenticato e la forza delle origini e della Terra che lo sorregge, lo ispira e lo esalta. “Perché quando sei in terre ‘straniere’ e fra gente sconosciuta” – scrive Nazario – “le tue radici, finchè non si radicano nella terra nuova, ti sostengono, non ti fanno vacillare dentro le bufere dei cambiamenti, delle novità, della solitudine”.

In una qualche maniera, negli scritti di Nazario è possibile ritrovare tracce del celebre sonetto di Ugo Foscolo “A Zacinto”, dedicato all’isola del mar Ionio (l’odierna Zante) dove egli nacque. Il poeta affronta il tema dell’esilio e della nostalgia della terra natale, paragonando la sua condizione a quella di Ulisse, che però fu più fortunato in quanto riuscì a rimettere piede sulla sua petrosa Itaca, mentre lui è condannato ad una illacrimata sepoltura, senza pianto, cioè morirà lontano dalla sua terra che non potrà rimpiangerne la scomparsa.

Sicuramente per Nazario non si tratta di esilio né tantomeno di diaspora, tant’è che egli, spesso e volentieri, fa ritorno alla sua Zacinto, anche se per pochi giorni o comunque per brevi periodi di tempo. Ma questo mordi e fuggi non gli basta: solo con il rientro definitivo in patria si sentirà davvero appagato e Nazario si dimostra fermo nei suoi propositi di ritorno risolutivo a Tarranóve, a differenza del Foscolo ormai rassegnato alla lontananza: “Né mai più ti rivedrò …”.

E i versi di alcune poesie del “Distacco” danno forza a questo suo esacerbato desiderio:“ … una barca senza vela, curvo ai remi un pescatore anela a miglior fortuna”, in “E’ sera”; ed ancora:“… ammirare per l’ultima volta … il sole, all’alba meridionale, spuntare …”, in “La Speranza”; ed ancora:“… ritroverò il cammino, non sarà il mio cammino stesso tratto pietoso di gente amica partita e mai più tornata: io ritornerò …”, in “Ma io tornerò”; ed ancora:“… sono la mia storia gli umori della terra, voglio morire negli umori della terra, voglio dissetarmi a questa fonte palpitante natura di donna in amore …” in “Voglio”.

Nazario, pur tormentandosi per la lontananza, non trascende mai in improperi o maledizioni verso l’ingrato destino o verso la Natura matrigna, ma,  al contrario, cerca comunque di farsene una ragione : “… cantare alla vita e alla malinconia, alla casa lontana e alla nostalgia, con il sorriso cantare, finchè non viene il giorno cantare, perché domani è un altro giorno anche se la tristezza farà ritorno”, in “Domani è un altro giorno” … prendendo magari spunto dal famoso romanzo e colossal cinematografico “Via col vento”; ed ancora:“…o terra forestiera o terra di frontiera o terra senza storia! Se avessi memoria  dei tuoi canti e dei tuoi lamenti non avrei paura e non sarebbe così scura questa notte di tormenti e di nostalgie …”, in “Il Temporale”. Anche se, inevitabilmente, lo sconforto della solitudine prende il sopravvento: “malinconie d’amore, versi nella solitudine che in eco fanno ritorno. Ma è solo l’eco. Nessuno ha sentito, nessuno ha ascoltato”?, in “Che calma stasera”, ed ancora: “Odo, violentate dal vento, le foglie secche del cortile rumoreggiare, impazzite. Stanca, la mano al mento”, in “Attesa”.

Il libro di Nazario è ben strutturato e la lettura risulta gradevole ed armonica, sia nella parte in prosa sia in quella dedicata ai versi. Nei primi due racconti, l’Autore regala alcuni scorci di storie del passato terranovese, riuscendo a rendere lieve, con molta maestrìa, anche qualche passaggio piuttosto scabroso (niente paura, si tratta solo di cimiteri, becchini e di qualche naturale decesso). Nel terzo, viene affrontato il delicato problema generazionale padre-figlio, con effetti flashback , e cioè con l’inserimento di ricordi del passato che si intrecciano con episodi del presente; ma si parla anche di amicizia,  solidarietà e misericordia. L’ultimo dei quattro racconti, infine,  parla di un viaggio verso i ricordi del passato, attraverso i nomi degli amici di un tempo che andrà ad incontrare.

La seconda parte, dedicata alle poesie, si snoda lungo un percorso logico che parte dal “distacco” del giovane Nazario dal suo paese e che si sofferma alle “terre” ovvero ai luoghi da lui praticati e vissuti, per passare poi ai “transiti”, che riguardano i suoi viaggi per e da Poggio Imperiale, il borgo, visto – in maniera quasi morbosa – sotto ogni profilo e sfumatura possibili, approdando infine alla “Terra”, quella Terra che rappresenta il fine ultimo al quale l’Autore anela: “… ti penso ogni giorno e ogni giorno te lo dirò, finchè metamorfosi non ci farà stessa luce …”, in “Madre Terra”, ed ancora: “perché il paese è una memoria cara, un tremito del cuore, un pensiero che non muore … ma tu l’ami, gli vuoi bene, ti batte il petto solo a dire il suo nome, a pensarlo …”, in “Soliloquio, ovvero: Tutt i vot ka vaje senza ji” (tutte le volte che vado senza andarci).

Nazario si è rivolto, per la prefazione di questo suo ultimo libro, complice l’Editore Peppino Tozzi, al quale vanno riconosciuti i meriti per l’impegno e gli sforzi profusi per mantenere alto  il livello di cultura a Poggio Imperiale, a qualcuno che potesse “meglio compenetrarsi nelle delicate tematiche da lui affrontate”. Mi è stato dunque richiesto, bontà loro, di scrivere qualcosa in quanto, anch’io nativo di Poggio Imperiale, ho mantenuto forte l’attaccamento e l’amore per il mio paese di origine, nel quale ho trascorso la mia fanciullezza e la mia prima giovinezza, assaporando la gaiezza e la spensieratezza di quel tempo immemorabile che non ho mai più dimenticato. E il continuo rapporto che ho mantenuto e continuo a mantenere con il paese, con i parenti, gli amici di infanzia e con tutte le persone che ho avuto il piacere di incontrare e conoscere nella mia vita, non fanno altro che alimentare e consolidare al tempo stesso tali nobili sentimenti.

Ritorniamo ora al libro, per sottolineare alcuni altri aspetti che, non di meno, affiorano dalla sua lettura. L’Autore, a ben vedere, non si limita a trasmetterci  solamente, come abbiamo già constatato, le proprie emozioni per effetto del distacco, la lontananza, il desiderio del ritorno, ponendo come fulcro della sua analisi il rilievo dell’appartenenza, ma  sconfina – nel senso positivo del termine -  nell’universo dei valori umani, non solo riferiti all’etica ma anche al carattere e all’integrazione con gli altri, palesando così, con malcelato orgoglio, il suo impegno sociale e cristiano: “… c’è della dignità imbarazzante nella povertà, spesso sconosciuta ai ricchi” – scrive l’Autore, aggiungendo, tuttavia – “… non c’è niente di peggio di un povero che, sgomitando nella competizione per emergere nella scala sociale, dà colpi nel fianco del suo vicino, al suo compagno …”. Ed ancora: “Primiano … un terreno di scontro con il padre che lo ammoniva con un ‘uagliò’!, un richiamo tenero a tenere i piedi per terra … sapendo che il figliolo aveva complice ‘irresponsabile’ il nonno… che lo incitava … a non desistere, a provarci, come volendogli dire, lui aveva superato sia la sua età che quella di suo padre, che aveva sperimentato l’esaltazione del sogno, la saggezza di non inseguirlo e l’amarezza per non averlo fatto, che forse non vale la pena abbandonare i sogni, anche quando sembrano irrealizzabili, perché alla fine nulla sarà più grande e promettente di essi”; ed ancora: “il chierico più stupido porta la croce … nella vita non conta l’alpinismo sociale, il retaggio, i soldi … [conta] la solidarietà, la giustizia, stare dalla parte degli ultimi e con gli ultimi portare la bandiera del riscatto sociale, dell’appartenenza … ammirare il Cireneo … ama il prossimo tuo … o gli uomini impareranno ad amarsi o periremo tutti insieme … ”; ed ancora: “… alla nuda terra, nudo consegnato … così come al mondo sono arrivato, e per fiore su di me addormentato, piantate un verde albero di ulivo, perché a lui io sia intrecciato …”; ed ancora: “… era una sorta di lezione di vita [quella di nonna Chela] perché preannunciava al pargolo una legge sociale, ed umana al tempo stesso, della quale crescendo avrebbe dovuto prendere coscienza …”.

