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Benvenuti in PagineDiPoggio.com
Poggio Imperiale, la Porta della Puglia e del Gargano.

Un poggio, un'altura,
un dolce declivio.
Un luogo privilegiato di osservazione
sul passato, presente e futuro.
Sul mondo intero.
(l.b.)
20
Feb

La singolarità dei numeri … raccontata da un vecchio brontolone!

Si è appena concluso il Festival di Sanremo e, sulla base “dei numeri”, si stanno già facendo programmi per il prossimo anno e, dunque, ancora Carlo Conti, perché “cavallo vincente non si cambia”. Onestamente, non ho seguito (o meglio: non ho avuto nè la voglia nè la pazienza di seguire) per cinque serate di seguito una esibizione dell’effimero, patinata da grande rappresentazione artistica. Denaro pubblico che si spende e si spande, quando c’è gente che non riesce a far quadrare i conti (quelli con la “c” minuscola che nulla hanno a che vedere con le “C” maiuscole di Carlo Conti) della propria famiglia ed arrivare a fine mese. E in questi giorni si sta parlando di mettere mano anche alle pensioni di reversibilità … siamo davvero arrivati alla frutta.

I numeri che contano oggi, a quanto pare, sono solo quelli dell’audience televisiva; una formula che viene applicata comunemente, ad ogni pie’ sospinto, non solo alla programmazione televisiva in genere, ma che sta invadendo i campi più svariati della vita quotidiana del cittadino. Un vero rischio di invasione di campo. Anche perché, a ben vedere, dietro questo moderno strumento (di conta delle pecore), in realtà si potrebbe celare un insidioso, subdolo e ingannevole marchingegno manovrato ad arte da mani e menti … che la sanno lunga … al solo scopo di incidere sulle scelte, i gusti, gli orientamenti della gente. E non stiamo qui mica a parlare solo della “Nutella”, come direbbe il Crozza/Bersani.

I numeri, sempre i numeri!

Mi aveva sempre incuriosito il perché dei francesi indicassero il numero 80 con “quatre-vingts”, che tradotto in lingua italiana significa “quattro volte venti”, circostanza più unica che rara nei sistemi di numerazione correnti nel mondo. L’avevo chiesto in più occasioni anche direttamente a qualche francese, per i quali è così naturale pronunciare il loro “quatre-vingts”, senza poi parlare del “quatre-vingt-dix” (quattro volte venti e dieci, per indicare 90), senza riuscire tuttavia ad ottenere una risposta convincente o che, per lo meno, mi fornisse una qualche indicazione plausibile.

Trovai in seguito riscontro nella storia dell’origine dei numeri, che mi offrì l’illuminazione necessaria per capire, e fu così che il rebus venne immediatamente risolto, scoprendo in maniera semplice e a dir poco scontata che si trattava di una cosa naturale risalente … al tempo dei tempi!

Molto semplice: la numerazione francese è rimasta influenzata da quella celtica ove i conteggi erano “a venti” e, dunque, la Francia conserva il modo di indicare i numeri di quell’antica popolazione (quatre-vingts, quattro volte venti).

Si potrebbe azzardare l’ipotesi che il metodo del contare sia nato per caso ed in maniera del tutto naturale. Il nostro sistema di numerazione, che usiamo abitualmente, è quello decimale, vale a dire che noi contiamo e scriviamo i numeri per decine, ma non tutti i popoli adottano o hanno sempre adottato lo stesso metodo.

Esistono correnti di pensiero secondo cui l’uomo primitivo, per contare, potrebbe essersi servito di parti del proprio corpo e, in particolare, delle mani e delle relative dita. Tutti abbiamo sperimentato che il modo più naturale di contare è quello di chiudere una mano a pugno e quindi sollevare un dito per volta in corrispondenza di ogni oggetto dell’insieme che si vuol contare (magari con qualche piccola differenza: noi, ad esempio, cominciamo dal pollice e poi man mano scendiamo verso l’indice, il medio e così via, mentre negli Stati Uniti cominciano dal mignolo e salgono poi verso l’anulare, il medio, ecc.). Dette convinzioni si basano anche sul fatto che presso alcune popolazioni si riscontrano conteggi e registrazioni dei numeri basati sulle dita di una sola mano (sistema di numerazione «quinario»), o sulle venti dita complessive delle mani e dei piedi (sistema di numerazione «vigesimale»). La numerazione celtica era una numerazione a “base venti” e i francesi, a quanto pare, conservano tale  modo di indicare alcuni dei loro numeri. Esistono comunque altre basi di numerazione che non derivano dall’anatomia del corpo umano, ma dall’astronomia, come le numerazioni per dozzine o per sessantine, che si usano ad esempio quando si conteggia il tempo, dove, come tutti sappiamo, sessanta secondi sono un minuto e sessanta minuti un’ora e dove un giorno consta di ventiquattro ore ed un anno di dodici mesi.

Ricordo, da ragazzo, che al mio paese di origine (Poggio Imperiale, in provincia di Foggia, detto anche “Tarranòve”) le uova venivano vendute per “coppie”: una coppia = 1 [dàmme ‘na cocchij-a-d’òve]; i volatili per “pariglie”, costituite da 2 uccelli (tarragnòle, sturne, ecc.) cadauna: una pariglia = 1 [dal fr. pareille, pari, uguale, coppia di cose uguali e da qui sparigliare, per dire scompaginare]; molti prodotti (fichi d’india, uova, fazzoletti, strofinacci, bicchieri, ecc.) per “dozzina”, costituita da 12 pezzi: una dozzina = 1 [per indicare 6 pezzi suoleva dirsi ½ dozzina mentre, per 24 pezzi, 2 dozzine, ecc.]; altra merce, soprattutto alimentare, per “quinti”, corrispondenti a 200 grammi (oggi ragioniamo invece per “etti”, corrispondenti a 100 grammi): un quinto = 1 [e, così, si chiedevano “mèze quinde, ‘nu quinde, duije quinde”, ecc. di acciughe salate, mortadella, ecc.].

Il mondo dei numeri è così variegato, ma certamente indispensabile per l’umanità, che ha cominciato a contare sin dai suoi primordi, per necessità di sopravvivenza prima e per dare un senso concreto alla propria esistenza nel prosieguo del tempo. Misurare il tempo della notte e dell’oscurità che incuteva paura, fino al sorgere del nuovo giorno, e poi misurare il giorno per calcolare il tempo di luce a disposizione prima di poter trovare un rifugio sicuro per la notte successiva. Misurare le distanze e prendere conoscenza dei pesi, intendere le misure delle altezze e delle profondità e intuire il passare del tempo e degli anni della vita fino alla morte.

L’importanza dei numeri: di quelli grandi, ma anche di quelli piccoli.

Forse però col tempo l’uomo ha cominciato a dare maggiore rilievo ai grandi numeri, alle statistiche, alle cifre con tanti zeri, a guisa che un fatto diviene suscettibile di attenzione collettiva solo se riguarda la pluralità dei consociati, trascurando i piccoli numeri, i singoli eventi della quotidianità, che non di meno maggiormente attengono alla sensibilità delle persone.

E, allora, ecco che un anziano resta solo e abbandonato e viene trovato morto in casa dopo settimane (o anche mesi) senza che qualcuno si sia minimamente preoccupato di cercarlo, mentre in televisione e sui giornali si parla di cani e gatti abbandonati e dell’esigenza di legiferare adeguatamente al riguardo, condannando pesantemente i soggetti che si rendono artefici di siffatte nefandezze, pur riconoscendo – s’intende – a favore di questi e di tutti gli animali in genere il sacrosanto diritto di assoluta tutela.

Ma di tanti altri episodi si potrebbe far cenno, senza tuttavia voler minimamente enfatizzare i fenomeni né  promuovere crociate di sorta.

In tempo di pace e in tempo di guerra le cose non cambiano, i grandi numeri la fanno sempre da padrone: è così, punto e basta.

Eroi per caso!

Addirittura i processi – altro esempio –  si svolgono nei “talk show” televisivi dove ognuno degli intervenuti può dire liberamente la sua (e ognuno cerca, non di rado, di spararla sempre più grossa pur di mettersi in mostra, ma anche per incrementare l’audience e far quindi piacere allo sponsor di turno), sulla base delle proprie sensazioni ed in barba ai principi che regolano la materia di cui si sta discutendo, con il rischio di manipolare ed orientare in tal modo l’opinione pubblica attraverso quel potente mezzo di diffusione che è la televisione, fatta esclusivamente di grandi numeri. Ed è così che anche le sentenze sembrano, a volte, emesse sulla scia di processi indiziari, senza prove certe e riscontri oggettivi, forse per tener conto anche della “tendenza” che si è andata formando nel corso delle trasmissioni televisive (tipo: Porta a porta, Quarto grado, ecc.).

Compi una “buona azione” da libro Cuore … morendo magari affogato nel mentre tenti di salvare uno sconosciuto che si è tuffato in acqua, durante le tue vacanze estive, oppure spiaccicato sulle strisce pedonali nel mentre aiuti una vecchina ad attraversare la strada: ordinaria amministrazione!

Hai trucidato, in complicità con il tuo ragazzo i tuoi genitori, oppure hai barbaramente ammazzato il tuo bambino … diventi subito un’eroina da prima pagina, e tutti sono autorizzati a parlarne e ad esprimere la loro opinione al riguardo, da competente in materia ma anche da meno competente. E, così, anche i gravi problemi che attanagliano giornalmente la vita del cittadino, con riguardo all’economia, la politica, la sanità e quant’altro, passano in second’ordine, con la buona pace di tutti.

Il mondo è solo un insieme di gabbie, piccole e grandi, non c’è altra dinamica che quella del potere degli uni sugli altri e l’unica legge è quella della forza (e, dunque, dei numeri … anche in gergo solitamente si dice:” il tizio ha i numeri per farcela” oppure “il caio non ha i numeri ….”).

E se provassimo invece ad agire inseguendo il buon senso e non solo il consenso, ritornando magari a dire “pane al pane e vino al vino”?

Troppo complicato: sarebbe come privare le cose della loro dimensione, conseguenza delle tendenze, modi di vedere e di pensare del momento, originata soprattutto dall’uso dei numeri (audience, consensi, statistiche, ecc.). In tal caso, si dovrebbe poi dire, ad esempio, che i cosiddetti “saldi di fine stagione” rappresentano semplicemente una colossale truffa per il consumatore ed un modo subdolo per i commercianti per riesumare i loro fondi di magazzino, con ricarichi ingiustificati sui prezzi? Che molti dei cibi “spazzatura” che ci vengono proposti (e propinati) sono dannosi per la salute? Che la Sanità pubblica, i Lavori pubblici, la Pubblica Amministrazione, la Magistratura, la politica in genere … bla, bla, bla…?

La pubblicità, in tutti i sensi e in tutti i campi,  è l’anima del commercio … anche quando si mente spudoratamente!

Come sarebbe bello, invece, interagire con il proprio prossimo sempre con la sola “forza della verità”, estendendo il concetto a tutte le manifestazioni di vita quotidiana. Una meravigliosa e chiara “forza del dialogo sincero” fondato sulla “verità”, cercando di dire come stanno veramente le cose nella realtà, ammettendo non solo i propri errori, quando si sbaglia, ma anche la propria superficialità o parzialità nei giudizi espressi o nella comprensione dei problemi, laddove si continuano invece ad enfatizzare posizioni esasperate, per esclusivo tornaconto personale, di casta, di partito, anche quando tali punti di vista si palesano del tutto incoerenti e inconsistenti.

Ricordandosi sempre, comunque, che dire la verità non è affatto un segno di debolezza.

