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Poggio Imperiale, la Porta della Puglia e del Gargano.

Un poggio, un'altura,
un dolce declivio.
Un luogo privilegiato di osservazione
sul passato, presente e futuro.
Sul mondo intero.
(l.b.)
4
Mag

Una visita al M A T di San Severo

Il MAT, acronimo di Museo Alto Tavoliere, è il museo civico della città di San Severo, in quanto ubicato presso quella città della Puglia, ma in realtà esso ha una valenza molto più ampia, rappresentando tutta l’estensione del territorio dell’Alto Tavoliere  e delle sue relative comunità.

Io sono nato a Poggio Imperiale, un comune situato a pochi chilometri a nord di San Severo e vivo a Milano, pur mantenendo molto forti i legami con la mia terra di origine, fatti soprattutto di ricordi  legati alle tradizioni, alla storia, ma anche agli usi, ai suoi costumi e non di meno ai suoi sapori e ai suoi profumi.

Un museo come quello dell’Alto Tavoliere di San Severo, che parla proprio della nostra storia, delle nostre origini, non poteva quindi lasciarci indifferenti. E, qualche settimana fa, approfittando della nostra permanenza a Poggio Imperiale in occasione del periodo pasquale, io e mia moglie abbiamo colto l’occasione per una visita attenta ed oculata, con l’impeccabile e molto apprezzata guida della D.ssa  Gioseana Diomede, e grazie alla disponibilità della Direttrice del museo, D.ssa Elena Antonacci.

MAT 1

Una visita davvero interessante, sia sotto il profilo della qualità e della quantità dei reperti messi in mostra, sia per quanto attiene all’organizzazione museale vera e propria (sale, vetrine, collocazioni, descrizioni, illuminazione, ecc.).

Qui di seguito, riporto ora alcune informazioni di carattere generale relative al Museo dell’Alto Tavoliere.

Il MAT è stato istituito nel 1989 nelle sale di un monastero di origine settecentesca – ricostruito sui ruderi di un precedente cenobio francescano fondato nel 1232 e distrutto dal terremoto del 1627 – noto anche come Palazzo San Francesco, mentre l’attuale allestimento museale è stato inaugurato il 4 aprile 2009. In età napoleonica il monastero fu soppresso e il palazzo fu adibito a caserma. Nel 1813 fu trasformato in orfanotrofio e dal 1989 è sede della Biblioteca comunale “Alessandro Minuziano”, dell’Archivio storico comunale e del Museo civico.

MAT 6

Una lapide del 1888 ricorda la strage che il colera provocò a San Severo nel 1865 e la solidarietà dimostrata nell’occasione dall’intera  popolazione italiana; parte delle donazioni pervenute vennero devolute a favore del suddetto orfanotrofio.

Testualmente:

 La strage orrenda

che il colera menò

l’anno 1865

di questi cittadini

commosse

dalle Alpi all’estrema Sicilia

le città d’Italia

che inviarono copiosi soccorsi

di biancheria cibarie danari

onde avanzarono al bisogno

settantuno migliajo di Lire

dalle autorità cedute

a questo orfanotrofio

che a perpetua memoria

scrive, nel marmo

l’atto dell’italica fraternità

1888

 

La collezione archeologica

Nel museo sono conservati reperti, provenienti da donazioni e da recuperi effettuati dalla sede locale dell’Archeoclub d’Italia, che coprono un arco temporale che va dalla preistoria al periodo medievale. L’esposizione è organizzata in base alle epoche storiche, in modo da creare dei percorsi che rendano comprensibili le fasi evolutive della civilizzazione degli antichi abitanti della Daunia, con particolare attenzione ai reperti ritrovati a San Severo e nelle zone circostanti.

MAT 2

Il periodo più antico di cui il museo conserva reperti è il Paleolitico inferiore (800.000-100.000 anni fa) rappresentato dalle amigdale (bifacciali, a forma di mandorla, lavorate su entrambi i lati) di tecnica acheuleana evoluta provenienti dal Gargano (località Mannarelle). Nel Paleolitico medio (90.000-35.000 anni fa) e Paleolitico superiore (35.000-10.000 anni fa) grazie al perfezionamento delle tecniche si ottengono strumenti sempre più sofisticati. Al Neolitico (6.000-3.000 a.C.) appartengono frammenti di ceramica impressa, incisa e dipinta.

A Guadone, località nei pressi di San Severo, sono venute alla luce testimonianze talmente significative da rivelare quanto importante fosse il Tavoliere in questa fase. L’età del ferro è documentata da vasi di impasto lucido di tradizione della prima età, e vasi dipinti con decorazione geometrica. Molti vasi in stile geometrico daunio (IX-VI secolo a.C.) provengono da tombe scavate nell’attuale area urbana sanseverese e dimostrano la presenza di piccoli villaggi di agricoltori o contadini e pastori dauni, che solo nel IV-III secolo subiscono l’influenza culturale della Magna Grecia.

MAT 3

I reperti dell’età ellenistica rappresentano la parte più cospicua della collezione museale e provengono in massima parte dagli scavi di masseria Casone e di Pedincone. Di Casone, sito abbandonato nel corso del III secolo a.C., sono i corredi di settantaquattro tombe scavate tra il 1970 e il 1971. La necropoli era costituita da tombe a grotticella con pianta variabile (tondeggiante, ovale, semiovoidale o squadrata). L’ingresso alle grotticelle era un semplice pozzetto o un corridoio a piano inclinato. All’interno della grotticella si trovavano generalmente i resti di un solo individuo, più raramente di due o tre. Accanto al defunto, posto in posizione rannicchiata su un fianco, venivano sistemati oggetti personali, ornamenti e vasi (ceramica acroma e da fuoco, ceramica a fasce e di stile misto, ceramica a vernice nera, ceramica di Gnathia e vasi a figure rosse). Alle ceramiche si aggiungevano oggetti di ornamento personale (collane di pasta vitrea, fibule di ferro e bronzo, cuspidi, giavellotti e cinturoni in lamina di bronzo).

Da Pedincone, invece, provengono i corredi di cinque tombe, tra le prime a cassa con rivestimenti di lastre litiche di cui si ha notizia nel territorio di San Severo. Tra i reperti rinvenuti in questa località spiccano un cinturone in lamina di bronzo, una kylix a vernice nera con decorazione floreale sovradipinta in rosso, una coppetta biansata decorata con cuori e palmette su fondo rosso, nonché uno specchio bronzeo con coperchio a cerniera decorato con motivi geometrici punteggiati.

MAT 5

L’epoca romana, infine, è documentata da lucerne di età imperiale, recipienti di vetro, resti di vasi di ceramica rossa sigillata recanti il bollo col nome del fabbricante e anfore da trasporto vinarie.

Pinacoteca, quadreria e servizi

Il Museo ospita, inoltre, la Pinacoteca Luigi Schingo, una collezione di dipinti d’età moderna e fornisce servizi didattico-culturali rivolti alle scuole e ai singoli visitatori. In particolare, i laboratori didattici – suddivisi in quattro macro-aree: archeologia, storia e arte, scienze e antropologia, ambiente – sono lo strumento principale con cui il Museo si propone al mondo della scuola, un modo pratico e concreto – basato sulla didattica dell’imparare giocando – per avvicinarsi alle realtà espositive e apprenderne i contenuti attraverso la sperimentazione, lasciando molto spazio alla manualità.

MAT 4

Il 18 aprile 2015, presso il MAT, è stato inaugurato SPLASH! Archivio ‘Andrea Pazienza’, un centro di documentazione dedicato al celebre artista di origini sanseveresi, contenente fumetti, albi, cataloghi di mostre, articoli giornalistici, tesi di laurea, materiale multimediale, accessibile liberamente dagli utenti.

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera: https://it.wikipedia.org/wiki/Museo_dell’Alto_Tavoliere

Bibliografia

Trame di storia. Un racconto al museo, Guida alle collezioni archeologiche del Museo dell’Alto Tavoliere di San Severo, a cura di Elena Antonacci, Foggia, Claudio Grenzi Editore, 2009.

Foto: Lorenzo Bove


11
Apr

Uomo e Galantuomo

Tarranòve si fa teatro: una buona parte della comunità del piccolo borgo di Poggio Imperiale si mobilita per assistere, nelle tre serate di programmazione di venerdi 8, sabato 9 e domenica 10 aprile 2016, alla commedia di Eduardo De Filippo “Uomo e Galantuomo”, messa in scena dalla “Compagnia Teatrale Terranovese”.

Un successo straordinario, che conferma e va a rafforzare la bravura di questa compagine artistica locale, già peraltro dimostrata in occasione di precedenti rappresentazioni, anch’esse vertenti su opere Eduardiane.

Ho avuto questa volta l’opportunità di assistere personalmente, con mia moglie, alla serata di sabato 9 aprile, e devo convenire con quanti,  già in occasione di precedenti recite avevano espresso giudizi lusinghieri  nei confronti  dei  nostri  bravissimi compaesani, tra cui spicca un eccezionale Mimmo Romano, che si cala nei panni del grande Eduardo con impegno e professionalità artistica non indifferenti.

E, questo, senza trascurare naturalmente tutti gli altri componenti della Compagnia, che hanno saputo ben compenetrarsi nei rispettivi  ruoli , dimostrando  altresì un buon livello di affiatamento tra di loro; condizione indispensabile per fornire all’azione e quindi allo spettacolo, nel suo insieme,  il  ritmo  giusto.

Bravi, bravi veramente!

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Riporto, qui di seguito, i personaggi e gli interpreti che si sono cimentati nelle tre serate presso la Sala Teatro di via Oberdan di Poggio Imperiale.