E, per finire, non ci si può esimere dal far cenno alla tutela dell’ambiente e alla conseguente necessità di preservare la Natura dagli sconsiderati attacchi dell’uomo: altro tema caldo, toccato dall’Autore, con il quale si chiude il cerchio e si viene ricondotti ineluttabilmente al punto di partenza, ovverosia alla considerazione dei valori della Terra e dunque dell’appartenenza. “ … Cosa non darei per appiattire questi cumuli di terra sventrata, queste ferite che imprigionato in un recinto dall’orizzonte parziale, precluso …”, scrive Nazario, riferendosi allo scempio paesaggistico perpetrato nel territorio di Poggio Imperiale e dintorni, per via dei notevoli “cumuli” di materiali provenienti dagli scavi delle cave di pietra. Ed ancora: “… L’orizzonte ci era stato già rubato con monti posticci di sassi e pena, terra sventrata, corpo squarciato dov’era il grano, l’ulivo …  poi è arrivata nuova rivoluzione, catturare energia in forma di vento … tramuta il paesaggio in elica olandese, mostri pale sulla nostra vita … scelleratezza ha profanato filo d’erba, arcobaleno, terra e mare ….”. Qui l’Autore allude alle “pale eoliche” che hanno invaso buona parte del territorio e a Poggio Imperiale, in particolare, è presente un articolato complesso di produzione di energia alternativa denominato  “parco eolico”.

Mi accingo ora a concludere il mio intervento con un’ultima citazione tratta dal libro di Nazario, qualche verso di una sua poesia scritta nel 1970, “La Zolla”, all’età di 16 anni, che reputo sia da intendere un po’come la  password, la parola segreta, la chiave di accesso, per cogliere appieno quanto egli ha inteso qui palesare con le sue poesie e le sue storie:“… Per Michele, mio padre, la terra è come Dio, origine, ragione, madre e tal mi sento io …”.

Grazie e buona continuazione di serata ».

IMG-20160822-WA0009IMG-20160822-WA0012Stefania Cristino


26
lug

“Pensieri” di Rossella Lentinio

La sera di sabato 23 luglio 2016 a Poggio Imperiale è stato presentato al pubblico, presso il Centro Polivalente di viale Vittorio Veneto n°50, il libro di poesie di Rossella Lentinio dal titolo “Pensieri”.

L’interessante manifestazione, organizzata dall’Associazione Poggio Circuito Creativo e dalle Edizioni del Poggio, è stata patrocinata dal Comune di Poggio Imperiale, il cui Sindaco Alfonso D’Aloiso presente alla serata ha espresso, oltre ai saluti di rito, i sentimenti di apprezzamento per tutte le iniziative culturali promosse in paese, grazie anche agli impulsi propositivi dell’Editore Peppino Tozzi.

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Relatori dell’evento sono stati Giucar Marcone, giornalista, poeta e scrittore; Concetta Pinnelli, scrittrice; Lorenzo Bove, appassionato di tradizioni e storia locale. Sono poi seguiti gli interventi di Alfonso Chiaromonte, scrittore e ricercatore storico; Peppino Tozzi, Editore; Rossella Lentinio, autrice del libro. Nel corso della serata, mirabilmente condotta da Krita Koritari, sono state declamate alcune delle poesie tratte dal libro “Pensieri”, a cura di alcune delle componenti del centro culturale Poggio Circuito Creativo, con dei piacevoli intermezzi musicali offerti dal bravo Dino Vitale.

Qui di seguito, viene riportata la relazione svolta da Lorenzo Bove.

«Siamo qui riuniti stasera per la presentazione del secondo libro della nostra compaesana Rossella Lentinio; si tratta questa volta di una raccolta di sue poesie inedite, pubblicate dalle Edizioni del Poggio nella collana “Emozioni” diretta dal giornalista e scrittore Giucar Marcone.

Leggere le poesie di Rossella Lentinio è un po’ come perdersi nella contemplazione di un mare calmo e sereno, accarezzato da una lieve e piacevole brezza; è come passeggiare in verdi prati e soffermarsi ad ammirare le bellezze della natura pura e incontaminata; è come confondersi nell’infinito di un cielo stellato di una notte nitida e sgombra da qualsiasi nuvola.

La semplicità, la delicatezza e la purezza dei sentimenti che traspaiono dai suoi versi, palesano la potenza della sua forza interiore, mettendo in luce i suoi sentimenti più profondi, e l’amore in particolare.

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L’amore nel suo significato più generale e l’amore come riferimento intimo e personale.

L’amore per il fratello che … “un destino avverso ha voluto che tu ci lasciassi troppo presto Ora: quando guarderemo il cielo e conteremo le stelle, sapremo che tu sei una di loro che veglia su di noi e ci protegge. La più luminosa, la più vicina”, in “A Fabrizio”.

L’amore per il padre, anch’egli venuto a mancare successivamente, … “ricordi di vita spezzata”, in “Pensieri”.

L’amore per la madre … “Ti adoro stella che mi guidi nella mia vita”, in “Piccoli frammenti”.

L’amore per il fidanzato … “Sei tu il mio dono che dà alla mia vita un senso …”, in “Dedicata a te”.

L’amore per la natura, in “Se fossi un seme”, ove l’autrice spazia con la fantasia in un processo di metapsicosi , immaginando di poter trasmigrare in un altro corpo fisico … vegetale, animale o minerale  che sia, reincarnandosi   in un seme o in una farfalla od anche in un’onda del mare. E in queste sue nuove dimensioni, alimentata e sostenuta dalla forza dell’amore, compiere cose semplici e strabilianti al tempo stesso. Come seme … “tramutandomi in un bellissimo fiore, profumo della tua dolcissima essenza “; come farfalla … “volerei nell’aria limpida e serena, per posarmi su di te, su quel seme divenuto fiore”; come onda … “ti travolgerei nel mare del mio cuore”.

L’amore per la vita, il desiderio di farcela e di riuscire a raggiungere i traguardi ambiti, quasi per esorcizzare soggezioni di qualunque natura, rimuovere paure, superare le indecisioni … e provare a vincere. Ne troviamo tracce in diverse poesie: … “Se cadi rialzati, perché nulla è perduto e continua a proseguire: è la tua strada. La vita ti è vicina, combatti con coraggio, arriverai al bel miraggio, è la vittoria che ti viene ad abbracciare e a darti un altro dono per aver lottato e per aver raggiunto la tua vetta amata”, in “La vita”. Ed ancora … “Anche se a volte al timone di questa barca, mi soggiunge un po’ di paura, e la mia meta è ancora insicura. All’improvviso il mio cuor si rinfranca, e si accende in me la speranza, che questo navigare nel mare della vita, è forte gioir della mia riuscita”, in “Mare di vita”. Ed ancora … “Stella che sei lassù nei cieli … stammi vicino, rendi più facile il mio cammino, porta un messaggio a che ti ha creata e digli che la mia vita è più bella perché posso contare su di te”, in “La stella”. Nel commento a quest’ultima poesia, l’autrice sottolinea che “La stella rappresenta le speranze di ciascuno di noi di vedere realizzati i propri desideri e infine ringrazio Dio di aver creato questo astro luminoso”.