 

saldi 2

 

 

Foto: numeri (da Internet)

https://www.google.it/search?newwindow=1&site=&source=hp&q=i+numeri+foto&oq=i+numeri&gs_l=hp.1.0.35i39j0l9.9337.11325.0.14375.10.10.0.0.0.0.272.1776.0j6j4.10.0….0…1c.1.64.hp..0.8.1415.0.u137GXNrrAg

Foto: saldi (da Internet)

https://www.google.it/search?newwindow=1&q=saldi+di+fine+stagione+foto&oq=sal&gs_l=serp.1.0.35i39j0i131l2j0i3j0i131j0l5.91866.92431.0.96158.3.3.0.0.0.0.239.413.0j1j1.2.0….0…1c.1.64.serp..1.2.408.COkAdMZI16Q


24
Gen

Siviglia … uno stupendo gioiello andaluso!

Un viaggio in Andalusia per immergersi nel fascino di Siviglia, la sua capitale, rappresenta un’esperienza davvero unica.  Un’atmosfera che infonde nel visitatore, proveniente da qualunque parte del mondo, un senso di incanto in ogni stagione dell’anno, considerato anche il clima favorevole che la sua posizione geografica le consente di godere. Cosa che abbiamo potuto personalmente constatare anche noi, nei giorni scorsi, in pieno gennaio. Anch’io e mia moglie abbiamo voluto vivere questa esperienza, per scoprire lo splendore dell’architettura mudjéar (1) che si respira in tutta la città, passeggiare a piedi lungo le rive del Guadalquivir e godere anche della migliore vista del panorama dal punto più alto della Torre Giralda (indiscutibile simbolo di Siviglia, con la salita di quasi 98 metri di altezza). Visitare le opere emblematiche del patrimonio storico e artistico andaluso e rimanere impressionati per la bellezza gotica-mudéjar plasmata nei cortili dei Reales Alcazares, e stupirsi per le insuperabili dimensioni della Cattedrale di Santa Maria della Sede (entrambe le costruzioni sono state dichiarate Patrimonio delll’Umanità dall’UNESCO). E, poi, perdersi tra le stradine e i cortili del centro del Barrio di Santa Cruz, antico quartiere ebraico dove viveva la seconda comunità  ebrea più  grande di Spagna.

Siviglia 4

Il Guadalquivir – dall’arabo “al-wadi al-kibir”, che significa fiume grande – attraversa tutta l’Andalusia con i suoi oltre 700 km di lunghezza e collega Siviglia con l’Oceano Atlantico; sorgono lungo le sue rive numerose costruzioni che testimoniano epoche passate, quando in prossimità degli approdi di questo magnifico corso d’acqua si costituirono centri di interessi che trasformarono Siviglia in un punto strategico di vitale importanza per il Nuovo Mondo (la Torre dell’Oro, presumibilmente venne così chiamata perché custodiva i carichi di oro provenienti dai paesi oltreoceano).  Era qui, nel porto di Siviglia, che le navi mercantili attraccavano con i loro carichi di oro, argento, tabacco, e altri  oggetti preziosi e ricercati. Mentre  nel monastero di Santa Maria de las cuevas, situato in una piccola isola sul Guadalquivir conosciuta come la isola dela Cartuja, Cristoforo Colombo pianificò il suo viaggio attraverso l’Oceano in cerca delle Indie (… e si imbattè invece nelle Americhe). Ma ancora oggi mantiene il suo fascino: una rilassante gita in battello sul Guadalquivir od anche una crociera, rappresentano non solo  delle interessanti attrazioni turistiche, ma consentono di respirare la storia di Siviglia da una prospettiva suggestiva, lasciandosi trasportare sulle sue acque sotto i  preziosi ponti  di questa città unica e  inimitabile.

Siviglia 2

Siviglia, per la meraviglia del suo territorio, può essere considerata uno dei centri artistici, culturali, economici e sociali più rilevanti di tutta la Spagna. Essa è piena di un fascino solare, estroso e vivace; innamorarsi di questa calda ed accogliente città è facile, grazie ai suoi scorci, i colori che tingono le sue maestose architetture al tramonto e la sua tradizione gastronomica dai sapori decisi, sfiziosi e gustosissimi.

Siviglia 3

Il cuore della città di Siviglia palpita di storia, di passato ancora vivo, di atmosfere sospese nel tempo che la rendono un vero e proprio gioiello andaluso. Conoscere una città significa entrare nel suo spirito, nelle sue tradizioni, cogliere l’essenza del suo popolo, assaggiarne il sapore ed immergersi nelle sue molteplici e variegate sfumature, a partire dal cibo. Siviglia è flamenco, tapas, corrida, feste, tutto ciò che incarna l’essenza della Spagna. Scoprire gli antichi quartieri con le loro stradine strette, la tranquillità dei parchi e l’allegria della gente che si rivela soprattutto durante le feste per le quali la capitale andalusa è famosa. Siviglia custodisce un patrimonio architettonico di grande valore.

La leggenda vuole che sia stata fondata da Ercole, così come è scritto su una delle porte di ingresso alla città: “Ercole mi edificò, Cesare mi cinse di mura e il re santo mi conquistò”. Secondo la tradizione la città fu fondata dalla popolazione dei Tartassi verso il XIII secolo a.C. e successivamente occupata dai Fenici e dai Cartaginesi. I Romani la chiamarono Hispalis e fondarono nelle sue vicinanze la città di Italica nel 206, di cui restano solo rovine. Ad Italica nacquero due dei più grandi Imperatori romani: Traiano e Adriano. Questi due nuclei conobbero epoche di grande splendore e nel 45 a.C. Giulio Cesare concesse a Hispalis il rango di colonia romana facendone una delle città più importanti della Spagna. Nel 712 fu conquistata dagli Arabi, che le diedero il nome di Ishbīliya, dal quale deriva il nome attuale. Fu successivamente la capitale di uno dei Regni di Taifa (2) più potenti. Splendida la civiltà araba, non solo per gli aspetti artistici, ma sotto tutti gli aspetti culturali. A Siviglia visse Ibn al-Awwam, che fu il più grande agronomo di quell’epoca. I cristiani riconquistarono la città nel 1248 durante il regno di Fernando III di Castiglia. Papa Clemente X, nel 1671, canonizzò Ferdinando III, noto come il “re delle tre religioni”, primo re spagnolo elevato alla gloria degli altari, inumato nella Catedral de Santa María de la Sede, la Cattedrale di Siviglia, in cui lo stile gotico e quello rinascimentale si uniscono nel più imponente monumento del mondo cristiano, dopo la Basilica di San Pietro di Roma. È costituita da cinque navate interne, in stile gotico, e da due cappelle, la Cappella Reale e la Cappella Maggiore. La prima è sovrastata da una cupola rinascimentale; la seconda custodisce dipinti che ritraggono scene della vita di Cristo e della Vergine. La Cattedrale è sorta nel luogo in cui prima si ergeva la Moschea Mayor, abbattuta nel XV secolo, e dell’antica costruzione conserva solo la Giralda  (l’originario Minareto) e alcuni resti del Patio de los Narajos; essa custodisce i resti mortali dell’insigne navigatore italiano Cristoforo Colombo. Oltre alla Cattedrale, altrettanto degni di rilievo sono  il Palazzo Arcivescovile e il Convento dell’Incarnazione.

La Giralda, emblema della capitale andalusa, è la torre campanaria della Cattedrale: un monumento alto ben 98 metri che rispecchia in pieno lo stile degli Almohadi (3), rigidi in materia religiosa e nemici del lusso, nell’unire all’imponenza monumentale una raffinata semplicità. La Giralda deve il suo nome alla statua della Fede (detta appunto Giraldillo) che la sovrasta e che gira su sé stessa in base alla direzione del vento. Dall’interno della Cattedrale è possibile accedere attraverso un percorso elicoidale, senza scalini,  in vetta alla torre dalla quale poter ammirare tutta la città dall’alto.

I Reales Alcazares (Palazzi Reali) sono i monumenti più imponenti di Siviglia. Caratteristica di questi edifici è la mescolanza di stili e delle decorazioni, che vanno dall’islamico al neoclassico. L’Alcazàr, antica fortezza araba, è un grande esempio dell’architettura mudéjar con saloni, patii e giardini che creano un’affascinante combinazione di colori. Accanto all’Alcazar sorge il Palazzo di Carlos V che custodisce un’importante collezione di arazzi raffiguranti la conquista di Tunisi da parte del re. Dal Palazzo si può accedere direttamente ai Giardini dell’Alcazar in cui lo stile arabo ha unito forme rinascimentali a forme romaniche. Spettacolare!

In Plaza del Triunfo, ospitato in un edifico del XVI secolo progettato da Juan de Herrera e che originariamente accoglieva la Borsa delle Merci di Siviglia, si trova l’ Archivio delle Indie, il principale archivio riguardante la dominazione spagnola in America che permette di ripercorrere la storia delle relazioni con le colonie. Allo stabile, a pianta quadrata con un ampio cortile centrale, vennero aggiunti il secondo piano e la Croce del Giuramento nel XVII secolo e cento anni dopo, nel 1785, quando fu scelto da re Carlos III come sede dell’archivio, furono realizzate altre opere come la nuova decorazione della scala principale. Le pareti esterne sono ritmicamente modulate da pilastri di bassorilievo. Nell’archivio sono conservate oltre 80 milioni di pagine di documenti originali ordinati in 9 chilometri lineari sugli scaffali e coprono più di tre secoli di storia. La documentazione è organizzata in 16 sezioni, dal 1480 al 1898 con l’ultima sezione comprendente 6 mila 379 elementi tra mappe e piani.

A nord della Cattedrale si trova il centro della città, ricco di piccole strade e di bellissime piazze. In questa zona si trovano numerosi negozi di artigianato e alcune strade, come la bella Avenida de la Costitucion, sono completamente pedonalizzate. El Centro de Sevilla è la zona della città in cui è possibile osservare incredibili opere d’arte, visitare el Museo de Arte, sostare ai tavolini all’aperto dei locali a Plaza de San Francisco o a Plaza del Salvador, ammirare il Ayuntamiento de Sevilla, il municipio, con i suoi decori rinascimentali, ma anche (un po’ più il là) l’esotico Parque de Maria Luisa e Plaza de España, due delle principali attrazioni di questa zona. Dal XVI secolo Plaza de San Francisco, grazie al suo mercato e anche agli storici roghi dell’Inquisizione, è stato il centro vitale di Siviglia. Dalla piazza si diramano Calle Sierpes e Calle Tetuan/Velazquez, le strade (anch’esse pedonalizzate) dello shopping di Siviglia. Tra le due strade si trova la Capilla de San José, famosa per i suoi meravigliosi decori barocchi del settecento e lungo Calle Sierpes è possibile ammirare il Palacio de la Condesa de Lebrija, che conserva una preziosa collezione di opere d’arte araba, barocca e spagnola, appartenuta alla nobile archeologa Dona Regla Manjon. Nell’antica piazza del foro romano di Hispalis e della principale moschea di Ishbilya, sorge Plaza Salvador con la grande chiesa barocca Parroquia del Salvador, seconda come imponenza solo alla Cattedrale, della cui visita  si rimane davvero incantati per la ricchezza e la bellezza delle opere custodite, unitamente all’antico patio della chiesa dove si trovano anche antiche colonne romane. Nella piazza si trovano alcuni dei bar più alla moda di Siviglia … e soprattutto un ristorantino tipico andaluso dove abbiamo gustato una “paella” a dir poco straordinaria!