Personaggi                                         Interpreti

Don Gennaro                                     Mimmo Romano

Don Alberto De Stefano                  Vincenzo Ferrelli

Bice                                                      Concetta Abbatantuoni

Don Carlo Tolentano                       Costantino Iadarola

Viola                                                    Antonietta Bove

Fiorenza                                             Stefania Cristino

Attilio                                                  Matteo Gravina

Vincenzino                                         Matteo Di Nunzio

Salvatore                                           Luigi Cuccitto

Matilde                                               Maria Gallo

Ninetta                                               Federica Fratino

Assunta                                               Ilenia Alfano

Delegato di Polizia                           Biagio Liggieri

Agente De Gennaro                          Dino Vitale

Suggeritrice                                        Anna Maria Izzo        

Presentatrici                                       Mara Romano e Anna Maria Izzo


1
Apr

Na zénne de Tarranòve

Nel  Bicentenario dell’autonomia amministrativa del Comune di Poggio Imperiale, le Edizioni del Poggio e Poggio Circuito Creativo, con il patrocinio del Comune di Poggio Imperiale, presentano un nuovo libro di Alfonso Chiaromonte, il cui titolo è “Na zénne de Tarranòve”.

La manifestazione

avrà luogo il giorno 16 aprile 2016 alle ore 19,30

presso la sala Teatro di via Oberdan di Poggio Imperiale

 L’intervento dell’autore Alfonso Chiaromonte

sarà preceduto dai saluti del Sindaco Alfonso D’Aloiso

e dal Consigliere comunale con delega alla Cultura Alessandro Buzzerio

 Seguiranno gli interventi dei relatori

Lorenzo Bove

Giucar Marcone

Leonardo D’Aloiso

 La serata sarà allietata dai canti della tradizione popolare

Alfonso Chiaromonte ha scritto un nuovo libro sul nostro amato paesello, Poggio Imperiale ovvero Tarranòve per i più affezionati; un libro che aggiunge nuovi elementi di conoscenza riguardo alla nostra storia e al nostro passato, con particolare attenzione all’autonomia amministrativa del novello borgo denominato Tarranòve, di cui proprio quest’anno ricorre il bicentenario.

Ma Alfonso non si limita a fornirci esclusivamente informazioni storiche, date e riferimenti ufficiali, egli ci accompagna in un percorso fantastico, e a volte surreale, che ci consente di entrare nelle case, nelle scuole, nelle botteghe artigianali di un tempo, per scoprire come viveva la povera gente, ma anche chi poteva permettersi qualche agio in più.

“Molti nostri concittadini si sono impegnati nel raccontare la storia del nostro piccolo paese, le sue tradizioni, la sua cultura … – scrive Alfonso D’Aloiso nelle sue note di presentazione del libro – … Alfonso Chiaromonte, in questi anni ha prodotto una quantità di scritti notevole interessandosi di tutti gli aspetti della vita paesana, senza trascurare gli aspetti religiosi …  In quest’ultimo lavoro del Chiaromonte, ben si fondono due elementi distintivi e caratterizzanti dell’intera opera: la ricerca storiografica e l’attenzione alla lingua parlata, con la piacevole riproposizione di aspetti di vita quotidiana con tutto il loro bagaglio di tradizione che resterà così fissata nella memoria di quanti hanno vissuto il proprio paese dal secolo scorso ai giorni nostri e che rappresenterà sicuro punto di riferimento per le giovani generazioni desiderose di conoscere le proprie radici per poterne mantenere intatto il legame. Un’opera completa sotto ogni aspetto”.

“Na zénne de Tarranòve”, che alla lettera significa: “Un piccolo angolo di Poggio Imperiale”, è da considerare una semplice indicazione che l’autore ha inteso fornire al lettore, al quale – piuttosto che un titolo aulico, solenne e ricercato –  ha preferito offrire l’opportunità di vagare facilmente con la propria mente, il proprio pensiero, la propria fantasia, verso orizzonti inviolati, consentendogli così di ritagliarsi margini di interpretazione e di interesse più consoni alle proprie sensazioni:

Quest’ultimo impegno di Alfonso aggiunge un nuovo tassello alla ricerca storica e dei costumi di Poggio Imperiale, contribuendo a conservare e a sviluppare l’amore per la conoscenza e la diffusione  della memoria del nostro passato, patrimonio indispensabile soprattutto per le nuove generazioni.

Locandina libro Alfonso 2016

 


10
Mar

Le Donne: un Dono o un Danno!

Il Centro Studi Territoriale – Simposio Culturale –  Poggio Imperiale  affronta  e dibatte, nei prossimi giorni, nella sua  seconda Conferenza – evento del 2° anno di studio 2016,  un argomento al quale è stato dato un titolo all’apparenza curioso, ma che merita invece la massima attenzione sia da parte delle donne, con riferimento in particolare alle più giovani,  sia da parte degli uomini di ogni età, condizione e classe sociale, fede religiosa, orientamento politico e quant’altro.

“ Le Donne: un Dono o un Danno!”, questo il titolo del convegno che si terrà mercoledi 16 marzo 2016 alle ore 18,30, presso la Sala multifunzionale (ex palestra) di via Oberdan in Poggio Imperiale (Foggia).

Un tema  di grande attualità  e degno della massima considerazione, non solo perché banalmente non più di qualche giorno fa è stata celebrata in tutto il mondo la ricorrenza dell’8 marzo, dedicata proprio alla “Festa della Donna”, ma soprattutto per la sentita esigenza di mantenere sulla materia un dibattito sempre acceso, evitando così di limitarsi esclusivamente ai formalismi e ai semplici rituali dell’8 marzo.

La Donna, sempre e comunque … per trecentosessantacinque giorni l’anno, anni bisestili compresi!

Ricorre proprio oggi, 10 marzo 2016, il 70° anniversario del Decreto Legislativo n. 74 del 10 marzo 1946, con il quale è stato consentito alle donne italiane di poter esercitare il proprio diritto di voto e di  potersi candidare e quindi di essere elette; diritti prima riconosciuti esclusivamente agli uomini.

La carissima Antonietta Zangardi, coordinatrice del Centro Culturale, ci ha cortesemente invitati a partecipare all’evento, tuttavia io e mia moglie non potremo essere presenti a Poggio Imperiale per quella data.

Saremo però presenti con il nostro spirito di condivisione delle tematiche poste all’attenzione della popolazione del nostro amato paesello, che ci auguriamo partecipi numerosa alla manifestazione, con un grosso “in bocca al lupo” ai relatori:

Antonietta Zangardi, Rossella Gravina, Giuseppe Izzo, Stefania Cristino, Nicla Simeone, Giusy Di Summa, Titta Romano, Mara Romano, Angela Chenet, Luigi Cuccitto, Luciana Bove, Vincenzo Luigini.

La manifestazione è patrocinata dal Comune di Poggio di Poggio Imperiale, Le “Edizioni del Poggio” e la locale Associazione Avis.

Il Sindaco Dott. Alfonso D’Aloiso porgerà i saluti dell’amministrazione comunale, nell’ambito della ricorrenza del “Bicentenario dell’Autonomia Amministrativa del Comune”, i cui festeggiamenti si estenderanno per tutta la durata dell’anno corrente.

La serata sarà allietata dalla musica di Primiano Schiavone, Gino Maselli, Primiano Schiavone, Luigi Maselli, Dino Vitale, e dalla voce di Stefania Cristino.

La Direzione Tecnica è affidata ad Antonio Giacò, Peppino Tozzi, Nazario Mazzarella.

Convegno 16 marzo 2016 Poggio Imperiale


20
Feb

La singolarità dei numeri … raccontata da un vecchio brontolone!

Si è appena concluso il Festival di Sanremo e, sulla base “dei numeri”, si stanno già facendo programmi per il prossimo anno e, dunque, ancora Carlo Conti, perché “cavallo vincente non si cambia”. Onestamente, non ho seguito (o meglio: non ho avuto nè la voglia nè la pazienza di seguire) per cinque serate di seguito una esibizione dell’effimero, patinata da grande rappresentazione artistica. Denaro pubblico che si spende e si spande, quando c’è gente che non riesce a far quadrare i conti (quelli con la “c” minuscola che nulla hanno a che vedere con le “C” maiuscole di Carlo Conti) della propria famiglia ed arrivare a fine mese. E in questi giorni si sta parlando di mettere mano anche alle pensioni di reversibilità … siamo davvero arrivati alla frutta.

I numeri che contano oggi, a quanto pare, sono solo quelli dell’audience televisiva; una formula che viene applicata comunemente, ad ogni pie’ sospinto, non solo alla programmazione televisiva in genere, ma che sta invadendo i campi più svariati della vita quotidiana del cittadino. Un vero rischio di invasione di campo. Anche perché, a ben vedere, dietro questo moderno strumento (di conta delle pecore), in realtà si potrebbe celare un insidioso, subdolo e ingannevole marchingegno manovrato ad arte da mani e menti … che la sanno lunga … al solo scopo di incidere sulle scelte, i gusti, gli orientamenti della gente. E non stiamo qui mica a parlare solo della “Nutella”, come direbbe il Crozza/Bersani.

I numeri, sempre i numeri!

Mi aveva sempre incuriosito il perché dei francesi indicassero il numero 80 con “quatre-vingts”, che tradotto in lingua italiana significa “quattro volte venti”, circostanza più unica che rara nei sistemi di numerazione correnti nel mondo. L’avevo chiesto in più occasioni anche direttamente a qualche francese, per i quali è così naturale pronunciare il loro “quatre-vingts”, senza poi parlare del “quatre-vingt-dix” (quattro volte venti e dieci, per indicare 90), senza riuscire tuttavia ad ottenere una risposta convincente o che, per lo meno, mi fornisse una qualche indicazione plausibile.

Trovai in seguito riscontro nella storia dell’origine dei numeri, che mi offrì l’illuminazione necessaria per capire, e fu così che il rebus venne immediatamente risolto, scoprendo in maniera semplice e a dir poco scontata che si trattava di una cosa naturale risalente … al tempo dei tempi!

Molto semplice: la numerazione francese è rimasta influenzata da quella celtica ove i conteggi erano “a venti” e, dunque, la Francia conserva il modo di indicare i numeri di quell’antica popolazione (quatre-vingts, quattro volte venti).