L’amore per la sua terra, per il suo amato paesello, Poggio Imperiale … “Il vento che accarezza queste tue colline estese, fa di te un dolce paese … La tua aria così salutare, fa di te un paese ideale …, in “A Poggio Imperiale”. 

Ma le poesie di Rossella Lentinio spaziano pure su altre tematiche, anche se il filo conduttore rimane sempre l’amore, nel suo valore assoluto.

Vi è il ripudio della guerra e la pietà per le vittime innocenti … “Questa realtà non è per niente bella: perché c’è la guerra. Provo un immenso dolore che trafigge il mio cuore. E’ come una lama di coltello che mi s’impunta nel petto. Sono allibita per la morte di quel bambino … così fragile e piccolino. Come un germoglio appena fiorito e già caduto a terra appassito … “, in “La guerra”. Ed ancora … “Occhi di piccoli innocenti …sono piccoli angeli che piangono impauriti. I loro sogni infranti … per colpa di uomini prepotenti … quei bambini resteranno sempre nella nostra memoria”, in “Occhi innocenti”, dedicata alla strage dei bambini vittime del nazismo.

Vi è poi la donna: una lode a tutte le donne … “a volte capricciosa ma per i figli è disposta a far qualunque cosa”, in “La donna”.

Vi sono anche tre delle quattro stagioni: “Primavera”, un vero inno alla vita … “Tutto si rinnova, è come girare una pagina nuova, che ti incita a vivere”;  “Estate” … “estate calorosa, che ci porti allegria e tanta simpatia”; “Inverno”, ove l’autrice evidenzia, nel suo commento, “il pessimismo della vita paragonato alla fredda stagione invernale”. Ma anche qui, a ben vedere,  traspare – seppure in maniera molto velata – l’ottimismo della speranza. Infatti, laddove si narra che …“Nella folla c’è un vecchietto che soffre fame e freddo, senza tetto e senza amore. Quanto gelo avrà in fondo al suo cuore, il suo tempo se ne sta andando, vorrebbe qualcuno al suo fianco …”, emerge forte il desiderio e la speranza del vecchietto di vivere, di sentire il calore, l’affetto e l’amore di persone amiche … e poi, magari, lasciare questo mondo, a suo modo felice, contento ed appagato.

Vi è infine la solitudine, raccontata sulla scorta della propria esperienza personale in età adolescenziale: “Sono sola in una grande stanza, quello che mi manca è un’amica, di giochi e di vita, che mi incoraggi e che mi sappia amare, che mi tiri su di morale  … , in “La solitudine”. Anche in questa occasione sembrano scorgersi sintomi di pessimismo, che vengono tuttavia smentiti poi, leggendo la poesia “Mamma”, scritta evidentemente molti anni dopo. Qui si rinvengono elementi che dimostrano che proprio quei suoi desideri sono stati pienamente esauditi da una persona a lei tanto cara, che oltre ad esserle madre è stata anche la sua vera amica del cuore, che l’ha sempre incoraggiata e amata, oltre a tirarla su di morale. Leggiamo insieme alcuni versi: “Tu sei l’unica, la sola, che mi sprona e mi incita ad andare avanti, a non arrestarmi mai dicendomi: dai che ce la farai. Abbiamo percorso strade ardue insieme, ti tenevo la mano ben stretta, sicura che mi avresti protetta, così è stato, qualsiasi ostacolo col tuo amore l’ho superato. Ti ammiro mamma, ti adoro”.

E, dunque, ancora “amore”, sempre “amore”, un rapporto duale basato su uno scambio emotivo generato dal bisogno fisiologico della gratificazione e dal bisogno dello scambio affettivo. E l’amore è davvero una forza e una energia che riesce a dare un senso profondo alla nostra vita.

A Rossella Lentinio gli auguri di un futuro raggiante sia sotto il profilo personale che per quanto attiene agli sviluppi professionali e, perché no, anche artistici, dopo la pubblicazione del suo primo libro dal titolo “Un sogno megagalattico” e di quest’ultimo di poesie dal titolo “Pensieri”, che questa sera stiamo presentando.

Grazie e buona serata a tutti ».

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22
giu

I centocinque anni di zia Nannina …

Centocinque anni ben portati, molta lucidità e tanti ricordi della sua lunga vita da raccontare.

Giovanna Galullo, vedova Fusco, per tutti  Nannina,  è nata a Poggio Imperiale in provincia di Foggia il 24 giugno 1911  da Primiano Galullo e Primiana Bubici, e gode tuttora di discreta salute, pur nella considerazione di qualche inevitabile problema legato all’età avanzata.

Il giorno 24 giugno 2016, nella ricorrenza della festività di san Giovanni Battista, la zia Nannina festeggia il suo centocinquesimo compleanno, coincidente anche con il suo onomastico.

Attualmente è qui a Sesto San Giovanni, ospite della figlia Pompea Anna, e quindi abbiamo colto l’occasione per farle visita.

Ci ha accolto con molto piacere e, sorprendentemente, non solo ci ha subito riconosciuti, ma ha rievocato con noi i tempi andati, con molta lucidità, citando fatti, date, circostanze e nomi di persone delle quali  faceva specifico riferimento.

Naturalmente si è parlato, per lo più,  di ricordi comuni considerando, per un verso che le nostre famiglie abitavano nella stessa via De Cicco, ed erano dunque vicine di casa, e, per l’altro, che con la famiglia di mia moglie vi è anche un rapporto di parentela, in quanto il marito Nicola Placido Fusco era cugino di primo grado di mio suocero Michele Palmieri.

Zia Nannina andò sposa a 23 anni a Nicola Placido, che di anni ne aveva 24 in quanto nato  il 5 ottobre 1910,  e le nozze furono celebrate a Poggio Imperiale nella chiesa di san Placido Martire nell’ottobre del 1934.

Il suo abito nuziale venne confezionato dalla sarta  poggioimperialese Vincenza Savino, che viene ricordata come un vero talento per l’epoca e che era circondata da molte ragazze apprendiste del paese, tra le quali mia suocera Elena Ciampa nata il 18 aprile 1916. E toccò proprio a lei, assieme con qualche altra ragazza, provvedere alla consegna del vestito alla sposa. Sembrerà banale, ma da quanto ci viene riferito, si trattava di un rito formale molto delicato ed importante, che la maestra di cucito affidava esclusivamente alle allieve più brave ed affidabili … rammentando loro che alla sposa bisognava dire: “ Augurij(e) e parauànt(e)”, che significava semplicemente : “auguri e dacci la mancia”.

Dal loro  matrimonio nacquero cinque figli: Gina e Pompea Anna (gemelle) nel 1935, Matteo nel 1939, Primiano nel 1947 e Michele nel 1954.

Ci furono anni difficili, la guerra (il marito venne inviato in Libia, nel Nordafrica), i sacrifici, le privazioni, poi finalmente l’assunzione nelle Ferrovie dello stesso Nicola Placido e la sistemazione di tutta la famiglia a Cervaro nei pressi di Foggia, con alloggio in una casa cantoniera (casello ferroviario), e poi il trasferimento al Nord, a Cantù in provincia di Como.