La “Torre del Oro” è un’antica torre di guardia lungo la riva sinistra del fiume Guadalquivir, vicino a Plaza de Toros Maestranza. E’ alta di 36 metri e deve il suo nome forse ad una antica copertura di tegole dorate o alla luminosità dei suoi muri dovuta ad una miscela di malta di calce e paglia, ed è formata da tre corpi: il primo corpo dodecagonale è stato costruito tra il 1220 e il 1221 per ordine del governatore almohade di Siviglia; il secondo corpo, anch’esso dodecagonale, è stato costruito nel XIV secolo; e il terzo corpo cilindrico sormontato da una cupola e costruito nel 1760. La “Torre del Oro” ospita il Museo Navale di Siviglia dove si trovano modellini, carte di navigazione, bussole e varia documentazione antica.

Il quartiere ebraico di Siviglia, il Barrio de Santa Cruz, è un insieme di piccole e pittoresche strade e piazzette alberate (tanti alberi di aranci) ed è il luogo ideale per una bella passeggiata e per dei momenti di relax. La piazza principale è Plaza de Santa Cruz, è famosa per la sua croce centrale, realizzata del 1692 in ferro battuto. Nel barrio si trovano anche Plaza Dona Elvira e l’Hospital de los Venerables Sacerdotes, al cui interno sono ospitate magnifiche opere di Valdes Leal e di Pedros Roldan. Le case imbiancate a calce, buonissimi tapas bar, i cortili dei palazzi con i loro cancelli in ferro rendono questo barrio incredibilmente suggestivo. Molto bella Callejon del Agua, una stretta stradina ombreggiata che segue le mura del giardino di Alcazar e prende il nome da un corso d’acqua che correva lungo la parte superiore del muro.

Plaza de Toros de la Real Maestranza è uno dei monumenti più rappresentativi del settecento di Siviglia e incarna la passione spagnola per la corrida e i tori. Le visite guidate permettono di ammirare l’interno dell’arena, compresa l’infermeria per i primi soccorsi ai toreri, e il museo dedicato alle storiche corride qui svolte.

Infine, Metropol Parasol: si tratta di un progetto urbano di riqualificazione di Plaza de la Encarnacion, divenuto una delle icone moderne della città. Questa imponente costruzione si trova nel centro della capitale andalusa ed è realizzata con 6 enormi coperture lignee a graticcio collegate fra loro, con un rivestimento in poliuretano. Progettata dall’architetto tedesco Jurgen Mayer, che si è ispirato al Museo Guggenhein di Bilbao, è conosciuta anche come Las Setas, i funghi. Il Metropol Parasol esprime innovazione nella forma e nella funzione in un modo eccezionale. Inaugurato nel 2011, dopo ben sei anni di lavori, questo nuovo centro urbano contemporaneo  comprende un museo archeologico interrato, dove è possibile ammirare le rovine romane e moresche venute alla luce durante i lavori di costruzione, un mercato, diversi ristoranti e un ampio spazio ombreggiato open-air al primo piano. Inoltre, la struttura comprende un grande mirador, una terrazza panoramica da dove godere di una splendida vista sulla città.

Nel 1929 Siviglia fu sede dell’Esposizione Ibero-americana e nel 1992 dell’Esposizione Universale. La Plaza de España è il monumento che resta dell’esposizione del 1929, mentre della Expo ‘92 restano gran parte delle installazioni che sono state riconvertite nel parco tematico dell’Isola Magica e il monumentale ponte sul fiume Guadalquivir, opera dell’architetto Santiago Calatrava.

Siviglia 5

La visita di Siviglia non può definirsi completa senza essersi prima immersi nel clima del flamenco, l’arte per la quale tutta l’Andalusia è conosciuta nel mondo. Una passione, quella del ballo flamenco, che gli andalusi hanno nel sangue e che  li rende, a giusta ragione, davvero esclusivi. Siviglia offre l’opportunità di visitare alcuni suoi musei del ballo del flamenco, ma anche di assistere ad autentici spettacoli di flamenco che avvincono letteralmente lo spettatore in un’atmosfera magica. In diversi locali vi è la possibilità di assistere allo spettacolo nel mentre si degusta una cena o si consumano appetitose tapas.

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(1)     Mudéjar: adattamento dell’arabo mudeggian, rimanere. Nome dei musulmani di Spagna rimasti fedeli all’Islam nei territori riconquistati dai cristiani. In particolare: stile mudéjar, la produzione artistica dovuta ai musulmani che, dopo la Reconquista, continuarono a lavorare per i principi cristiani, perpetuando la tradizione moresca. Lo stile mudéjar, che spesso convisse e si mescolò con altri (si parla infatti di romanico-mudéjar, gotico-mudéjar, ecc.) nel multiforme quadro dell’architettura spagnola, fiorì in diversi centri e periodi: a Toledo nel sec. XII, a Valladolid, Guadalajara, Siviglia, Teruel, Saragozza, Cordova nei successivi, fino al sec. XVI. In architettura gli esempi più rappresentativi sono dati dalla chiesa di S. Maria la Blanca (1405) a Toledo, dall’Alcázar (1364-78) e dalla Casa de Pilatos (1492-1533) a Siviglia, come pure dal tardo-gotico tiburio della cattedrale di Burgos (1568). Ma è soprattutto nel campo delle arti decorative che il mudéjar ebbe una straordinaria fioritura; i suoi caratteri tuttavia sono senz’altro una diretta continuazione di quelli moreschi, la cui tradizione, pur con inserti gotici e poi rinascimentali, si è conservata in alcuni settori fino a oggi mediante il trapasso a produzione popolare. Le decorazioni della cappella di S. Fernando nella moschea di Cordova (1258) e quelle dell’Alcázar di Siviglia sono le testimonianze più vistose di questo fenomeno che ebbe, almeno inizialmente, la sua capitale artistica a Toledo. I motivi moreschi (stalattiti, arabeschi, iscrizioni cufiche, losanghe) si mescolano spesso con la flora naturalistica e gli animali dello stile gotico. Molto diffuso fu l’intaglio in legno per ornare stipiti, mensole, stalli, ecc., combinandosi con dorature e pitture, come pure l’uso della ceramica per rivestire pareti, zoccoli e pavimenti (tipico dell’Andalusia un mosaico ceramico detto alicatado). Le fabbriche di Valencia lanciarono la moda dell’azulejo, in azzurro su fondo bianco, mentre quelle di Manises e di Malaga si specializzarono nella produzione di ceramica alustro. Notevoli furono infine la produzione di armi, la lavorazione del ferro battuto, del cuoio, dei tessuti, dei ricami e dei tappeti; di questi ultimi un centro importante di produzione fu Alcaráz (fino al sec. XVII). [Cfr. Enciclopedia.it – http://www.sapere.it/enciclopedia/mud%C3%A9jar.html]

(2)     Nel 1009 la dinastia Califfale Omayyade, che per anni era stata sotto il potere del Visir Almanzor e dei suoi figli, entrò in crisi dando il via ad un periodo di due lunghi decenni di guerra civile che si conclusero nel 1031 con la deposizione del Califfo Hisam III. La guerra civile portò alla frammentazione del Califfato e alla creazione dei Regni di Taifa indipendenti. Questi piccoli Regni si chiamavano “Taifa” di derivazione dall’arabo “ta ifa” (divisione, partito, fazione). [Cfr. http://www.teutonic.altervista.org/D/040.html].

(3)     Almohadi: Almohadi, dinastia musulmana Berbera,

Almohades,\almoáDes\ [sm pl] hist (s. XII-XIII) [Cfr. DizionarioSpagnolo/Italiano

http://www.grandidizionari.it/Dizionario_Spagnolo-italiano/parola/A/almohades.aspx?query=almohades].

Foto: Lorenzo Bove

Siviglia 1


15
Gen

Poggio Imperiale, rievocazione patrie memorie

Nel bicentenario dell’indipendenza amministrativa del Comune –  1816 – 2016 –  si terrà a Poggio Imperiale, alle ore 18,00 di mercoledì 20 gennaio 2016,  presso la Sala Multifunzionale ex palestra di Via Oberdan, la prima conferenza – evento del secondo anno di studio 2016, indetta dal Centro Studi Territoriale Simposio Culturale, con il Comune di Poggio Imperiale, le Edizioni del Poggio e l’Avis di Poggio Imperiale.

Poggio Imperiale

Rievocazione patrie memorie

Interverranno: Antonietta Zangardi, Rossella Gravina, Giuseppe Izzo, Titta Romano, Stefania Cristino, Nicla Simeone, Giusy Di Summa, Luigi Cuccitto, Mara Romano, Angela Chenet. Sarà presente il Sindaco di Poggio Imperiale, Dott. Alfonso D’Aloiso, e la serata verrà allietata dalla voce di Stefania Cristino accompagnata dagli strumenti suonati da Primiano Schiavone, Gino Maselli e Primiano Schiavone, con la direzione tecnica di Antonio Giacò, Peppino Tozzi, Nazario Mazzarella.

Così descriveva la cittadina di Poggio Imperiale, nel 1900, il giornalista Franz Massimo Frattaruolo sul giornale “La Busta”, Lucera 3 maggio 1900: “ … La vegetazione … ricca, fitta, alta, lussureggiante … quando si arriva all’allegro gioiello di cittadina che è Poggio Imperiale, pulita, ben livellata e areata con i frontoni delle case quasi tutti ornati di pergolati …”

Ed anche il vecchio detto paesano “ Tarranove … pane e pemmedore e arija bbone …” è molto significativo al riguardo.

Locandina bicentenario


14
Dic

A Palazzo Marino ”L’Adorazione dei pastori” di Rubens

Milano rinnova il tradizionale appuntamento natalizio con un capolavoro artistico, esponendo a Palazzo Marino la grande pala d’altare raffigurante “L’Adorazione dei pastori” di Pietro Paolo Rubens: il tema più adatto alle festività natalizie.

Nell’approssimarsi del Santo Natale, le sfavillanti luminarie che decorano le strade e  le piazze di città e paesi, i tipici mercatini, gli spettacoli per grandi e piccini e  le ricche ed attraenti vetrine dei negozi, invitano e incoraggiano la gente ad uscire di casa e tuffarsi in questo tubinìo di colori, suoni, profumi e sapori per fare acquisti, scegliere regali o semplicemente passeggiare e fermarsi magari ad assaggiare qualcosa di tipico.

Milano si pone, nella circostanza, all’altezza della situazione, potendo ben competere con le più importanti capitali europee e del mondo, offrendo una gamma di proposte anche sul piano culturale e dello spettacolo (che  non si esaurisce con la sola “prima” della Scala). Eventi importanti che si intrecciano con iniziative più modeste, allargando così il ventaglio delle opportunità di scelta in ordine ai vari interessi.

Uno per tutti, l’appuntamento natalizio con i capolavori d’arte.

Anche quest’anno le porte di Palazzo Marino, sede del Comune di Milano,  si sono aperte per il consueto incontro dei milanesi ( ma anche di tutti gli appassionati interessati) con le opere d’arte.

Rubens Palazzo Marino

Infatti, dallo scorso 3 dicembre 2015 a tutto il 10 gennaio 2016, il Comune di Milano offre la possibilità di ammirare  gratuitamente nella prestigiosa Sala Alessi una maestosa opera di Pietro Paolo Rubens, l’Adorazione dei pastori: una grande pala d’altare riscoperta come opera del pittore fiammingo solo nel 1927 dal grande storico dell’arte Roberto Longhi, folgorato dalla sua visione nella Chiesa di San Filippo Neri a Fermo. L’opera è oggi conservata nella Pinacoteca Civica della città marchigiana.

La grande tela dell’Adorazione dei pastori, che Rubens dipinse nel 1608, celebra il momento più intimo e suggestivo della Natività e ci appare come una composizione dipinta in una luce notturna densa di bagliori, nella quale si stagliano le monumentali figure della Vergine con il Bambino, San Giuseppe e i pastori. Una scena suggestiva per rivivere un momento centrale della tradizione del Natale, un’opera grandiosa che racchiude in sé tutte quelle prerogative che raramente ritroviamo unite in un unico dipinto: la qualità altissima, che esprime tutta la forza della pittura del grande artista in questa sua fase di prima maturità, ma anche l’ampia documentazione che permette di seguire tutto l’iter dell’esecuzione, avvenuta in breve tempo e quindi di getto, senza ripensamenti, correzioni, difficoltà.