Si potrebbe azzardare l’ipotesi che il metodo del contare sia nato per caso ed in maniera del tutto naturale. Il nostro sistema di numerazione, che usiamo abitualmente, è quello decimale, vale a dire che noi contiamo e scriviamo i numeri per decine, ma non tutti i popoli adottano o hanno sempre adottato lo stesso metodo.

Esistono correnti di pensiero secondo cui l’uomo primitivo, per contare, potrebbe essersi servito di parti del proprio corpo e, in particolare, delle mani e delle relative dita. Tutti abbiamo sperimentato che il modo più naturale di contare è quello di chiudere una mano a pugno e quindi sollevare un dito per volta in corrispondenza di ogni oggetto dell’insieme che si vuol contare (magari con qualche piccola differenza: noi, ad esempio, cominciamo dal pollice e poi man mano scendiamo verso l’indice, il medio e così via, mentre negli Stati Uniti cominciano dal mignolo e salgono poi verso l’anulare, il medio, ecc.). Dette convinzioni si basano anche sul fatto che presso alcune popolazioni si riscontrano conteggi e registrazioni dei numeri basati sulle dita di una sola mano (sistema di numerazione «quinario»), o sulle venti dita complessive delle mani e dei piedi (sistema di numerazione «vigesimale»). La numerazione celtica era una numerazione a “base venti” e i francesi, a quanto pare, conservano tale  modo di indicare alcuni dei loro numeri. Esistono comunque altre basi di numerazione che non derivano dall’anatomia del corpo umano, ma dall’astronomia, come le numerazioni per dozzine o per sessantine, che si usano ad esempio quando si conteggia il tempo, dove, come tutti sappiamo, sessanta secondi sono un minuto e sessanta minuti un’ora e dove un giorno consta di ventiquattro ore ed un anno di dodici mesi.

Ricordo, da ragazzo, che al mio paese di origine (Poggio Imperiale, in provincia di Foggia, detto anche “Tarranòve”) le uova venivano vendute per “coppie”: una coppia = 1 [dàmme ‘na cocchij-a-d’òve]; i volatili per “pariglie”, costituite da 2 uccelli (tarragnòle, sturne, ecc.) cadauna: una pariglia = 1 [dal fr. pareille, pari, uguale, coppia di cose uguali e da qui sparigliare, per dire scompaginare]; molti prodotti (fichi d’india, uova, fazzoletti, strofinacci, bicchieri, ecc.) per “dozzina”, costituita da 12 pezzi: una dozzina = 1 [per indicare 6 pezzi suoleva dirsi ½ dozzina mentre, per 24 pezzi, 2 dozzine, ecc.]; altra merce, soprattutto alimentare, per “quinti”, corrispondenti a 200 grammi (oggi ragioniamo invece per “etti”, corrispondenti a 100 grammi): un quinto = 1 [e, così, si chiedevano “mèze quinde, ‘nu quinde, duije quinde”, ecc. di acciughe salate, mortadella, ecc.].

Il mondo dei numeri è così variegato, ma certamente indispensabile per l’umanità, che ha cominciato a contare sin dai suoi primordi, per necessità di sopravvivenza prima e per dare un senso concreto alla propria esistenza nel prosieguo del tempo. Misurare il tempo della notte e dell’oscurità che incuteva paura, fino al sorgere del nuovo giorno, e poi misurare il giorno per calcolare il tempo di luce a disposizione prima di poter trovare un rifugio sicuro per la notte successiva. Misurare le distanze e prendere conoscenza dei pesi, intendere le misure delle altezze e delle profondità e intuire il passare del tempo e degli anni della vita fino alla morte.

L’importanza dei numeri: di quelli grandi, ma anche di quelli piccoli.

Forse però col tempo l’uomo ha cominciato a dare maggiore rilievo ai grandi numeri, alle statistiche, alle cifre con tanti zeri, a guisa che un fatto diviene suscettibile di attenzione collettiva solo se riguarda la pluralità dei consociati, trascurando i piccoli numeri, i singoli eventi della quotidianità, che non di meno maggiormente attengono alla sensibilità delle persone.

E, allora, ecco che un anziano resta solo e abbandonato e viene trovato morto in casa dopo settimane (o anche mesi) senza che qualcuno si sia minimamente preoccupato di cercarlo, mentre in televisione e sui giornali si parla di cani e gatti abbandonati e dell’esigenza di legiferare adeguatamente al riguardo, condannando pesantemente i soggetti che si rendono artefici di siffatte nefandezze, pur riconoscendo – s’intende – a favore di questi e di tutti gli animali in genere il sacrosanto diritto di assoluta tutela.

Ma di tanti altri episodi si potrebbe far cenno, senza tuttavia voler minimamente enfatizzare i fenomeni né  promuovere crociate di sorta.

In tempo di pace e in tempo di guerra le cose non cambiano, i grandi numeri la fanno sempre da padrone: è così, punto e basta.

Eroi per caso!

Addirittura i processi – altro esempio –  si svolgono nei “talk show” televisivi dove ognuno degli intervenuti può dire liberamente la sua (e ognuno cerca, non di rado, di spararla sempre più grossa pur di mettersi in mostra, ma anche per incrementare l’audience e far quindi piacere allo sponsor di turno), sulla base delle proprie sensazioni ed in barba ai principi che regolano la materia di cui si sta discutendo, con il rischio di manipolare ed orientare in tal modo l’opinione pubblica attraverso quel potente mezzo di diffusione che è la televisione, fatta esclusivamente di grandi numeri. Ed è così che anche le sentenze sembrano, a volte, emesse sulla scia di processi indiziari, senza prove certe e riscontri oggettivi, forse per tener conto anche della “tendenza” che si è andata formando nel corso delle trasmissioni televisive (tipo: Porta a porta, Quarto grado, ecc.).

Compi una “buona azione” da libro Cuore … morendo magari affogato nel mentre tenti di salvare uno sconosciuto che si è tuffato in acqua, durante le tue vacanze estive, oppure spiaccicato sulle strisce pedonali nel mentre aiuti una vecchina ad attraversare la strada: ordinaria amministrazione!

Hai trucidato, in complicità con il tuo ragazzo i tuoi genitori, oppure hai barbaramente ammazzato il tuo bambino … diventi subito un’eroina da prima pagina, e tutti sono autorizzati a parlarne e ad esprimere la loro opinione al riguardo, da competente in materia ma anche da meno competente. E, così, anche i gravi problemi che attanagliano giornalmente la vita del cittadino, con riguardo all’economia, la politica, la sanità e quant’altro, passano in second’ordine, con la buona pace di tutti.

Il mondo è solo un insieme di gabbie, piccole e grandi, non c’è altra dinamica che quella del potere degli uni sugli altri e l’unica legge è quella della forza (e, dunque, dei numeri … anche in gergo solitamente si dice:” il tizio ha i numeri per farcela” oppure “il caio non ha i numeri ….”).

E se provassimo invece ad agire inseguendo il buon senso e non solo il consenso, ritornando magari a dire “pane al pane e vino al vino”?

Troppo complicato: sarebbe come privare le cose della loro dimensione, conseguenza delle tendenze, modi di vedere e di pensare del momento, originata soprattutto dall’uso dei numeri (audience, consensi, statistiche, ecc.). In tal caso, si dovrebbe poi dire, ad esempio, che i cosiddetti “saldi di fine stagione” rappresentano semplicemente una colossale truffa per il consumatore ed un modo subdolo per i commercianti per riesumare i loro fondi di magazzino, con ricarichi ingiustificati sui prezzi? Che molti dei cibi “spazzatura” che ci vengono proposti (e propinati) sono dannosi per la salute? Che la Sanità pubblica, i Lavori pubblici, la Pubblica Amministrazione, la Magistratura, la politica in genere … bla, bla, bla…?

La pubblicità, in tutti i sensi e in tutti i campi,  è l’anima del commercio … anche quando si mente spudoratamente!

Come sarebbe bello, invece, interagire con il proprio prossimo sempre con la sola “forza della verità”, estendendo il concetto a tutte le manifestazioni di vita quotidiana. Una meravigliosa e chiara “forza del dialogo sincero” fondato sulla “verità”, cercando di dire come stanno veramente le cose nella realtà, ammettendo non solo i propri errori, quando si sbaglia, ma anche la propria superficialità o parzialità nei giudizi espressi o nella comprensione dei problemi, laddove si continuano invece ad enfatizzare posizioni esasperate, per esclusivo tornaconto personale, di casta, di partito, anche quando tali punti di vista si palesano del tutto incoerenti e inconsistenti.

Ricordandosi sempre, comunque, che dire la verità non è affatto un segno di debolezza.

 

saldi 2

 

 

Foto: numeri (da Internet)

https://www.google.it/search?newwindow=1&site=&source=hp&q=i+numeri+foto&oq=i+numeri&gs_l=hp.1.0.35i39j0l9.9337.11325.0.14375.10.10.0.0.0.0.272.1776.0j6j4.10.0….0…1c.1.64.hp..0.8.1415.0.u137GXNrrAg

Foto: saldi (da Internet)

https://www.google.it/search?newwindow=1&q=saldi+di+fine+stagione+foto&oq=sal&gs_l=serp.1.0.35i39j0i131l2j0i3j0i131j0l5.91866.92431.0.96158.3.3.0.0.0.0.239.413.0j1j1.2.0….0…1c.1.64.serp..1.2.408.COkAdMZI16Q


24
Gen

Siviglia … uno stupendo gioiello andaluso!