E successivamente, dopo la pensione, il ritorno in paese, dove qualche tempo dopo, il 23 luglio 1984,  Nicola Placido lasciò la sua vita terrena e dove le sue spoglie mortali riposano nel locale cimitero.

Sono ancora vivi in me i ricordi della mia fanciullezza trascorsa a Poggio Imperiale, e rammento i buoni e cordiali rapporti che intercorrevano tra le nostre famiglie e con gli altri vicini di casa; un clima sereno fondato sulla stima e la solidarietà. E i giochi e le marachelle con Primiano,  che dei cinque figli è quasi mio coetaneo (io sono due anni più vecchio).

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Ma ricordo con molto piacere anche il periodo in cui risiedevano  a Cantù, quando ogni tanto andavamo con i miei suoceri a trovarli, e mi tornano ancora alla mente le “pizzate” che zia Nannina improvvisava nel loro orticello e la sua squisita e straordinaria ospitalità.

Nell’occasione della nostra recente visita alla zia Nannina, qui a Sesto San Giovanni, la figlia Pompea Anna ha voluto suggellare l’incontro offrendoci dei gustosissimi “poperati”, uno dei nostri tipici dolci paesani, da lei preparati appositamente; un segno tangibile del nostro comune attaccamento alle radici e alle tradizioni terranovesi, che assume particolare rilevanza proprio per la presenza della nostra ultracentenaria che incarna non solo le radici e le tradizioni, ma anche una buona parte della storia del nostro amato paesello.

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I nostri più fervidi auguri alla cara zia Nannina, perché voglia compiacersi di continuare a farci gioire della sua presenza fra di noi per tutto il tempo che le verrà ancora concesso di godersi l’affetto di quanti le vogliono bene e le sono premurosamente vicini.

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7
giu

I pianeti della fortuna …“ ‘dduwenà a venture”

In genere, a Tarranòve, si diceva: “ ‘dduwenà a venture” (1), che alla lettera  significa “indovinare la sorte”, predire il futuro. Nel termine ‘dduwenà (indovinare), che si legge ‘dduwnà, con la e muta, è presente la w (doppia v) che non appartiene all’alfabeto della lingua italiana, ma che è stata inserita volutamente per ricostruire la fonetica ovvero quel particolare suono del termine dialettale, non altrimenti possibile. Un simbolo fonetico è un segno convenzionale usato per significare la descrizione articolatoria di un suono, nonché una sua approssimata collocazione in determinate classi detti foni, dal momento che nessuno è in grado di riprodurre due volte lo stesso identico suono.

Ma veniamo a noi.

Tanti anni orsono, non era insolito vedere circolare in paese forestieri muniti di una gabbietta con un pappagallo dalle piume colorate e una cassetta piena zeppa di bigliettini di tonalità diverse.

Facevano il giro di tutte le strade, avvicinando le persone che incontravano e bussando ad ogni singola porta di casa, per offrire a tutti  il loro speciale “servigio” (2).

Ed era un “servigio” che evidentemente doveva rendere a sufficienza, considerata la fatica che essi erano costretti ad affrontare, trasferendosi di paese in paese a piedi o con mezzi di fortuna.

In effetti, un po’ di superstizione è sempre aleggiata tra la gente, soprattutto tra le classi meno abbienti, e non solo; la differenza era nel fatto che le persone più colte e quelle con maggiori disponibilità non lo esternavano pubblicamente, così come non lo faceva il clero.

E, quindi, ognuno si fermava per strada o apriva il proprio uscio di casa per far entrare ed accogliere il forestiero di turno, che arrivava attrezzato con gabbia, pappagallo e cassetta.

Ma cosa c’era di tanto prezioso in quelle cassette?

E cosa c’era scritto in quei bigliettini colorati?

Alla singola richiesta, “u ‘dduwenatore”, il “divinatore” (3), l’indovina venture, chiedeva immediatamente all’interessato/a se fosse ammogliato/maritata e quindi apriva il cassetto dei bigliettini  e subito dopo tirava su  lo sportellino della gabbietta, solleticando il collo del pappagallo, il quale andava a pescare, a caso, uno dei tanti  bigliettini variopinti, detti “pianeti della fortuna” (in dialetto: “a pianete”).

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Erano momenti di  indescrivibile esaltazione, che a volte sfociava in un vero e proprio fanatismo.

Per ciascuno/a veniva fuori una previsione che, a ben vedere, corrispondeva con le proprie aspettative e quindi i celibi e le nubili si sarebbero presto sposati,  gli uomini sposati e le donne maritate avrebbero messo al mondo dei figli, i senza lavoro avrebbero presto trovato occupazione e chi versava in condizioni di disagio (economico od altro), presto avrebbe visto schiarirsi all’orizzonte  la fine di tale situazione con l’arrivo di denaro e tanta buona salute.

Il tutto infarcito di proverbi, frasi fatte e numeri da giocare al Lotto, rispettando – alla grande – la scuola divinatoria dell’antica Sibilla: “andrai in guerra morirai non tornerai” (4).

E si pagava in denaro, ma anche in natura, offrendo olio, vino, salsicce, soppressate, ceci e fagioli secchi, olive sotto sale e in salamoia, fichi secchi normali o  farciti con la mandorla, ma anche uova, pagnotte di pane e, a seconda delle stagioni e delle ricorrenze, taralli, tarallucci, poccellati, nevole, scarpelle, ed altro.

Un esempio di un bigliettino per “uomo” e “ammogliato”, di colore “arancione”:

 “IL PIANETA vi dice il vero: “Se una cosa vi va male, un’altra subito dopo non mancherà di andare bene: Sapete quel proverbio che avverte: “Il mondo è fatto a scale, chi le scende e chi le sale”? Ebbene questo proverbio si addice magnificamente a voi! Se altri attualmente stanno in cima, verrà anche il vostro turno per arrivare in alto. Ricchezze, onori, amore, proprio tutto quello che volete, non mancherà al più presto possibile di venire incontro alla vostra persona…  il vostro nobilissimo spirito dimenticherà i torti e le offese ricevute e colmerà di bene anche chi vi ha fatto coscientemente tanto e tanto male. Ciò sarà un altro vostro pregio, proprio come si legge nel Vangelo che “la migliore vendetta è il perdono”. LOTTO. Il 5 e il 21 fanno insieme un bell’ambo ma, uniti al 71 sono il terno miglior. TOTOCALCIO. In dose quasi uguale mettendo l’uno e il pari col due, ch’è più fatale, la scheda vincerà: 1 X 1 2 X 1 1 X 2 X 2 1 2”

I foglietti, che diventavano veri e propri cimeli storici, erano un po’ come gli almanacchi di “Barbanera”, ai quali la credenza popolare attribuiva poteri divinatori di grande rilievo:

Gli astri, il sole ed ogni sfera

Or misura Barbanera.

Per potere altrui predire

Tutto quel che ha da venire.

Filastrocca che appariva accanto al titolo dell’almanacco popolare.

Con qualche soldo o con una modesta regalia, il foglietto ti dava informazioni quasi esaustive sul tuo futuro, sulla tua nobiltà d’animo e sulle tue virtù, non solo, ma ti offriva pure ambate, terni e colonne vincenti per farti diventare ricco sfondato.