Rubens è un artista centrale per la storia dell’arte europea, forse ancora non abbastanza conosciuto in Italia dove viene considerato semplicemente  un “fiammingo”. Al contrario, il suo soggiorno in Italia dal 1600 al 1608, seppur breve, lascia un segno indelebile nella sua pittura.

Se però  l’Italia è fondamentale per Rubens, altrettanto possiamo dire di Rubens per l’Italia: a lui si devono infatti i primi segnali della nascita del Barocco che poi si diffonde in espressioni altissime in ogni regione del nostro Paese. L’Adorazione dei pastori rappresenta il punto più alto dell’intuizione del pittore, che precorre la sua ricerca successiva,  gettando le basi per la grandiosità, appunto, della maniera barocca. Un capolavoro assoluto, dunque, e il regalo di addio all’Italia di Rubens, che il 28 ottobre 1608 riparte per Anversa senza fare mai più ritorno nel nostro Paese.

Rubens fu anche un grande maestro per gli artisti più giovani. Ed ecco l’altra importante ragione che ha guidato la scelta di Rubens per la mostra di Palazzo Marino. Questa occasione vuole infatti offrire al pubblico un’anticipazione di quella grande mostra dedicata proprio a “Rubens e la nascita del Barocco” che si terrà nel prossimo autunno del 2016  al Palazzo Reale  di Milano e che metterà a confronto, con opere provenienti da musei di tutto il mondo, l’opera di Rubens con quella di altri artisti a lui vicini e con la produzione classica che tanto lo ha ispirato.

Con questa scelta, inoltre, il Comune di Milano ha voluto selezionare un grande capolavoro proveniente da una piccola città, valorizzando così una delle numerose, quanto poco note, eccellenze artistiche disseminate nel nostro Paese.

Un insieme di circostanze favorevoli, dunque, che l’Adorazione dei pastori di Rubens riassume con la sua grandiosa bellezza e che merita davvero di essere ammirata; un appuntamento al quale anch’io e mia moglie, lo scorso venerdi 11 dicembre, non abbiamo voluto mancare.

Sulla stessa Piazza della Scala, ove sorge Palazzo Marino, si affacciano anche le Gallerie d’Italia, sede museale di Intesa Sanpaolo che, contemporaneamente alla presentazione di Rubens (mostra aperta dal 3/12/2015 al 10/1/2016), propongono una grande retrospettiva dedicata al maggior pittore del Romanticismo italiano, Francesco Hayez (mostra aperta dal 7/11/2015 al 21/2/2016).

Rubens Hayez

Nel periodo delle festività natalizie si svolgono dunque a Milano due importanti eventi culturali, che instaurano un dialogo ideale fra due protagonisti della storia della pittura europea. Una sinergia tra Palazzo Marino e le Gallerie di Piazza Scala, capace di potenziare e arricchire ulteriormente l’attrazione culturale e turistica di Milano e di una piazza che, con il suo celeberrimo teatro, è un luogo simbolo della città nel mondo.

Rubens Adorazione pastori mostra 2

Foto di Lorenzo Bove


13
Nov

Riaperta al pubblico la “Casa Manzoni”; un tuffo nella Milano dell’800!

Dopo anni di chiusura, nuova vita per la storica dimora milanese; un percorso tra storia e letteratura nei luoghi abitati dal grande poeta e scrittore italiano.

Anche noi non abbiamo voluto mancare a questo importante appuntamento e, così, mercoledi 21 ottobre scorso, a soli due giorni dalla nostra visita all’Expo Milano 2015, io e mia moglie ci siamo concessi questa nuova ed emozionante avvenutura: entrare nell’intimità dei luoghi ove il Manzoni ha vissuto, pensato e scritto le sue opere immortali,  attraversando stanze, corridoi, scalone d’onore, camera da letto e studio, nei quali sembra aleggiare ancora il suo spirito perenne, che dalle finestre continua ad osservare la sua magnolia del giardino all’interno del palazzo.

Manzoni 3

A 230 anni dalla nascita di Alessandro Manzoni, rinasce dunque l’antica residenza di via Morone 1, dove l’autore dei “Promessi Sposi” visse dal 1813 fino alla morte, avvenuta nel 1873.
La casa del grande scrittore è stata ufficialmente riaperta al pubblico il giorno 6 ottobre 2015, dopo un recupero articolatosi sia nella ristrutturazione dell’edificio, sulla base di un progetto elaborato dallo studio dell’architetto Michele De Lucchi, finalizzato a migliorare la funzionalità degli spazi per un loro differenziato utilizzo, sia in una rinnovata programmazione dell’offerta museale.

Manzoni 6

In particolare, l’allestimento del Museo Manzoniano è stato ripensato con un nuovo taglio scientifico, secondo i più aggiornati orientamenti museologici e museografici, grazie al contributo del consiglio direttivo e del comitato consultivo di “Casa Manzoni” e sotto la supervisione del Prof. Fernando Mazzocca, già docente ordinario di Storia della critica d’arte e uno dei massimi esperti internazionali di arte italiana dell’Ottocento.

Il nuovo percorso espositivo è organizzato in sezioni dedicate a specifici temi: all’immagine di Manzoni, a quella della sua famiglia, alla cerchia degli amici illustri, ai luoghi di Manzoni, ai “Promessi Sposi” dal cinema alla televisione al teatro, al Manzoni “botanico” e alle sue biblioteche.

Manzoni 4

E’ possibile, tra l’altro, ammirare i suoi libri e  le lettere con le quali comprava sementi per il giardino di Milano e per la casa di campagna di Brusuglio; quadri, ritratti, edizioni dei Promessi Sposi; oggetti e tesori di famiglia, tra cui un ricamo eseguito da “Maria Antonietta” poco prima di essere ghigliottinata. Se si passa poi allo studio e alla “monacale” camera da letto dove il Gran Lombardo morì, ecco l’affaccio sul giardino e quella magnolia che consolò i suoi ultimi giorni.

Presentando il progetto di restauro conservativo e riqualificazione, Giovanni Bazoli, presidente del Consiglio di sorveglianza di Intesa SanPaolo, che lo ha finanziato con un investimento di 4 milioni di euro, ha ricordato che si è trattato di “un impegno preso cercando di coinvolgere altre realtà milanesi, ma senza ricevere risposte: per questo abbiamo deciso di sobbarcarcelo da soli“.
Manzoni, ha sottolineato lo stesso Bazoli, “è una figura in cui si riconosce uno dei padri della Patria. Non si impegno’ soltanto per un rinnovamento culturale ma si adopero’ anche per la rifondazione morale della nazione. Attraverso la creazione di una lingua destinata a divenire il modello dell’Italia unita, egli contribui’ da protagonista alla formazione di una moderna coscienza nazionale” (ANSA).

La riapertura della “Casa Manzoni”, a seguito della sua recente ristrutturazione, è avvenuta dopo anni durante i quali l‘intero complesso con il relativo circuito museale sono rimasti chiusi ai visitatori. Ora Milano si riprende la dimora di Alessandro Manzoni, non solo come museo ma soprattutto come accogliente centro di cultura. Dietro la facciata in piastrelle di cotto su piazza Belgiojoso, pianterreno e primo piano sono destinati al museo e il secondo al Centro Nazionale di Studi Manzoniani. Siamo nel cuore emotivo e poetico di Milano, Piazza della Scala è a un passo, a poche decine di metri una lapide ricorda dove nacque Carlo Emilio Gadda. E qui sta nascendo una sorta di “isola dei musei”, con le Gallerie d’Italia nello stesso isolato della casa di via Morone e il Museo Poldi Pezzoli più giù verso i giardini Montanelli, in attesa che anche il progetto della Grande Brera prenda corpo e dia un senso compiuto all’intero piano, pur in considerazione dell’attuale congiuntura economica.

E, sempre a proposito di Alessandro Manzoni, Niccolò Tommaseo, profeticamente, scrisse: “Verrà tempo di migliore età che la nostra, che gli uomini si recheranno a visitare la casa di questo grande italiano, come luogo sacro”.

 

 

 

 

 

 

 


23
Ott

EXPO Milano 2015: Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita

L’Esposizione Universale di Milano 2015 volge ormai al termine, dopo sei lunghi mesi di svolgimento nell’area “ Milano – Rho Fiera Expo 2015”.

E’ stata tanta l’attesa, tante le traversìe che hanno caratterizzato la fase preparatoria, ma poi Milano si è dimostrata all’altezza della situazione, ponendo in essere una “macchina organizzatrice” di grande rilievo, che ha permesso l’attuazione di imponenti infrastrutture e collegamenti stradali, ferroviari, areoportuali nonché di servizi e sottoservizi di ogni genere, che hanno infine consentito la realizzazione dei Padiglioni espositivi a cura dei diversi Paesi partecipanti.

“Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”: questo il tema di Expo Milano 2015.

L’Esposizione Universale che l’Italia sta ospitando dal primo 1° maggio al 31 ottobre 2015 è il più grande evento mai realizzato sull’alimentazione e la nutrizione; per sei mesi Milano si è trasformata in una vetrina mondiale in cui i Paesi hanno mostrano il meglio delle proprie tecnologie, per dare una risposta concreta a un’esigenza vitale: riuscire a garantire cibo sano, sicuro e sufficiente per tutti i popoli, nel rispetto del Pianeta e dei suoi equilibri.

Expo Milano 2015 si è rivelata la piattaforma di un confronto di idee e soluzioni condivise sul tema dell’alimentazione, stimolando la creatività dei Paesi e promuovendo le innovazioni per un futuro sostenibile. Ma non solo: Expo Milano 2015 ha offerto  a tutti la possibilità di conoscere e, in molti casi, assaggiare anche i migliori piatti del mondo e scoprire le eccellenze della tradizione agroalimentare e gastronomica di ogni Paese. La città di Milano e il Sito Espositivo sono stati, peraltro, animati quotidianamente da eventi artistici e musicali, convegni, spettacoli, laboratori creativi e mostre.

Qualche inevitabile problema è sorto in ordine alle lunghe file che, in alcune giornate, si sono formate sia per l’ingresso all’Expo, sia per accedere ai vari Padiglioni espositivi; file che hanno raggiunto tempi record anche di 6 ore. Ma questo è avvenuto anche per accedere alle aree di ristoro, servizi e quant’altro, nonostante il numero di postazioni disponibili. Va da sé che un’area espositiva programmata per una capienza (massima) di 250.000 visitatori giornalieri, qualche disagio può senza dubbio comportare.

La nostra esperienza all’Expo l’abbiamo vissuta lo scorso lunedi 19 ottobre, in un periodo – a quanto pare – di massima affluenza, trascorrendo una giornata in cui i disagi erano palpabili, soprattutto per l’accesso ai Padiglioni più gettonati. Ma, nel complesso, tutto sommato, è stata una bella esperienza, ove si consideri che abbiamo avuto l’opportunità di “abbracciare”, in un colpo solo, il Mondo intero, a contatto con le persone di diversa nazionalità, e di poter confrontare le diverse culture, tradizioni, nutrimento, ecc.

Non farò naturalmente la cronaca della giornata, ma mi limiterò – per ovvi motivi nazionalistici – alla descrizione della visita del Padiglione Italia, non foss’altro per il merito “alla resistenza”: oltre 4 ore di fila (un serpentone interminabile) alle quali io, mia moglie e mia cognata ci siamo pazientemente assoggetati. Ma ne è valsa davvero la pena.