Un viaggio in Andalusia per immergersi nel fascino di Siviglia, la sua capitale, rappresenta un’esperienza davvero unica.  Un’atmosfera che infonde nel visitatore, proveniente da qualunque parte del mondo, un senso di incanto in ogni stagione dell’anno, considerato anche il clima favorevole che la sua posizione geografica le consente di godere. Cosa che abbiamo potuto personalmente constatare anche noi, nei giorni scorsi, in pieno gennaio. Anch’io e mia moglie abbiamo voluto vivere questa esperienza, per scoprire lo splendore dell’architettura mudjéar (1) che si respira in tutta la città, passeggiare a piedi lungo le rive del Guadalquivir e godere anche della migliore vista del panorama dal punto più alto della Torre Giralda (indiscutibile simbolo di Siviglia, con la salita di quasi 98 metri di altezza). Visitare le opere emblematiche del patrimonio storico e artistico andaluso e rimanere impressionati per la bellezza gotica-mudéjar plasmata nei cortili dei Reales Alcazares, e stupirsi per le insuperabili dimensioni della Cattedrale di Santa Maria della Sede (entrambe le costruzioni sono state dichiarate Patrimonio delll’Umanità dall’UNESCO). E, poi, perdersi tra le stradine e i cortili del centro del Barrio di Santa Cruz, antico quartiere ebraico dove viveva la seconda comunità  ebrea più  grande di Spagna.

Siviglia 4

Il Guadalquivir – dall’arabo “al-wadi al-kibir”, che significa fiume grande – attraversa tutta l’Andalusia con i suoi oltre 700 km di lunghezza e collega Siviglia con l’Oceano Atlantico; sorgono lungo le sue rive numerose costruzioni che testimoniano epoche passate, quando in prossimità degli approdi di questo magnifico corso d’acqua si costituirono centri di interessi che trasformarono Siviglia in un punto strategico di vitale importanza per il Nuovo Mondo (la Torre dell’Oro, presumibilmente venne così chiamata perché custodiva i carichi di oro provenienti dai paesi oltreoceano).  Era qui, nel porto di Siviglia, che le navi mercantili attraccavano con i loro carichi di oro, argento, tabacco, e altri  oggetti preziosi e ricercati. Mentre  nel monastero di Santa Maria de las cuevas, situato in una piccola isola sul Guadalquivir conosciuta come la isola dela Cartuja, Cristoforo Colombo pianificò il suo viaggio attraverso l’Oceano in cerca delle Indie (… e si imbattè invece nelle Americhe). Ma ancora oggi mantiene il suo fascino: una rilassante gita in battello sul Guadalquivir od anche una crociera, rappresentano non solo  delle interessanti attrazioni turistiche, ma consentono di respirare la storia di Siviglia da una prospettiva suggestiva, lasciandosi trasportare sulle sue acque sotto i  preziosi ponti  di questa città unica e  inimitabile.

Siviglia 2

Siviglia, per la meraviglia del suo territorio, può essere considerata uno dei centri artistici, culturali, economici e sociali più rilevanti di tutta la Spagna. Essa è piena di un fascino solare, estroso e vivace; innamorarsi di questa calda ed accogliente città è facile, grazie ai suoi scorci, i colori che tingono le sue maestose architetture al tramonto e la sua tradizione gastronomica dai sapori decisi, sfiziosi e gustosissimi.

Siviglia 3

Il cuore della città di Siviglia palpita di storia, di passato ancora vivo, di atmosfere sospese nel tempo che la rendono un vero e proprio gioiello andaluso. Conoscere una città significa entrare nel suo spirito, nelle sue tradizioni, cogliere l’essenza del suo popolo, assaggiarne il sapore ed immergersi nelle sue molteplici e variegate sfumature, a partire dal cibo. Siviglia è flamenco, tapas, corrida, feste, tutto ciò che incarna l’essenza della Spagna. Scoprire gli antichi quartieri con le loro stradine strette, la tranquillità dei parchi e l’allegria della gente che si rivela soprattutto durante le feste per le quali la capitale andalusa è famosa. Siviglia custodisce un patrimonio architettonico di grande valore.

La leggenda vuole che sia stata fondata da Ercole, così come è scritto su una delle porte di ingresso alla città: “Ercole mi edificò, Cesare mi cinse di mura e il re santo mi conquistò”. Secondo la tradizione la città fu fondata dalla popolazione dei Tartassi verso il XIII secolo a.C. e successivamente occupata dai Fenici e dai Cartaginesi. I Romani la chiamarono Hispalis e fondarono nelle sue vicinanze la città di Italica nel 206, di cui restano solo rovine. Ad Italica nacquero due dei più grandi Imperatori romani: Traiano e Adriano. Questi due nuclei conobbero epoche di grande splendore e nel 45 a.C. Giulio Cesare concesse a Hispalis il rango di colonia romana facendone una delle città più importanti della Spagna. Nel 712 fu conquistata dagli Arabi, che le diedero il nome di Ishbīliya, dal quale deriva il nome attuale. Fu successivamente la capitale di uno dei Regni di Taifa (2) più potenti. Splendida la civiltà araba, non solo per gli aspetti artistici, ma sotto tutti gli aspetti culturali. A Siviglia visse Ibn al-Awwam, che fu il più grande agronomo di quell’epoca. I cristiani riconquistarono la città nel 1248 durante il regno di Fernando III di Castiglia. Papa Clemente X, nel 1671, canonizzò Ferdinando III, noto come il “re delle tre religioni”, primo re spagnolo elevato alla gloria degli altari, inumato nella Catedral de Santa María de la Sede, la Cattedrale di Siviglia, in cui lo stile gotico e quello rinascimentale si uniscono nel più imponente monumento del mondo cristiano, dopo la Basilica di San Pietro di Roma. È costituita da cinque navate interne, in stile gotico, e da due cappelle, la Cappella Reale e la Cappella Maggiore. La prima è sovrastata da una cupola rinascimentale; la seconda custodisce dipinti che ritraggono scene della vita di Cristo e della Vergine. La Cattedrale è sorta nel luogo in cui prima si ergeva la Moschea Mayor, abbattuta nel XV secolo, e dell’antica costruzione conserva solo la Giralda  (l’originario Minareto) e alcuni resti del Patio de los Narajos; essa custodisce i resti mortali dell’insigne navigatore italiano Cristoforo Colombo. Oltre alla Cattedrale, altrettanto degni di rilievo sono  il Palazzo Arcivescovile e il Convento dell’Incarnazione.

La Giralda, emblema della capitale andalusa, è la torre campanaria della Cattedrale: un monumento alto ben 98 metri che rispecchia in pieno lo stile degli Almohadi (3), rigidi in materia religiosa e nemici del lusso, nell’unire all’imponenza monumentale una raffinata semplicità. La Giralda deve il suo nome alla statua della Fede (detta appunto Giraldillo) che la sovrasta e che gira su sé stessa in base alla direzione del vento. Dall’interno della Cattedrale è possibile accedere attraverso un percorso elicoidale, senza scalini,  in vetta alla torre dalla quale poter ammirare tutta la città dall’alto.

I Reales Alcazares (Palazzi Reali) sono i monumenti più imponenti di Siviglia. Caratteristica di questi edifici è la mescolanza di stili e delle decorazioni, che vanno dall’islamico al neoclassico. L’Alcazàr, antica fortezza araba, è un grande esempio dell’architettura mudéjar con saloni, patii e giardini che creano un’affascinante combinazione di colori. Accanto all’Alcazar sorge il Palazzo di Carlos V che custodisce un’importante collezione di arazzi raffiguranti la conquista di Tunisi da parte del re. Dal Palazzo si può accedere direttamente ai Giardini dell’Alcazar in cui lo stile arabo ha unito forme rinascimentali a forme romaniche. Spettacolare!

In Plaza del Triunfo, ospitato in un edifico del XVI secolo progettato da Juan de Herrera e che originariamente accoglieva la Borsa delle Merci di Siviglia, si trova l’ Archivio delle Indie, il principale archivio riguardante la dominazione spagnola in America che permette di ripercorrere la storia delle relazioni con le colonie. Allo stabile, a pianta quadrata con un ampio cortile centrale, vennero aggiunti il secondo piano e la Croce del Giuramento nel XVII secolo e cento anni dopo, nel 1785, quando fu scelto da re Carlos III come sede dell’archivio, furono realizzate altre opere come la nuova decorazione della scala principale. Le pareti esterne sono ritmicamente modulate da pilastri di bassorilievo. Nell’archivio sono conservate oltre 80 milioni di pagine di documenti originali ordinati in 9 chilometri lineari sugli scaffali e coprono più di tre secoli di storia. La documentazione è organizzata in 16 sezioni, dal 1480 al 1898 con l’ultima sezione comprendente 6 mila 379 elementi tra mappe e piani.

A nord della Cattedrale si trova il centro della città, ricco di piccole strade e di bellissime piazze. In questa zona si trovano numerosi negozi di artigianato e alcune strade, come la bella Avenida de la Costitucion, sono completamente pedonalizzate. El Centro de Sevilla è la zona della città in cui è possibile osservare incredibili opere d’arte, visitare el Museo de Arte, sostare ai tavolini all’aperto dei locali a Plaza de San Francisco o a Plaza del Salvador, ammirare il Ayuntamiento de Sevilla, il municipio, con i suoi decori rinascimentali, ma anche (un po’ più il là) l’esotico Parque de Maria Luisa e Plaza de España, due delle principali attrazioni di questa zona. Dal XVI secolo Plaza de San Francisco, grazie al suo mercato e anche agli storici roghi dell’Inquisizione, è stato il centro vitale di Siviglia. Dalla piazza si diramano Calle Sierpes e Calle Tetuan/Velazquez, le strade (anch’esse pedonalizzate) dello shopping di Siviglia. Tra le due strade si trova la Capilla de San José, famosa per i suoi meravigliosi decori barocchi del settecento e lungo Calle Sierpes è possibile ammirare il Palacio de la Condesa de Lebrija, che conserva una preziosa collezione di opere d’arte araba, barocca e spagnola, appartenuta alla nobile archeologa Dona Regla Manjon. Nell’antica piazza del foro romano di Hispalis e della principale moschea di Ishbilya, sorge Plaza Salvador con la grande chiesa barocca Parroquia del Salvador, seconda come imponenza solo alla Cattedrale, della cui visita  si rimane davvero incantati per la ricchezza e la bellezza delle opere custodite, unitamente all’antico patio della chiesa dove si trovano anche antiche colonne romane. Nella piazza si trovano alcuni dei bar più alla moda di Siviglia … e soprattutto un ristorantino tipico andaluso dove abbiamo gustato una “paella” a dir poco straordinaria!