A Tarranòve, “i  ‘dduwenature” (così si dice al plurale, mentre al singolare: “u ‘dduwenatore”) arrivavano con una certa frequenza; facevano puntualmente la loro ricomparsa soprattutto in occasione delle feste più importanti e stazionavano in piazza vicino all’ingresso della Chiesa di San Placido Martire o anche  davanti ai bar, tentando di convincere giovanotti e ragazzi, con l’illusione  che su quel fatidico foglietto, tirato fuori a metà dal pappagallo, c’era stampato il loro futuro e la loro fortuna. Tanto insistevano e tanto erano colorati e allettanti quegli arcani foglietti che alla fine il pappagallo, a comando, andava a beccare e a tirare fuori il bigliettino secondo l’età, il sesso e lo stato civile. E, con pochi spiccioli, venivano alimentate la speranza e l’illusione di un futuro roseo in tutti i campi: amore, ricchezza, lavoro.

Ma forse il trucco non è era poi così difficile da scoprire. I pappagalli erano ammaestrati e, a seconda del tipo di solletico che veniva praticato sotto il loro collo, essi andavano a beccare il foglietto nel reparto giusto (uomo, donna, celibe, nubile, ammogliato, maritata).

Anche a molti dei nostri compaesani del passato, così come accadeva in tanti altri luoghi di un tempo, è forse stata “indovinata la ventura” da uno di questi “foglietti- pianeti coloratissimi”, che è loro capitato di prendere dal becco di un pappagallo portato in giro in una gabbietta da qualche ‘dduwenatore di passaggio. Questi “foglietti” rappresentavano una sorta di miraggio rispetto alla meta cui le classi meno abbienti riservatamente aspiravano, e l’oracolo in essi racchiuso riusciva a mitigare le sofferenze e le privazioni, protraendo nel tempo la loro segreta speranza. Ai poveri e agli sfruttati, infatti, altro non restava che vedere realizzata la loro aspirazione al benessere e alla giustizia sociale solo attraverso la rappresentazione del sogno attraverso una illustrazione fantastica.

Note:

(1) Ventùra, termine arcaico per indicare sorte, destino; “sperare nella ventura”: sperare nella buona sorte, fortuna, ecc.

(2) Servigio, termine arcaico, per indicare un atto generoso e disinteressato con cui si opera a favore di persone, gruppi, istituzioni ( esempio: mi hai reso un grande servigio).

(3) Divinatore/trice, dal latino tardo “divinatōre(m)”, che, chi divina; indovino.

(4) Si tratta di un classico esempio divinatorio; un frase che, a seconda della collocazione della virgola, può dare significati diversi.

-          1° esempio: “Andrai in guerra, morirai, non tornerai” = vuol dire che il tizio morirà in guerra e non farà più  ritorno a casa.

-          2° esempio: “Andrai in guerra, morirai non, tornerai = vuol dire che il tizio non morirà in guerra e che quindi tornerà a casa.

La Sibilla, tra i fumi dell’incenso nella semioscurità della sua grotta, farneticava, sentenziava, vaneggiava, diceva e non diceva ed ognuno traeva dall’oracolo considerazioni più o meno propizie. E, quindi, allorchè gli eventi si presentavano  poi con effetti negativi, la colpa non era mai da attribuire alla Sibilla, ma al fatto che non erano stati in grado di interpretare l’oracolo.

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19
mag

In ricordo di don Nannino … nel ventennale della sua dipartita!

Si terrà a Poggio Imperiale, nei prossimi giorni, un’interessante conferenza riguardante ” I beni culturali: ricchezze da tutelare”, nell’ambito del bicentenario dell’autonomia amministrativa del Comune di Poggio Imperiale (1816 – 2016), e per il ventennale della dipartita di Mons. Giovanni Giuliani Jr, alias Don Nannino (1996 – 2016); due importanti avvenimenti, per la nostra comunità. che ricorrono proprio quest’anno.

I beni culturali, come ben sappiamo, si dividono in beni materiali e in beni immateriali; un bene culturale si definisce materiale quando è fisicamente tangibile, come un’opera architettonica, un dipinto, una scultura e si definisce invece immateriale quando non è fisicamente tangibile, come una lingua o dialetto, una manifestazione del folklore o persino una ricetta culinaria. Il nostro amato e giovane paesello non ha la fortuna di possedere molti beni materiali, ma sicuramente è ricca di beni immateriali che bisogna ben custodire e valorizzare opportunamente. Il nostro dialetto, le nostre tradizioni, la nostra cucina e le tante altre (apparentemente) piccole cose che possono e devono essere tramandate ai posteri, perché ne abbiano memoria.

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Il convegno avrà luogo  giovedi 26 maggio 2016, alle ore 18,30, presso la sala teatro di via Oberdan, e toccherà principalmente i seguenti argomenti:

Palmira e Khaled Al Assad, l’Unesco e i Beni Culturali, il nostro Territorio e le Tradizioni consolidate, le Chiese di San Placido Martire e del Sacro Cuore, il Santuario di san Nazzario, il busto del Principe Placido Imperiale, i Parroci nativi di Poggio Imperiale: Don Giovanni Giuliani senior e Don Giovanni Giuliani junior (Don Nannino).

Dopo i saluti del Sindaco, Dott. Alfonso D’Aloiso, interverranno:

Antonietta Zangardi, Antonio Giacò, Rossella Gravina, Giuseppe Izzo, Stefania Cristino, Giusy Di Summa, Nicla Simeone, Titta Romano, Angela Chenet, Mara Romano, Luigi Cuccitto, Vincenzo Luigini, Luciana Bove, Maria Pia Abbatuantuoni.

La serata verrà allietata dai canti di Stefania Cristino, accompagnata da Primiano Schiavone, Gino Maselli, Primiano Schiavone, Dino Vitale e Luigi Maselli.

La manifestazione è stata organizzata dal Centro Territoriale Simposio Culturale di Poggio Imperiale, Comune di Poggio Imperiale, Club per l’Unesco di San Severo, Edizioni del Poggio ed Avis di Poggio Imperiale. Hanno collaborato all’organizzazione: Antonio Giacò, Peppino Tozzi e Nazario Mazzarella.

Io e mia moglie siamo stati cortesemente invitati all’incontro, che si rivelerà sicuramente piacevole e stimolante, dall’amica Antonietta Zangardi (coordinatrice ed animatrice del citato Centro Territoriale Simposio Culturale), ma non potremo purtroppo essere presenti sul posto per quella data. Tuttavia, non faremo mancare, anzi continueremo ad assicurare con ogni mezzo possibile il nostro contributo di testimonianza, soprattutto con riguardo all’esigenza di mantenere vive le nostre Tradizioni ed il legame con il nostro passato: veicoli indispensabili per proiettarci sicuri e coraggiosi verso il futuro, con particolare riferimento alle giovani generazioni.

Siamo molto orgogliosi e ci riteniamo davvero fortunati per quell’esperienza di vita vissuta nella nostra fanciullezza e prima giovinezza a Poggio Imperiale, tra famiglia, parenti, amici, asilo dalle Suore Sacramentine, Scuola, Azione Cattolica, Don Giovanni Giuliani, il vecchio parroco, e Don Nannino, il giovane e illuminato sacerdote, che molto hanno concorso alla nostra formazione.

E l’occasione della ricorrenza del ventesimo anniversario della prematura morte di Don Nannino (26 luglio 1996), mi spinge a spendere qualche parola per ricordare questo insigne concittadino poggioimperialese che ha lasciato un vuoto incolmabile e un ricordo indelebile.

Ma cominciamo prima da suo zio, Don Giuannine.