Pad Italia e Albero dV

Il Padiglione Italia ha messo in mostra le eccellenze italiane: la cultura e le tradizioni nazionali legate al cibo e all’alimentazione, caratterizzate dall’alta qualità delle materie prime e dei prodotti finali. Il complesso si compone del Palazzo Italia, dei quattro edifici sul Cardo e della Lake Arena (l’Arena all’interno della quale sorge il laghetto, nel cui punto centrale si erge l’Albero della Vita, l’autentico “pezzo forte” dell’Expo), per un totale di 14.000 metri quadri.

Palazzo Italia è il cuore dell’intero spazio, destinato a rimanere anche nel periodo post-Expo come polo dell’innovazione tecnologica al servizio della città di Milano. Il progetto è stato concepito dallo Studio Nemesi & Partners S.r.l., insieme a Proger S.p.A. e BMS Progetti S.r.l., seguendo il concetto ispiratore del Direttore Creativo Marco Balich: quello dell’Italia come Vivaio di Energie Nuove, nido del futuro, ricco di passato, ma non  malinconico museo delle proprie grandezze.

La mostra dell’Identità Italiana nel Palazzo Italia è il cardine espositivo del Padiglione ed è interamente dedicata ai territori che hanno partecipato al suo progetto culturale e artistico. Sono state raccontate le quattro “Potenze Italiane” con l’aiuto delle 21 Regioni e Province autonome.

  • La Potenza del Saper Fare: 21 personaggi raccontano storie di professionalità applicata degli italiani, in arte e manualità, che hanno trovato soluzioni facendo impresa;
  • La Potenza della Bellezza: ci sono 21 panorami e 21 capolavori architettonici che raccontano la bellezza dell’Italia;
  • La Potenza del Limite: qui ci sono 21 storie di impresa agricola, agroalimentare, artigianale che raccontano la più specifica delle grandezze italiane, la capacità di esprimere il meglio di noi nelle circostanze più proibitive, di coltivare vigneti di eccellenza su cucuzzoli aridi e non meccanizzabili, la potenza più vicina alla virtù del limite.
  • L’Italia è la Potenza del Futuro e viene raccontata attraverso un Vivaio di 21 piante rappresentative delle Regioni, simbolo della loro storia. L’Italia è uno dei paesi europei più ricchi di biodiversità: Milano (Lombardia) è rappresentata dal gelso, fondamentale per l’allevamento del baco da seta; Roma (Lazio) dall’alloro simbolo di gloria, grandezza e sapienza; il Veneto dalle viti, ecc.

Dentro al Palazzo Italia il visitatore trova la mostra dei mercati, un sistema interattivo che permette il dialogo con i più grandi mercati ortofrutticoli d’Italia a Firenze, Roma e Palermo. Oltre 750 scuole, con 11.000 studenti, presentano le loro esperienze didattiche nello spirito di Expo Milano 2015. In uno spazio lungo cento metri di buio totale, gestito dall’Unione Italiana Ciechi, i visitatori possono vivere l’esperienza irripetibile della privazione (la “vista” che non c’è), prima di uscire nel trionfo di luci della Vucciria di Guttuso. Nell’atrio, un’opera romana (la Demetra) e un artista contemporaneo si confrontano nel solco della bellezza e dell’arte.

Lungo il Cardo: ogni italiano ha ben presente l’immagine del borgo che ha segnato la storia di molte città. A questa immagine rimanda la struttura degli spazi espositivi che si trovano lungo il Cardo per rappresentare la varietà e la ricchezza dell’Italia: a nord la rappresentazione dei Territori e delle Regioni italiane mentre a sud le filiere del Made in Italy attraverso una grande mostra delle eccellenze nazionali negli ambiti dell’alimentazione e della sostenibilità.

Lungo il Cardo Nord-Ovest, contiguo, a sud del Palazzo, le Regioni Italiane hanno esposto, per un minimo di una settimana e un massimo di sei settimane, la lettura delle quattro potenze: le loro eccellenze agricole, turistiche, enogastronomiche, ma soprattutto il loro pensiero e la loro azione sul Tema di Expo Milano 2015. Ognuna ha avuto a disposizione due grandi locali (una biblioteca e un convivio), dove esprimere il proprio sapere e il proprio fare.

Nel Cardo Sud-Ovest vengono mostrati il concetto di filiera corta e quello, conseguente, di sostenibilità dello sviluppo. Qui la più grande organizzazione agricola italiana ed europea esprime l’eccellenza delle filiere di prodotto della dieta mediterranea, il vero dono dell’Italia al mondo.
Nel Cardo Nord-Est spazio all’eccellenza del vino. Il Padiglione del Vino, curato da Vinitaly propone al piano terra la conoscenza sensoriale del prodotto fino a produrre un’immersione del visitatore, che al piano superiore assaggerà il sistema dei vini italiani.

Nel cardo Nord Est l’Unione Europea, che voluto essere ospite dell’Italia, offre la visione e la degustazione dell’alimento comune a tutti i cittadini europei, il pane, attraverso un affascinante racconto di due giovani europei, Alex, un agricoltore, e Sylvia, una ricercatrice. La loro storia fa capire l’importanza della collaborazione tra tradizione e innovazione, tra culture ed esperienze diverse, tra agricoltura, amore per l’ambiente e scienza.

Il gelato e la pizza, la birra, l’acqua minerale e il caffè, i latticini e i salumi accompagnano, nelle piazzette commerciali e negli spazi interni al Cardo, il pranzo degli italiani, coronato dal pane e dal vino. Le potenze italiane dei territori, attraverso il sistema associativo dell’agricoltura e dell’agroindustria, esprimono l’eccellenza enogastronomica base di partenza per un nuovo modello di turismo.

L’Albero della Vita (da un disegno di Michelangelo, il simbolo del Padiglione Italia).

La grande chioma svetta verso il cielo, a 37 metri di altezza, sorretta da un complesso ed elegante intreccio di legno e acciaio. L’Albero della Vita, simbolo del Padiglione Italia, simboleggia in realtà l’intera Expo 2015. Per sei mesi è stato il richiamo potente e suggestivo delle centinaia di migliaia di visitatori dell’Esposizione Universale di Milano.

L’imponente struttura in legno e acciaio si erge al centro di Lake Arena, specchio d’acqua su cui si affacciano ampie gradinate, il maggiore spazio open air dell’area. L’opera, realizzata dal Consorzio “Orgoglio Brescia”, è situata al termine del Cardo, uno dei due assi principali di Expo, una delle principali vie d’accesso al sito. L’Albero è di fronte a Palazzo Italia, luogo di rappresentanza dello Stato e del Governo Italiano.

La struttura dell’Albero della Vita affonda le radici in uno dei periodi artistici più fervidi dell’arte italiana, il Rinascimento. Sul finire degli anni Trenta del XVI secolo, Michelangelo risistemava Piazza del Campidoglio su incarico papale, donandole una nuova forma e prevedendo una pavimentazione che eliminasse lo sterrato esistente. Proprio per questo pavimento, l’artista concepì e disegnò una struttura complessa e simbolica che, partendo da un disegno a losanghe, culmina in una stella a dodici punte indicante le costellazioni.

Proprio da questo disegno michelangiolesco, Marco Balich, direttore artistico di Padiglione Italia nonché produttore di grandi eventi e regista, ha mutuato la forma dell’Albero della Vita, una grandiosa costruzione a metà tra monumento, scultura, installazione, edificio, opera d’arte che oltre al Rinascimento rimanda a simbologie più complesse e comuni a numerose culture, per cui l’Albero della Vita è simbolo della Natura Primigenia, la grande forza da cui è scaturito il tutto. Il Concept è di Marco Balich e il design è di Marco Balich in collaborazione con lo studio Gioforma.
L’Albero della Vita non è solo tradizione e simbologia religiosa: è anche il segno di uno slancio rivolto al futuro, all’innovazione e alla tecnologia. La struttura nasce fin dall’inizio come icona interattiva destinata a catturare l’immaginario del visitatore e creare una rete di connessioni tra i vari padiglioni di Expo 2015. Ad animarla sono una serie di effetti speciali di luci e suoni, realizzati con le più avanzate tecnologie di spettacolo.

Decumano

La Carta di Milano

La Carta di Milano rappresenta l’eredità culturale di Expo Milano 2015. Per la prima volta nella storia delle Esposizioni Universali, il grande Evento internazionale è stato preceduto da un ampio dibattito nel mondo scientifico, nella società civile e nelle istituzioni sul Tema di Expo “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”. Questo intenso e profondo processo ha portato per volontà del Governo italiano alla definizione della Carta di Milano: un documento partecipato e condiviso che richiama ogni cittadino, associazione, impresa o istituzione ad assumersi le proprie responsabilità per garantire alle generazioni future di poter godere del diritto al cibo.

Attraverso un percorso partecipato, infatti, i maggiori esperti italiani e internazionali hanno contribuito a identificare le principali questioni che interessano l’utilizzo sostenibile delle risorse del Pianeta. In particolare, i grandi temi affrontati dalla Carta di Milano sono quattro, tutti inseriti all’interno della cornice del diritto al cibo:

  • quali modelli economici e produttivi possano garantire uno sviluppo sostenibile in ambito economico e sociale;
  • quali tra i diversi tipi di agricoltura esistenti riusciranno a produrre una quantità sufficiente di cibo sano senza danneggiare le risorse idriche e la biodiversità;
  • quali siano le migliori pratiche e tecnologie per ridurre le disuguaglianze all’interno delle città, dove si sta concentrando la maggior parte della popolazione umana;
  • come riuscire a considerare il cibo non solo come mera fonte di nutrizione, ma anche come identità socio-culturale.

I singoli cittadini, le associazioni, le imprese sottoscrivendo la Carta di Milano si assumono responsabilità precise rispetto alle proprie abitudini, agli obiettivi di azione e sensibilizzazione e chiedono con forza ai governi e alle istituzioni internazionali di adottare regole e politiche a livello nazionale e globale per garantire al Pianeta un futuro più equo e sostenibile (anch’io, come tanti altri cittadini “del mondo” ho apposto la mia firma).

Lo scorso venerdi 16 ottobre 2015, in occasione della la Giornata mondiale dell’agricoltura – celebrata quest’anno nel giorno del 70° anniversario della fondazione della Fao – erano presenti a Expo 2015 il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon e il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella. Nel corso della cerimonia ufficiale il Capo dello Stato ha formalmente consegnato la Carta di Milano al massimo rappresentante dell’ONU, il quale ha esordito dicendo che occorre “eliminare la fame per tutti e per  sempre, perché compromette il nostro futuro: è l’impegno che il mondo intero deve fare suo. La fame è un’ingiustizia terribile; noi siamo qui per rafforzare il nostro impegno contro la fame nel mondo intero”.

“Sette decenni fa — ha proseguito Ban Ki-moon — diversi Paesi hanno fondato la Fao per la libertà dalla fame in tutto il mondo. Ora siamo qui per proseguire questo impegno con  la sfida della fame zero che io e il presidente della Fao, Graziano Da Silva, abbiamo lanciato a Rio De Janeiro. L’agenda 2030 è la nostra road map per il successo. Catturiamo lo spirito dell’Expo e lavoriamo insieme per garantire cibo al mondo intero. Assistiamo a talmente tanti sprechi di cibo, le nostre risorse sono un valore e noi le sprechiamo, bisogna vergognarsi”.