La “Torre del Oro” è un’antica torre di guardia lungo la riva sinistra del fiume Guadalquivir, vicino a Plaza de Toros Maestranza. E’ alta di 36 metri e deve il suo nome forse ad una antica copertura di tegole dorate o alla luminosità dei suoi muri dovuta ad una miscela di malta di calce e paglia, ed è formata da tre corpi: il primo corpo dodecagonale è stato costruito tra il 1220 e il 1221 per ordine del governatore almohade di Siviglia; il secondo corpo, anch’esso dodecagonale, è stato costruito nel XIV secolo; e il terzo corpo cilindrico sormontato da una cupola e costruito nel 1760. La “Torre del Oro” ospita il Museo Navale di Siviglia dove si trovano modellini, carte di navigazione, bussole e varia documentazione antica.

Il quartiere ebraico di Siviglia, il Barrio de Santa Cruz, è un insieme di piccole e pittoresche strade e piazzette alberate (tanti alberi di aranci) ed è il luogo ideale per una bella passeggiata e per dei momenti di relax. La piazza principale è Plaza de Santa Cruz, è famosa per la sua croce centrale, realizzata del 1692 in ferro battuto. Nel barrio si trovano anche Plaza Dona Elvira e l’Hospital de los Venerables Sacerdotes, al cui interno sono ospitate magnifiche opere di Valdes Leal e di Pedros Roldan. Le case imbiancate a calce, buonissimi tapas bar, i cortili dei palazzi con i loro cancelli in ferro rendono questo barrio incredibilmente suggestivo. Molto bella Callejon del Agua, una stretta stradina ombreggiata che segue le mura del giardino di Alcazar e prende il nome da un corso d’acqua che correva lungo la parte superiore del muro.

Plaza de Toros de la Real Maestranza è uno dei monumenti più rappresentativi del settecento di Siviglia e incarna la passione spagnola per la corrida e i tori. Le visite guidate permettono di ammirare l’interno dell’arena, compresa l’infermeria per i primi soccorsi ai toreri, e il museo dedicato alle storiche corride qui svolte.

Infine, Metropol Parasol: si tratta di un progetto urbano di riqualificazione di Plaza de la Encarnacion, divenuto una delle icone moderne della città. Questa imponente costruzione si trova nel centro della capitale andalusa ed è realizzata con 6 enormi coperture lignee a graticcio collegate fra loro, con un rivestimento in poliuretano. Progettata dall’architetto tedesco Jurgen Mayer, che si è ispirato al Museo Guggenhein di Bilbao, è conosciuta anche come Las Setas, i funghi. Il Metropol Parasol esprime innovazione nella forma e nella funzione in un modo eccezionale. Inaugurato nel 2011, dopo ben sei anni di lavori, questo nuovo centro urbano contemporaneo  comprende un museo archeologico interrato, dove è possibile ammirare le rovine romane e moresche venute alla luce durante i lavori di costruzione, un mercato, diversi ristoranti e un ampio spazio ombreggiato open-air al primo piano. Inoltre, la struttura comprende un grande mirador, una terrazza panoramica da dove godere di una splendida vista sulla città.

Nel 1929 Siviglia fu sede dell’Esposizione Ibero-americana e nel 1992 dell’Esposizione Universale. La Plaza de España è il monumento che resta dell’esposizione del 1929, mentre della Expo ‘92 restano gran parte delle installazioni che sono state riconvertite nel parco tematico dell’Isola Magica e il monumentale ponte sul fiume Guadalquivir, opera dell’architetto Santiago Calatrava.

Siviglia 5

La visita di Siviglia non può definirsi completa senza essersi prima immersi nel clima del flamenco, l’arte per la quale tutta l’Andalusia è conosciuta nel mondo. Una passione, quella del ballo flamenco, che gli andalusi hanno nel sangue e che  li rende, a giusta ragione, davvero esclusivi. Siviglia offre l’opportunità di visitare alcuni suoi musei del ballo del flamenco, ma anche di assistere ad autentici spettacoli di flamenco che avvincono letteralmente lo spettatore in un’atmosfera magica. In diversi locali vi è la possibilità di assistere allo spettacolo nel mentre si degusta una cena o si consumano appetitose tapas.

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(1)     Mudéjar: adattamento dell’arabo mudeggian, rimanere. Nome dei musulmani di Spagna rimasti fedeli all’Islam nei territori riconquistati dai cristiani. In particolare: stile mudéjar, la produzione artistica dovuta ai musulmani che, dopo la Reconquista, continuarono a lavorare per i principi cristiani, perpetuando la tradizione moresca. Lo stile mudéjar, che spesso convisse e si mescolò con altri (si parla infatti di romanico-mudéjar, gotico-mudéjar, ecc.) nel multiforme quadro dell’architettura spagnola, fiorì in diversi centri e periodi: a Toledo nel sec. XII, a Valladolid, Guadalajara, Siviglia, Teruel, Saragozza, Cordova nei successivi, fino al sec. XVI. In architettura gli esempi più rappresentativi sono dati dalla chiesa di S. Maria la Blanca (1405) a Toledo, dall’Alcázar (1364-78) e dalla Casa de Pilatos (1492-1533) a Siviglia, come pure dal tardo-gotico tiburio della cattedrale di Burgos (1568). Ma è soprattutto nel campo delle arti decorative che il mudéjar ebbe una straordinaria fioritura; i suoi caratteri tuttavia sono senz’altro una diretta continuazione di quelli moreschi, la cui tradizione, pur con inserti gotici e poi rinascimentali, si è conservata in alcuni settori fino a oggi mediante il trapasso a produzione popolare. Le decorazioni della cappella di S. Fernando nella moschea di Cordova (1258) e quelle dell’Alcázar di Siviglia sono le testimonianze più vistose di questo fenomeno che ebbe, almeno inizialmente, la sua capitale artistica a Toledo. I motivi moreschi (stalattiti, arabeschi, iscrizioni cufiche, losanghe) si mescolano spesso con la flora naturalistica e gli animali dello stile gotico. Molto diffuso fu l’intaglio in legno per ornare stipiti, mensole, stalli, ecc., combinandosi con dorature e pitture, come pure l’uso della ceramica per rivestire pareti, zoccoli e pavimenti (tipico dell’Andalusia un mosaico ceramico detto alicatado). Le fabbriche di Valencia lanciarono la moda dell’azulejo, in azzurro su fondo bianco, mentre quelle di Manises e di Malaga si specializzarono nella produzione di ceramica alustro. Notevoli furono infine la produzione di armi, la lavorazione del ferro battuto, del cuoio, dei tessuti, dei ricami e dei tappeti; di questi ultimi un centro importante di produzione fu Alcaráz (fino al sec. XVII). [Cfr. Enciclopedia.it – http://www.sapere.it/enciclopedia/mud%C3%A9jar.html]

(2)     Nel 1009 la dinastia Califfale Omayyade, che per anni era stata sotto il potere del Visir Almanzor e dei suoi figli, entrò in crisi dando il via ad un periodo di due lunghi decenni di guerra civile che si conclusero nel 1031 con la deposizione del Califfo Hisam III. La guerra civile portò alla frammentazione del Califfato e alla creazione dei Regni di Taifa indipendenti. Questi piccoli Regni si chiamavano “Taifa” di derivazione dall’arabo “ta ifa” (divisione, partito, fazione). [Cfr. http://www.teutonic.altervista.org/D/040.html].

(3)     Almohadi: Almohadi, dinastia musulmana Berbera,

Almohades,\almoáDes\ [sm pl] hist (s. XII-XIII) [Cfr. DizionarioSpagnolo/Italiano

http://www.grandidizionari.it/Dizionario_Spagnolo-italiano/parola/A/almohades.aspx?query=almohades].

Foto: Lorenzo Bove

Siviglia 1


15
Gen

Poggio Imperiale, rievocazione patrie memorie

Nel bicentenario dell’indipendenza amministrativa del Comune –  1816 – 2016 –  si terrà a Poggio Imperiale, alle ore 18,00 di mercoledì 20 gennaio 2016,  presso la Sala Multifunzionale ex palestra di Via Oberdan, la prima conferenza – evento del secondo anno di studio 2016, indetta dal Centro Studi Territoriale Simposio Culturale, con il Comune di Poggio Imperiale, le Edizioni del Poggio e l’Avis di Poggio Imperiale.

Poggio Imperiale

Rievocazione patrie memorie

Interverranno: Antonietta Zangardi, Rossella Gravina, Giuseppe Izzo, Titta Romano, Stefania Cristino, Nicla Simeone, Giusy Di Summa, Luigi Cuccitto, Mara Romano, Angela Chenet. Sarà presente il Sindaco di Poggio Imperiale, Dott. Alfonso D’Aloiso, e la serata verrà allietata dalla voce di Stefania Cristino accompagnata dagli strumenti suonati da Primiano Schiavone, Gino Maselli e Primiano Schiavone, con la direzione tecnica di Antonio Giacò, Peppino Tozzi, Nazario Mazzarella.

Così descriveva la cittadina di Poggio Imperiale, nel 1900, il giornalista Franz Massimo Frattaruolo sul giornale “La Busta”, Lucera 3 maggio 1900: “ … La vegetazione … ricca, fitta, alta, lussureggiante … quando si arriva all’allegro gioiello di cittadina che è Poggio Imperiale, pulita, ben livellata e areata con i frontoni delle case quasi tutti ornati di pergolati …”

Ed anche il vecchio detto paesano “ Tarranove … pane e pemmedore e arija bbone …” è molto significativo al riguardo.