Affiorano ancora alla mia mente i ricordi delle “adunanze” nel vecchio “circolo”, a lato della Chiesa del Sacro Cuore, tenute da Don Giovanni senior (Don Giuannìne), il nostro parroco di allora, e le tante messe che ho “servito”, non solo nella due Chiese del paese, ma anche al Santuario di San Nazzario, la domenica mattina, prestissimo e, quando occorreva, anche al Cimitero. A San Nazzario ci si andava con una autovettura “giardinetta” di colore giallo, che riportava su entrambi gli sportelli la reclame della “Pasta Ghigi”, gentilmente messa a disposizione da Vituccio Lorizio, e guidata da Micheluccio Cristino. Il Santuario era presenziato da un “eremita” (l’ultimo fu Michele, detto “Battalone”), che viveva in un pagliaio adiacente alla Chiesa e coltivava un orticello nelle vicinanze. Ho memoria anche di qualche “pancotto” frugale preparato dall’eremita e consumato in loco. Alla messa, celebrata all’alba della domenica mattina, partecipavano per lo più famiglie di contadini che abitavano nelle masserie della zona, originari di San Nicandro, Apricena, Lesina e Poggio Imperiale.

Don Giovanni, sebbene mostrasse un temperamento rigoroso e la mano pesante, soprattutto con i ragazzi più discoli, si rivelava profondamente caritatevole e benevolo, non solo con i ragazzi, ma con tutti i suoi parrocchiani, i quali ricambiavano con profonda devozione. Fu un innovatore, per l’epoca, e molteplici furono le iniziative avviate in paese, sia per la cura delle anime e sia per la formazione giovanile oltre che per le opere di assistenza alle persone più bisognose.

Spesso, la sera dopo cena, egli si recava a casa della mia famiglia, mostrandosi molto disincantato nell’ascoltarmi mentre gli rileggevo i miei componimenti scolastici; apprezzava (diceva lui) la profondità dei sentimenti e la semplicità con cui esprimevo le mie sensazioni, concludendo sempre con il solito ritornello: “Lo dobbiamo fare prete questo ragazzo”. E si compiaceva frequentemente con i miei genitori nel mentre gustava fino in fondo il suo mezzo sigaro toscano, che doveva essere rigorosamente biondo e morbido. E, questo, io lo sapevo molto bene perché quando mi recavo dal tabaccaio (Lazzare Picchione) per acquistarglielo, dovevo dire proprio così: “Biondo e morbido”.

Ma non mi feci prete! Quando passò da casa mia Don Giuseppe Stoico del Seminario Vescovile di San Severo, accompagnato dallo stesso Don Giovanni, per interrogarmi circa le mie reali intenzioni di intraprendere gli studi presso il Seminario, mi dimostrai esitante, confessando poi riservatamente a mia madre che non mi andava di farlo perché i preti non possono sposarsi.

Don Nannino 4

Riguardo con commozione una mia vecchia foto dell’asilo, un po’ ingiallita, che ritrae i bambini (maschietti e femminucce) con i loro grembiulini bianchi; si tratta del primo asilo del dopoguerra di Poggio Imperiale, nell’anno 1949, voluto proprio dal nostro Don Giuannìne. In quella nuvola bianca di grembiulini ci sono anch’io, a quattro anni, con Fernando, Antonio, Luigi, Pina, Evelina, Elisa, Tonino, e tanti altri bambini con i quali ho condiviso giochi, merende, gite e comunque una parte importante della mia vita. Mentre, tra il candore dei grembiulini, spiccano i volti premurosi delle care e amate Suore Sacramentine, nei loro tradizionali abiti religiosi scuri; quelle suore che rappresentano la mia forza e quella dei miei compagni di un tempo, in quanto testimonianza della formazione di base dei futuri uomini e delle future donne di Poggio Imperiale, ai quali esse hanno saputo fornire le sicurezze necessarie per affrontare la vita, superando ogni paura e timore dell’incerto. Ma un’altra figura importante emerge nella foto, ed è quella del nostro parroco del tempo: Don Giovanni Giuliani senior, Don Giuannìne, il quale ancor prima del nipote Don Nannino – che ha poi rappresentato il nostro vero punto di riferimento formativo in età giovanile – ci ha guidati fino agli anni della nostra prima adolescenza, inculcandoci i principi fondamentali, non solo religiosi, ma anche etici e morali. Si tratta di quel Rev.do Giuliani, nominato nella seduta del Consiglio Comunale di Poggio Imperiale del 14 ottobre 1920, come Alfonso Chiaromonte rievoca nel suo recente libro “Na zènne de Tarranòve”, Edizioni del Poggio, 2016, presentato a Poggio Imperiale il 16 aprile scorso a cura del locale “Poggio Circuito Creativo”, sempre nell’ambito della ricorrenza del  bicentenario dell’autonomia amministrativa del nostro Comune, e del quale sono l’autore della “Presentazione”.

E ricordo, poi, l’ordinazione sacerdotale del giovane Don Nannino (Don Giovanni Giuliani Junior, nipote del vecchio parroco) nella Cattedrale di San Severo e la sua prima messa solenne celebrata a Poggio Imperiale nella Chiesa Matrice di San Placido Martire. Avevo all’epoca dieci anni e sono stato presente (e dunque testimone oculare) ad entrambe le celebrazioni. Grande fu l’entusiasmo per tutta la popolazione ed un nuovo vento di cultura sociale, oltre che religiosa, cominciò ad aleggiare di riflesso  anche in paese, poichè Don Nannino si proponeva – tra le tante altre sue aspirazioni – di avvicinare il cattolicesimo alla cultura corrente, interessandosi al mondo del lavoro, che  in quegli anni cominciava ad essere scosso dai primi problemi sociali e contrasti di classe. La sua sede di prima assegnazione fu San Severo, fino a quando non subentrò allo zio, nel 1977, come parroco di Poggio Imperiale; ma la sua presenza nel paesello natio fu continua ed ininterrotta anche in tutto il periodo precedente, tenuto anche conto dell’età avanzata di Don Giovanni senior.

Don Nannino era giovane, colto ed estremamente carismatico e tante furono le iniziative da lui intraprese, alle quali noi giovani della GIAC (Gioventù Italiana Azione Cattolica) partecipammo sempre con impegno e abnegazione, donandoci serenamente per il bene comune della nostra collettività. Il vento nuovo aveva portato entusiasmo, partecipazione, novità, condivisione e spirito di appartenenza. E rammento i ritiri spirituali presso il Convento di Stignano; il Campo Estivo Diocesano di Castelnuovo della Daunia; le Lotterie a premi e le recite per finanziare attività benefiche; i lavori (anche manuali) di realizzazione della nuova sede della GIAC; le attività di natura benefico/commerciale in occasione della festività presso il Santuario di San Nazzario; le adunanze del sabato pomeriggio alla GIAC (con Don Nannino il livello di approfondimento delle tematiche trattate era divenuto molto più intenso … forse perché noi ragazzi eravamo nel frattempo cresciuti); i riti e le cerimonie religiose, i cori, i canti e la Commissione Festa Patronale. Il Triduo Pasquale, il canto dei Salmi e le prediche dai balconi, addobbati con le coperte di seta lungo il percorso della Via Crucis cittadina, che Don Nannino assegnava per ogni “stazione” a ciascuno di noi, e l’ansia e la trepidazione di quei momenti, generate dal fatto di dover parlare dal balcone alla folla che seguiva mestamente la processione (si trattava in verità di recitare a memoria un testo predisposto preventivamente da Don Nannino).

Il nostro grande maestro non è stato solamente parroco di Poggio Imperiale, ma ha ricoperto cariche importanti anche nell’ambito della Diocesi di San Severo.