Il Segretario ha concluso, sottolineando l’importanza di concentrare gli sforzi e passare all’azione: «Io chiedo ai leader come spiegano il fatto di avere tanti soldi per distruggere la gente e uccidere invece di proteggere. Perché non investono in cibo e agricoltura?”.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel suo saluto, ha sostenuto che “nutrire il pianeta è una sfida epocale che abbiamo davanti e un ideale inseparabile dalla pace; un grande progetto politico in un mondo dove le regole della finanza prevalgono sull’economia reale. Il tema della giornata di oggi (dedicata alla protezione sociale e all’agricoltura), ci ricorda quante conoscenze sono necessarie e quante forze vanno raccolte per ottenere risultati concreti, ma certamente il traguardo può essere raggiunto: il diritto a cibo e acqua può essere affermato in tutti i continenti. La cooperazione può prevalere sul conflitto, il dialogo sul fanatismo, la crescita delle opportunità può restringere la forbice delle diseguaglianze. La generazione Fame Zero sta per nascere e noi vogliamo accoglierla. La Carta di Milano — l’eredità dell’Esposizione — è un impegno comune che dovrà continuare nel tempo come frutto di un lavoro collettivo”.

Un impegno ribadito dal ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina che ha aggiunto: “Ci batteremo perché la generazione di Expo diventi davvero la generazione Fame Zero”.

Expo 2015 in cifre

Sono stati realizzati 53 Padiglioni (ben 11 in più del record di Shanghai 2010), con una superficie di 200.000 metri quadri riservati ad aree verdi, con la bellezza di 12.000 alberi piantumati;  un’area espositiva complessiva di 1,1 milioni di metri quadri; più di 140 Paesi e Organizzazioni internazionali coinvolti (rappresentanti “simbolici” di circa il 94% della Popolazione Mondiale, pari a 7 miliardi di persone), 20 milioni di visitatori giunti da ogni parte del Mondo.

Ma è stato il fattore umano il grande protagonista di Expo 2015: non solo dunque i visitatori, ma anche tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione del Sito espositivo e alle attività svolte al suo interno. E sono veramente tanti se pensiamo che ci sono stati  più di 17.000 eventi a fare da contorno nei sei mesi di apertuna dell’Esposizione, con oltre 2.000 imprese del tessuto produttivo italiano che hanno provveduto ad organizzarle. Inoltre, 1.200 le aziende impegnate nella fornitura di beni e servizi, con 1.300 operai impegnati non stop nel cantiere e 4.000 maestranze coinvolte. Infine, 10.000 i lavoratori impegnati nell’evento, con oltre 7.700 candidature ricevute dai vari Paesi, da parte di giovani e meno giovani, desiderosi di  partecipare anche solo come volontari.

E’degli Emirati Arabi – prossimo Paese ospitante dell’edizione Expo del 2020 a Dubai – il record di spesa per la realizzazione del proprio Padiglione: ben 60 milioni di euro. Non si è risparmiata neanche la Cina con 50 milioni e la Germania con 35, mentre il Paese che ha iniziato e terminato per primo la realizzazione del proprio Padiglione è stata la Svizzera.

Notizie dell’ultima ora fanno trapelare che, dopo il 31 ottobre 2015, nel mentre verranno smantellati, a cura dei Paesi che li hanno realizzati, tutti i Padiglioni stranieri,  saranno mantenuti in vita il Padiglione Zero (ubicato all’ingresso principale di Expo 2015, all’inizio del Decumano), il Padiglione Italia e l’Albero della Vita, i quali ricominceranno regolarmente a funzionare a partire dalla prossima primavera 2016, consentendo così la loro permanente fruibilità da parte di un pubblico italiano ed internazionale. Una bella idea, per mantenere viva e perpetrare nel tempo la “storia” dell’Esposizione Universale 2015 di Milano, sullo sfondo del suo Albero della Vita.

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20
Ott

Dante Alighieri … nel 750° anniversario della sua nascita

Abbiamo ricevuto dalla nostra amica Antonietta Zangardi un gradito invito per partecipare ad un interessante evento culturale, che si terrà a Poggio Imperiale la sera di giovedi 29 ottobre 2015, presso la sala teatro (ex palestra di via Oberdan), dedicato al  Sommo Poeta Dante Alighieri, nella ricorrenza del 750° anniversario della sua nascita.

Io e mia moglie non potremo purtroppo  essere presenti in paese per l’occasione,  ma desideriamo comunque esprimere pubblicamente  – come terranovesi  – il nostro più vivo apprezzamento ad Antonietta e, naturalmente, al Centro Studi Territoriale, Simposio Culturale di Poggio Imperiale, per le interessanti iniziative che stanno portando avanti negli ultimi tempi, augurando nel contempo un’ottima riuscita della serata, che si prospetta ricca di spunti di riflessione, con particolare riguardo ad “amore, amicizia, politica, amor di patria, libertà, giustizia, conoscenza … del Padre della Lingua Italiana”.

Si tratta della IV Conferenza – Evento del 1° anno di studio 2015 del citato Centro Studi, dal titolo “Dante: 750 … e non sentirli”, i cui relatori saranno la medesima Prof.ssa Antonietta Zangardi con  Rossella Gravina, Giuseppe Izzo, Titta Romano, Stefania Cristino, Nicla Simeone, Giusy Di Summa e Luigi Cuccitto.

La serata sarà inoltre allietata dalla melodia delle canzoni  di Stefania Cristino, accompagnata dagli strumenti musicali suonati da Primiano Schiavone e Gino Maselli.

E non mancherà, nell’occasione, il saluto di incoraggiamento del Sindaco Dott. Alfonso D’Aloiso.

Appuntamento, dunque, alle ore 18,30 di giovedi 29 ottobre!

Dante invito


21
Set

Bergamo, i Maestri del Paesaggio, International Meeting 2015

Le vacanze estive trascorse a Poggio Imperiale sono ormai alle spalle e, tornati  a casa dopo ben due mesi e mezzo, non è affatto disdicevole cogliere l’opportunità di partecipare a qualcuno dei tanti eventi  che la Lombardia  – al di là dell’Expo Internazionale di Milano 2015 – offre in questo periodo.

Lo scorso martedi  15 settembre ci siamo quindi recati in quel di Bergamo per  partecipare alla V edizione dell’originalissima manifestazione  denominata “I Maestri del Paesaggio  – International Meeting “, che si sviluppa su una gamma di sedici giorni di eventi, a partire dal 5 e fino a tutto il 20 di settembre, nel corso dei quali la città di Bergamo  si trasforma in un palcoscenico di natura e bellezza. Sedici giorni di fermento culturale open air per un calendario ricco di appuntamenti: Green Design, Green Food, concorsi fotografici, musica, allestimenti e percorsi di land-art in suggestivi vicoli, corti, chiostri e giardini.

Le più autorevoli firme internazionali del Landscaping – Architetti Paesaggisti, Garden designer, Storici e Fotografi – si riuniscono nella spettacolare cornice di Bergamo Alta, ove migliaia di visitatori si incontrano con loro nella “Piazza Verde”, ai Seminari e ai Workshop nei palazzi storici e all’International Meeting  presso il Teatro Sociale. E’ questo  l’appuntamento di settembre, giunto alla sua V Edizione, che rappresenta il punto di riferimento internazionale in tema di Cultura del Paesaggio.

Bergamo 2

Nel cuore di Città Alta la storica Piazza Vecchia di Bergamo (per l’occasione ribattezzata Piazza Verde) viene allestita a verde per la durata della manifestazione,  attraendo  cittadini e visitatori di tutte le età, vero salotto all’aria aperta. E poi, a pochi passi, in Piazza Mascheroni, un altro sorprendente allestimento accoglie i passanti, invitandoli a sostare e a godere dell’ombra,  profumi e sapori.

Ogni anno un fascino nuovo, grazie al coinvolgimento di artisti e paesaggisti internazionali. In particolare, quest’anno è stata la genialità del britannico Andy Sturgeon, affiancato dall’estro e dalla professionalità di Lucia Nusiner e Maurizio Quargnale, a cimentarsi nell’impresa, ricevendo il testimone dall’eclettico Peter Fink.

Una magia che si ripete: la Città Alta si risveglia immersa tra fiori, piante e turisti che ne colorano le vie, i più suggestivi palazzi nobiliari e le piazze storiche, tutta la città si anima per 16 giorni con eventi rivolti a un pubblico di tutte le età. Il successo delle precedenti edizioni, con oltre 200.000 visitatori, conferma Bergamo palcoscenico d’eccellenza per le autorevoli firme internazionali che, anche quest’anno, si sono incontrate all’International Meeting presso il Teatro Sociale, per mostrare le loro esperienze in straordinari interventi di paesaggio nel mondo. Focus e tema conduttore di questa V edizione è stato “Feeding Landscape. Le colture agrarie fanno paesaggio”, espressione del  legame indissolubile tra uomo e territorio, riflessione su un passato e un presente contadino, ricco di fascino e tradizioni che dalla terra giungono alla tavola. Un programma densissimo e un sogno ambizioso che fa di Bergamo l’osservatorio e il modello laboratoriale per città sempre più belle, dove le piazze possono tingersi di verde per più di qualche settimana all’anno e il paesaggio diventa un tutt’uno con l’anima di chi lo vive, Una manifestazione dove natura, arte, piacere, cultura e bellezza sono il filo conduttore.

Bergamo 3

Le caratteristiche storico-paesaggistiche di Bergamo, con un centro storico fortificato e circondato da 4700 ettari di verde, unite alle qualità culturali, imprenditoriali e logistiche (collegamento diretto alle principali città europee con l’Aeroporto “Caravaggio” di Orio al Serio) della città, ne fanno la location d’eccellenza per ospitare una manifestazione sul Paesaggio e giustificano l’ambizione di farla divenire polo internazionale degli studi del settore.

I luoghi destinati agli eventi de “I Maestri del Paesaggio” non sono solo simboli della storia e della vita cittadina, ma anche straordinari punti di osservazione sul territorio circostante:

Bergamo (Città Alta)

–          Teatro Sociale (International Meeting): vero emblema del teatro all’italiana di inizio ’800 firmato Leopoldo Pollak e premiato nel 2009 come intervento di prestigio alla “Domus restauro e conservazione”, il Teatro della Società si conferma location di eccellenza nel cuore di città alta con 470 posti a sedere, platea e loggione ovale e tre ordini di palchi.

–          Piazza Vecchia (Piazza Verde): cuore di Bergamo Alta, è stata dichiarata tra le piazze più suggestive del mondo per la compresenza di una stratificazione storica e architettonica ricchissima.

–          Piazza Mascheroni (Piazza Verde, Giardino Bisol, eventi vari): situata al margine di Città Alta,è caratterizzata dai significativi resti della cittadella viscontea.

–          Portico di Palazzo della Ragione (Desk aziendali ed eventi vari): costruito nel momento di maggior sviluppo del libero Comune, è il più antico palazzo comunale lombardo esistente.

–          Sala dei Giuristi, Palazzo della Ragione (eventi vari): nella prima metà del XV secolo l’edificio venne utilizzato quasi esclusivamente come luogo dove si amministrava la giustizia, da qui “Palazzo della Ragione”.

–          Palazzo Suardi (eventi vari): ora sede dell’Istituto universitario, conserva solo deboli tracce del suo antico splendore, dovuto soprattutto alla presenza di affreschi eseguiti nel 1477 da Donato Bramante.

–          Portico Biblioteca Angelo Mai (info point, eventi vari): è la principale istituzione di conservazione storica del circuito bibliotecario di Bergamo.

–          Seminarino (Seminario Internazionale Valfredda)

–          Sala al Curò (Lofacciobenecinefest)

–          Giardino di casa Tresoldi (Green Design)

–          Lavatoio (Aperitivi di Paesaggio, Green Design): costruito a cura del Comune di Bergamo verso la fine dell’800, fu inaugurato solo nel 1891.

–          Ex Ateneo (Green Design)

Bergamo  (Città Bassa)

–          Accademia Carrara (Passeggiata in Carrara): Dopo la ristrutturazione l’Accademia appare dall’esterno un piccolo gioiello monumentale dove vi sono custodite opere artistiche di livello internazionale.