Locandina bicentenario


14
Dic

A Palazzo Marino ”L’Adorazione dei pastori” di Rubens

Milano rinnova il tradizionale appuntamento natalizio con un capolavoro artistico, esponendo a Palazzo Marino la grande pala d’altare raffigurante “L’Adorazione dei pastori” di Pietro Paolo Rubens: il tema più adatto alle festività natalizie.

Nell’approssimarsi del Santo Natale, le sfavillanti luminarie che decorano le strade e  le piazze di città e paesi, i tipici mercatini, gli spettacoli per grandi e piccini e  le ricche ed attraenti vetrine dei negozi, invitano e incoraggiano la gente ad uscire di casa e tuffarsi in questo tubinìo di colori, suoni, profumi e sapori per fare acquisti, scegliere regali o semplicemente passeggiare e fermarsi magari ad assaggiare qualcosa di tipico.

Milano si pone, nella circostanza, all’altezza della situazione, potendo ben competere con le più importanti capitali europee e del mondo, offrendo una gamma di proposte anche sul piano culturale e dello spettacolo (che  non si esaurisce con la sola “prima” della Scala). Eventi importanti che si intrecciano con iniziative più modeste, allargando così il ventaglio delle opportunità di scelta in ordine ai vari interessi.

Uno per tutti, l’appuntamento natalizio con i capolavori d’arte.

Anche quest’anno le porte di Palazzo Marino, sede del Comune di Milano,  si sono aperte per il consueto incontro dei milanesi ( ma anche di tutti gli appassionati interessati) con le opere d’arte.

Rubens Palazzo Marino

Infatti, dallo scorso 3 dicembre 2015 a tutto il 10 gennaio 2016, il Comune di Milano offre la possibilità di ammirare  gratuitamente nella prestigiosa Sala Alessi una maestosa opera di Pietro Paolo Rubens, l’Adorazione dei pastori: una grande pala d’altare riscoperta come opera del pittore fiammingo solo nel 1927 dal grande storico dell’arte Roberto Longhi, folgorato dalla sua visione nella Chiesa di San Filippo Neri a Fermo. L’opera è oggi conservata nella Pinacoteca Civica della città marchigiana.

La grande tela dell’Adorazione dei pastori, che Rubens dipinse nel 1608, celebra il momento più intimo e suggestivo della Natività e ci appare come una composizione dipinta in una luce notturna densa di bagliori, nella quale si stagliano le monumentali figure della Vergine con il Bambino, San Giuseppe e i pastori. Una scena suggestiva per rivivere un momento centrale della tradizione del Natale, un’opera grandiosa che racchiude in sé tutte quelle prerogative che raramente ritroviamo unite in un unico dipinto: la qualità altissima, che esprime tutta la forza della pittura del grande artista in questa sua fase di prima maturità, ma anche l’ampia documentazione che permette di seguire tutto l’iter dell’esecuzione, avvenuta in breve tempo e quindi di getto, senza ripensamenti, correzioni, difficoltà.

Rubens è un artista centrale per la storia dell’arte europea, forse ancora non abbastanza conosciuto in Italia dove viene considerato semplicemente  un “fiammingo”. Al contrario, il suo soggiorno in Italia dal 1600 al 1608, seppur breve, lascia un segno indelebile nella sua pittura.

Se però  l’Italia è fondamentale per Rubens, altrettanto possiamo dire di Rubens per l’Italia: a lui si devono infatti i primi segnali della nascita del Barocco che poi si diffonde in espressioni altissime in ogni regione del nostro Paese. L’Adorazione dei pastori rappresenta il punto più alto dell’intuizione del pittore, che precorre la sua ricerca successiva,  gettando le basi per la grandiosità, appunto, della maniera barocca. Un capolavoro assoluto, dunque, e il regalo di addio all’Italia di Rubens, che il 28 ottobre 1608 riparte per Anversa senza fare mai più ritorno nel nostro Paese.

Rubens fu anche un grande maestro per gli artisti più giovani. Ed ecco l’altra importante ragione che ha guidato la scelta di Rubens per la mostra di Palazzo Marino. Questa occasione vuole infatti offrire al pubblico un’anticipazione di quella grande mostra dedicata proprio a “Rubens e la nascita del Barocco” che si terrà nel prossimo autunno del 2016  al Palazzo Reale  di Milano e che metterà a confronto, con opere provenienti da musei di tutto il mondo, l’opera di Rubens con quella di altri artisti a lui vicini e con la produzione classica che tanto lo ha ispirato.

Con questa scelta, inoltre, il Comune di Milano ha voluto selezionare un grande capolavoro proveniente da una piccola città, valorizzando così una delle numerose, quanto poco note, eccellenze artistiche disseminate nel nostro Paese.

Un insieme di circostanze favorevoli, dunque, che l’Adorazione dei pastori di Rubens riassume con la sua grandiosa bellezza e che merita davvero di essere ammirata; un appuntamento al quale anch’io e mia moglie, lo scorso venerdi 11 dicembre, non abbiamo voluto mancare.

Sulla stessa Piazza della Scala, ove sorge Palazzo Marino, si affacciano anche le Gallerie d’Italia, sede museale di Intesa Sanpaolo che, contemporaneamente alla presentazione di Rubens (mostra aperta dal 3/12/2015 al 10/1/2016), propongono una grande retrospettiva dedicata al maggior pittore del Romanticismo italiano, Francesco Hayez (mostra aperta dal 7/11/2015 al 21/2/2016).

Rubens Hayez

Nel periodo delle festività natalizie si svolgono dunque a Milano due importanti eventi culturali, che instaurano un dialogo ideale fra due protagonisti della storia della pittura europea. Una sinergia tra Palazzo Marino e le Gallerie di Piazza Scala, capace di potenziare e arricchire ulteriormente l’attrazione culturale e turistica di Milano e di una piazza che, con il suo celeberrimo teatro, è un luogo simbolo della città nel mondo.

Rubens Adorazione pastori mostra 2

Foto di Lorenzo Bove


13
Nov

Riaperta al pubblico la “Casa Manzoni”; un tuffo nella Milano dell’800!

Dopo anni di chiusura, nuova vita per la storica dimora milanese; un percorso tra storia e letteratura nei luoghi abitati dal grande poeta e scrittore italiano.

Anche noi non abbiamo voluto mancare a questo importante appuntamento e, così, mercoledi 21 ottobre scorso, a soli due giorni dalla nostra visita all’Expo Milano 2015, io e mia moglie ci siamo concessi questa nuova ed emozionante avvenutura: entrare nell’intimità dei luoghi ove il Manzoni ha vissuto, pensato e scritto le sue opere immortali,  attraversando stanze, corridoi, scalone d’onore, camera da letto e studio, nei quali sembra aleggiare ancora il suo spirito perenne, che dalle finestre continua ad osservare la sua magnolia del giardino all’interno del palazzo.

Manzoni 3

A 230 anni dalla nascita di Alessandro Manzoni, rinasce dunque l’antica residenza di via Morone 1, dove l’autore dei “Promessi Sposi” visse dal 1813 fino alla morte, avvenuta nel 1873.
La casa del grande scrittore è stata ufficialmente riaperta al pubblico il giorno 6 ottobre 2015, dopo un recupero articolatosi sia nella ristrutturazione dell’edificio, sulla base di un progetto elaborato dallo studio dell’architetto Michele De Lucchi, finalizzato a migliorare la funzionalità degli spazi per un loro differenziato utilizzo, sia in una rinnovata programmazione dell’offerta museale.

Manzoni 6

In particolare, l’allestimento del Museo Manzoniano è stato ripensato con un nuovo taglio scientifico, secondo i più aggiornati orientamenti museologici e museografici, grazie al contributo del consiglio direttivo e del comitato consultivo di “Casa Manzoni” e sotto la supervisione del Prof. Fernando Mazzocca, già docente ordinario di Storia della critica d’arte e uno dei massimi esperti internazionali di arte italiana dell’Ottocento.

Il nuovo percorso espositivo è organizzato in sezioni dedicate a specifici temi: all’immagine di Manzoni, a quella della sua famiglia, alla cerchia degli amici illustri, ai luoghi di Manzoni, ai “Promessi Sposi” dal cinema alla televisione al teatro, al Manzoni “botanico” e alle sue biblioteche.

Manzoni 4

E’ possibile, tra l’altro, ammirare i suoi libri e  le lettere con le quali comprava sementi per il giardino di Milano e per la casa di campagna di Brusuglio; quadri, ritratti, edizioni dei Promessi Sposi; oggetti e tesori di famiglia, tra cui un ricamo eseguito da “Maria Antonietta” poco prima di essere ghigliottinata. Se si passa poi allo studio e alla “monacale” camera da letto dove il Gran Lombardo morì, ecco l’affaccio sul giardino e quella magnolia che consolò i suoi ultimi giorni.

Presentando il progetto di restauro conservativo e riqualificazione, Giovanni Bazoli, presidente del Consiglio di sorveglianza di Intesa SanPaolo, che lo ha finanziato con un investimento di 4 milioni di euro, ha ricordato che si è trattato di “un impegno preso cercando di coinvolgere altre realtà milanesi, ma senza ricevere risposte: per questo abbiamo deciso di sobbarcarcelo da soli“.
Manzoni, ha sottolineato lo stesso Bazoli, “è una figura in cui si riconosce uno dei padri della Patria. Non si impegno’ soltanto per un rinnovamento culturale ma si adopero’ anche per la rifondazione morale della nazione. Attraverso la creazione di una lingua destinata a divenire il modello dell’Italia unita, egli contribui’ da protagonista alla formazione di una moderna coscienza nazionale” (ANSA).