“Mons. Giovanni Giuliani Jr, Poggio Imperiale 25 agosto 1931 – 26 luglio 1996, Sacerdote dal 10 luglio 1955, Parroco di Poggio Imperiale dal 1977. Licenziato in Teologia, Dottore in Giurisprudenza, dal 1976 ha esercitato anche la professione di Avvocato Rotale. Assistente Generale dell’Azione Cattolica, Direttore e docente presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di San Severo e nelle scuole statali, Vicario per la Pastorale. Notevole fu il suo impegno a favore dei poveri: Direttore della Caritas Diocesana, Assistente della comunità per tossicodipendenti di don Gelmini e Assistente volontario nelle carceri di San Severo. Il suo impegno pastorale ha mirato alla valorizzazione della Dottrina Sociale della Chiesa, alla creazione di un laicato responsabile e consapevole secondo lo spirito del Concilio Vaticano II. Ha tenuto numerose conferenze, ha collaborato con riviste e periodici” (Biografia tratta dal libro “ Giovanni Giuliani, Cordialmente …” a cura di Francesco Armenti, Felice Miranda Editore, 1997).

Don Nannino 2

Don Nannino curava anche la rubrica “La voce di don Giuliani” sul “Corriere di San Severo”; una finestra aperta sul mondo che gli consentiva di mantenere un contatto diretto con i lettori, ai quali egli prodigava eloquentemente consigli, attraverso puntuali risposte alle tante domande, quesiti, interrogativi che gli venivano posti intorno alle tematiche più disparate.

Il libro “Giovanni Giuliani, Cordialmente …” rappresenta, per l’appunto, la raccolta di alcuni di quegli articoli pubblicati nel periodo che va dal 1988 al 1996, e che può ben rappresentare una sorta di testamento spirituale che egli ha voluto lasciarci.

Don Nannino fu, a mio avvivo, tra coloro che  erano  convinti  che  la  fede cristiana  trova  il  suo  momento  critico  e  decisivo  nella lettura dei segni del tempo e nell’impegno a risolverli e realizzarli. Penso che per un cristiano la storia non debba essere una pagina inerte e amorfa, ma fermentata da indicazione  e  da  germogli  sempre  nuovi. Questa  visione  della  storia  è  sicuramente conforme  allo  spirito  del  Vangelo. E, nel  leggere  i suoi scritti, attraverso le risposte ai lettori,  si  colgono infatti le sensazioni  della  novità – che nulla ha a che vedere con la  modernità  indotta  dalla  cultura  dominante del momento -  ma  di  quella  novità  in  cui  si  fa  strada  l’esigenza  dell’uomo  di  salvare  se  stesso  e  di  realizzarsi  secondo  misure  di  pienezza;   quella  che  si  afferma  attraverso  la  comunicazione dei valori e mediante la prolificazione della libertà.

Il mondo stava cambiando e molti dei valori fondanti della società, che era entrata in una crisi profonda, erano stati messi in discussione. E’ un dato di fatto che giustizia e ingiustizia, solidarietà ed egoismo, verità e falsità, amore e odio fanno parte dell’uomo da quando è apparso sulla terra, ma mentre un tempo il divario tra ciò che era bene e ciò che era male, poteva non destare rischi di gravi e insormontabili squilibri sociali, successivamente esso si è notevolmente ampliato, creando tensioni e dando origine ad una nuova domanda: la domanda di fiducia e di credibilità nelle istituzioni, ma soprattutto nelle persone che le compongono e nei valori di cui sono portatori. In altri termini domanda di cambiamento culturale.

Don Nannino “Era sicuramente un leader, serio, volitivo. Mente con molti interessi, trovava soprattutto nel campo giuridico il luogo dove meglio esprimeva le sue doti” (+ Cesare Bonicelli, Presentazione, “Giovanni Giuliani … Cordialmente …”, libro citato).

Ed ancora, “I suoi meriti sono noti, ma uno in particolare mi ha sempre suggestionato: quello di decantare ogni ibrida situazione, di semplificare tutti i problemi che i suoi tanti lettori gli ponevano trasmettendo ricchezza di umanità e a chi avanzava dubbi deponeva nel suo cuore il seme della fiducia e della speranza … quel che ci ha dato e ci ha lasciato è più dello stesso destino che nella afosa estate ce lo ha strappato. Le persone che amiamo non le perdiamo” (Vito Nacci, Il ricordo di Vito Nacci,  “Giovanni Giuliani … Cordialmente …”, libro citato).

E, nonostante siano trascorsi 20 anni dalla sua scomparsa, le sue parole e i suoi pensieri risultano ancora di un’attualità incredibile, ragione per cui nel leggere oggi per la prima volta il suddetto libro di Francesco Armenti a lui dedicato, od anche solo nel rileggerlo, si ha la sensazione di trovarsi di fronte a problematiche dei giorni nostri … come se il tempo non fosse mai trascorso.

Don Nannino 1Don Nannino con il papa Giovanni Paolo II

in visita a San Severo, il 25 maggio 1987

(dalla copertina del libro, Giovanni Giuliani, Cordialmente …)

 


4
mag

Una visita al M A T di San Severo

Il MAT, acronimo di Museo Alto Tavoliere, è il museo civico della città di San Severo, in quanto ubicato presso quella città della Puglia, ma in realtà esso ha una valenza molto più ampia, rappresentando tutta l’estensione del territorio dell’Alto Tavoliere  e delle sue relative comunità.

Io sono nato a Poggio Imperiale, un comune situato a pochi chilometri a nord di San Severo e vivo a Milano, pur mantenendo molto forti i legami con la mia terra di origine, fatti soprattutto di ricordi  legati alle tradizioni, alla storia, ma anche agli usi, ai suoi costumi e non di meno ai suoi sapori e ai suoi profumi.

Un museo come quello dell’Alto Tavoliere di San Severo, che parla proprio della nostra storia, delle nostre origini, non poteva quindi lasciarci indifferenti. E, qualche settimana fa, approfittando della nostra permanenza a Poggio Imperiale in occasione del periodo pasquale, io e mia moglie abbiamo colto l’occasione per una visita attenta ed oculata, con l’impeccabile e molto apprezzata guida della D.ssa  Gioseana Diomede, e grazie alla disponibilità della Direttrice del museo, D.ssa Elena Antonacci.

MAT 1

Una visita davvero interessante, sia sotto il profilo della qualità e della quantità dei reperti messi in mostra, sia per quanto attiene all’organizzazione museale vera e propria (sale, vetrine, collocazioni, descrizioni, illuminazione, ecc.).

Qui di seguito, riporto ora alcune informazioni di carattere generale relative al Museo dell’Alto Tavoliere.

Il MAT è stato istituito nel 1989 nelle sale di un monastero di origine settecentesca – ricostruito sui ruderi di un precedente cenobio francescano fondato nel 1232 e distrutto dal terremoto del 1627 – noto anche come Palazzo San Francesco, mentre l’attuale allestimento museale è stato inaugurato il 4 aprile 2009. In età napoleonica il monastero fu soppresso e il palazzo fu adibito a caserma. Nel 1813 fu trasformato in orfanotrofio e dal 1989 è sede della Biblioteca comunale “Alessandro Minuziano”, dell’Archivio storico comunale e del Museo civico.

MAT 6

Una lapide del 1888 ricorda la strage che il colera provocò a San Severo nel 1865 e la solidarietà dimostrata nell’occasione dall’intera  popolazione italiana; parte delle donazioni pervenute vennero devolute a favore del suddetto orfanotrofio.