–          Castello di Malpaga (Dimore storiche e corti a verde): è una delle più importanti costruzioni lombarde del 1300 che, con la sua intatta bellezza e l’inestimabile valore culturale, domina una distesa di 300 ettari di campi agricoli all’interno del Parco del fiume Serio.

–          Villa Pesenti Agliardi (Dimore storiche e corti a verde): fu ampliata e modificata nel 1798 dall’architetto Leopold Pollack con un progetto innovativo neoclassico sia della dimora che del giardino.

–          Orto di Astino (Pic-nic biodiverso): un museo all’aperto denso di preziosità, dove si studiano e si conservano collezioni botaniche che comunicano il rapporto tra Piante e Uomo.

 

Foto: Lorenzo Bove

Alcune delle informazioni riportate nell’articolo sono state estrapolate dalla documentazione, brochures ed altro, acquisiti presso il Desk della manifestazione (Portico del Palazzo della Ragione della Città Alta di Bergamo) nonché da alcuni Siti Internet specializzati, che hanno trattato l’argomento in maniera più approfondita.

 


6
Set

Contadini e Braccianti nel Gargano dei Briganti

Una bella serata di fine estate per assistere a Poggio Imperiale alla presentazione del libro “Contadini e Braccianti nel Gargano dei Briganti” di Michele Eugenio Di Carlo, Edizioni del Poggio.

La stimolante manifestazione culturale, patrocinata dal Comune di Poggio Imperiale, Edizioni del Poggio, Avis Comunale e Centro Studi Territoriale – Simposio Culturale, si è svolta sabato 5 settembre 2015, alle ore 19,00, presso la Sala Teatro (ex palestra) di via Oberdan.

Dopo i saluti di rito del Sindaco Dott. Alfonso D’Aloiso e dell’Editore Dott. Giuseppe Tozzi, ha preso la parola la Prof.ssa Antonietta Zangardi, scrittrice e ricercatrice storica, che ha sviluppato una chiara, coinvolgente ed esaustiva relazione, inquadrando il fenomeno del c.d. brigantaggio nel contesto storico di riferimento, oltre che geografico, soffermandosi in particolare sui fatti, circostanze e personaggi dell’area del Gargano e della Capitanata, Poggio Imperiale compreso. Una vera e propria guerra civile che comportò la “militarizzazione” del territorio da parte dei Piemontesi per sconfiggere le “bande dei briganti”, tra cui quella capeggiata da Angelo Maria Del Sambro, di San Marco in Lamis, detto “Lu Zambre”, che viene tradito e quindi catturato e fucilato davanti a tutto il popolo e tante altre, tra le quali quella guidata dal terranovese Leonardo D’Aloia, ucciso il 7 novembre 1862 in agro di Poggio Imperiale.

Sono seguiti poi gli interessanti interventi del giornalista e scrittore (viestano) Saverio Cioce della Gazzetta di Modena, che ha peraltro curato anche la postfazione del libro, e dello scrittore e storico Giuseppe Osvaldo Lucera, direttore della collana “Controstoria” delle Edizioni del Poggio.

E, in conclusione, la puntuale relazione dell’autore del libro Prof. Michele Eugenio Di Carlo, il quale ha illustrato con dovizia di particolari i passaggi, gli indizi e le percezioni che lo hanno indotto ad intraprendere le non facili ricerche intorno ad una tematica molto delicata, che i libri di storia e la politica hanno forse volutamente inteso ignorare. Uno spaccato storico che parte dalla caduta del Regno delle Due Sicilie fino ad approdare ai fatti accaduti a Vieste il 27 e 28 luglio 1861, in un quadro di avvenimenti a dir poco tragici e costellati di morti ammazzati, soprusi e violenza.

L’evento è stato altresì allietato da canzoni e versi del Sud, che hanno intervallato i diversi interventi dei relatori, rendendo così la serata davvero gradevole, sotto l’aspetto artistico e culturale. Ha cantato Stefania Cristino, accompagnata da Primiano Schiavone e Gino Maselli, mentre i versi sono stati declamati da Rossella Gravina, Titta Romano e Nicla Simeone del Simposio Culturale del Centro Studi Territoriale di Poggio Imperiale.

Un’autentica lezione di “storia patria” che ha interessato il Meridione d’Italia ovvero il Regno delle Due Sicilie, compreso naturalmente il nostro territorio del Gargano e della Capitanata in particolare. Una storia vista, questa volta, dalla parte dei “vinti”, quella classe sociale meno abbiente rappresentata proprio dai contadini e braccianti che più di tutti gli altri hanno subito le conseguenze peggiori, fino alla sopraffazione, e fatti poi passare per delinquenti … e “briganti”.

Persone leali e fedeli ai loro ideali, che lottavano unicamente per contrastare angherie ed abusi perpetrati non solo da una potenza straniera che aveva arbitrariamente occupato il loro territorio, ma anche e soprattutto da una classe dominante locale, i cosiddetti “galantuomini”, capace di cambiare casacca ad ogni pie’ sospinto pur di mantenere inalterati i loro privilegi.

In altri tempi ed in altre circostanze, gli uomini che ebbero il coraggio di ribellarsi non furono definiti briganti, ma vennero invece acclamati come eroi della patria, partigiani ed altro ancora.

Un libro, questo di Michele Eugenio Di Carlo, che restituisce alla storia quel minimo di verità su tanti misfatti e mistificazioni sui quali si è voluto stendere un velo pietoso, impedendo così alle future generazioni di conoscere la verità su quello che è veramente accaduto all’epoca dell’Unità d’Italia, soprattutto nell’Italia Meridionale.

Ma tutto questo, senza alcun fine rivendicativo; traspare infatti dagli scritti del Di Carlo solo l’esigenza di rendere pubblici e divulgare fatti, testimonianze, ricerche e verità sui quali si è taciuto per tanti anni … un secolo e mezzo!

Un lavoro che va ad aggiungere un ulteriore tassello alla storia del nostro passato e delle nostre radici, e che meriterebbe di essere opportunamente divulgato a livello scolastico, per offrire ai giovani l’opportunità di sapere che esiste anche un’altra storia … quella che non ci è stata mai raccontata veramente.


8
Ago

Solenne Pontificale dedicato a San Placido Martire, a Poggio Imperiale, nell’Anno Placidiano

Nel tardo pomeriggio di mercoledi 5 Agosto 2015 ha avuto luogo a Poggio Imperiale  la straordinaria e splendida manifestazione di  avvio dei festeggiamenti in onore  di San Placido Martire, nell’ambito delle celebrazioni dell’Anno Placidiano ( 515 – 2015 ), ricorrendo proprio quest’anno  i 1500 anni della nascita del Santo Patrono della nostra cittadina.

I simulacri di San Placido Martire e di San Michele Arcangelo (compatrono di Poggio Imperiale) sono stati trasportati, dalle loro rispettive nicchie della Chiesa Matrice di San Placido Martire, nell’antistante Piazza Principe Imperiale tra una folla osannante di fedeli in preghiera, che hanno partecipato poi alla recita del Santo Rosario e dei Vespri, alla quale è seguita  la solenne celebrazione eucaristica all’aperto, officiata dal parroco Don Luca De Rosa.

Anno Placidiano 1

Durante l’omelia, Don Luca si è detto davvero emozionato e profondamente toccato dall’eccezionale evento, che resterà nella storia come uno degli avvenimenti più importanti della Parrocchia di San Placido Martire di Poggio Imperiale, della quale egli è parroco da 12 anni, invitando nel contempo i numerosi fedeli intervenuti alla manifestazione  ad affidarsi senza alcun timore all’intercessione del Santo Patrono, imitandone la vita nei comportamenti quotidiani.

Il Solenne Pontificale dedicato a San Placido Martire ha raggiunto infine il suo livello più alto con l’intronizzazione dei  due simulacri in Chiesa, accompagnata dai canti sacri e dal suono della banda musicale di San Paolo Civitate che ha fatto da sfondo a tutta la cerimonia, continuando poi con il suo repertorio, in serata, con una interessante esibizione in piazza.

Le statue dei due Santi sono state collocate  nei due “troni” di drappi allestiti per l’occorrenza ai lati dell’altare maggiore della Chiesa e vi resteranno lì esposte alla venerazione dei fedeli per due mesi, fino al 5 Ottobre 2015 prossimo, ricorrenza della Festa Patronale di San Placido Martire, che quest’anno verrà vissuta con particolare intensità.

Anno Placidiano 2

I ringraziamenti di rito del parroco alle autorità civili e militari presenti e a quanti hanno collaborato per la buona riuscita della manifestazione.

Ma, già nei giorni precedenti all’evento, si respirava in Chiesa un’atmosfera di grandi preparativi.

Dalla pagina facebook del Comitato Festa Patronale San Placido di Poggio Imperiale del 04/08/2015 (https://www.facebook.com/pages/Comitato-festa-patronale-San-Placido-Poggio-Imperiale/286590268197872):

“È emozionante vedere quasi tutta la comunità impegnata nella realizzazione dell’addobbo della chiesa madre, chi dedicandosi completamente, anima e corpo, lavorando in chiesa da mattina a notte inoltrata, chi anche solo per un ora, ma non importa, perché tutti, in questi giorni si sentono partecipi, tutti cercano di dare una mano, chi in un modo chi in un altro. Questo forse è uno dei miracoli più belli di San Placido. Una comunità che si stringe intorno ai suoi patroni, che ritrova il suo senso di fraternità, di comunità, gesto antico ma che si ripete ogni anno, per mantenere vive le nostre tradizioni. Dimentichiamo tutti i vecchi rancori e uniamoci fraternamente intorno a San Placido e San Michele, in questo anno speciale. Ci vediamo tutti domani alle 18.45 in piazza Imperiale per l’uscita dei santi e la solenne celebrazione eucaristica in piazza e per ammirare lo spettacolare addobbo nella chiesa. Non mancate!!!”

Ma anche e soprattutto a Messina, in Sicilia, la figura di San Placido Martire sta vivendo il suo momento di massimo splendore, essendo colà conservate le sue reliquie presso la Chiesa di San Giovanni di Malta. Sin dal 20 Marzo 2015 si è svolta la conferenza stampa di presentazione dell’Anno Placidiano, i cui dettagli sono stati illustrati da Mons. Angelo Oteri, Rettore della medesima Chiesa di San Giovanni di Malta e dal Dott. Marco Grassi portavoce del Comitato Anno Placidiano. Nell’ambito della programmazione prevista,  sabato 18 Luglio 2015 hanno avuto inizio i diversi appuntamenti speciali nella piccola ma antica Chiesa di San Giovanni di Malta, che si sono conclusi lo scorso 4 Agosto con il trasferimento  dell’Urna Reliquiaria di San Placido nella Basilica Cattedrale di Messina per la sua esposizione straordinaria, che si protrarrà per un intero anno, fino al 4 Agosto del 2016; un Anno Gubilare per far riscoprire e onorare il grande monaco benedettino, tra i primi discepoli di San Benedetto, in occasione del 1500° anniversario della sua nascita.

Nell’Urna Reliquiaria, celati da una statua in cera del Martire, sono custoditi i suoi resti ossei.