La riapertura della “Casa Manzoni”, a seguito della sua recente ristrutturazione, è avvenuta dopo anni durante i quali l‘intero complesso con il relativo circuito museale sono rimasti chiusi ai visitatori. Ora Milano si riprende la dimora di Alessandro Manzoni, non solo come museo ma soprattutto come accogliente centro di cultura. Dietro la facciata in piastrelle di cotto su piazza Belgiojoso, pianterreno e primo piano sono destinati al museo e il secondo al Centro Nazionale di Studi Manzoniani. Siamo nel cuore emotivo e poetico di Milano, Piazza della Scala è a un passo, a poche decine di metri una lapide ricorda dove nacque Carlo Emilio Gadda. E qui sta nascendo una sorta di “isola dei musei”, con le Gallerie d’Italia nello stesso isolato della casa di via Morone e il Museo Poldi Pezzoli più giù verso i giardini Montanelli, in attesa che anche il progetto della Grande Brera prenda corpo e dia un senso compiuto all’intero piano, pur in considerazione dell’attuale congiuntura economica.

E, sempre a proposito di Alessandro Manzoni, Niccolò Tommaseo, profeticamente, scrisse: “Verrà tempo di migliore età che la nostra, che gli uomini si recheranno a visitare la casa di questo grande italiano, come luogo sacro”.

 

 

 

 

 

 

 


23
Ott

EXPO Milano 2015: Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita

L’Esposizione Universale di Milano 2015 volge ormai al termine, dopo sei lunghi mesi di svolgimento nell’area “ Milano – Rho Fiera Expo 2015”.

E’ stata tanta l’attesa, tante le traversìe che hanno caratterizzato la fase preparatoria, ma poi Milano si è dimostrata all’altezza della situazione, ponendo in essere una “macchina organizzatrice” di grande rilievo, che ha permesso l’attuazione di imponenti infrastrutture e collegamenti stradali, ferroviari, areoportuali nonché di servizi e sottoservizi di ogni genere, che hanno infine consentito la realizzazione dei Padiglioni espositivi a cura dei diversi Paesi partecipanti.

“Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”: questo il tema di Expo Milano 2015.

L’Esposizione Universale che l’Italia sta ospitando dal primo 1° maggio al 31 ottobre 2015 è il più grande evento mai realizzato sull’alimentazione e la nutrizione; per sei mesi Milano si è trasformata in una vetrina mondiale in cui i Paesi hanno mostrano il meglio delle proprie tecnologie, per dare una risposta concreta a un’esigenza vitale: riuscire a garantire cibo sano, sicuro e sufficiente per tutti i popoli, nel rispetto del Pianeta e dei suoi equilibri.

Expo Milano 2015 si è rivelata la piattaforma di un confronto di idee e soluzioni condivise sul tema dell’alimentazione, stimolando la creatività dei Paesi e promuovendo le innovazioni per un futuro sostenibile. Ma non solo: Expo Milano 2015 ha offerto  a tutti la possibilità di conoscere e, in molti casi, assaggiare anche i migliori piatti del mondo e scoprire le eccellenze della tradizione agroalimentare e gastronomica di ogni Paese. La città di Milano e il Sito Espositivo sono stati, peraltro, animati quotidianamente da eventi artistici e musicali, convegni, spettacoli, laboratori creativi e mostre.

Qualche inevitabile problema è sorto in ordine alle lunghe file che, in alcune giornate, si sono formate sia per l’ingresso all’Expo, sia per accedere ai vari Padiglioni espositivi; file che hanno raggiunto tempi record anche di 6 ore. Ma questo è avvenuto anche per accedere alle aree di ristoro, servizi e quant’altro, nonostante il numero di postazioni disponibili. Va da sé che un’area espositiva programmata per una capienza (massima) di 250.000 visitatori giornalieri, qualche disagio può senza dubbio comportare.

La nostra esperienza all’Expo l’abbiamo vissuta lo scorso lunedi 19 ottobre, in un periodo – a quanto pare – di massima affluenza, trascorrendo una giornata in cui i disagi erano palpabili, soprattutto per l’accesso ai Padiglioni più gettonati. Ma, nel complesso, tutto sommato, è stata una bella esperienza, ove si consideri che abbiamo avuto l’opportunità di “abbracciare”, in un colpo solo, il Mondo intero, a contatto con le persone di diversa nazionalità, e di poter confrontare le diverse culture, tradizioni, nutrimento, ecc.

Non farò naturalmente la cronaca della giornata, ma mi limiterò – per ovvi motivi nazionalistici – alla descrizione della visita del Padiglione Italia, non foss’altro per il merito “alla resistenza”: oltre 4 ore di fila (un serpentone interminabile) alle quali io, mia moglie e mia cognata ci siamo pazientemente assoggetati. Ma ne è valsa davvero la pena.

Pad Italia e Albero dV

Il Padiglione Italia ha messo in mostra le eccellenze italiane: la cultura e le tradizioni nazionali legate al cibo e all’alimentazione, caratterizzate dall’alta qualità delle materie prime e dei prodotti finali. Il complesso si compone del Palazzo Italia, dei quattro edifici sul Cardo e della Lake Arena (l’Arena all’interno della quale sorge il laghetto, nel cui punto centrale si erge l’Albero della Vita, l’autentico “pezzo forte” dell’Expo), per un totale di 14.000 metri quadri.

Palazzo Italia è il cuore dell’intero spazio, destinato a rimanere anche nel periodo post-Expo come polo dell’innovazione tecnologica al servizio della città di Milano. Il progetto è stato concepito dallo Studio Nemesi & Partners S.r.l., insieme a Proger S.p.A. e BMS Progetti S.r.l., seguendo il concetto ispiratore del Direttore Creativo Marco Balich: quello dell’Italia come Vivaio di Energie Nuove, nido del futuro, ricco di passato, ma non  malinconico museo delle proprie grandezze.

La mostra dell’Identità Italiana nel Palazzo Italia è il cardine espositivo del Padiglione ed è interamente dedicata ai territori che hanno partecipato al suo progetto culturale e artistico. Sono state raccontate le quattro “Potenze Italiane” con l’aiuto delle 21 Regioni e Province autonome.

  • La Potenza del Saper Fare: 21 personaggi raccontano storie di professionalità applicata degli italiani, in arte e manualità, che hanno trovato soluzioni facendo impresa;
  • La Potenza della Bellezza: ci sono 21 panorami e 21 capolavori architettonici che raccontano la bellezza dell’Italia;
  • La Potenza del Limite: qui ci sono 21 storie di impresa agricola, agroalimentare, artigianale che raccontano la più specifica delle grandezze italiane, la capacità di esprimere il meglio di noi nelle circostanze più proibitive, di coltivare vigneti di eccellenza su cucuzzoli aridi e non meccanizzabili, la potenza più vicina alla virtù del limite.
  • L’Italia è la Potenza del Futuro e viene raccontata attraverso un Vivaio di 21 piante rappresentative delle Regioni, simbolo della loro storia. L’Italia è uno dei paesi europei più ricchi di biodiversità: Milano (Lombardia) è rappresentata dal gelso, fondamentale per l’allevamento del baco da seta; Roma (Lazio) dall’alloro simbolo di gloria, grandezza e sapienza; il Veneto dalle viti, ecc.

Dentro al Palazzo Italia il visitatore trova la mostra dei mercati, un sistema interattivo che permette il dialogo con i più grandi mercati ortofrutticoli d’Italia a Firenze, Roma e Palermo. Oltre 750 scuole, con 11.000 studenti, presentano le loro esperienze didattiche nello spirito di Expo Milano 2015. In uno spazio lungo cento metri di buio totale, gestito dall’Unione Italiana Ciechi, i visitatori possono vivere l’esperienza irripetibile della privazione (la “vista” che non c’è), prima di uscire nel trionfo di luci della Vucciria di Guttuso. Nell’atrio, un’opera romana (la Demetra) e un artista contemporaneo si confrontano nel solco della bellezza e dell’arte.

Lungo il Cardo: ogni italiano ha ben presente l’immagine del borgo che ha segnato la storia di molte città. A questa immagine rimanda la struttura degli spazi espositivi che si trovano lungo il Cardo per rappresentare la varietà e la ricchezza dell’Italia: a nord la rappresentazione dei Territori e delle Regioni italiane mentre a sud le filiere del Made in Italy attraverso una grande mostra delle eccellenze nazionali negli ambiti dell’alimentazione e della sostenibilità.

Lungo il Cardo Nord-Ovest, contiguo, a sud del Palazzo, le Regioni Italiane hanno esposto, per un minimo di una settimana e un massimo di sei settimane, la lettura delle quattro potenze: le loro eccellenze agricole, turistiche, enogastronomiche, ma soprattutto il loro pensiero e la loro azione sul Tema di Expo Milano 2015. Ognuna ha avuto a disposizione due grandi locali (una biblioteca e un convivio), dove esprimere il proprio sapere e il proprio fare.

Nel Cardo Sud-Ovest vengono mostrati il concetto di filiera corta e quello, conseguente, di sostenibilità dello sviluppo. Qui la più grande organizzazione agricola italiana ed europea esprime l’eccellenza delle filiere di prodotto della dieta mediterranea, il vero dono dell’Italia al mondo.
Nel Cardo Nord-Est spazio all’eccellenza del vino. Il Padiglione del Vino, curato da Vinitaly propone al piano terra la conoscenza sensoriale del prodotto fino a produrre un’immersione del visitatore, che al piano superiore assaggerà il sistema dei vini italiani.

Nel cardo Nord Est l’Unione Europea, che voluto essere ospite dell’Italia, offre la visione e la degustazione dell’alimento comune a tutti i cittadini europei, il pane, attraverso un affascinante racconto di due giovani europei, Alex, un agricoltore, e Sylvia, una ricercatrice. La loro storia fa capire l’importanza della collaborazione tra tradizione e innovazione, tra culture ed esperienze diverse, tra agricoltura, amore per l’ambiente e scienza.