Testualmente:

 La strage orrenda

che il colera menò

l’anno 1865

di questi cittadini

commosse

dalle Alpi all’estrema Sicilia

le città d’Italia

che inviarono copiosi soccorsi

di biancheria cibarie danari

onde avanzarono al bisogno

settantuno migliajo di Lire

dalle autorità cedute

a questo orfanotrofio

che a perpetua memoria

scrive, nel marmo

l’atto dell’italica fraternità

1888

 

La collezione archeologica

Nel museo sono conservati reperti, provenienti da donazioni e da recuperi effettuati dalla sede locale dell’Archeoclub d’Italia, che coprono un arco temporale che va dalla preistoria al periodo medievale. L’esposizione è organizzata in base alle epoche storiche, in modo da creare dei percorsi che rendano comprensibili le fasi evolutive della civilizzazione degli antichi abitanti della Daunia, con particolare attenzione ai reperti ritrovati a San Severo e nelle zone circostanti.

MAT 2

Il periodo più antico di cui il museo conserva reperti è il Paleolitico inferiore (800.000-100.000 anni fa) rappresentato dalle amigdale (bifacciali, a forma di mandorla, lavorate su entrambi i lati) di tecnica acheuleana evoluta provenienti dal Gargano (località Mannarelle). Nel Paleolitico medio (90.000-35.000 anni fa) e Paleolitico superiore (35.000-10.000 anni fa) grazie al perfezionamento delle tecniche si ottengono strumenti sempre più sofisticati. Al Neolitico (6.000-3.000 a.C.) appartengono frammenti di ceramica impressa, incisa e dipinta.

A Guadone, località nei pressi di San Severo, sono venute alla luce testimonianze talmente significative da rivelare quanto importante fosse il Tavoliere in questa fase. L’età del ferro è documentata da vasi di impasto lucido di tradizione della prima età, e vasi dipinti con decorazione geometrica. Molti vasi in stile geometrico daunio (IX-VI secolo a.C.) provengono da tombe scavate nell’attuale area urbana sanseverese e dimostrano la presenza di piccoli villaggi di agricoltori o contadini e pastori dauni, che solo nel IV-III secolo subiscono l’influenza culturale della Magna Grecia.

MAT 3

I reperti dell’età ellenistica rappresentano la parte più cospicua della collezione museale e provengono in massima parte dagli scavi di masseria Casone e di Pedincone. Di Casone, sito abbandonato nel corso del III secolo a.C., sono i corredi di settantaquattro tombe scavate tra il 1970 e il 1971. La necropoli era costituita da tombe a grotticella con pianta variabile (tondeggiante, ovale, semiovoidale o squadrata). L’ingresso alle grotticelle era un semplice pozzetto o un corridoio a piano inclinato. All’interno della grotticella si trovavano generalmente i resti di un solo individuo, più raramente di due o tre. Accanto al defunto, posto in posizione rannicchiata su un fianco, venivano sistemati oggetti personali, ornamenti e vasi (ceramica acroma e da fuoco, ceramica a fasce e di stile misto, ceramica a vernice nera, ceramica di Gnathia e vasi a figure rosse). Alle ceramiche si aggiungevano oggetti di ornamento personale (collane di pasta vitrea, fibule di ferro e bronzo, cuspidi, giavellotti e cinturoni in lamina di bronzo).

Da Pedincone, invece, provengono i corredi di cinque tombe, tra le prime a cassa con rivestimenti di lastre litiche di cui si ha notizia nel territorio di San Severo. Tra i reperti rinvenuti in questa località spiccano un cinturone in lamina di bronzo, una kylix a vernice nera con decorazione floreale sovradipinta in rosso, una coppetta biansata decorata con cuori e palmette su fondo rosso, nonché uno specchio bronzeo con coperchio a cerniera decorato con motivi geometrici punteggiati.

MAT 5

L’epoca romana, infine, è documentata da lucerne di età imperiale, recipienti di vetro, resti di vasi di ceramica rossa sigillata recanti il bollo col nome del fabbricante e anfore da trasporto vinarie.

Pinacoteca, quadreria e servizi

Il Museo ospita, inoltre, la Pinacoteca Luigi Schingo, una collezione di dipinti d’età moderna e fornisce servizi didattico-culturali rivolti alle scuole e ai singoli visitatori. In particolare, i laboratori didattici – suddivisi in quattro macro-aree: archeologia, storia e arte, scienze e antropologia, ambiente – sono lo strumento principale con cui il Museo si propone al mondo della scuola, un modo pratico e concreto – basato sulla didattica dell’imparare giocando – per avvicinarsi alle realtà espositive e apprenderne i contenuti attraverso la sperimentazione, lasciando molto spazio alla manualità.

MAT 4

Il 18 aprile 2015, presso il MAT, è stato inaugurato SPLASH! Archivio ‘Andrea Pazienza’, un centro di documentazione dedicato al celebre artista di origini sanseveresi, contenente fumetti, albi, cataloghi di mostre, articoli giornalistici, tesi di laurea, materiale multimediale, accessibile liberamente dagli utenti.

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera: https://it.wikipedia.org/wiki/Museo_dell’Alto_Tavoliere

Bibliografia

Trame di storia. Un racconto al museo, Guida alle collezioni archeologiche del Museo dell’Alto Tavoliere di San Severo, a cura di Elena Antonacci, Foggia, Claudio Grenzi Editore, 2009.

Foto: Lorenzo Bove


11
apr

Uomo e Galantuomo

Tarranòve si fa teatro: una buona parte della comunità del piccolo borgo di Poggio Imperiale si mobilita per assistere, nelle tre serate di programmazione di venerdi 8, sabato 9 e domenica 10 aprile 2016, alla commedia di Eduardo De Filippo “Uomo e Galantuomo”, messa in scena dalla “Compagnia Teatrale Terranovese”.

Un successo straordinario, che conferma e va a rafforzare la bravura di questa compagine artistica locale, già peraltro dimostrata in occasione di precedenti rappresentazioni, anch’esse vertenti su opere Eduardiane.

Ho avuto questa volta l’opportunità di assistere personalmente, con mia moglie, alla serata di sabato 9 aprile, e devo convenire con quanti,  già in occasione di precedenti recite avevano espresso giudizi lusinghieri  nei confronti  dei  nostri  bravissimi compaesani, tra cui spicca un eccezionale Mimmo Romano, che si cala nei panni del grande Eduardo con impegno e professionalità artistica non indifferenti.

E, questo, senza trascurare naturalmente tutti gli altri componenti della Compagnia, che hanno saputo ben compenetrarsi nei rispettivi  ruoli , dimostrando  altresì un buon livello di affiatamento tra di loro; condizione indispensabile per fornire all’azione e quindi allo spettacolo, nel suo insieme,  il  ritmo  giusto.

Bravi, bravi veramente!

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Riporto, qui di seguito, i personaggi e gli interpreti che si sono cimentati nelle tre serate presso la Sala Teatro di via Oberdan di Poggio Imperiale.

Personaggi                                         Interpreti

Don Gennaro                                     Mimmo Romano

Don Alberto De Stefano                  Vincenzo Ferrelli

Bice                                                      Concetta Abbatantuoni

Don Carlo Tolentano                       Costantino Iadarola

Viola                                                    Antonietta Bove

Fiorenza                                             Stefania Cristino

Attilio                                                  Matteo Gravina

Vincenzino                                         Matteo Di Nunzio

Salvatore                                           Luigi Cuccitto

Matilde                                               Maria Gallo

Ninetta                                               Federica Fratino

Assunta                                               Ilenia Alfano

Delegato di Polizia                           Biagio Liggieri

Agente De Gennaro                          Dino Vitale

Suggeritrice                                        Anna Maria Izzo        

Presentatrici                                       Mara Romano e Anna Maria Izzo


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