Placido nacque a Roma nel 515, dalla nobile ed antica famiglia degli Anicii, da Tertullo e dalla messinese Faustina. Primo di quattro fratelli, fu introdotto in tenera età, insieme a Mauro, nel cenobio di Subiaco ove  Benedetto da Norcia aveva iniziato la sua opera monastica. La tradizione vuole che Placido, ormai formato ed ordinato Abate, fosse inviato a Messina a fondare il primo monastero benedettino di Sicilia. In riva allo Stretto, subirà il martirio il 5 Ottobre del 541 insieme alla sorella Flavia, ai fratelli Eutichio e Vittorino e a circa trenta monaci, che, insieme con lui, abitavano il monastero di San Giovanni, alla foce del torrente Boccetta. Il culto a San Placido e Compagni Martiri ebbe un suo rinnovato fervore con il ritrovamento a Messina delle loro reliquie, il 4 Agosto 1588, in occasione di lavori di restauro intrapresi dall’Ordine di Malta alla Chiesa di San Giovanni di Malta, ove ancora oggi si conservano. La sentita devozione al Martire, autorizzata da apposita Bolla di Sisto V, fu costantemente sostenuta e difesa per secoli dal Sovrano Militare Ordine di Malta, dal Senato di Messina e dall’Arciconfraternita di San Placido (Cfr. http://www.messinaweb.eu/homepage/).

San Placido Martire è il patrono di Poggio Imperiale e il nostro concittadino Prof. Alfonso Chiaromonte, studioso – unitamente ad altri insigni concittadini – della storia, delle origini e delle tradizioni del nostro territorio, ha dedicato al Santo il suo libro “San Placido Martire patrono di Poggio Imperiale” – Edizioni del Poggio, 2008; un’opera molto interessante che mette in luce aspetti della vita, del martirio e del culto del Santo, venerato non solo a Poggio Imperiale ma anche in Sicilia, a Messina, a Biancavilla (Catania) e a Castel di Lucio (Messina) , oltre che a Montecarotto, nelle Marche, tra Senigallia e Jesi, e a San Benedetto Belbo in provincia di Cuneo, un borgo delle Langhe, in Piemonte.

Copertina libro SPlacido di A Chiaromonte

Ma, evidentemente, statue, effigi e simulacri del Santo sono presenti in tante altre Chiese sia in Italia che in giro per il mondo.

Ne ho scoperta una,  nell’interno del Santuario di Vicoforte, in provincia di Cuneo, e non escludo che proprio la vicinanza dell’insediamento benedettino di San Benedetto Belbo abbia potuto influenzare la scelta di realizzare a suo tempo, nell’ambito del Santuario, fra le tante belle cappelle, anche una dedicata a San Benedetto, nell’interno della quale è presente una statua di San Placido Martire.

Il collegamento con San Benedetto sicuramente è dovuto al fatto che Placido venne da fanciullo affidato dal padre proprio a questi, perché fosse istruito nelle varie discipline e soprattutto perché fosse guidato nella via delle virtù e della perfezione cristiana, alla stessa stregua dell’altro martire Mauro, che salvò peraltro Placido dall’annegamento in un fiume (o lago) mentre attingeva l’acqua per Benedetto.

Quindi i martiri Placido e Mauro sono raffigurati insieme nella cappella di San Benedetto, il loro maestro (Cfr. “San Placido Martire anche nel Santuario di Vicoforte nel cuneese”, nel mio Sito/Blog www.paginedipoggio.com).

Alfonso Chiaromonte approfondisce e ci riferisce, nel suo libro, aspetti noti ma anche meno conosciuti, se non addirittura controversi,  riguardo all’ individuazione della figura di San Placido.

Egli riporta, ad esempio, « qualche accenno alla storia che sta incuriosendo gli studiosi di questo secolo. Essi, infatti, parlano di San Placido non come di uno, ma di due personaggi, fusi da un monaco benedettino, Pietro Diacono, agiografo del XII secolo.

Pietro Diacono, bibliotecario e archivista del monastero di Montecassino, fu lo storico del XII secolo dei benedettini, e scrisse, tra le altre cose, la vita e il martirio di san Placido e compagni. Attribuì quella tradizione alla Chiesa greca, che avrebbe creato un testo greco del martire monastico Placido, la cui fonte immediata fu un suo compagno, Gordiano. Questi lo aveva accompagnato in Sicilia, e, durante l’assalto dei pirati al monastero, fuggito dalla persecuzione, fu raccolto, come racconta, da mercanti napoletani, che lo portarono a Costantinopoli. La base del suo racconto è costituita da Atti greci di martiri. In quel tempo non si poteva pretendere il rigore metodologico di uno storico del duemila ed è proprio per questo motivo che si sono creati, come vedremo nel testo, dei dubbi sull’autenticità dei suoi scritti agiografici.

Secondo la ricerca storica e le più attendibili ricostruzioni storiografiche, San Placido sarebbe non uno, ma due personaggi storici. Lo riferisce il prof. Angelo Sindoni, ordinario di storia moderna all’università di Messina : “È sicuramente attestato un Placido discepolo diretto di S. Benedetto forse a partire dal 522. Abbastanza presto, nella tradizione benedettina, questo Placido fu venerato tra i confessori (e non tra i martiri), assieme all’altro discepolo San Mauro, come hanno dimostrato anche gli studi del prof. Réginald Grégoire” .

Per dare, invece, più significato alla vita e al martirio di San Placido, gli studiosi parlano di un altro Placido, martirizzato nell’isola probabilmente durante la persecuzione di Diocleziano (303-313 d.C.) e venerato il 5 ottobre, che comparve nell’antico martirologio siciliano.

Con il passar degli anni, a partire dall’ambiente cassinese, e, secondo la ricostruzione fatta da Pietro Diacono, i due personaggi vennero unificati in uno solo. Fu da questa unificazione che oggi si venera San Placido M., monaco benedettino.

Al di là di ogni dissertazione storica, poco importa se San Placido è il famoso discepolo di San Benedetto o un Santo martire siciliano. Noi sicuramente, come i siciliani, tifiamo per San Placido martire, perché da sempre abbiamo venerato il Santo martire. Quello che conta è che abbiamo come Patrono un Santo che deve essere il nostro punto di riferimento, la nostra guida, il nostro sostegno e conforto »  (Cfr  “Prefazione” di Alfonso Chiaromonte, opera citata).

La Chiesa Matrice di Poggio Imperiale è dedicata a San Placido in omaggio al Principe Placido Imperiale fondatore del paese.

E fu lo stesso Principe Placido Imperiale, persona molto influente alla Corte di Napoli, a commissionare e donare, nella seconda metà del settecento, una tela rappresentante San Placido, per testimoniare la sua devozione al Santo e trasmettere il culto ai suoi coloni.

L’opera venne commissionata personalmente a Francesco De Mura che già lavorava all’Annunziatella a Napoli. La tela, di inestimabile valore, è stata recentemente restaurata e raffigura San Placido in ginocchio che prega la Madonna con Gesù Bambino in braccio mentre, dal basso, un putto gli offre un ostensorio.

Nella Chiesa Matrice di Poggio Imperiale vi è dunque una delle più belle tele di arte barocca della Capitanata di notevole importanza artistica ed economica (Cfr.  “A proposito di San Placido Martire”, nel mio Sito/Blog www.paginedipoggio.com).

Un affresco raffigurante San Placido Martire, è presente anche a Milano.

In una delle cappelle laterali, dette “Cappelle con paesaggi”, dislocate lungo i muri perimetrali della Chiesa claustrale (o Aule delle Monache) in San Maurizio al Monastero Maggiore – la stupenda Chiesa ubicata nel centralissimo Corso Magenta di Milano – è possibile ammirare, tra l’altro, anche degli affreschi riportanti l’effige di San Placido Martire.

Sulla parte sinistra della lunetta della Cappella è presente San Mauro con San Placido inginocchiato e su quella destra San Benedetto.

L’affresco viene attribuito ad un “pittore lombardo” del II decennio del XVI secolo.

Placido fu, con Mauro, il più docile discepolo del grande San Benedetto, il quale li ebbe entrambi cari come figli.

Dei due, Placido era forse il più giovane: poco più che un fanciullo, quando venne posto sotto la paterna guida dell’Abate San Benedetto. Per questo, San Placido viene considerato quale patrono dei novizi, cioè dei giovani che si preparano alla professione religiosa nei monasteri benedettini.

A Placido, oltre che a Mauro, è attribuito un celebre episodio miracoloso narrato da San Gregorio Magno nei suoi Dialoghi. Mentre Benedetto era nella sua cella, un giorno, il giovane Placido si recò ad attingere acqua nel lago. Perse l’equilibrio e cadde nella corrente, che subito lo trascinò lontano dalla riva.

L’Abate, nella cella, conobbe per rivelazione l’accaduto. Chiamò Mauro e gli disse di correre in soccorso del confratello. Ricevuta la benedizione, Mauro si affrettò ad obbedire: valicò la riva, e seguitò a correre sull’acqua, fino a raggiungere Placido. Afferratolo, lo riportò a riva, e soltanto giungendo sulla terra asciutta, voltosi indietro, si accorse di aver camminato sull’acqua, come San Pietro sul lago di Tiberiade.

L’episodio ebbe un seguito ancor più commovente, perché San Benedetto attribuì il prodigio al merito dell’obbedienza di Mauro, mentre il discepolo lo attribuiva ai meriti dell’Abate. Il giudizio venne rimesso a Placido, il quale disse: ” Quando venivo tratto dall’acqua, vedevo sopra il mio capo il mantello dell’Abate, e mi pareva che fosse proprio lui a riportarmi a riva ” (Cfr.” San Placido Martire anche in San Maurizio al Monastero Maggiore di Milano”, nel mio Sito/Blog www.paginedipoggio.com).

Per concludere, riporto – qui di seguito – un mio vecchio articolo risalente al 13 ottobre 2008 e pubblicato sul mio Sito/Blog www.paginedipoggio.com dal titolo: “Un’atmosfera d’altri tempi!”, nel quale  racconto le mie sensazioni in occasione della Festa Patronale di San Placido Martire del 2008, alla quale ho partecipato, dopo tanti anni, con mia moglie.

«In un magnifico scenario di luci scintillanti e di fuochi d’artificio, nelle giornate di domenica 5 e lunedi 6 ottobre [2008] si sono svolti a Poggio Imperiale i festeggiamenti del Santo Patrono San Placido Martire.

Grande la partecipazione popolare alle funzioni religiose, che hanno raggiunto il loro apice con la celebrazione della messa solenne celebrata dal Parroco Don Luca De Rosa alle ore 10,30 di domenica nella Chiesa Matrice, che porta il nome del Santo Patrono e per l’occasione addobbata a festa, alla quale è poi seguita la processione dei simulacri di San Placido Martire e di San Michele Arcangelo per le vie del paese, accompagnata dalla Banda musicale e dalle autorità civili, militari e religiose, tra canti sacri e preghiere, in un incalzare di fuochi di artificio in onore dei due Santi lungo tutto il percorso, nei vari rioni del paese, con le coperte più belle esposte ai balconi delle case, fra nastri bianchi e rossi ed icone del santo Patrono.

Un’atmosfera davvero magica tra il fumo dei mortaretti e l’odore acre dei fuochi, fino al ritorno dei Santi in Chiesa dopo circa tre ore di processione.

In serata, Concerto Bandistico “Città di Manfredonia” in piazza Imperiale con brani di opera lirica brillantemente interpretati da cantanti di musica classica sotto le luci delle luminarie e della “Cassa Armonica” appositamente allestita.

La serata di lunedi è stata invece dedicata alla musica leggera con un Concerto dei, sempre bravi, “Nuovi Angeli”.

I festeggiamenti si sono conclusi con un entusiasmante spettacolo di fuochi pirotecnici all’interno dello Stadio comunale.

Sensazioni?

Davvero un’atmosfera d’altri tempi! Una dimostrazione di forte attaccamento alle radici e alle tradizioni della propria terra.

Ma quello che più colpisce e che, per certi versi, lascia ben sperare per il futuro, è la folta presenza di giovani e di giovani coppie con relativi bambini.

In un’epoca di diffuso relativismo in cui ci si lascia portare qua e là da qualsiasi vento, vivere la propria cultura significa riscoprire la tradizione che trasmette valori su cui costruire la propria identità.

E, nel mondo moderno, ne abbiamo veramente bisogno!»


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