Il gelato e la pizza, la birra, l’acqua minerale e il caffè, i latticini e i salumi accompagnano, nelle piazzette commerciali e negli spazi interni al Cardo, il pranzo degli italiani, coronato dal pane e dal vino. Le potenze italiane dei territori, attraverso il sistema associativo dell’agricoltura e dell’agroindustria, esprimono l’eccellenza enogastronomica base di partenza per un nuovo modello di turismo.

L’Albero della Vita (da un disegno di Michelangelo, il simbolo del Padiglione Italia).

La grande chioma svetta verso il cielo, a 37 metri di altezza, sorretta da un complesso ed elegante intreccio di legno e acciaio. L’Albero della Vita, simbolo del Padiglione Italia, simboleggia in realtà l’intera Expo 2015. Per sei mesi è stato il richiamo potente e suggestivo delle centinaia di migliaia di visitatori dell’Esposizione Universale di Milano.

L’imponente struttura in legno e acciaio si erge al centro di Lake Arena, specchio d’acqua su cui si affacciano ampie gradinate, il maggiore spazio open air dell’area. L’opera, realizzata dal Consorzio “Orgoglio Brescia”, è situata al termine del Cardo, uno dei due assi principali di Expo, una delle principali vie d’accesso al sito. L’Albero è di fronte a Palazzo Italia, luogo di rappresentanza dello Stato e del Governo Italiano.

La struttura dell’Albero della Vita affonda le radici in uno dei periodi artistici più fervidi dell’arte italiana, il Rinascimento. Sul finire degli anni Trenta del XVI secolo, Michelangelo risistemava Piazza del Campidoglio su incarico papale, donandole una nuova forma e prevedendo una pavimentazione che eliminasse lo sterrato esistente. Proprio per questo pavimento, l’artista concepì e disegnò una struttura complessa e simbolica che, partendo da un disegno a losanghe, culmina in una stella a dodici punte indicante le costellazioni.

Proprio da questo disegno michelangiolesco, Marco Balich, direttore artistico di Padiglione Italia nonché produttore di grandi eventi e regista, ha mutuato la forma dell’Albero della Vita, una grandiosa costruzione a metà tra monumento, scultura, installazione, edificio, opera d’arte che oltre al Rinascimento rimanda a simbologie più complesse e comuni a numerose culture, per cui l’Albero della Vita è simbolo della Natura Primigenia, la grande forza da cui è scaturito il tutto. Il Concept è di Marco Balich e il design è di Marco Balich in collaborazione con lo studio Gioforma.
L’Albero della Vita non è solo tradizione e simbologia religiosa: è anche il segno di uno slancio rivolto al futuro, all’innovazione e alla tecnologia. La struttura nasce fin dall’inizio come icona interattiva destinata a catturare l’immaginario del visitatore e creare una rete di connessioni tra i vari padiglioni di Expo 2015. Ad animarla sono una serie di effetti speciali di luci e suoni, realizzati con le più avanzate tecnologie di spettacolo.

Decumano

La Carta di Milano

La Carta di Milano rappresenta l’eredità culturale di Expo Milano 2015. Per la prima volta nella storia delle Esposizioni Universali, il grande Evento internazionale è stato preceduto da un ampio dibattito nel mondo scientifico, nella società civile e nelle istituzioni sul Tema di Expo “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”. Questo intenso e profondo processo ha portato per volontà del Governo italiano alla definizione della Carta di Milano: un documento partecipato e condiviso che richiama ogni cittadino, associazione, impresa o istituzione ad assumersi le proprie responsabilità per garantire alle generazioni future di poter godere del diritto al cibo.

Attraverso un percorso partecipato, infatti, i maggiori esperti italiani e internazionali hanno contribuito a identificare le principali questioni che interessano l’utilizzo sostenibile delle risorse del Pianeta. In particolare, i grandi temi affrontati dalla Carta di Milano sono quattro, tutti inseriti all’interno della cornice del diritto al cibo:

  • quali modelli economici e produttivi possano garantire uno sviluppo sostenibile in ambito economico e sociale;
  • quali tra i diversi tipi di agricoltura esistenti riusciranno a produrre una quantità sufficiente di cibo sano senza danneggiare le risorse idriche e la biodiversità;
  • quali siano le migliori pratiche e tecnologie per ridurre le disuguaglianze all’interno delle città, dove si sta concentrando la maggior parte della popolazione umana;
  • come riuscire a considerare il cibo non solo come mera fonte di nutrizione, ma anche come identità socio-culturale.

I singoli cittadini, le associazioni, le imprese sottoscrivendo la Carta di Milano si assumono responsabilità precise rispetto alle proprie abitudini, agli obiettivi di azione e sensibilizzazione e chiedono con forza ai governi e alle istituzioni internazionali di adottare regole e politiche a livello nazionale e globale per garantire al Pianeta un futuro più equo e sostenibile (anch’io, come tanti altri cittadini “del mondo” ho apposto la mia firma).

Lo scorso venerdi 16 ottobre 2015, in occasione della la Giornata mondiale dell’agricoltura – celebrata quest’anno nel giorno del 70° anniversario della fondazione della Fao – erano presenti a Expo 2015 il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon e il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella. Nel corso della cerimonia ufficiale il Capo dello Stato ha formalmente consegnato la Carta di Milano al massimo rappresentante dell’ONU, il quale ha esordito dicendo che occorre “eliminare la fame per tutti e per  sempre, perché compromette il nostro futuro: è l’impegno che il mondo intero deve fare suo. La fame è un’ingiustizia terribile; noi siamo qui per rafforzare il nostro impegno contro la fame nel mondo intero”.

“Sette decenni fa — ha proseguito Ban Ki-moon — diversi Paesi hanno fondato la Fao per la libertà dalla fame in tutto il mondo. Ora siamo qui per proseguire questo impegno con  la sfida della fame zero che io e il presidente della Fao, Graziano Da Silva, abbiamo lanciato a Rio De Janeiro. L’agenda 2030 è la nostra road map per il successo. Catturiamo lo spirito dell’Expo e lavoriamo insieme per garantire cibo al mondo intero. Assistiamo a talmente tanti sprechi di cibo, le nostre risorse sono un valore e noi le sprechiamo, bisogna vergognarsi”.

Il Segretario ha concluso, sottolineando l’importanza di concentrare gli sforzi e passare all’azione: «Io chiedo ai leader come spiegano il fatto di avere tanti soldi per distruggere la gente e uccidere invece di proteggere. Perché non investono in cibo e agricoltura?”.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel suo saluto, ha sostenuto che “nutrire il pianeta è una sfida epocale che abbiamo davanti e un ideale inseparabile dalla pace; un grande progetto politico in un mondo dove le regole della finanza prevalgono sull’economia reale. Il tema della giornata di oggi (dedicata alla protezione sociale e all’agricoltura), ci ricorda quante conoscenze sono necessarie e quante forze vanno raccolte per ottenere risultati concreti, ma certamente il traguardo può essere raggiunto: il diritto a cibo e acqua può essere affermato in tutti i continenti. La cooperazione può prevalere sul conflitto, il dialogo sul fanatismo, la crescita delle opportunità può restringere la forbice delle diseguaglianze. La generazione Fame Zero sta per nascere e noi vogliamo accoglierla. La Carta di Milano — l’eredità dell’Esposizione — è un impegno comune che dovrà continuare nel tempo come frutto di un lavoro collettivo”.

Un impegno ribadito dal ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina che ha aggiunto: “Ci batteremo perché la generazione di Expo diventi davvero la generazione Fame Zero”.

Expo 2015 in cifre

Sono stati realizzati 53 Padiglioni (ben 11 in più del record di Shanghai 2010), con una superficie di 200.000 metri quadri riservati ad aree verdi, con la bellezza di 12.000 alberi piantumati;  un’area espositiva complessiva di 1,1 milioni di metri quadri; più di 140 Paesi e Organizzazioni internazionali coinvolti (rappresentanti “simbolici” di circa il 94% della Popolazione Mondiale, pari a 7 miliardi di persone), 20 milioni di visitatori giunti da ogni parte del Mondo.

Ma è stato il fattore umano il grande protagonista di Expo 2015: non solo dunque i visitatori, ma anche tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione del Sito espositivo e alle attività svolte al suo interno. E sono veramente tanti se pensiamo che ci sono stati  più di 17.000 eventi a fare da contorno nei sei mesi di apertuna dell’Esposizione, con oltre 2.000 imprese del tessuto produttivo italiano che hanno provveduto ad organizzarle. Inoltre, 1.200 le aziende impegnate nella fornitura di beni e servizi, con 1.300 operai impegnati non stop nel cantiere e 4.000 maestranze coinvolte. Infine, 10.000 i lavoratori impegnati nell’evento, con oltre 7.700 candidature ricevute dai vari Paesi, da parte di giovani e meno giovani, desiderosi di  partecipare anche solo come volontari.

E’degli Emirati Arabi – prossimo Paese ospitante dell’edizione Expo del 2020 a Dubai – il record di spesa per la realizzazione del proprio Padiglione: ben 60 milioni di euro. Non si è risparmiata neanche la Cina con 50 milioni e la Germania con 35, mentre il Paese che ha iniziato e terminato per primo la realizzazione del proprio Padiglione è stata la Svizzera.

Notizie dell’ultima ora fanno trapelare che, dopo il 31 ottobre 2015, nel mentre verranno smantellati, a cura dei Paesi che li hanno realizzati, tutti i Padiglioni stranieri,  saranno mantenuti in vita il Padiglione Zero (ubicato all’ingresso principale di Expo 2015, all’inizio del Decumano), il Padiglione Italia e l’Albero della Vita, i quali ricominceranno regolarmente a funzionare a partire dalla prossima primavera 2016, consentendo così la loro permanente fruibilità da parte di un pubblico italiano ed internazionale. Una bella idea, per mantenere viva e perpetrare nel tempo la “storia” dell’Esposizione Universale 2015 di Milano, sullo sfondo del suo Albero della Vita.

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